Girolamo De Michele, Il filosofo e il concetto

by gabriella

filosofia de  micheleUna bellissima riflessione di Girolamo De Michele sul ruolo del concetto e sulla natura del pensare. Tratto da Filosofia. Corso di sopravvivenza, Milano, Ponte alle Grazie, 2011, pp. 23-26.

Veniamo ai nostri filosofi delle origini, dunque. Cos’hanno fat­to? In sintesi, due cose: hanno creato il personaggio concettuale del filosofo solitario, e lo strumento del concetto. Le fondamen­ta della filosofia occidentale. Lo vediamo già nei primo filosofo, Talete, matematico e astronomo noto e stimato in tutto il mondo mediterraneo, del quale si raccontano tre episodi. Il primo, famosissimo, narra che Talete, camminando a testa alta per os­servare le stelle, cadde in un fosso, suscitando le risa di una sel­va. Nel corso dei secoli a venire, questo episodio sarebbe stato usato per denigrare i filosofi come cultori di cose astratte, ma incapaci di badare alle cose concrete, oppure per elogiare la capacità di cercare una conoscenza elevata disprezzando le cose quotidiane. Va detto che altri episodi dimostrano che, quando voleva, Talete era in grado di usare il proprio sapere per risol­vere i problemi quotidiani: ad esempio, quando previde con le proprie conoscenze un eccezionale raccolto delle olive, e affittò anzitempo tutti i frantoi monopolizzando il mercato (ma poi, soddisfatto dello schiaffo morale inflitto ai suoi detrattori, rese i frantoi). In questi due aneddoti vediamo già all’opera il personaggio concettuale del filosofo solitario, che sceglie liberamente di agire nel mondo in relazione con gli altri, oppure di rinchiu­dersi nella solitudine del proprio sapere: e infatti si dice che sia stato lui a formulare per primo il precetto “Conosci te stesso”, che caratterizzerà tutti i filosofi solitari (nel senso del personaggio), da Socrate, che farà proprio questo precetto, a Descartes, l’uomo delle meditazioni notturne; da Platone, che persino in un racconto favolistico, raggiunte le isole dei beati dopo la mor­te, resta in solitudine, distaccato dagli altri sapienti; a Petrarca, che dopo aver asceso il Mont Ventoux apre il libro che ha portato con sé (le Confessioni di Agostino d’Ippona) e vi legge « non cercare fuori di te, la risposta è dentro di te ».

Il terzo episodio ha luogo in Egitto, dove Talete misurò l’al­tezza della piramide di Cheope utilizzando le proporzioni tra i triangoli delle ombre, ed ebbe in premio l’accesso alle bibliote­che egizie. Cos’ha fatto Talete di tanto rilevante? Ha trovato il modo di sostituire l’esperienza diretta (non si è arrampicato sul la piramide munito di corda e strumenti di misurazione) con un’esperienza mentale. E in questo modo ha trovato non la mi­sura di una singola piramide, ma di ogni piramide e di ogni edificio, compresi quelli che ancora dovevano essere costruiti.

piramideEcco cos’è un concetto: Talete ha pensato non la piramide, ma il concetto di piramide (un solido a faccia triangolare, dota­to di determinate proprietà universali, ecc.). Ha concretizzato in un concetto la potenza implicita nei linguaggio: la capacità di esprimere l’intero mondo non con l’esperienza empirica, ma raccontandolo in una frase o una parola. Le lumache portano con sé la propria casa, gli esseri umani no: portano con sé una parola che narra la casa. Liberi dallo sforzo di portarsi il mondo appresso, possono dedicarsi a comprenderlo. Il concetto è il perfezionamento di questa capacità.

Ma attenzione: il concetto porta con sé anche un pericolo: che al posto della piramide concreta, che è diversa da ogni altra mi resti il nudo nome e che questo nome mi faccia credere che tutte le piramidi sono uguali. E se alla parola “pira­midi'” sostituite “uomini”, rischiate di perdere la differenza tra uomo e uomo, tra uomo e donna, e così via: sono questioni di cui ci occuperemo.

Una volta inventato lo strumento, vediamolo all’opera. Il più importante concetto che i primi filosofi ci hanno lasciato è quello di physis, di “natura”: un modo per comprendere l’esistenza come un tutto coeso, che non risponde a  comportamenti bizzarri o caotici, ma a relazioni di causa ed effetto – un kosmos, parola che compare per la prima volta (stando ai testi che ci sono arrivati) col filosofo Anassimene, anche lui, come Talete, proveniente dalla colonia di Mileto.

Una breve digressione. La filosofia, come dicevo, era già na­ta in Oriente. E prima di nascere era già implicita in alcuni grandi poemi, il principale dei quali è il Mahabharata (scritto forse attorno al 1400 a.C.), il cui messaggio potrebbe essere riassunto nel motto: non c’è effetto senza causa, non c’è causa che non produca effetti. Facciamo un balzo in avanti. Negli anni in cui l’antifascista torinese Carlo Levi viene deportato dal re­gime fascista in un paesino lucano la cui arretratezza sociale e i culturale gli appare, all’inizio, inconcepibile. Per esprimere questo stupore davanti a un mondo i cui abitanti dicono di se stessi “noi non siamo cristiani”, Levi scrisse il romanzo Cristo si è fer­mato a Eboli, e nella prima pagina di questo romanzo (una delle pagine più belle della nostra letteratura) scrive che lì, a Ga­gliano, non solo Cristo non è mai arrivato, ma non sono arrivati

il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia.

Ca­pite perché concepire il tutto come un cosmo, e trovare il concetto che dia voce a questo cosmo, è così importante? La ragio­ni e la stessa dell’affermazione del concetto sulla voce del sa­cerdote o dell’oracolo. Perché il concetto, questo nuovo strumento, si afferma? Quale dote ha per poter prevalere, in una guerra culturale, sulle altre espressioni del sapere, che avevano dalla loro la forza della tradizione? Il concetto dà ordine al mondo. O meglio: ritaglia un lembo di ordine nel caos dell’esi­stenza. Quest’ordine è tanto reale – il concetto rende compren­sibile ciò che era fino a quel momento inspiegabile – quanto fit­tizio: generalizzando per astrazione, genera il convincimento che ci sia più regolarità, dunque più ordine di quanto ne esista davvero. Ma ritagliare un angolo di ordine nel caos del mondo è un’esigenza dell’umano: ritti sulle nostre gambe, abbiamo il dono e la maledizione di estendere lo sguardo oltre la linea del­l’orizzonte del­l’orizzonte: un “oltre” che è negato alla nostra vista, che ci in­quieta, ci angoscia, sfugge alla nostra ragione. Almeno fino a quando, facendo un passo avanti, non spostiamo la linea dell’o­rizzonte un po’ più avanti.



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