Patrice Lumumba

by gabriella

Chi dimenticherà che ci davano del tu perché non eravamo degni delle forme di rispetto dei bianchi?

Patrice Lumumba, Discorso del Primo Ministro

Fra i martiri della liberazione del continente nero dal dominio europeo, c’è Patrice Lumumba, dirigente politico e poeta. Sotto, il suo intervento fuori protocollo, pronunciato davanti a re Baldovino e alle autorità belghe in qualità di primo ministro, il 30 giugno 1960, giorno dell’indipendenza del Congo. Commuove ascoltare la voce di quest’uomo, che aveva frequentato la sola scuola elementare, rovesciare pacatamente la verità ufficiale dei colonizzatori. Cliccare sull’icona CC per avviare i sottotitoli in italiano.

 

Samuele Tieghi, La decolonizzazione

Nell’Africa Nera il processo di decolonizzazione giunse in ritardo. Infatti se India e Algeria, si resero indipendenti nel volgere di breve tempo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i numerosi Paesi dell’Africa Centrale e Meridionale giunsero all’indipendenza molto più tardi.A eccezione dell’Etiopia, dove l’imperatore Hailè Selassiè nel 1941 era rientrato in possesso del trono grazie all’appoggio delle truppe inglesi, le vecchie colonie di appartenenza europea conquistarono l’indipendenza solo verso la fine degli anni Cinquanta, soltanto dopo una fase di passaggio in cui il personale delle amministrazioni locali fu associato a quello europeo per quanto concerne la gestione amministrativa dei territori. Gli stati europei si prefiggevano di plasmare così una classe dirigente autoctona che, senza alcuna influenza, fosse in grado di svolgere autonomamente la propria funzione.

Dal canto loro le élites culturali africane si erano decisamente impegnate nel processo di decolonizzazione, tentando, ad esempio, di promuovere una coscienza africana che fosse basata sulla rivalutazione delle tradizioni, degli usi e costumi locali. E’ inutile nascondere che dietro a questo tentativo si celava l’intento più o meno dichiarato di ricordare agli africani la loro vera origine, con la speranza che ciò servisse a far nascere un rinnovato, se non addirittura del tutto sconosciuto, spirito di unità nazionale. Perciò vennero riportati alla luce i valori tradizionali della società africana e la cosiddetta negritudine acquisì nell’immediato numerosi estimatori. Il principale interprete di questo risveglio culturale fu l’uomo politico senegalese Leopold Senghor. Mentre Senghor ricordava agli africani che le loro origini nulla avevano da invidiare al modello europeo, la Gran Bretagna concesse l’indipendenza alla maggior parte delle proprie colonie africane. Ciò accadeva tra il 1957 e il 1965 e si trattò, nella maggior parte dei casi, di un processo del tutto pacifico che solitamente si realizzò attraverso un concordato passaggio di consegne dalla metropoli alle colonie.

Non mancarono comunque le eccezioni come avvenne in Kenya e Rhodesia, dove l’indipendenza fu raggiunta solo alla fine di sanguinosi scontri. Infatti in Kenya, tra il 1952 e il 1955, scoppiò la cruenta rivolta dei Mau – Mau, una setta di origine tribale che si prefiggeva l’obiettivo di eliminare la presenza coloniale in modo violento. La colpa dei bianchi, a detta dei Mau-Mau era quella di essersi impossessati delle terre migliori, abbandonando gli africani in condizioni penose. La miseria e il desiderio di emanciparsi economicamente e politicamente condussero molti abitanti del Kenya ad insorgere con le armi. La rivolta dei Mau-Mau fu repressa in maniera violenta, ma il Kenya raggiunse egualmente la tanto agognata indipendenza nel 1963 grazie alla guida di Jomo Kenyatta.

Nella Rhodesia meridionale la situazione non era molto diversa. Qui l’agitazione indipendentista della popolazione di colore venne duramente repressa dai bianchi meno numerosi ma meglio armati. Si trattava dei discendenti dei primi coloni europei di origine inglese, da sempre contrari a una decolonizzazione che implicasse la perdita dei loro privilegi e del controllo economico del paese. La Rhodesia del sud si dichiarò indipendente contro la volontà del governo londinese, instaurando un regime ispirato ad una politica di apartheid. La Rhodesia del sud assistette quindi a una decolonizzazione imperfetta, in quanto restava indipendente, ma ancora soggetta al dominio dei bianchi. Si trattava, in ultima analisi, “di una forma residuale di dominio coloniale” successivamente soppressa dalla lotta armata indipendentista, forte del sostegno garantitole dalla diplomazia internazionale. Nel 1980 nacque lo stato indipendente della Rhodesia del Sud, espressione della maggioranza di colore e denominato Zimbabwe.

Per quanto riguarda le colonie francesi, esse raggiunsero lo status politico autonomo in modo del tutto pacifico. D’altra parte l’Eliseo si era reso conto per tempo di non poter ostacolare il processo indipendentista delle colonie dell’Africa nera. La Gran Bretagna aveva adottato un sistema pacifico, quindi un’eventuale decisione francese di ostacolare militarmente le rivendicazioni autonomiste, avrebbe inevitabilmente significato l’isolamento internazionale. Fu per questo che nel giro di breve tempo (1958 – 1960) l’intera Africa francofona divenne indipendente. Come nel caso dell’Algeria anche qui fu determinante l’opera di mediazione attuata dal presidente Charles De Gaulle.

Ben diversa era la situazione del Congo belga. Nel corso della Seconda guerra mondiale, mentre il Belgio era occupato dalle truppe naziste, il Congo belga divenne di fatto indipendente. Gli apparati amministrativi locali restarono senza il controllo del governo di Bruxelles, per cui l’autorità locale acquisì una notevole autonomia, rinforzata dall’importante ruolo giocato dalle risorse del paese nell’aiutare lo sforzo bellico degli Alleati. Inoltre, la guerra finì con il rinforzare gli apparati economici del paese, in particolar modo quelli dell’industria estrattiva. Terminato il conflitto, il Belgio decise di riproporre il modello coloniale del passato. Infatti, l’unico provvedimento deciso nei confronti del Congo fu quello di un piano decennale, disposto verso la fine degli anni Quaranta e finalizzato a bilanciare l’economia congolese fino a quel momento unicamente impegnata dal settore delle esportazioni. Dieci anni dopo la situazione non era cambiata di molto. Il Congo esportava il 9 per cento della produzione mondiale di rame, il 49 per cento di cobalto, il 69 per cento dei diamanti per uso industriale e il 6,5 dello stagno. Ai minerali si aggiungevano poi i prodotti della terra come l’olio da palma, il cotone e il caffè, che da soli fruttavano più di cinquanta milioni di sterline l’anno. Nessun altra colonia africana poteva vantare uno sfruttamento così perfettamente organizzato. Il Congo divenne in questo modo la colonia modello; un vero paradiso coloniale dove trionfavano l’efficienza, la produttività e l’ordine sociale.

Un equilibrio che fondava le proprie basi sul perfetto accordo istituitosi tra autorità politica, Chiesa cattolica e imprese minerarie, un patto stabilito durante il secondo conflitto mondiale quando venne raggiunta l’autosufficienza amministrativa ed economica. In questa intesa le parti erano perfettamente distinte e distribuite. Il governo si occupava della pubblica amministrazione, delegando alla Chiesa tutte le questioni inerenti l’educazione e la morale, mentre l’industria mineraria produceva i redditi necessari per sostenere l’intera impalcatura statale. Il patto di co-gestione coloniale si traduceva poi in una consorteria composta da politici, uomini di Chiesa e affaristi belgi le cui attività erano sempre ben protette da qualsiasi tentativo destabilizzante proveniente sia dall’interno del paese sia dalla madrepatria. Particolarmente fervente si dimostrò l’attivismo dei missionari cattolici. Alcune cifre possono fornirci l’entità del fenomeno. Nel 1950 un terzo della popolazione si professava apertamente cristiano, mentre il dieci per cento riceveva un istruzione elementare. Quest’ultima risultava essere una percentuale di tutto rispetto se confrontata con alcuni paesi come la Costa d’Oro (7%) o come l’India (6%) o l’Africa equatoriale francese (3%).

L’assistenza sanitaria era garantita da ambulatori decentrati sostenuti da fondi governativi, mentre funzionari bianchi controllavano i distretti rurali assicurandosi che la legge e l’ordine fossero rispettati. Contemporaneamente le imprese minerarie, operanti soprattutto nella parte orientale del paese, costruivano case, offrivano programmi di assistenza e di formazione per gli operai indigeni. La conduzione coloniale poggiava sulla convinzione dei belgi che per far funzionare il tutto fosse sufficiente

una guida paternalistica e cristiana e una seppur minima ricompensa materiale, perché la popolazione indigena accettasse di buon grado di essere per sempre sottomessa.

Resta da domandarsi su quali elementi poggiassero queste convinzioni, dato che, ormai da tempo, nell’intero continente erano in atto rivendicazioni indipendentiste dalle quali il Congo belga non sarebbe rimasto estraneo. Inizialmente a rivendicare l’indipendenza del Congo fu una parte minoritaria della popolazione; d’altra parte ciò è perfettamente comprensibile se si pensa che solo una piccola parte degli autoctoni possedeva gli strumenti culturali per prendere consapevolmente parte alla querelle politica.

Anche parecchi leader carismatici che guidarono i primi passi della rivolta congolese non avevano ricevuto un’educazione adeguata. Spicca tra tutti il caso emblematico di Patrice Lumumba. Quest’ultimo era nato nel 1925, per cui negli anni Cinquanta, ossia quando cominciò ad infuocarsi l’agone politico, aveva giusto una trentina d’anni, un’età in cui il talento e l’ambizione possono combinarsi in una miscela esplosiva. Alto e slanciato, dotato di uno sguardo intenso, Lumumba, come molti suoi connazionali, aveva frequentato solo le scuole elementari. La conoscenza delle problematiche del Congo Lumumba se l’era guadagnata grazie alla sua intelligenza e a un’energia fuori dall’ordinario. Doti che l’avevano impegnato in molte attività, portandolo in pochi anni a visitare buona parte del suo paese natale. Poco più che ventenne, come impiegato delle poste a Stanleyville, si era impegnato nel giornale dei lavoratori delle poste, collaborando contemporaneamente con diversi quotidiani. La politica sembrava essergli congeniale, per cui se ne occupò intensamente. Una falsa accusa di concussione lo portò in carcere, dove trascorse un anno scrivendo un libro, poi divenuto celebre, dal titolo emblematico Libertà per il Congo, in cui sosteneva apertamente:

Il desiderio fondamentale dell’élite congolese è di essere “belga” e di avere la stessa libertà e gli stessi diritti dei belgi.

Sono parole che rivelano una inequivocabile apertura al dialogo e che tradiscono un certo imbarazzo nel  voler affermare subito, senza mezze misure, la vera propensione del popolo conglese, ovvero quella di dichiararsi africano prima ancora che “belga”.

La negritudine del senegalese Leopold Senghor compiva allora i primi timidi passi, mentre la segregazione razziale, forte di un secolo di esercizio coloniale, agiva impunemente sia in campo sociale sia in campo economico. Nel 1955 più di un milione di congolesi riceveva un salario, ma la loro remunerazione complessiva superava di pochissimo quella dei 20.000 belgi insediatisi nel paese. Il salario di un lavoratore indigeno era quaranta volte inferiore di quello ricevuto da un bianco. La tanto decantata percentuale di alfabetizzati, rivelava drasticamente la sua scarsa portata se si pensa che, nel 1959, solo 136 ragazzi giunsero a conseguire un diploma superiore. Non sorprenderà quindi scoprire che su 4.875 incarichi amministrativi, solo tre fossero ricoperti da personale indigeno. Le libere professioni erano interamente svolte dai bianchi. Non esisteva un medico, un avvocato, un insegnante di scuola media o superiore, un ufficiale dell’esercito che avesse origini africane. Unica voce fuori dal coro era quella della Chiesa cattolica che aveva dimostrato una diversa sensibilità nei confronti della popolazione, ordinando il primo sacerdote congolese nel 1917, mentre nel 1956 venne nominato il primo vescovo autoctono. Tuttavia anche se nel 1959 operavano sul territorio del Congo ben 600 sacerdoti congolesi, non si dimentichi che la Chiesa era perfettamente in sintonia con i governanti laici, operando attivamente nel controllo e nella gestione del territorio. Il sistema coloniale belga aveva prodotto persone che venivano definite évolues ossia evoluti dallo “stato selvaggio” alla civiltà grazie all’intervento degli europei. Il termine ricorda quello in uso nelle colonie francesi, dove tali persone erano definite assimilés, ossia “assimilati” nella cultura e nel sistema francese; rimanda altresì agli assimilados dei territori portoghesi che si differenziavano dai civilizados, i quali si distinguevano ulteriormente in quanto in grado di parlare la lingua dei dominatori .

Gli évolues congolesi, e Lumumba era uno di questi, cominciarono a pretendere una forma concreta di integrazione. Come risposta videro irrigidirsi le posizioni dei belgi, ostinatamente refrattari a qualsiasi proposta di uguaglianza. Il compromesso venne raggiunto quando il governo propose un nuovo riconoscimento di status sociale noto come: immatriculation. Le caratteristiche necessarie per accedere a questa nuova categoria sociale erano riassunte, in realtà molto vagamente, nella necessità di essere “compenetrato dalla civiltà europea e di adeguarvisi”. Che cosa significavano queste parole? Lumumba registrò puntualmente l’impossibilità di venire a patti con i belgi, in quanto, questi ultimi, pur mostrando in teoria aperture verso l’integrazione, nei fatti si mostravano estremamente rigidi quando si trattava di riconoscere tale status. Lumumba, a tal proposito, ebbe a dire:

Ogni stanza della casa, dal soggiorno alla camera da letto e dalla cucina fino al bagno, viene perlustrata da cima a fondo, allo scopo di trovare qualcosa di incompatibile con i requisiti della vita civile.

Perciò l‘immatriculation ebbe un esito estremamente negativo, anzi paradossalmente acuì lo iato tra colonizzatori e colonizzati. Infatti in cinque anni solo a duecento congolesi fu possibile ottenerla, salvo poi scoprire che quella posizione sociale dava la possibilità di essere giudicati dai tribunali dei bianchi, ma era ben lungi da garantire pari trattamento economico o sociale. In tutta franchezza,

gli immatriculés sono profondamente delusi” – scriveva Lumumba (che fu uno di essi) – “malgrado il suo stato giuridico, il suo livello di vita, la sua posizione sociale e i suoi bisogni inerenti alla vita di ogni uomo civilizzato, l’immatriculé è, con rare eccezioni, economicamente e socialmente allo stesso livello di ogni altro congolese.

Inoltre, l’immatriculé doveva comportarsi come un belga, esprimendo disprezzo nei confronti del resto delle masse popolari considerate ignoranti e arretrate. Quest’ultima richiesta fu la scintilla che innescò la miccia della ribellione. Gli évolues cominciarono ad assumere una consapevolezza sino a quel momento solo vagheggiata: invece di lottare senza alcun vantaggio tangibile per entrare nel sistema partendo dal basso, decisero di imporsi dall’alto, forti proprio dell’appoggio di quelle masse “ignoranti e arretrate”.

Il 28 dicembre 1958 Patrice Lumumba, parlò a un’assemblea del Moviment National Congolais (MNC), di cui era uno dei fondatori, esprimendosi con queste parole:

Il movimento ha come scopo fondamentale la liberazione del popolo congolese dal regime coloniale e l’accesso all’indipendenza . Vogliamo dire addio al vecchio regime, a questo regime di soggezione che priva i nostri connazionali i diritti riconosciuti a tutti gli esseri umani e ai liberi cittadini. L’Africa è impegnata in una lotta senza quartiere per la propria liberazione. I nostri compatrioti devono unirsi a noi per servire più efficacemente la causa nazionale e affermare la volontà di un popolo determinato a liberarsi dalle catene del paternalismo e del colonialismo.

Richiama l’attenzione del lettore l’appello rivolto all’unità del popolo congolese di fronte alla questione dell’indipendenza nazionale. Come spesso è accaduto per molti dirigenti dei movimenti di indipendenza africani, il primo passo che Lumumba compì fu verso il superamento delle divisioni tribali. In questa difficile operazione la scelta del nazionalismo come terreno della lotta per l’indipendenza apparve immediatamente come via irrinunciabile. D’altra parte i belgi, come molti altri colonizzatori, costruirono il proprio sistema di dominio, facendo leva proprio sulle rivalità tra gruppi tribali e religiosi. Una politica che continueranno a perseguire anche dopo la raggiunta indipendenza del Congo, appoggiando, ad esempio, il movimento secessionista del Katanga guidato da Ciombè. Creare l’unità tra i congolesi avrebbe significato, in primo luogo, togliere ai bianchi il terreno su cui poggiava il loro dominio.

Gli stessi belgi cominciavano a temere la crescente ondata nazionalista, per cui si affrettarono a dare vita a un progetto per il futuro rilancio del Congo. Ovviamente il gruppo di osservazione e studio incaricato di formulare la proposta nel 1958, era composto unicamente da belgi. Per cui destò subito i sospetti da parte dei congolesi. La diffidenza non diminuì neanche quando venne formulata la proposta di indire al più presto le elezioni di un governo locale a cui avrebbe fatto seguito poco tempo dopo, la nascita di assemblee provinciali e nazionali. Bruxelles fissò come data iniziale per l’attuazione di queste riforme il 13 gennaio 1959, ma l’evento venne funestato da violenti disordini che scoppiarono a Leopoldville nove giorni prima.

Alla fine degli incidenti, duramente repressi dalla polizia, si contarono più di duecento morti e più un numero imprecisato di feriti tra gli africani. Da molte parti si alzarono vive proteste nei confronti di Lumumba, colpevole di aver infuocato gli animi dei rivoltosi con un discorso pronunciato alla radio pochi giorni prima. Si può certamente accettare solo in parte questa accusa, in quanto le stesse autorità belghe parlarono di malcontento e frustrazione diffusa all’origine di disordini. Il piano deciso dai belgi comunque continuò senza interruzioni, al punto che lo stesso re Baldovino decise di intervenire nella questione promettendo, al più presto, la piena indipendenza per il paese africano. Di conseguenza l’attivismo dei leader politici divenne frenetico. Non si dimentichi che i congolesi non avevano alcuna pratica dell’esercizio politico, mentre le elezioni comportavano una grossa dose di esperienza e di capacità.

Le elezioni politiche che avrebbero dovuto consegnare al paese un nuovo governo vennero fissate per il 1960. A novembre del 1959 si contavano già 53 partiti politici, mentre, pochi mesi dopo, il numero era salito a 120. Unica voce del coro a propugnare il nazionalismo risultava l’MNC di Lumumba. Al contrario, la quasi totalità degli altri partiti nascevano principalmente da interessi di natura tribale. Joseph Kasavubu, ad esempio, sognava di riunire la popolazione Bakongo, che si trovava divisa fra Kongo francese, Congo belga e Angola, e di ricostruire il leggendario impero del Congo, arricchitosi con la tratta degli schiavi nel XVI e XVII secolo. Sotto la guida di Kasavubu, l’ABAKO (Alliance des bakongos) divenne un’organizzazione politica militante che rivendicava la secessione bakongo, più che mirare all’indipendenza nazionale.

Nel Katanga, una provincia sud orientale del paese, Moïse Ciòmbe diede vita all’ennesimo partito a base tribale con dichiarate ambizioni secessioniste. La Confederation des associations tribales du Katanga, famosa come KONAKT, venne ampiamente sovvenzionata dagli introiti delle compagnie minerarie, che proprio in quella regione avevano interessi elevatissimi. Ciòmbe poté quindi contare su un grosso aiuto economico e in cambio, a differenza di Lumumba, riteneva necessario rinforzare i rapporti con il Belgio. Per cui, pur dichiaratamente di natura tribale, il partito di Ciòmbe era indissolubilmente legato agli interessi economici delle compagnie minerarie belghe. Sul finire del 1959 scoppiarono rivolte un po’ ovunque; ad esempio, nella regione del Kasai, dove cominciò a imperversare la guerra tra le tribù dei Baluba e dei Lulua.

Le elezioni, fissate per dicembre, sembravano essere messe in dubbio, mentre l’opinione pubblica belga era a dir poco terrorizzata all’idea che l’esercito nazionale dovesse intervenire nello stato africano. Nel 1960, il governo belga decise di organizzare un incontro tra i rappresentanti dei tredici gruppi politici più rappresentativi del Congo. Novantasei rappresentanti, tra cui Lumumba, Ciòmbe e Kasavubu, si incontrarono a Bruxelles per parlare del futuro del Congo cercando di trovare un accordo che rendesse possibile la governabilità. Venne stabilita la data per la proclamazione dell’indipendenza (30 giugno 1960), mentre le elezioni per la proclamazione dell’assemblea nazionale (parlamento) vennero indette entro maggio. L’MNC di Lumumba ottenne 33 seggi su 137 e risultò il partito di maggioranza relativa; conseguentemente il primo governo del Congo indipendente nacque da un compromesso tra dodici diversi partiti che mostravano enormi discordanze. Presidente della repubblica venne eletto Kasavubu, mentre Lumumba divenne il Primo Ministro. A uno scontento Ciòmbe venne concessa la nomina a presidente dl governo provinciale del Katanga.

Nel presentare il governo al parlamento, Lumumba esordì con parole di decoro, estremamente pacifiche. Aveva ammesso il merito belga di “un’opera immensa, non esente da critiche” ma da prendere “come una solida base per la costruzione del nostro paese». Aveva assicurato che “le missioni potranno continuare il loro apostolato”. A questo discorso fecero eco le parole di re Baldovino, che nel solito modo paternalistico, annoverò i meriti del Belgio nel raggiungimento dell’indipendenza; il discorso di Baldovino aveva il demerito di non fare alcun accenno agli sforzi del popolo congolese per il raggiungimento dell’indipendenza, ribadendo che quest’ultima era stata concessa grazie alla lungimiranza del Belgio. Dopo pochi minuti, Lumumba mostrò che i toni della replica sarebbero cambiati affermando:

Nessun congolese degno di questo nome potrà dimenticare che l’indipendenza è stata conquistata giorno per giorno. Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le sferzate, e dovevamo soffrire da mattina a sera perché eravamo negri. Chi dimenticherà le celle dove furono gettati quanti non volevano sottomettersi a un regime di ingiustizia, di sfruttamento e di oppressione?

L’indipendenza nasceva tra gli applausi entusiasti dei congolesi che ritrovavano, grazie alle parole di Lumumba, la loro dignità di uomini e la freddezza delle autorità belghe che speravano di perpetuare la loro presenza nel paese indipendentemente dal nuovo status politico raggiunto.

Il 4 luglio 1960, quattro giorni dopo l’indipendenza, cominciarono i guai. I primi problemi provenivano dall’esercito che voleva di fatto rendersi autonomo dalla presenza coloniale. Si pensi che tutti gli ufficiali erano bianchi, mentre ai congolesi spettavano solo i gradi inferiori. Lumumba si occupò di riformare l’esercito e chiamò come comandante in capo Victor Lundula, un ex sergente (si noti il parallelismo con un altro sergente di nome Amin Dada che raggiunse lo stesso grado nella vicina Uganda e che di lì a poco sarebbe diventato il leader politico dell’intera nazione). Come eminente membro dello Stato Maggiore dell’esercito venne nominato il segretario personale di Lumumba, Joseph Mobutu. Il provvedimento di rimozione degli ufficiali bianchi lasciò l’esercito senza guida ed ebbe come immediata conseguenza l’esplosione di numerosi episodi di violenza in tutto il paese nei confronti dei bianchi. Le violenze peggiori vennero perpetrate a danno dei religiosi e delle missioni con il risultato di generare un grande esodo di coloni bianchi, che tentavano in tutti i modi di lasciare il paese. A questo punto il Belgio non poteva restare a guardare, anche perché la maggior parte della popolazione bianca era di nazionalità belga e, soprattutto, perché in Congo vi erano infiniti interessi economici che non potevano essere trascurati. Bruxelles inviò in Congo 10.000 soldati, visti da Lumumba come un chiaro tentativo di riproporre la presenza coloniale” in barba” alla recente indipendenza del Congo.

Chi approfittò dell’occasione fu Moïse Ciòmbe che l’11 luglio 1960 proclamò l’indipendenza della regione del Katanga. Tra ottobre e dicembre confluirono nel Katanga ufficiali francesi, provenienti dall’Algeria, in qualità di mercenari, mentre il contingente belga aiutava Ciòmbe, disarmando l’esercito fedele a Lumumba. Le intenzioni dei belgi erano chiarissime: la secessione del Katanga dal sottosuolo scandalosamente ricco di minerali preziosi era una chiara minaccia all’unità della neonata nazione per cui il Primo Ministro interruppe i rapporti con Bruxelles.

La separazione fu sostenuta dall’Union Miniere che nella regione aveva forti interessi legati a fabbriche e miniere. Così Ciombe si preoccupò, prima di tutto, di chiedere al Belgio “di conservare il suo aiuto tecnico, finanziario e militare”. La mossa di Lumumba fu plateale e attirò l’attenzione degli Usa che fino a quel momento avevano solo osservato i fatti. Lumumba, denunciando alle Nazioni Unite l’aggressione belga, chiese l’intervento dei caschi blu e minacciò di chiedere l’aiuto dell’Unione Sovietica se il Belgio non avesse ritirato al più presto le truppe dal suolo congolese. La minaccia divenne presto realtà. Infatti il segretario dell’ONU, Dag Hammarskjöld, poco tempo dopo, venne accusato da Lumumba di essere un fantoccio nelle mani dei belgi; l’accusa investì l’intero operato delle Nazioni Unite che vennero accusate di non fare abbastanza per il problema congolese. I sovietici, guidati da Nikita Krusciov, si unirono a Lumumba per sostenere le accuse. In definitiva il problema congolese rischiava di divenire un conflitto ascrivibile alla “guerra fredda”.

Si aggiunga cha a partire dai primi giorni di agosto, i sovietici cominciarono a inviare camion, aerei, armi e consiglieri militari. Le minacce divennero realtà il 15 agosto 1960, quando Lumumba chiese ufficialmente l’aiuto delle forze del Patto di Varsavia, motivo per cui gli stessi statunitensi decisero di prendere provvedimenti. Nel bel libro di John Reader, Africa. Biografia di un continente, è riportato il cablogramma dell’ambasciatore americano a Bruxelles che affermava:

Lumumba ha adottato una posizione di opposizione all’occidente, di resistenza alle Nazioni Unite e di crescente dipendenza dall’Unione Sovietica e da sostenitori congolesi che perseguono fini sovietici . Sarebbe prudente, quindi, considerare che il governo di Lumumba minaccia i nostri vitali interessi in Congo e nell’Africa in generale. Il principale obiettivo dell’azione politica e diplomatica deve perciò essere quello di distruggere il governo di Lumumba così come ora è costituito, ma nello stesso tempo trovare o creare un altro cavallo di battaglia che possa essere accettabile per il resto dell’Africa e difendibile dall’attacco politico sovietico.

L’obiettivo principale da perseguire nell’interesse del Congo, del Katanga e del Belgio era evidentemente l’eliminazione definitiva di Lumumba,

scrisse in seguito in un telegramma il ministro degli affari africani, Harold d’Aspremont Lynden. A Washington il problema congolese venne discusso durante una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, nel corso della quale il segretario di stato Douglas Dillon e il direttore della Cia Allen Dulles accusarono Lumumba di essere un prezzolato di Mosca. Il presidente degli Stati uniti Dwight Eisenhower replicò alle parole dei collaboratori dichiarando:

Stiamo parlando di un solo uomo che ci sta buttando fuori dal Congo: Lumumba, con l’aiuto dei sovietici.

Ormai Patrice Lumumba era diventato un nemico degli Usa, un uomo a cui non bisognava concedere altro spazio. “Lumumba era un pericolo per il Congo e per il resto del mondo, perché avrebbe permesso ai comunisti di stabilirsi nella regione”, ha spiegato Lawrence Devlin, l’uomo della Cia a Léopoldville. L’ordine proveniva da Washington. Delvin, inviato immediatamente a Leopoldville, ricevette ordini per sostenere i tentativi per estromettere Lumumba. La storia a questo punto si colora di tinte alla Ian Fleming: si pensò inizialmente di assassinare il leader congolese mettendo del veleno nel suo spazzolino da denti, idea bizzarra presto sostituita dal classico killer dotato di fucile di precisione e silenziatore. Tuttavia, mentre la CIA si concentrava sul metodo più opportuno, i fatti precipitarono e il 5 settembre il presidente Kasavubu, con il plauso di americani e belgi, annunciava alla radio di aver deposto Lumumba dalla sua carica. Quando Lumumba seppe della dichiarazione si precipitò alla stessa stazione radio e dichiarò di aver deposto, a sua volta, Kasavubu. La situazione precipitò nel caos; alcune regioni si dichiararono fedeli a Lumumba ,mentre altre a Kasavubu e a Ileo (un altro candidato). Cominciò un ondata di arresti e violenze, interrotte solo dal colpo di mano di Mobutu, che, forte della sua potenza militare, depose sia Lumumba che Kasavubu, dichiarandosi nuovo presidente del Congo e facendo appello agli studenti affinché lo aiutassero a riappacificare il paese. Poi, con eterna gratitudine degli agenti della CIA, impose alla delegazione sovietica e cecoslovacca, di abbandonare il paese entro quarantott’ore. A poco servirono le accuse di parzialità di Krusciov nei confronti dell’ONU, in quanto le posizioni di Hammarskjöld coincidevano con quelle dei paesi occidentali. Era di fatto la realtà e lo stesso segretario generale dell’Onu difficilmente avrebbe potuto difendersi da queste accuse senza cadere in evidente contraddizione.

A Leopoldiville la situazione, nel frattempo, si stava normalizzando. Mobutu insediò nuovamente Kasavubu al suo posto di presidente ed offrì a Lumumba di prendere parte al nuovo governo in qualità di ministro. Intanto le forze militari a lui fedeli, poggiando sull’aiuto dei caschi blu, che nel frattempo avevano raggiunto la non trascurabile cifra di 19.000 uomini provenienti da 26 paesi diversi, avevano partita vinta con la resistenza filo –  Lumumba. Quest’ultimo ormai prigioniero nella sua residenza, protetto paradossalmente dai contingenti ONU, e assediato dalle forze di Mobutu, tentò una sortita per raggiungere i suoi sostenitori che si erano riuniti a Stanleyville. La mossa fu del tutto errata. Catturato dai soldati di Mobutu, dopo aver rifiutato l’ennesima richiesta di Kasavubu di prendere parte al nuovo governo, venne consegnato nelle mani del suo peggior nemico: Ciòmbe. Il 17 gennaio 1961 Lumumba e due suoi compagni, Mpolo e Okito, vennero messi su un aereo per Elisabethville, la capitale del Katanga, ora chiamata Lubumbashi.

Un funzionario svedese dell’ONU presenziò al loro arrivo:

Il primo a scendere dall’aereo fu un africano elegantemente vestito. Era seguito da altri tre africani, bendati, con le mani legate dietro la schiena. Il primo dei prigionieri (Lumumba) aveva una corta barba. Mentre scendevano la scaletta alcuni dei gendarmes corsero loro incontro, li spinsero, li presero a pedate e li colpirono con il calcio dei fucili; uno di essi cadde a terra. Dopo circa un minuto i tre prigionieri furono caricati su una jeep che si allontanò.

Verso le 10 di sera di quello stesso giorno, un plotone al comando di un ufficiale belga fece fuoco su di lui e sui due compagni. Ciòmbe presenziò all’esecuzione.. Il corpo senza vita di Patrice Lumumba “crivellato dalle pallottole, è fatto a pezzi con un’ascia e dissolto nell’acido solforico” (Tonino Bucci, Liberazione, 17 gennaio 2002). Dopo la sua morte, il confronto politico continuò senza esclusione di colpi. Nel 1963 le forze Onu si ritirarono, ossia solo quando Ciòmbe dichiarò di rinunciare alla secessione del Katanga, senza tuttavia rinunciare alla lotta per il potere, che si concluse solo nell’ottobre del 1965, grazie a un nuovo colpo di stato di Mobutu che rimase, di fatto, l’unico padrone del paese. Fredda Nigrizia, rivista dei missionari comboniani, lo ritraeva come “estremista e neutralista, per non dire filomarxista”. Da parte loro, gli intellettuali comunisti non si affrettarono di certo a reclutare Lumumba tra le loro file. “Il comunismo era lontano dalla sua cultura e dalle sue idee. Il suo nazionalismo era tipicamente africano”, scriveva all’epoca il condirettore dell’Unità. Numerosi testimoni e analisti internazionali convenivano con questo giudizio.

Patrice Lumumba era un leader africano che lottava per la propria libertà. Era un uomo di trentacinque anni non disposto al compromesso. Il miglior monumento alle idee di quest’uomo forse sono le parole dell’ultima lettera scritta alla moglie Pauline, quando era già braccato dalle forze dello stesso Mobutu che così recita:

Mia cara compagna, ti scrivo queste parole senza sapere quando ti arriveranno, e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta, ma il Congo, il nostro povero popolo. Non siamo soli. L’Africa, l’Asia e i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco dei milioni di congolesi che non cesseranno la lotta se non il giorno in cui non ci saranno più colonizzatori né mercenari nel nostro paese». «Ai miei figli – l’autore della lettera ne aveva tre – che lascio per non vederli forse mai più, voglio si dica che l’avvenire del Congo è bello. Le brutalità, le sevizie, le torture non mi hanno mai indotto a chiedere la grazia, perché preferisco morire a testa alta, con la fede incrollabile e la fiducia profonda nel destino del nostro paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei princìpi che mi sono sacri. Non piangermi, compagna mia. Io so che il mio paese, che tanto soffre, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà.

 

Le lacrime degli avi, di Patrice Lumumba

L’Africa sarà libera

Piangi, amato mio fratello negro!
Le tue ceneri furono sparse per la terra dal simun
dall’uragano ..
tu, che non hai mai innalzato piramidi.

Per tutti i tuoi potenti boia,
tu, catturato nelle razzie, tu, battuto
in ogni battaglia in cui trionfa la forza,
tu, che hai imparato in una scuola secolare
un solo slogan: schiavitù o morte,
tu, che ti sei nascosto nelle jungle disperate,
che hai affrontato tacendo migliaia di morti

Si asciughino ai raggi del sole
le lacrime che il tuo avo versò,
tormentato in queste lande luttuose!

Il nostro popolo, libero e felice,
vivrà e trionferà nel nostro Congo.
Qui, nel cuore della grande Africa!

Conrad, Cuore di tenebra, Milano, Mondadori, 1996.

.. mi pareva d’esser stato trasportato d’un tratto in un’oscura regione di orrori sottili, dove la barbarie pura e semplice era un vero sollievo, trattandosi di qualcosa che aveva diritto di esistere – ovviamente – alla luce del sole. p. 187.


2 Comments to “Patrice Lumumba”

  1. Grazie per questo racconto che mi ha fatto impressione: non sono mai stata in Africa e non ho mai fatto esperienza diretta del razzismo, e di quel clima postcoloniale ho letto soltanto. Forse non riusciamo neanche a immaginare, brividi.

  2. Un documento toccante: con quel discorso firmava la sua condanna a morte, qualcosa di analogo a quello che sarebbe accaduto, anni dopo, a Thomas Sankara, un’altra icona dell’anticolonialismo.

    Sono arrivato in Congo, all’epoca Zaire, nel 1969, 8 anni dopo il suo assassinio. Mobutu era al potere da quattro anni. Tutte le attività economiche – piantagioni, grandi opere, sfruttamento minerario, commercio – erano rimaste in mano ai bianchi. I soci proprietari della ditta che mi aveva assunto erano due italiani, una belga e un greco. All’ufficio postale di Kinshasa, nel reparto dei “telefax” (all’epoca il più rapido mezzo di comunicazione) trovavo belgi, giapponesi, libanesi, greci, portoghesi… tutti indaffarati spedire offerte, leggere listini, ordinare merci. I soli congolesi presenti erano gli impiegati dietro gli sportelli.
    La ricca borghesia congolese, un manipolo di privilegiati, occupava le alte cariche dell’esercito e dell’amministrazione, e nei confronti della plebaglia urbana era altrettanto sprezzante che il ceto bianco.
    Di Lumumba non parlava più nessuno. Mobuto godeva di carisma e popolarità; i bianchi lo apprezzavano tantissimo. (Una dama belga una volta mi disse, con un senso di orgoglio che non riuscii a capire: ” Vous savez, c’est le seul noir qui à les yeux bleus, plus bleus que les vôtres!”).
    Quando me ne sono venuto via, due anni dopo, le cose erano ancora tali e quali.

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