Salvatore Natoli, Lavoro e operosità. Scuola e senso del dovere

by gabriella

Ieri sera (3 settembre 2011) Salvatore Natoli ha tenuto una lezione magistrale all’Oicos festival di Assisi e Bastia (PG) sul tema dell’agire (il titolo del suo discorso era Il buon uso del mondo. Agire nell’età del rischio).

La sua riflessione si è incentrata sul ruolo dell’azione e del lavoro nella costruzione di soggettività, a partire dall’equivoco di fondo in cui si muove la nostra società nella quale alla perdita di senso del lavoro (non lavoro per me e per un’utilità che mi è subito evidente, ma per “altro”, un altro eternamente mediato dal denato e dalla divisione sociale dei compiti) si lega, per reazione, l‘incremento dell’operosità (quella “motilità” che secondo Natoli scambiamo per attività) e del sanzionamento dell’inefficienza.

Il problema, come Natoli sottolinea efficacemente, è che non si dà “lavoro” (in senso hegeliano, stavolta, intendendo quell’attività in cui il soggetto si esprime e “riconosce” se stesso) senza soggettività (la quale, a sua volta, è il fine e il risultato e non solo la premessa dell’azione). Il che significa che non si dà impegno, efficacia, utilità sociale se non si esce dalla dimensione del lavoro e non si (ri)entra (si, perchè il “lavoro” come lo conosciamo nasce con la modernità o con il capitalismo, non con l’Uomo) in quella dell’attività che nasce dall’otium (e all’otium ritorna, concluso il neg-otium), cioè dalla costruzione consapevole di sé e della relazione con gli altri. In questo senso, non c’è “lavoro” più effficace di quello che nostra madre fa per noi (proprio perchè difficilmente lo pensa come un lavoro) e, analogamente, di quello realizzato da un bravo medico o da un bravo insegnante che raramente, quando sono in gamba, pensano se stessi come “professionisti”, cioè semplici possessori di una techné.

E’ ovvio, in base a queste premesse, che nessuna sanzione, nessuna minaccia di licenziamento o di differenziazione salariale ha il potere di rendere migliore un servizio (da quello dell’insegnante o del medico a quello della cassiera o dell’impiegato di banca) la cui qualità dipende precisamente dall’attitudine di chi lo pone in essere a “non svolgerlo come un banale lavoro”, cioè come lavoro marxianamente alienato, ma a “liberarsi” facendolo, minimizzando (dove e quando è possibile) gli aspetti strumentali e meccanici di cui la società del profitto l’ha rivestito.

Analogamente, questo può essere detto per il lavoro scolastico, cioè per la relazione che lega il “profitto” dei nostri studenti con il voto o altre forme di sanzionamento dello “studio”. Uno dei momenti più interessanti della serata è infatti arrivato con il dibattito, quando dal pubblico si è levato un signore che, premettendo di “lavorare a scuola”, ha interrogato Natoli sulla perdita di senso di parole come “colpa” e “senso del dovere”, spazzate via dal ’68 e giustamente rivelate nella loro natura (oppressiva) dalla psicanalisi, ma di cui, sosteneva il nostro, si sente un po’ troppo la mancanza. Natoli gli ha fatto notare con grande garbo che non ci si può appellare al senso del dovere (o peggio, al senso di colpa) quando si ha a che fare con individui la cui soggettività è, per definizione, in cantiere, e costituisce il “compito” del nostro insegnamento. Qui, ancora una volta, è il punto (hic Rodhus, hic salta): lamentarsi della mancanza di educazione e di senso del dovere degli studenti è la scelta di ripiego di chi vorrebbe saltare la fatica (e la bellezza) della costruzione di soggetti affidandosi alla pedagogia minimale della severità, della sanzione, della bocciatura.

Il cuore della nostra “attività” è assistere la costruzione di sé dei nostri studenti attraverso il sapere e la relazione. Davvero l’insegnamento diventa un “lavoro” nel senso deteriore che assume in Natoli, quando pensiamo di affidarci ai grembiulini e al cinque in condotta.

Qui il libro di Salvatore Natoli, L’attimo fuggente e la stabilità del bene (Roma, Edup, 2007) in cui l’autore discute l’idea della felicità come attimo fuggente, contrapponendole quella di fecondità ed espansione di sé. Contiene la Lettera a Meneceo di Epicuro, in versione integrale.

Sul concetto di lavoro di Piergiorgio Sensi.

Sensi, La rivalutazione moderna del lavoro

Illuminati, Il concetto di lavoro in Marx

Per comprendere la formazione e le problematiche del lavoro nella società industriale, si veda André Gorz, Metamorfosi del lavoro, Torino, Bollati, 1992.


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