La natura umana 2. Linguaggio, indeterminatezza, neotenia

by gabriella

La seconda parte della lezione sulla natura umana, dedicata a una panoramica storica delle concezioni antropologiche note come «tradizione della modestia» che, da Pico a Gehlen definisce l’uomo per sottrazione, più che per il possesso di specifiche qualità. Qui la prima parte.

Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: non ti ho dato, Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché tutto secondo il tuo desiderio e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai senza essere costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai […]. Non ti ho fatto né celeste, né terreno, né mortale, né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto.

Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate

L’animale linguistico

Secondo Chomsky, la natura umana «dal Cro-Magnon in avanti» sarebbe caratterizzata da tratti stabili, il principale dei quali è la facoltà di linguaggio.

Oltre alle obiezioni di Foucault, dalle scienze sociali si obietta a Chomsky che una facoltà articolata in una grammatica, in strutture profonde e regole universali non è più una facoltà, ma una superlingua universale.

Ciò che contraddistingue la facoltà di linguaggio è invece il suo essere indeterminata, grezza, cioè il suo essere una semplice potenzialità. Facoltà significa infatti potenza. Ciò che è potenziale si distingue per difetto da qualsiasi realtà ben definita, da tutto ciò che è presente o «in atto». Il termine greco dynamis, che significa appunto potenza, indicava nella filosofia antica appunto un non-essere, una lacuna, una mancanza. L’essere vivente che ha facoltà di linguaggio è l’essere vivente che nasce afasico, muto, infante significa infatti, letteralmente, «non parlante».

Facoltà di linguaggio significa quindi linguaggio ancora in potenza. Ha facoltà di linguaggio l’animale che non dispone di un codice di segnali connesso in modo biunivoco con le occasioni prospettate dall’ambiente circostante. La facoltà di linguaggio comprova quindi la povertà istintuale dell’essere umano, il suo carattere indefinito, il costante disorientamento che (pascalianamente) lo contraddistingue. L’animale linguistico è un animale non specializzato.

 

L’animale indeterminato

Esiste una tradizione di pensiero alimentata da biologi (Gould), paleontologi (Leroi-Gourham), antropologi e filosofi (Pico, Herder, Gehlen) che potrebbe essere definita «tradizione della modestia» perchè ritiene che l’animale umano si distingua dagli altri non per un surplus di qualità (non originariamente, almeno), ma per un insieme di carenze e di lacune. L’animale umano sarebbe più povero degli altri animali. Tale povertà consiste anzitutto in alcuni primitivismi organici e in deficit di istinti specializzati. L’uomo non ha istinti (se per istinto si intende un codice di comportamento complesso trasmesso alla specie con il DNA) e non sa quindi mai, a prori, cosa deve fare; deve invece deciderlo tra sé e con gli altri: a questo serve infatti il linguaggio.

Nel Saggio sull’origine del linguaggio (1772), Herder scrive in proposito:

Che l’uomo, quanto a forza e sicurezza di istinti, sia di gran lunga inferiore agli animali; che anzi non possegga affatto quelle che noi, riferendoci a tante specie animali, chiamiamo attitudini e istinti innati è un fatto assodato. Ma come finora gli studiosi […] per lo più hanno fallito nell’intento di spiegare tali istinti, così nemmeno si è potuta far luce sulla vera causa della loro assenza dalla natura umana. A me pare che sia stato trascurato un punto di vista essenziale, muovendo dal quale sono possibili, se non interpretazioni esaurienti, almeno alcune osservazioni sulla natura degli animali che, come spero di fare in altra sede, valgono a illuminare molto la psicologia umana. Questo punto di vista è la sfera degli animali.

Ogni animale ha il suo ambiente al quale è destinato fin dalla nascita, nel quale subito entra, resta tutta la vita e muore.E’ però singolare il fatto che quanto più fini sono i sensi degli animali, forti e sicuri i loro istinti, prodigiosa la loro opera, tanto più limitato è il loro ambiente, tanto più specifica la loro produzione. Ho voluto controllare questo rapporto e trovo ovunque mirabilmente rispettata una proporzione inversa tra quello che è la minima estensione loro assegnata per spostarsi, vivere, nutrirsi, conservarsi, accoppiarsi, allevar prole, associarsi, e quelli che sono i loro istinti e le loro tecniche. […] E viceversa: quanto più differenziati sono funzioni e compiti degli animali, quanto più la loro attenzione si disperde tra vari oggetti, quanto più è instabile il loro comportamento, insomma: quanto più grande e articolata è la loro sfera, tanto più vediamo scomporsi e affievolirsila loro capacità sensoriale. […]

Ora invece:

L’uomo non ha una sfera così uniforme e angusta dove lo attenda un solo lavoro: un mondo intero di occupazioni e di finalità lo circonda.
I suoi sensi e la sua conformazione organica non sono appuntati su un solo obiettivo: egli ha sensi adatti a tutto e quindi, come è ovvio, sensi più deboli e torpidi per il singolo particolare.
Le sue energie psichiche spaziano per l’universo, le sue rappresentazioni non seguono un indirizzo univoco e quindi egli non possiede né istinti, né maestria pratica e, cosa che qui più ci interessa, nemmeno un linguaggio animale.

L’uomo quale linguaggio possiede istintivamente, così come ogni specie animale, all’interno e in conformità della propria specie, possiede il proprio? La risposta è netta: nessuno. E proprio questa netta risposta è decisiva. Per ogni animale, come si è visto, il linguaggio è l’estrinsecazione di rappresentazioni sensoriali così intese da tradursi in istinti, vale a dire: il linguaggio – come i sensi, le rappresentazioni, gli istinti – nell’animale è innato e a lui immediatamente connaturale.

L’ape ronza come sugge, l’uccello canta come nidifica, ma come parla l’uomo per natura? Non parla affatto, come del resto, poco o nulla fa con l’istinto assoluto, come semplice brusio. A parte i gridi del suo meccanismo sensitivo, il neonato è muto. Non esterna per mezzo di suoni, né rappresentazioni, né impulsi come invece fa, a modo suo, ogni animale. Esposto alle bestie feroci esso è, dunque, tra tutti i cuccioli della natura, proprio il più derelitto. Spoglio e indifeso, debole bisognoso, timido e inerme e, per colmo di sventura, defraudato di tutte le guide dell’esistenza. Nato con una capacità sensoriale così disorientata e fiacca, attitudini così generiche e sonnolente, impulsi così discordi e e stremati, visibilmente esposto a mille bisogni, destinato a un vasto spazio, eppure abbandonato a tal punto da non disporre nemmeno di un linguaggio per denunciare le sue carenze. 

E’ sulla base del lavoro di Herder che Arnold Gehlen in L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo e in altri saggi ha sviluppato la distinzione tra ambiente e mondo:

L’uomo non vive in un rapporto di adattamento organico a, o di inserimento in, determinate “sfere” naturali indicabili con precisione, ma la sua costituzione lo costringe a, ma lo rende anche capace di, un’attività intelligente, progettuale, che gli permette di approntare tecniche e mezzi della sua esistenza a partire dalle più diverse costellazioni di circostanze naturali grazie a una trasformazione previsionale delle stesse. Per questo vediamo vivere questa specie dappertutto, in deserti, zone polari, alta montagna e steppe, in paludi e sull’acqua e in tutti i climi: non si può indicare perciò un ambiente o un milieu, specifico, a cui egli sarebbe assegnato […]. A. Gehlen, Antropologia filosofica e teoria dell’azione

Seguendo Gehlen si può dire dunque che là dove nel caso dell’animale si concepisce l’ambiente, per l’uomo sta la sfera della cultura: mondo e non ambiente. L’uomo, organicamente non specializzato e aperto a tutte le sollecitazioni del mondo, non si adatta a nessuna costellazione specifica, ma può vivere in una qualsiasi attraverso la trasformazione pianificata di ciò che trova.

Proprio perché non si adatta all’ambiente, l’uomo non ha sviluppato organi specializzati (specializzati appunto perché sviluppati per risolvere una sfida ambientale). Dl punto di vista morfologico, l’essere umano è insomma sprovvisto di una dotazione di organi specializzati ed è dunque un essere non specializzato e, in questo senso, primitivo, laddove primitivo significa che tutti gli organi umani sono in parte originari o arcaici e in parte immaturi, cioè forme embrionali fissate o stabilizzate.

 

La neotenia o l’infanzia cronica dell’uomo

La base filogenetica dell’indeterminatezza, potenzialità e non specializzazione umana è la neotenia, cioè la «persistenza di tratti giovanili anche in soggetti adulti, dovuta a un ritardamento dello sviluppo somatico» (Gould). L’Homo sapiens è «un parto costitutivamente prematuro» (Portmann) e proprio per questo resta «un animale non definito» (Gehlen). Alla nascita, il piccolo dell’uomo è quindi molto più immaturo delle altre specie, inclusi i primati, e ciò spiega il suo bisogno di apprendimento ininterrotto: a un’infanzia cronica corrisponde un cronico inadattamento a cui l’uomo risponde con strumenti sociali e culturali. La cultura, nel senso più ampio del termine, è dunque una compensazione innata delle lacune della nostra specie: ecco perché per Gehlen (così come per Pascal) essa «è la prima natura dell’uomo».

Come tutti gli esseri viventi, l’uomo trascorre la sua esistenza in un ambiente naturale retto da leggi fisiche e biologiche che lo coinvolgono direttamente. Ma a differenza degli altri animali, organizza anche un ambiente culturale, capace di piegare la natura ai suoi bisogni, controllandola e modificandola. Questa capacità, come ricorda lo psico-pedagogista americano Jerome Bruner, dipende da specifiche caratteristiche, quali il linguaggio, la costruzione di strumenti, l’organizzazione sociale, l’infanzia prolungata e il bisogno di spiegare la realtà. Attraverso di essere gli uomini hanno sviluppato ciò che gli antropologi chiamano cultura, ossia l’insieme dei valori, norme, modelli, comportamenti, simboli e strumenti che caratterizzano ciascuna società umana. La cultura domina così l’esperienza di ogni essere umano, ma essa non è iscritta nel codice genetico: per essere conservata deve essere trasmessa, così che ogni nuovo membro della comunità possa farla propria, rielaborarla e utilizzarla. Dalla necessità di tale trasmissione nasce il processo educativo. 

Ecco come Bruner, ne Il significato dell’educazione (The Relevance of Education, 1971) espone la genesi della neotenia umana e il suo rapporto con il bisogno umano d’educazione.

Gli esseri umani – a differenza degli altri primitivi – hanno un’infanzia più prolungata e un più lungo rapporto di dipendenza dagli adulti. L’opinione corrente sull’origine di questa condizione può essere sintetizzata in questo modo. A mano a mano che gli ominidi divennero sempre più bipedi con le mani libere necessarie per l’uso di utensili, ci fu non solo un aumento delle dimensioni del cervello, ma anche la richiesta di una cintura pelvica più robusta per sostenere lo sforzo pressante di camminare eretti. L’aumento della forza della cintura pelvica si verificò attraverso una graduale chiusura del canale natale, e si determinò così un paradosso ostetrico: un cervello più voluminoso in rapporto a un canale del parto più stretto per il passaggio del neonato. La soluzione sembra essere stata raggiunta attraverso l’immaturità cerebrale dell’infante umano che non solo permetteva al neonato di passare attraverso il canale ridotto, ma che assicurava un’infanzia prolungata durante la quale potessero essere trasmessi i modi e le capacità della cultura. Ci sono ragionevoli argomenti da avanzare in favore della tesi che la direzione di evoluzione del sistema nervoso dei primati nell’umile toporagno attraverso il lemure e le scimmie fino ai primati e all’uomo si è sviluppata non solo in ragione di una maggiore quantità di corteccia cerebrale e di tessuto per i ricettori sensitivi, ma anche verso la selezione evolutiva di forme immature. Questa tendenza alla «neotenia», come è chiamata, è particolarmente rilevante nell’uomo, tanto che il cervello umano assomiglia sotto certi aspetti più da vicino al cervello fetale del gorilla che al cervello adulto di quel primate.

 

Esercitazione

1. Riassumi in max 10 righe la visione di Herder della natura umana.

2. Spiega perché, per Gehlen, l’uomo non ha ambiente, ma «mondo».

3. Ne Il significato dell’educazione, Bruner ha messo in relazione la specificità della natura umana e la necessità di educazione. L’uomo, nota lo studioso, ha un’infanzia prolungata e una fase di dipendenza dagli adulti più lunga di quella degli altri animali. Quali sono le ipotesi scientifiche richiamate da Bruner per spiegare questa differenza? Che rapporto c’è tra questa tendenza dell’uomo all’immaturità, la cultura e l’educazione?

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10 Comments to “La natura umana 2. Linguaggio, indeterminatezza, neotenia”

  1. …se ti stai chiedendo come ho fatto a finire sul tuo blog… chiedilo a Jean Paul Galibert…

    Il caso talvolta mi lascia di stucco… Proprio in questi ultimi giorni mi stavo chiedendo – soprattutto durante la lettura di un libro che si intitola “Storia dei pagani” – come si fa a sostenere che l’uomo è intelligente e superiore a tutto e a tutti.

    E’ da anni che ho maturato la convinzione che l’uomo è stupido. Se ce lo insegnassero già alle elementari, forse la pianteremmo di fare disastri in questo mondo perché ci comporteremmo più umilmente.

    Grazie.

  2. Complimenti per il tuo blog.
    Personalmente trovo che il desiderio di condividere gratuitamente la propria conoscenza, come fai tu, sia una lodevole espressione di simpatia verso il genere umano.

    Grazie.

  3. molto interessante, in specie il richiamo al gehlen

    al riguardo mi permetto di segnalare:
    http://www.biuso.eu/bibliografia/libri/antropologia-e-filosofia/
    dell’amico e maestro A.G.Biuso

    • Grazie, ho letto la recensione che sposa una vecchia idea, con argomenti non nuovi. Per ora, l’unico che abbia dato nuove cose da pensare al mio costruttivismo radicale (per ora non in crisi) è Paolo Virno.
      http://books.google.it/books/about/Scienze_sociali_e_natura_umana_Facolt%C3%A0.html?id=eXRLb810znMC&redir_esc=y
      http://gabriellagiudici.it/paolo-virno-neuroni-mirror-negazione-linguistica-reciproco-riconoscimento/

      • grazie a lei, prof.ssa Gabriella,
        vorrei comunque precisare che la mia personale competenza è assai limitata, per cui sarebbe già molto per me, che faccio tutt’altri mestieri, conoscere gli argomenti «vecchi»; le rivolgo una domanda maliziosa, dettata dalla mia incompetenza: e se uno «antico» avesse ragione, chi viene dopo, non è che soffre di una qualche «smania» del nuovo? I filosofi sono un po’ come signore eleganti ad una festa: se ce n’è già una col medesimo vestito, si sentono a disagio; mi perdoni la metafora maschilista, e ancora grazie per il bel sito

        • Chiedo venia, caro Diego, tanta è l’abitudine a discutere tra addetti ai lavori che si dà per scontato l’interesse esclusivo. L’argomento dei gemelli o dei fratelli separati alla nascita è, in effetti, un “luogo” molto frequentato in questo genere di studi, anche se non ha mai dato prove conclusive. In effetti, i dibattiti scientifici tendono ad apprezzare “nuovi” studi e nuovi esperimenti, visto che la comunità conosce e discute nel dettaglio ogni esperienza che si aggiunga al patrimonio di conoscenze condiviso, i filosofi fanno un po’ eccezione, questo è forse il solo contesto in cui il tempo e la novità sono davvero irrilevanti..

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