Leonardo Caffo, I-ACTION ed E-ACTION. Libero arbitrio e neuroscienze

by gabriella

In questo articolo del 2012 uscito su filosofia.it, Caffo discute i risultati di alcune ricerche in neuroscienze, in base alle quali l’azione umana sarebbe interamente prevedibile. Il filosofo sottolinea l’analogia tra linguaggio e azione, richiamando la distinzione chomskyana tra linguaggio interno ed esterno (I-language ed E-language), cioè tra la componente innata, individuale e quella esterna, relazionale, del linguaggio per mostrare che l’azione, come il linguaggio non è predicibile a partire dalla sua base neuronale.

1. Da tempo alcune questioni filosofiche riguardo la libertà sembrano essere inficiate dai progressi della ricerca scientifica in ambito neurologico. Recentemente, il neuroscienziato Eddy Nahmias, intervenendo sulle pagine del The New York Times, ha sollevato la classica domanda riguardo la fine delle questioni filosofiche sul libero arbitrio a causa delle neuroscienze. Già Wittgenstein  difese la tesi dei “linguaggi di vocabolari diversi” per scindere questioni filosofiche da questioni scientifiche in ambiti di discussione complessi come quelli inerenti le libertà individuali. Tuttavia oggi non sembra più sufficiente fare una distinzione ontologica dei linguaggi utilizzati in ambiti diversi; si rende invece indispensabile un’argomentazione che sia in grado di chiarire, una volta per tutte, le differenze tra questioni scientifiche e filosofiche per un argomento come quello della libertà.

Quest’argomentazione, che poi attraversa l’intento generale di queste pagine, è capace di chiarire queste differenze proprio perché, paradossalmente, utilizza i due ambiti in modo interattivo cercando di mostrare che cosa può dirci la scienza (o nello specifico la neuroscienza) sulla libertà, e cosa invece può dirci la filosofia. Sostenere che il nostro cervello sia predisposto, per utilizzare una metafora informatica “settato”, su delle scelte già definite e dunque non soggette ad una riflessione preliminare da parte dell’agente X che causa una determinata situazione Y, significa sostenere che vi sia in qualche senso un modulo mentale adibito al fare che, proprio come per il modulo del linguaggio, programmi l’umano in modo del tutto genetico a qualcosa di specifico. Così come non scegliamo di parlare, allo stesso modo non sceglieremmo di agire.

Eddy Nahmias

Eddy Nahmias

WEg

Daniel Wegner

Daniel M. Wegner, professore di psicologia ad Harvard, in un lavoro abbastanza recente, è proprio di questo avviso argomentando contro l’esistenza di entità teoriche come “volontà cosciente” o “libero arbitrio”, sostenendo che un agente che agisca di sua spontanea volontà sarebbe del tutto inconciliabile con quello che sappiamo del nostro cervello.  Ma il parallelismo che abbiamo tracciato tra libertà e linguaggio, in realtà, può tornarci molto utile proprio per contrastare questo tipo di approccio alla questione che chiameremo, classicamente, “riduzionista”.

2. Da Noam Chomsky in poi è nota una fondamentale distinzione tra I-language ed E-language. L’I-language è il linguaggio inteso come «oggetto biologico», un elemento interno ed individuale che rende questa entità, proprio come un qualsiasi organo umano, un fattore innato dell’individuo. L’analogia tra linguaggio ed organi come fegato, cuore e cervello, non è un vizio del sottoscritto, ma un vero e proprio punto nodale dell’argomentazione di Chomsky, che può dunque sostenere che il linguaggio sia infatti del tutto guidato, nel suo formarsi, dal genoma.

Chomsky

Noam Chomsky

Nelle parole di Chomsky: «lo stato iniziale [la Grammatica Universale] è un’espressione dei geni», e questo ci porta dunque ad una definizione dell’altra faccia del linguaggio, l’ E-language, che è invece strettamente connesso all’ambiente in cui un individuo si sviluppa: alle realtà esterne, storiche, e temporali. Sin dai suoi primi lavori, Chomsky ha difeso l’idea che l’unico oggetto di una teoria scientifica sia l’I-language, in quanto dimensioni sociolinguistiche non rientrano entro la dimensione biolinguistica volta a cogliere l’essenza del parlare umano e «nel formulare i […] princìpi esplicativi»  di quest’ultimo.

Quello che è successo per il linguaggio, ovvero la disputa tra dimensione “interna” ed “esterna” per un suo studio scientifico trova, ad un’attenta analisi, proprio un suo equivalente con la questione dell’agire. Come per il linguaggio, alcuni neuroscienziati contemporanei che contestano l’esistenza delle volontà individuali, fanno oggetto dei loro studi scientifici solo quella che potremmo chiamare, ancora in analogia, l’I-action: ovvero l’azione studiata dal punto di vista neurale. Tuttavia, il nostro parallelismo, non si ferma a questo livello dell’argomentazione, ma ci spinge a guardare quello che in fondo è stato un profondo fallimento dell’idea chomskyana che solo il linguaggio, inteso nella sua essenza biologica, riguardasse i nuovi studi della linguistica.

3. Che l’approccio biolinguistico oggi debba includere anche l’E-language è sostanzialmente accettato entro la letteratura specialistica. Se avessimo avuto conferma che il linguaggio fosse soltanto istinto – tecnicamente modulo  – allora Chomsky avrebbe avuto ragione a fare dell’I-language il solo oggetto di studio della scienza del linguaggio. Tuttavia, le evidenze scientifiche che vedono il linguaggio come un istinto, vacillano di fronte ai numerosi studi che mostrano come la dimensione esterna (E-language) sia tanto indispensabile quanto quella interna (I-language) per il formarsi di una nuova lingua. In sostanza c’è molto scetticismo riguardo l’esistenza, presunta, di un gene per il linguaggio nello stesso senso in cui si parla di un gene per avere gli occhi azzurri (ammesso che almeno in questo caso, e ne dubito, esista un accordo sostanziale tra i genetisti). Linguaggio ed azione sono strettamente correlati, se infatti guardiamo le cose dalla prospettiva esterna, ovvero discutiamo dell’uso che i parlanti fanno delle lingue, allora entriamo di peso nella dimensione del sociale che, è tale, solo perché sussistono degli agenti (che poi sono anche parlanti) che partecipano alla cooperazione sociale. Questo collegamento tornerà utile più avanti, quando avremo completato il parallelismo “interno – esterno” tra linguaggio ed azione che ci costringe a parlare di uno strano mostro, conosciuto come “gene FOXP2” . Il gene FOXP2, ai tempi della sua scoperta , venne presentato come uno dei geni della grammatica, ovvero come una di quelle sequenze del DNA che codificano, per una serie di proteine (o innescando trascrizioni proteiche), lo stabilirsi di connessioni neurali durante l’apprendimento del linguaggio e che sono necessarie per computare soluzioni a problemi specifici, come ad esempio la scelta di un affisso o di una parola.

Tuttavia, e qui si sviluppa la prima fase dell’argomentazione che fa vacillare l’idea Chomsky-Pinker che il linguaggio, nel suo proprio biologico, sia solo interno, il gene FOXP2 non appartiene solo agli animali umani. I topi, ad esempio, pur non avendo alcuna capacità linguistica, «hanno una versione del gene con una sequenza di nucleotidi che è identica del 93,5 per cento della versione umana». Ora, la domanda, tutt’altro che sarcastica, sorge spontanea: qualcuno ha mai sentito un topo parlare? E badate bene, abbiamo parlato di topi, ma animali lontanissimi tra loro dal punto di vista filogenetico, come coccodrilli ed uccelli, sono in possesso dello strano gene eppure anche questi, proprio come i topi, non si perdono in un lunghe chiacchierate facendo uso di questa, o quella lingua. Ma allora perché il gene FOXP2 dovrebbe essere il gene del linguaggio se poi, solo nell’uomo, questi svolge questa specifica funzione? Non è forse che alcuni ricercatori avevano una teoria definita (quella della priorità biologica dell’I-language) a cui però mancava una solida base genetica, ed hanno utilizzato la scoperta del FOXP2 in modo pretenzioso? Il dubbio viene.

Da un punto di vista squisitamente generico, come argomentano Sebastian Haesler e colleghi in un famoso articolo sul The Journal of Neuroscience , il FOXP2 non è il gene per la capacità di parlare ma è di certo rilevante in qualche modo per l’abilità linguistica. Sia chiaro che non sto mettendo in dubbio (sarebbe folle) le basi biologiche del linguaggio, ma sto argomentando a favore del fatto che il suo studio biologico non si fermi alle basi. Il caso del FOXP2 insegna che solo nell’umano, che interagisce in ambienti sociali molto complessi, alcune capacità genetiche latenti possono poi trovare un loro adeguato sviluppo. In termini più tecnici sembra essere indispensabile una relazione stretta tra genotipo (I-language, linguaggio inteso come istinto), e fenotipo (E-language, ambiente e società). Inoltre, sempre il  FOXP2, aiuta a falsificare l’idea del linguaggio inteso come modulare e, infatti, è stata rilevata una significativa correlazione tra mutazione del gene FOXP2 e difficoltà linguistiche che non risiede, in realtà, entro difficoltà specificatamente grammaticali: «bensì di ordinamento di sequenze di gesti muscolari». Questo dimostrerebbe l’intrinseca non modularità del linguaggio umano, nelle sue basi genetiche, dal momento che la funzione linguistica è, come in questo caso, inseparabile da altre funzioni specifiche, ovvero dalla «formazione delle reti sensomotorie corticali e sub-corticali»  fondamentali per «l’apprendimento e la produzione di sequenze complesse […] di movimenti».

4. Fuor di tecnicismi, se vogliamo comprendere l’essenza biologica del linguaggio umano (I-language) dobbiamo integrare, nei nostri studi, la dimensione sociale ed ambientale in cui questo si sviluppa e diviene lingua (E-language). La correlazione azioni – linguaggio mi ha già permesso di discutere di azioni intese come interne (I-action), ovvero concepite nelle loro fondamenta neurali: attivazioni di specifiche classi di neuroni che scaricano durante una determinata azione, o durante l’osservazione dell’agire altrui (neuroni specchio). Tuttavia, come nel caso del linguaggio, e con le azioni abbiamo ancora vita più facile, le azioni non si risolvono nelle loro basi neurali ma si costituiscono, come tali, solo entro una complessa rete di relazioni ambientali e sociali. Definiamo le azioni in atto, e non in concepimento, E-action. Come Chomsky e Pinker ai primordi degli studi scientifici sul linguaggio, alcuni neurologi/psicologi/epistemologi, credono che abbia senso dedicare analisi scientifiche solo alle azioni concepite nelle loro basi neurali, col risultato che se il cervello sa già prima dell’agente l’azione che questi compirà, il libero arbitrio, e la volontà individuale, vanno completamente a farsi benedire. Tuttavia credo sia possibile mostrare, ed è il tentativo principale di questo articolo, proprio come nel caso del linguaggio , una necessità di studio congiunto tra interno ed esterno in teoria dell’azione che falsifichi poi il frettoloso congedo al libero arbitrio.

5. Se vogliamo scoprire che cosa sia un’azione dal punto di vista biologico, dobbiamo interrogarci sul processo di trasformazione dell’informazione visiva, relativa ad un oggetto/soggetto, negli atti motori necessari per interagire con esso. Esistono almeno due classi di neuroni con proprietà visuo-motorie: quelli canonici, che scaricano quando un soggetto agisce, e quelli specchio, che scaricano quando un soggetto osserva qualcuno agire. Quindi, affinché si possa davvero compiere una determinata azione, ad esempio afferrare, «il cervello deve: (1) disporre di un meccanismo capace di trasformare l’informazione sensoriale relativa alle proprietà geometriche (“proprietà intrinseche”) dell’oggetto che vogliamo prendere in una particolare configurazione delle dita; (2) essere in grado di controllare i movimenti della mano, e soprattutto quelli delle dita, in maniera da eseguire la presa desiderata». Già a questo livello, essenzialmente corporeo, è possibile scindere le azioni dai movimenti, osservando che la maggior parte dei neuroni non codifica solo singoli movimenti, ma interi atti motori che sono coordinati da un fine specifico (goal dell’azione).

Tutte queste analisi a livello corticale dei meccanismi neurali connessi all’agire non prescindono, tuttavia, dalla considerazione di eventuali processi che sottendono l’elaborazione di informazioni legate ad istanze motivazionali e decisionali. Ad esempio, per tornare all’afferrare, si ritiene che «il lobo frontale e le aree del cingolo abbiano un ruolo decisivo nell’orientare la scelta del tipo di presa in base alle finalità e alle motivazioni della prensione». La domanda decisiva, per far quadrare il cerchio con quanto detto sin dal primo paragrafo, è dove una tale scelta possa avvenire? L’ipotesi più condivisa, entro le neuroscienze, è che la selezione specifica di un’azione, o di uno degli infiniti modi per compierla, avvenga nella AIP (area intraparietale anteriore)  e che oltre alla selezione di matrice motivazionale, per spiegare le scelte, vada aggiunta l’informazione legata all’oggetto con cui si deve interagire ed è dunque, il lobo temprale inferiore, a svolgere una funzione importante in tal senso.

6. Se limitiamo la nostra analisi alla dimensione interna dell’agire (I-action) possiamo trarre, seguendo il già citato Daniel M. Wegner o John Dylan Haynes (professore di neuroimaging a Berlino), alcune considerazioni che conducono a rifiutare l’esistenza della libertà nelle scelte. Studiando l’attività di una regione del lobo frontale, l’area 10 di Brodmann , è infatti possibile prevedere un comportamento alcuni secondi prima che lo stesso soggetto agente acquisisca la consapevolezza della propria determinazione ad agire . Quindi, almeno questo è quello che risulterebbe dagli studi, la matrice motivazionale in cui l’AIP gioca un ruolo importante, opererebbe la scelta dell’azione ancor prima che il soggetto agente prenda coscienza di voler agire come farà, e dunque ancor prima che l’azione venga svolta. Anche in questo caso ritorna, attuale più che mai, la questione della modularità della mente.

Se l’agire è già codificabile ancor prima che l’individuo ragioni sul suo agire, o si renda semplicemente conto che sta per agire, questa capacità è allora definibile come istinto. Risulta dunque necessario stabilire:

(a) cosa sia tecnicamente un istinto;

(b) che tipi di cose classifichiamo come istintive.

Nicolaas Tinbergen definisce un istinto come

«un meccanismo nervoso, gerarchicamente organizzato, che è sensibile a determinati impulsi preparatori, scatenati e orientati, di origine interna come pure esterna, e che risponde a tali impulsi con movimenti coordinati i quali contribuiscono alla conservazione dell’individuo e della specie» .

Se il paragone già citato tra linguaggio ed istinto era problematico, anche l’accostamento tra la facoltà d’azione e l’istinto solleva non pochi dubbi se, per istinto, intendiamo (com’è lecito aspettarsi dalle neuroscienze) il suo significato tecnico. Se consideriamo l’umano come completamente sconnesso dalla dimensione sociale e culturale in cui vive, forse, possiamo ancora cercare di quadrare il cerchio dal punto di vista dei riduzionisti. Compiere determinate azioni, quali raccogliere i frutti dagli alberi o difendersi da un predatore, sono sicuramente elementi che ”contribuiscono alla conservazione dell’individuo e della specie” ma, ed è lecito chiederlo, che tipo di contributo danno alla conservazione della specie azioni come calciare un pallone, pagare una bolletta o avvitare i bulloni della propria bici nuova? O ancora, quando un bambino comincia ad esperire il mondo giocherellando con tutto quello trova in casa, è davvero possibile individuare un insieme determinato di situazioni in grado di innescare una serie altrettanto precisa di – sempre citando Tinbergen – “movimenti coordinati”? Se non abbiamo elementi per rispondere a domande del genere, per quale motivo definire le azioni come completamente istintuali?

Forse si potrebbe obiettare che Wegner e colleghi argomentano a favore del fatto che l’agire umano ha una necessaria base genetica; ma in questo caso la loro tesi sarebbe del tutto depotenziata, e perderebbe il valore filosofico che invece le viene attribuito. Per giunta, da una riformulazione di questo tipo, emerge un quadro teorico in cui sembra impossibile scindere una parte interna ed individuale dell’agire (I-action), da una sociale ed esterna (E-action).

«Perché mentre un istinto nel senso pieno del termine è un meccanismo questo sì del tutto interno ed individuale»,

il caso dell’agire umano sembra davvero diverso. Proprio il caso dei neuroni specchio, interpretato dalla giusta prospettiva filosofica, insegna che l’umano agisce perché qualcun altro agisce ed ha agito. Potremmo anche ammettere, nella direzione degli studi di Wegner, piuttosto che in quella delle teorie di Haynes, che le azioni abbiano una matrice istintuale ma non possiamo di certo ridurre le azioni ad istinto. Dovrebbe essere chiaro, inoltre, che negare il carattere istintivo delle azioni non implica assolutamente negare la matrice profondamente biologica dell’agire, che tuttavia ha bisogno anche di un altrettanto profondo legame con le relazioni sociali. Vorrei che dal punto 6 si traesse una conclusione ben precisa: non è che il problema qui presentato ha una matrice semantica. Non si tratta di definire o meno “istinto” un’azione, dandogli questo o quel significato, perché se le neuroscienze (alcuni neuroscienziati, ovviamente) credono che si possa sapere tutto di un’azione, solo studiando quello che accade a livello cerebrale prima che l’azione venga fatta, allora sono le neuroscienze stesse a definire l’azione istintuale nel senso tecnico in cui ne discute Tinbergen. E se le neuroscienze argomentano in questa direzione compiono un grosso errore, lo stesso errore che ai primordi della “nuova” linguistica facevano Chomsky o Pinker ritenendo che si potesse trattare il linguaggio come un qualsiasi altro organo corporeo. Come nel caso del parlare, che sussiste solo in relazione ad una comunità di parlanti, anche l’agire esiste solo in relazione ad una comunità di agenti. Se a noi interessa una teoria complessiva dell’agire umano, allora l’approccio neuroscientifico può risultare, oltre che parziale, dannoso.

7. Il danno, ovviamente, deriva dalla volontà di fare il passo più lungo della gamba. Ovvero, fuor di metafora, dal concludere che non esista un libero arbitrio/volontà da premesse che non permettono assolutamente di farlo. Dal fatto che l’azione sia codificata, a livello cerebrale, ancor prima che l’agente agisca, si inferisce che il soggetto avrebbe potuto fare solo ciò che effettivamente ha fatto. Il problema in questione, in realtà, non sta nel dimostrare verità o falsità del dato scientifico ottenuto, ma nel cercare di comprendere che tipo di entità sia l’agire; «è in gioco se le abilità cognitive umane sono abilità interne oppure relazionali, se sono simili al comportamento dello spinarello oppure no». Si tratta dunque di decidere se l’interno (genetica, azioni intese come istinto) possano fare a meno dell’esterno (ambiente in cui si agisce, società), e dunque rispetto a quanto detto prima, se il genoma sia già definito indipendentemente dal fenotipo, oppure se le relazioni con l’esterno influiscano nell’azione di un soggetto X retroagendo sullo stesso interno, rendendo negativa la risposta alla domanda: ha senso parlare di azioni individuali quando queste vengono sconnesse dalla dimensione sociale e relazionale? La tesi che fin qui ho argomentato trova dunque un suo naturale punto d’approdo nell’idea che un approccio biologico all’agire umano non debba ricercare, come accaduto col passato fallimentare del linguaggio nel FOXP2, piattamente le sue risposte nella genetica, ma nell’interazione tra questa disciplina e il contesto in cui l’umano effettivamente si trasforma in agente: il sociale.

8. Se quanto detto fin ora ha un senso, probabilmente la stessa distinzione I-action e E-action andrebbe archiviata, perché proprio come nel caso del linguaggio, separa ciò che invece dovrebbe restare unito. E ovvio, come sosteneva lo stesso Chomsky per il linguaggio, che anche nel caso dell’agire potremmo immaginare l’unica persona dell’universo che continua comunque ad agire. Tuttavia, in quel caso, la teoria dell’azione indagherebbe qualcosa di molto diverso da quello che invece analizza nella ricerca contemporanea. Ad esempio non avrebbe più senso domandarsi se il soggetto agisca bene o male (perché sembra difficile valutare solo biologicamente queste categorie); inoltre il soggetto non agirebbe più entro una comunità, e molte delle azioni che studiamo perderebbero di senso, perché lo stesso «individuale è inseparabile dal sociale». Insomma, sembra davvero che i sostenitori delle I-action come unico oggetto della ricerca scientifica si trovino a studiare tutt’altro che le azioni mentre, in realtà, analizzano solo le condizioni di possibilità dell’agire (la necessità di una codifica neurale). Le questioni inerenti le libertà d’agire hanno senso solo se discutiamo di azioni tanto nella loro dimensione interna che esterna. Inoltre, fatto non secondario ai fini di queste pagine, sostenere che il cervello dica tutto sulle azioni, spazzando via la volontà, significa sostenere che nessuno può agire in modo diverso da come poi ha effettivamente agito. Questo punto è filosoficamente gravissimo, se non fosse altro che in letteratura tutto ciò è anche ben falsificato .

Tratto da filosofia.it


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