Anton Cechov, La malinconia

by gabriella

vetturino russo davanti al suo calesse  - 1880Uno straziante racconto di Anton Cechov, ripreso da Uomini e profeti.

A chi mai canterò la mia tristezza?…
Crepuscolo della sera. La grossa, umida neve tùrbina fiaccamente intorno ai fanali or ora accesi e si posa in uno strato sottile e morbido sui tetti, sul dorso dei cavalli, sulle spalle, sui berretti di pelo. Il vetturino Jona Potàpov è tutto bianco, come un fantasma. Si è curvato quanto è possibile curvarsi a un corpo vivo, siede a cassetta e non si muove. Se anche lo coprisse un cumulo di neve, egli non sentirebbe il bisogno di scuoterselo di dosso… Anche la sua cavallina è bianca e immobile. Per la sua immobilità e angolosità di forme e le sue gambe rigide come bastoni è, anche da vicino, simile a uno di quei cavallucci di pane che i fornai vendono per una copeca. Con tutta probabilità essa è immersa ne’ suoi pensieri. Chi, uomo o bestia, è stato strappato all’aratro, ai paesaggi noti e grigi, per esser gettato qui, in questo baratro, pieno di luci mostruose, di incessante frastuono e di uomini in corsa, non può non pensare.

Jona e la sua cavallina non si muovono da quel posto da un pezzo. Sono usciti dalla rimessa ancor prima del pranzo e quanto a clienti niente e poi niente. Ma ecco sulla città discendono le ombre della sera. Il pallore della luce dei fanali cede a un color vivo, e l’andirivieni della via si fa più rumoroso.
“ Vetturino, via Viborg!” ode Jona. “Vetturino!”.
Jona sussulta e attraverso le ciglia incollate di neve vede un militare in cappotto col cappuccio.
“ Via Viborg!” ripete il militare. “O che, dormi? Via Viborg!”.
In segno di assenso Jona tira le redini, e a questo atto dal dorso della cavalla e dalle sue spalle casca la neve a strati… Il militare si siede nella slitta. Il vetturino fa schioccare la lingua, allunga il collo come un cigno, si solleva e, più per abitudine che per necessità, agita la frusta. Anche la cavallina allunga il collo, piega le gambe ch’eran simili a bastoni e si mette in moto indecisa.
“ Dove vai, demonio?” grida una voce a Jona, appena si è mosso, dalla folla oscura che cammina davanti e dietro a lui. “Dove diavolo vai a finire? Tieni la destra!”
“ Tu non sai guidare! Tieni la destra!” dice irritato il militare.
Un cocchiere dalla cassetta d’una carrozza lo rimbrotta, un passante che attraversa la strada e che ha sfiorato con la spalla il muso della cavallina, lo guarda con rabbia e scuote dalle maniche la neve. Jona siede a cassetta come sugli aghi, spinge i gomiti dai lati e si guarda intorno, come asfissiato, quasi che non capisca dove si trovi e perché.
“ Come son tutti furfanti!” dice argutamente il militare. “Spiano l’occasione per scontrarsi apposta con te o cascare sotto il cavallo. Certo si sono messi d’accordo”.
Jona dà uno sguardo al passeggero e muove le labbra… Vuole evidentemente dire qualche cosa, ma dalla gola non esce niente altro che un mugolio.
“ Cosa?” domanda il militare.
Jona torce le labbra ad un sorriso, sforza la gola e dice rauco: “Un figlio, signore… mi è morto questa settimana.”
“ Uhm!… E di che cosa è morto?”.
Jona si gira con tutto il torso verso il passeggero e dice:
“ E chi lo sa? Di febbre, pare… È rimasto due giorni all’ospedale ed è morto… volontà di Dio”.
“ Svolta, diavolo,” si sente gridare nell’oscurità. “Sei ammattito, vecchio cane? Guarda dove vai!”.
“ Va, va…” dice il passeggero. “Così non arriveremo neanche domani. Va più svelto”.
Il vetturino allunga di nuovo il collo, si solleva e con grazia pesante agita la frusta. Parecchie volte poi si volge a gettare un’occhiata al passeggero, ma questi ha chiuso gli occhi, e evidentemente non è disposto ad ascoltare. Depostolo in via Viborg, Jona si ferma presso una trattoria, si piega sulla cassetta e di nuovo resta immobile… La neve umida di nuovo imbianca lui e la cavallina. Passa un’ora, due…
Sul marciapiede, battendo rumorosamente le soprascarpe e litigando passano tre giovanotti: due alti e sottili, il terzo piccolo e gobbo.
“ Vetturino, al ponte della Polizia!” grida con voce stridente il gobbetto. “Per tre… un ventino!”.
Jona tira le briglie e fa schioccar la lingua. Il prezzo di un ventino non è conveniente, ma ora non gli importa del prezzo… Rublo o soldo, per lui ora è tutt’uno, purché ci sia qualcuno da condurre… I giovani, urtandosi e dicendo male parole, si avvicinano alla slitta e vi salgono tutti e tre insieme. Comincia la discussione sul problema chi debba sedere e chi stare in piedi. Dopo un lungo bisticcio e capricci e rimproveri, decidono che in piedi deve restare il gobbetto perché è il più piccolo.
“ Su, muoviti!” dice con la sua vocina stridente il gobbetto, accomodandosi e respirando sulla nuca di Jona. “Picchia! Ma che berretto hai, buon uomo! In tutta Pietroburgo non ne trovi uno peggiore…”.
“ Ih, ih!” Jona ride. “È quel che c’è…”.
“ Su, quel che c’è, sbrigati! Ci vuoi portare così adagio per tutta la strada? Sì? E se ti dessi un golino?”.
“ Mi duole la testa…” dice uno dei due altri. “Ieri dai Dukmàsov io e Vaska abbiamo bevuto, in due, quattro bottiglie di cognac.”.
“ Non capisco a che scopo mentire!” si arrabbia l’altro. “Menti come un animale”.
“ Che Dio mi punisca, se non è vero…”.
“È vero, come è vero che un pidocchio ha la tosse”.
“ Ih!” Sorride furbescamente Jona. “Gente allegra!”.
“ Che il diavolo ti porti!…” il gobbetto si indigna. “Vai o non vai, peste che non sei altro! Che si guida così? Ma dàgli con la frusta! Su, diavolo! Su! Come si deve!”.
Jona sente dietro la schiena agitarsi il corpo e tremare la voce del gobbetto. Ode le contumelie che gli sono rivolte, vede delle persone e questo gli alleggerisce nel petto il senso della solitudine. Il gobbo continua a insolentire fino a che una insolenza artificiosa enorme non gli va di traverso e lo fa tossire. I due altri cominciano a parlare di una certa Nadezda Petròvna. Jona li sbircia, di tanto in tanto. Approfittando di una breve pausa, si volge indietro un’altra volta e borbotta:
“ E a me… questa settimana… è morto… un figlio”.
“ Tutti morremo…” sospira il gobbo, asciugandosi dopo un attacco di tosse le labbra. “Frusta, frusta! Signori, io assolutamente non posso più andare avanti così! Quando arriveremo dunque?”
“ E tu dàgli un po’ di coraggio… sulla schiena!”.
“ Vecchia peste, senti? Ti romperò le ossa, Capisci? Se si fanno cerimonie con voialtri, è come andare a piedi!… Senti? o t’infischi delle nostre parole?”.
E Jona ode, più che non intenda, la voce che gli risuona dietro la nuca.
“ Il!…” ride. “Gente allegra! Che Dio conceda loro salute!”.
“ Vetturino, sei ammogliato?” domanda uno dei due alti.
“ Io? Ih… gente allegra! Adesso ho una moglie… la terra umida… oh, oh, oh… La fossa, voglio dire… Il figlio ora mi è morto ed io sono vivo… Strana cosa la morte! S’è sbagliata d’uscio… Invece di venire da me, è andata dal figlio…”.
E Jona si volta per raccontare come è morto il suo figliuolo, ma qui il gobbetto respira di sollievo e dichiara che, grazie a Dio, finalmente sono arrivati. Preso il ventino, Jona guarda a lungo dietro ai tre sfaccendati, che dispaiono in un portone oscuro. È di nuovo solo, e di nuovo si rifà per lui il silenzio… L’angoscia calmata per poco ricompare e lancina il petto con più forza ancora. Gli occhi di Jona inquieti e dolorosi seguono la gente, che corre ai due lati della via; non ci sarà fra quelle migliaia di persone neanche una che voglia ascoltarlo? Ma la folla corre e non si accorge né di lui, né della sua angoscia… L’angoscia è immensa, senza limiti. Se il petto di Jona scoppiasse e l’angoscia se ne riversasse fuori, inonderebbe tutto il mondo, e pure non si vede. Ha saputo trovar posto in un guscio così piccolo, che non la scorgeresti neanche di giorno col lume…
Jona vede un portiere con un fagottino e decide di mettersi a parlare con lui.
“ Caro, che ora è?” domanda.
“ Son quasi le dieci… Perché ti fermi qui? Vattene!”.
Jona si allontana di qualche passo, si curva e si dà tutto alla sua pena… Oramai considera inutile rivolgersi agli uomini. Ma non passano nemmeno cinque minuti, e si drizza, scrolla il capo, come se avesse sentito un dolore acuto, e scuote le briglie… Non ne può più.
“ Alla stalla!” pensa. “Alla stalla”.
E la cavallina, quasi che abbia capito il suo pensiero, si mette a trottare. Un’ora e mezza dopo, Jona siede già presso una grande stufa sudicia. Sulla stufa, sul pavimento, sulle seggiole, dappertutto c’è gente che russa. Nell’aria c’è un caldo grave, soffocante… Jona osserva i dormienti, si gratta e rimpiange di esser tornato presto a casa…
“ Non sono andato a prendere l’avena,” pensa. “Per questo sono triste. Un uomo pratico del proprio mestiere, quando ha mangiato e dato da mangiare al cavallo, è sempre tranquillo…”
In uno degli angoli si leva un vetturino giovine, borbotta assonnato e va verso il secchio dell’acqua.
“ Hai sete?” domanda Jona.
“ Pare”.
“ Ecco… Alla tua salute… E a me, caro, è morto un figlio… L’hai sentito? Questa settimana all’ospedale… Una storia!”
Jona osserva quale effetto producano le sue parole, ma non vede niente. Il giovine si è coperta la testa e dorme già. Il vecchio sospira e si gratta… Come il giovine aveva voglia di bere, così egli ha voglia di parlare. Presto farà una settimana che il figlio è morto e lui non è riuscito parlare con nessuno… Bisogna parlare con metodo, con qualche pausa… Bisogna raccontare come il figlio si è ammalato, come ha sofferto, che cosa ha detto prima di morire, come è morto… Bisogna descrivere i funerali e la sua corsa all’ospedale in cerca dell’abito del morto. Al paese è rimasta la figlia Anìs’ja… E bisogna parlare anche di lei… Che è poco quello di cui ora potrebbe parlare? Chi ascolta deve dare in esclamazioni, deve sospirare, fare lamenti… Con le donne sarebbe ancora meglio. Anche se sono stupide, dànno in singhiozzi dopo due parole.
“ Vado a dare un’occhiata al cavallo,” pensa Jona. “Avrò sempre tempo di dormire… dormirò abbastanza lo stesso…”.
Si veste e va nella stalla. Pensa all’avena, al fieno, al tempo che fa… Al figlio, quando è solo, non può pensare… Parlare di lui con qualcuno può, ma pensare solo e disegnare a se stesso la figura di lui è penoso e insopportabile…
“ Mangi?” domanda Jona alla cavalla, vedendo i suoi occhi lucenti. “Mangia, mangia… Non siamo andati a comperar l’avena e dunque mangeremo del fieno. Sì… Sono vecchio ormai per il mestiere… a mio figlio toccava, non a me… Quello era un vero vetturino… Fosse ancora vivo…”.
Jona tace per qualche tempo, poi continua:
“ Così è, cavallina cara… Non c’è più Kusmà Jonyc… Se ne è andato, morto, inutilmente… Ora, diciamo, tu hai un piccolo puledro e tu di questo piccolo puledro sei la mamma… E d’improvviso, diciamo, questo stesso piccolo puledro muore… Non è una pena?”.
La cavallina mangia, ascolta e soffia sulla mano del suo padrone…
Jona si commuove e racconta tutto a lei….

Racconti, volume primo, Garzanti, Milano, 1965


2 Comments to “Anton Cechov, La malinconia”

  1. Dopo aver ascoltato la trasmissione radiofonica non ho potuto fare a meno di leggere per intero questo breve racconto. Mi tocca in profondità ed è una sorta di balsamo per lenire le ferite della mancanza. Grazie per averlo riportato su questo blog.

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