Il marxismo erratico del ministro

by gabriella

yanis varoufakisIl ritratto del Sole24Ore del Ministro delle Finanze del governo greco all’indomani dell’incarico di governo e le Confessions of an Erratic Marxist tenute dall’economista al 6° Subversive Festival il 14 maggio 2013 (traduzione di Giancarlo Iacchini) nelle quali spiega il senso della sua Modest proposal.

 

Il y aura ce jour […]. Rien ne peut entamer la terrifiante lumiére glacée de cette certitude.

Jacques Derrida

Il ritratto del Il Sole24Ore

Yaris Yarufakis

Yanis Varoufakis

Si definisce un «economista accidentale», approdato all’insegnamento dell’economia dopo aver studiato matematica e statistica, ed è l’espressione della linea dura di Syriza contro l’austerity imposta ad Atene dai creditori internazionali. Probabilmente già oggi Yanis Varoufakis – 53 anni, uno degli accademici che Alexis Tsipras ha chiamato dalle loro sedi universitarie all’estero per andare a costituire il nucleo della futura squadra di governo – giurerà da ministro delle Finanze, come ha confermato lui stesso in un’intervista radiofonica a un’emittente irlandese.

Sarà dunque Varoufakis, doppia nazionalità greca e australiana, l’interlocutore con cui leader e istituzioni europee andranno a trattare la rinegoziazione del debito. E la trattativa non si annuncia facile. Basta scorrere interviste e prese di posizione pregresse del professore, ex consigliere di George Papandreou, oggi docente di Economia alla texana Lyndon Johnson University di Austin e autore di volumi sulla crisi finanziaria e sulla teoria dei giochi oltre che di una “Modest Proposal” per l’uscita dalla crisi dell’eurozona, scritta con gli economisti Stuart Holland e James K. Galbraith.

«Distruggeremo le basi su cui hanno costruito, decennio dopo decennio, un sistema che succhia l’energia e il potere economico da ogni altro membro della società»,

dichiarò non molto tempo fa alla televisione britannica. Quanto alle politiche di austerity collegate ai salvataggi dei Paesi in crisi dell’Eurozona, Varoufakis le ha definite «waterboarding fiscale» che rischia di trasformare l’Europa in «un riformatorio vittoriano», mentre in campagna elettorale ha promesso di annientare le oligarchie greche. Sono come un «teologo ateo nascosto in un monastero medievale» ha detto a proposito delle sue posizioni contro la teoria economica convenzionale che prevede, in risposta alla crisi, rigore di bilancio e riforme strutturali liberiste.

Tuttavia il prossimo ministro delle Finanze, vera e propria eminenza grigia di alcune delle più note posizioni di Syriza, pur ritenendo un errore l’ingresso di Atene nell’Eurozona, non parla oggi di uscire dall’unione monetaria, ma sostiene che l’Europa deve cambiare radicalmente il suo approccio alla crisi. E, nell’intervista concessa oggi, inizia a rassicurare i partner:

«Come ministro delle Finanze, posso assicurarvi che non andrò all’Eurogruppo cercando una soluzione che sia buona solo per il contribuente greco e cattiva per l’irlandese, lo slovacco, il tedesco, il francese e l’italiano».

 

Le confessioni di un marxista erratico, una strategia di breve periodo

yanis2Quando cominciai a insegnare economia, le autorità accademiche volevano che Marx non trovasse posto nelle mie lezioni, e all’Università di Sidney fui addirittura licenziato in quanto “militante dell’estrema sinistra”. Ed anche se in realtà non c’è molto marxismo nei miei libri attuali, continuo ad avere la fama di pericoloso marxista (sia pure “irregolare”): non contesto la definizione, perché continuo io stesso a sentirmi un marxista, benché critico.

Marx cominciai a leggerlo all’età di 12 anni. Fin da giovanissimo ero attratto dall’idea del progresso umano, del trionfo della ragione sulla natura, con tutti i vantaggi e gli svantaggi: questa concezione del mondo mi ha fortemente avvicinato a Marx, che ha fatto di ciò una narrazione drammatica ed insuperabile. La sua straordinaria dialettica, per cui ogni concetto è gravido del suo opposto (come le immense ricchezze e le spaventose povertà che il capitalismo produce, o la contraddizione tra proprietari che non lavorano e lavoratori senza proprietà), mi ha sempre affascinato, insieme all’occhio d’aquila con cui Marx vede le condizioni del cambiamento all’interno di strutture economico-sociali apparentemente immutabili. E credo che la validità del materialismo storico trovi continue conferme nella storia, nei modi più diversi. Forse che l’attuale montagna dei debiti sovrani non si spiega con la crisi di realizzazione descritta nel Capitale?

Ho sempre considerato quello di Marx, e lo considero tuttora, come il più grande contributo alla scienza economica, a partire dall’analisi della mercificazione del lavoro umano, che è l’affresco di un mondo disumanizzato, senza più pensiero critico né “sovversione”, quasi come in quel film di fantascienza che parlava dell’invasione della Terra da parte di replicanti senza sentimenti né creatività né libera volontà, automi che si limitano a lavorare, produrre e consumare, in una società che non sarebbe null’altro che il freddo meccanismo di un orologio o di un computer. Film come quello, o anche come Matrix, non sono fantascienza ma la fedele rappresentazione della società in cui viviamo, all’epoca del capitalismo avanzato, in cui i lavoratori sono ridotti a mera energia al servizio del sistema e della sua accumulazione. E per contrasto l’idea che il lavoro umano non debba essere mercificato perché radicalmente diverso da ogni altro fattore produttivo (in quanto soggetto e non oggetto della produzione), e che dunque l’umanità debba riprendere il controllo dei rapporti sociali da essa stessa creati liberandoli dalla alienazione, rappresenta ai miei occhi il più grande contributo di Marx al pensiero economico moderno.

A sentire gli economisti borghesi, viviamo in una società dove la ricchezza è prodotta individualmente e poi parzialmente redistribuita dallo stato mediante la tassazione, ma Marx ci guida splendidamente alla comprensione che la verità è esattamente l’opposto: la ricchezza viene prodotta collettivamente e poi sono pochi privati ad appropriarsene. Viviamo in un mondo dove il deficit più grave è un deficit di democrazia, in cui la libertà vale solo per la sfera politica purché sia rigorosamente separata da quella economico-sociale, che è lasciata al dominio del grande capitale, secondo i parametri classici del liberalismo borghese, mentre il pensiero di Marx ci indica la prospettiva di una libertà sostanziale e concreta.

Penso tuttavia che Marx abbia commesso anche degli errori, relativamente alla teoria deterministica del “crollo” (figlia del positivismo ottocentesco), che sottovaluta la capacità di adattamento del sistema e cerca la verità “scientifica” del socialismo in formule e schemi economici, equazioni matematiche che invece non possono contenere alcuna verità assoluta (né per i marxisti, né per i borghesi). Nel terzo libro del Capitale, lo stesso Marx si rende conto di quanto fosse illusorio dare una presunta base scientifico-matematica alla lotta politica e sindacale dei lavoratori. Ad esempio lui era convinto che un aumento dei salari, facendo diminuire i profitti, accelerasse la crisi; che viceversa lo sviluppo esigesse bassi salari e che dunque il capitalismo fosse irriformabile dallo stato, esattamente come pensava tutta l’economia borghese fino a Keynes. Fu John Maynard Keynes a smentire i classici (sia Smith che Marx), mostrando come il crollo dei salari non incrementasse affatto né i profitti né l’occupazione, anzi si abbinasse ad entrambe le cose. Ora, lasciate perdere la “Teoria Generale”: è un libro pessimo che non vi consiglio nemmeno di leggere; la grandezza di Keynes sta in questa sola intuizione rivoluzionaria: che il capitalismo è un sistema ben poco “deterministico”, capace di collassare ma incapace di riprendersi con le sole forze del mercato. Per capire questo, Keynes si è dovuto staccare dai modelli matematici dell’economia borghese, e questo avrebbe dovuto fare anche Marx qualche decennio prima.

Io ho cominciato la mia carriera accademica studiando proprio quei modelli matematici. E pensavo che la critica più efficace che si potesse fare a quegli schemi fosse svilupparli fino in fondo per mostrarne tutte le incongruenze e contraddizioni interne. Del resto è quanto fece Marx con la teoria del valore di Smith e Ricardo. Ebbene, io ho provato a fare la stessa cosa: approfondendo quegli stessi schemi matematici meglio di quanto avessero fatto gli economisti borghesi e dimostrando loro che la bibbia neoliberista è fondata su un dogma infondato: quello dell’equilibrio “naturale” del sistema. Ma sbagliavo anch’io, perché ero convinto (secondo una mentalità anch’essa borghese), che una volta dimostrati matematicamente i loro errori, questi ultrascientifici economisti anglosassoni fossero ben disposti a correggerli, come deve fare ogni “scienziato”… Non è così. Anzi, per dirla chiaramente, non gliene importa un accidente della verità scientifica dei loro modelli; e questa scoperta fu per me assai sconcertante.

Tuttavia devo essere onesto, e aggiungere che anche molti economisti marxisti perseverano nei loro dogmi ed errori con la stessa ottusità e mancanza di curiosità intellettuale. Io stesso, quando vivevo in Inghilterra negli anni della Thatcher, ero portato a condividere il credo leninista secondo cui le cose devono andare peggio per poter andare meglio in futuro; cioè ritenevo che lo shock del neoliberismo thatcheriano avrebbe avvicinato l’ora X di un cambiamento radicale, perché per i lavoratori – pensavo – le cose non avrebbero potuto peggiorare ancora. E invece andavano sempre peggio, ogni giorno. Così invece di radicalizzare la sinistra, questo declino distrusse progressivamente ogni possibilità di cambiamento. E questa per me fu una lezione molto severa. Una lezione che mi sono trascinato dietro fino ad oggi, e che spiega le mie attuali prese di posizione di fronte alla crisi europea.

Guardate che questa crisi, scoppiata nel 2008, non è solo una minaccia per le classi lavoratrici, per gli individui più svantaggiati o per determinati gruppi sociali, ma costituisce un enorme pericolo per la civiltà stessa, facendo avanzare giorno dopo giorno la sofferenza dei popoli e delle persone. E allora arrivo al punto: alcuni militanti della sinistra radicale mi rimproverano su internet di suggerire i modi per salvarlo, il capitalismo, invece di distruggerlo come un marxista dovrebbe auspicare. Ammetto che quest’accusa mi fa male, ma vi devo confessare che è un rimprovero fondato. Sì, è vero: voglio salvare la società dagli effetti devastanti di questa crisi. La mia è una strategia, che si inquadra in progetto politico radicalmente umanista. Io credo che noi dobbiamo conservare nel cuore e nella mente una giusta indignazione per le ingiustizie del capitalismo, ma sono anche convinto che in questa fase storica la sinistra non sia ancora pronta a reggere sulle sue spalle gli effetti del crollo del sistema e costruire un’alternativa radicale ad esso, e che gli unici a trarre beneficio dalle macerie dell’economia sarebbero i razzisti e i neonazisti. Spero davvero di sbagliarmi, ma sono sicuro che non mi sbaglio. Perciò vorrei evitare di commettere di nuovo l’errore che feci da studente 30 anni fa, e invece di invocare l’abbattimento del capitalismo, oggi mi sento in dovere di indicargli la maniera per salvarsi da se stesso.

Venendo all’Europa, bisogna ammettere che questa Unione economica e monetaria, così come è stata costruita, era ed è del tutto incapace di fronteggiare una crisi planetaria come quella in atto, e che gli strumenti adottati dai vertici dell’Eurozona, dal 2008 ad oggi, passeranno alla storia come un esempio di idiozia senza precedenti. Viviamo in un regime guidato da banche in bancarotta; in un continente diviso da una moneta comune (bell’esempio di dialettica marxiana!). Questi idioti spremono i lavoratori e i loro redditi, attaccano i deboli e gli incapienti, devastano i diritti sociali per salvare (almeno questo è quello che scioccamente credono di fare) l’autocrazia bancaria e finanziaria, ma alla fine da questa folle spirale di crisi e risposte sbagliate non ci guadagnerà proprio nessuno, a parte i reazionari, razzisti e i neonazisti. Nell’Opera da Tre Soldi Bertold Brecht scrive:

«La forza bruta è passata di moda; perché mandare un killer se si può mandare un ufficiale giudiziario?». E oggi si potrebbe aggiungere: perché mandare i carriarmati della Wehrmacht se puoi mandare gli inviati della troika?

Per concludere, le mie “modeste” proposte di politica economica (che vi invito ad approfondire e discutere sul mio blog) sono finalizzate a salvare l’Europa da una depressione come quella degli anni Trenta, ma che stavolta potrebbe durare 50 anni. Proprio chi, come me, ha combattuto questa Unione Europea deve sentirsi ora in dovere di salvarla, per tutelare le classi lavoratrici da un ulteriore drastico peggioramento delle loro condizioni e per ridurre al minimo le sofferenze sociali. Per questo obbiettivo, io che non sopporto i privilegi (compreso quello di viaggiare in prima classe quando vengo invitato ai convegni internazionali), sono pronto a trattare e cercare accordi anche con forze ed enti che personalmente detesto, come il Fondo Monetario Internazionale, magari per contrapporlo alla Banca Centrale Europea. Ma certo non bisogna mai dimenticare, quando vai a cena con bastardi come quelli, la disumanità e misantropia del sistema capitalistico e delle sue istituzioni; e che gli eventuali compromessi possono servire solo a minimizzare le sofferenze umane, almeno nel breve periodo.

Atene,14 febbraio 2015. In attesa della riunione dell’Eurogruppo, i greci sostengono il ministro.

 

 

Il decalogo

1. Il capitalismo va salvato, oggi

Nel 2008, il capitalismo ha avuto il suo secondo spasmo globale. La crisi finanziaria ha innescato una reazione a catena che ha innescato una reazione a catena che continua ancora oggi. L’attuale situazione dell’Europa non è semplicemente una minaccia per i lavoratori, per i poveri, per i banchieri, per le classi sociali, o, addirittura, per le nazioni. No, l’attuale situazione dell’Europa è una minaccia per la civiltà così come la conosciamo. Se la prognosi è corretta, e se non stiamo assistendo soltanto a un altro saliscendi del ciclo economico, la questione che si pone per chi ha un pensiero radicale è questa: dobbiamo dare il benvenuto a una crisi del capitalismo europeo che ci da la possibilità di rimpiazzarlo con un sistema migliore? O dobbiamo essere preoccupati e imbarcarci in una campagna finalizzata a stabilizzarlo? Per me, la risposta è chiara. La crisi economica non farà probabilmente nascere un’alternativa migliore del capitalismo. Al contrario, potrebbe pericolosamente liberare forze regressive che hanno la capacità di causare un bagno di sangue umanitario, estinguendo la speranza per ogni spinta al progresso per le generazioni a venire. Il mio scopo è quello di dimostrare che l’implosione del ripugnante capitalismo europeo vada evitata a ogni costo. È una confessione, questa, che intende convincere i radicali che abbiamo una missione contraddittoria. Quella di arresta la caduta libera del capitalismo per aver tempo di trovare un’alterativa.

2. Perché Marx è importante (anche se non sei marxista)

Se la mia intera carriera accademica ha largamente ignorato Marx,e le mie attuali raccomandazioni sulle politiche da attuare sono impossibili da descrivere come marxiste, perché tirare fuori ora il mio marxismo? La risposta è semplice: anche la mia economia non-marxista è stata guidata da una mentalità influenzata da Marx.

Un teorico sociale radicale può sfidare il pensiero dominante economico in due modi diversi, ho sempre pensato. Un modo è mediante un criticismo intrinseco. Accettare l’assioma dominante ed esporre le sue contraddizioni interne. Dire: «Io non contesterò i tuoi presupposti ma qui è perché le tue conclusioni non seguono logicamente quei presupposti». Questo è stato, per la verità, il metodo di Marx di minare le politiche economiche britanniche. Accettò ogni assioma di Adam Smith e David Ricardo allo scopo di dimostrare che, nel contesto dei loro presupposti, il capitalismo era un sistema contradditorio. La seconda via che un teorico radicale può seguire è, naturalmente, la costruzione di teorie alternative a quelle dell’establishment, sperando che saranno prese seriamente.

3. Il capitalismo non è cattivo: è irrazionale

Oggi, tornando alla crisi europea, alla crisi negli Stati Uniti e alla stagnazione di lungo periodo del capitalismo giapponese, la maggior parte dei commentatori non riesce a rendersi conto del processo dialettico sotto il loro naso. Riconoscono la montagna di debiti e perdite bancarie ma trascurano l’altra parte della medaglia: la montagna di risparmi inattivi che sono “congelati” dalla paura e per questo non riescono a convertirsi in investimenti produttivi. Uno stato di allerta marxista sulle opposizioni binarie avrebbe potuto aprire i loro occhi. Una ragione principale del perché l’opinione consolidata non riesce a venire a termini con la realtà è che non ha mai conosciuto la dialetticamente tesa “produzione congiunta” di debiti e avanzi, di crescita e disoccupazione, di ricchezza e povertà, a dirla tutta di bene e male. Gli scritti di Marx ci hanno messo in guardia sul fatto che queste opposizioni binarie siano le fonti dell’astuzia della storia.

4. Il grande errore della sinistra del ventesimo secolo

Nel Ventesimo secolo, i due movimenti politici che cercarono radici nel pensiero di Marx furono i partiti comunisti e socialdemocratici. Entrambi, oltre agli altri errori (e ai crimini), non riuscirono a seguire la direzione indicata da Marx in un aspetto fondamentale – e ne vennero danneggiati. Invece di adottare la libertà e la razionalità come loro grida di battaglia e concetti organizzativi, scelsero l’uguaglianza e la giustizia, lasciando il concetto di libertà ai neoliberisti. Marx era chiarissimo: il problema del capitalismo non è che è ingiusto ma che è irrazionale, visto che condanna abitualmente intere generazioni alle privazioni e alla disoccupazione; trasforma perfino i capitalisti in automi in preda all’ansia, facendoli vivere nella paura permanente che, a meno che non mercificano del tutto gli altri esseri umani per servire con più efficienza l’accumulazione del capitale, non saranno più capitalisti. Dunque, se il capitalismo appare ingiusto è perché schiavizza tutti; spreca risorse umane e naturali; la stessa linea di produzione che pompa fuori notevoli gadget e ricchezza smisurata produce anche crisi e profonda infelicità.

5. Il più grande successo della Thatcher? Tony Blair

Perfino quando la disoccupazione raddoppiava e poi triplicava, sotto gli interventi radicalmente neoliberisti della Thatcher, ho continuato a covare la speranza che Lenin avesse ragione: «Le cose devono peggiorare prima che vadano meglio». Ma quando la vita è diventata più cattiva, più incivile e, per molti, più corta, mi è venuto in mente che ero tragicamente in errore: le cose possono peggiorare in perpetuo senza mai migliorare. La speranza che il deterioramento dei beni pubblici, la diminuzione delle vite della maggioranza delle persone, il diffondersi delle privazioni a ogni angolo del territorio avrebbe, automaticamente, portato alla rinascita della sinistra era solo questo: speranza.

La realtà era, comunque, dolorosamente diversa. A ogni giro della vite della recessione, la sinistra è diventata più introversa, meno capace di produrre un convincente programma progressista e, allo stesso tempo, la classe operaia è stata divisa tra quelli che hanno mollato la società e quelli cooptati nella mentalità neoliberista. La mia speranza che la Thatcher avrebbe inavvertitamente portato a una nuova rivoluzione politica era una sciocchezza bella e buona. Tutto quello che è venuto fuori dal thatcherismo è stata una finanziarizzazione estrema, il trionfo del centro commerciale sul negozio all’angolo, la “festishazzione” del settore abitativo, e Tony Blair.

6. Distruggere l’Europa non ha senso

La lezione che la Thatcher mi ha insegnato sulla capacità di una recessione di lungo periodo di minare le politiche progressiste è una di quelle che ho portato con me nella crisi dell’Europa di oggi. È, in verità, il fattore decisivo della mia posizione in relazione alla crisi. È la ragione per la quale sono felice di confessare il peccato di cui sono accusato da alcuni dei miei critici a sinistra: il peccato di scegliere non di proporre programmi politici radicali che cerchino di sfruttare la crisi come un’opportunità di rovesciare il capitalismo europeo, per demolire la terribile eurozona, e per minare l’Unione europea dei cartelli e dei banchieri delle bancarotte.

Sì, mi piacerebbe proporre un programma tanto radicale. Ma, non, non sono pronto a commettere due volte lo stesso errore. Che bene abbiamo ottenuto in Gran Bretagna nei primi anni Ottanta promuovendo un programma di cambio socialista che la società britannica rifiutò mentre si buttava a capofitto nella trappola neoliberista della Thatcher? Precisamente, niente. Quale beneficio ci sarebbe oggi nel chiedere di distruggere l’eurozona, l’unione europea stessa, quando il capitalismo europeo sta facendo il suo massimo per minare l’Eurozona, l’Unione europea, se stesso?

7. L’Europa va salvata da se stessa

L’uscita dall’euro della Grecia o del Portogallo o dell’Italia porterebbe presto a una frammentazione del capitalismo europeo, creando una regione gravemente in recessione a est del Reno e a Nord delle Alpi, mentre il resto dell’Europa sarebbe in preda a una violenta stagflazione. Chi pensate che beneficerebbe da questo sviluppo? Una sinistra progressista, che nascerà come la fenice dalle ceneri delle istituzioni pubbliche europee? O i nazisti di Alba Dorata, l’assortimento neofascista, gli xenofobi e i maneggioni? Non ho assolutamente dubbi su quale dei due se la caveranno meglio nella disintegrazione della zona euro.
Per quanto mi riguarda, non sono pronto a soffiare altro vento nelle vele di questa versione postmoderna degli anni Trenta. Se questo significa che saremo noi, i marxisti adeguatamente eccentrici, a dover tentare il salvataggio del capitalismo europeo, così sia. Non per amore del capitalismo europeo, dell’eurozona, di Bruxelles o della Banca Centrale Europea, ma solo perché vogliamo minimizzare il tributo umano non necessario di questa crisi.

8. Che fare? Studiare

Le élite europee si stanno comportando oggi come se non capissero né la natura della crisi che stanno cercando di governare né le sue implicazioni per il futuro della civilizzazione europea. Seguendo atavici istinti, stanno scegliendo di saccheggiare le proprietà in diminuzione dei deboli e dei diseredati per colmare i grossi buchi del settore finanziario, rifiutandosi di riconoscere che è un compito insostenibile.

Ma con le élite europee immerse nella negazione e nel disordine, la sinistra deve ammettere che semplicemente non siamo pronti a colmare con un sistema socialista funzionante il baratro aperto da un collasso del capitalismo europeo. Il nostro obbiettivo quindi deve essere duplice. Per prima cosa, portare avanti un’analisi della situazione che convinca gli europei non marxisti e benintenzionati ma attirati dalle sirene del neoliberismo. In secondo luogo, far seguire a questa analisi convincente le proposte per stabilizzare l’Europa – per porre fine al circolo vizioso che alla fine rinforza solo i fanatici.

9. L’unico rischio: che il capitalismo ci seduca

Il mio nadir personale arrivò in un aeroporto. Un gruppo danaroso mi aveva invitato a tenere un discorso sulla crisi europea e sborsato l’assurda somma necessaria per comprarmi un biglietto di prima classe. Sulla strada del ritorno, stanco e con parecchi voli sul groppone, camminavo a fianco della lunga coda di passeggeri con un biglietto in economy per arrivare al gate. Improvvisamente notai con orrore quanto fosse facile, per la mia mente, essere infettato dal senso di avere il diritto di superare gli hoi polloi. Realizzai quanto facilmente potessi dimenticare ciò che il mio pensiero di sinistra aveva sempre saputo: che niente riesce meglio a riprodurre se stesso che un falso senso di aver diritto a qualcosa. Allearsi con le forze reazionarie, come penso che dovremmo fare per stabilizzare oggi l’Europa, ci porta davanti al rischio di essere cooptati, di perdere il nostro radicalismo nel calore di essere “arrivati” nei corridoi del potere.

10. La rivoluzione non serve

Le confessioni radicali, come quella che ho provato qui, sono forse l’unico antidoto programmatico allo slittamento ideologico che minaccia di trasformarci in ingranaggi della macchina. Se dobbiamo stringere alleanze con i nostri avversari politici, dobbiamo evitare di diventare come i socialisti che non sono riusciti a cambiare il mondo ma hanno avuto successo nel migliorare le loro circostanze private. Il trucco è evitare il massimalismo rivoluzionario che, alla fin fine, aiuta i neoliberisti ad aggirare ogni opposizione alle loro politiche controproducenti, e tenere bene in vista i fallimenti intrinseci del capitalismo mentre, per fini strategici, si prova a salvarlo da sé stesso.

varvar2


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