Armando Massarenti, Apologia di Leibniz

by gabriella

Secondo l’appassionata apologia di Massarenti, il meglio di Lebniz sarebbe nel suo insospettabile aristotelismo politico. Già, anche se non fosse un pensatore immenso, lo ameremmo per quella sua idea  «che stranamente non conforta potenti né monarchi né allora né oggi». 

«Quelli che hanno affermato che tutto va bene han detto una castroneria» spiega Pangloss al giovane Candide. «Bisognava dire che meglio di così non potrebbe andare». Distinzione sottile per dire che, nonostante l’esistenza del male, della malvagità umana, delle guerre di religione e di sciagure naturali come cataclismi, terremoti, tsunami, malattie, viviamo nel migliore dei mondi che Dio avrebbe potuto creare, il «migliore dei mondi possibili».

Il riferimento è, naturalmente, alla Teodicea, l’unica opera che Leibniz ha pubblicato in vita. ma è giusto che un pensatore così erudito e prodondo finisca per essere ricordato solo per la caricatura di Voltaire? In uno spiritoso dizionarietto dei luoghi comuni si legge che Leibniz scriveva cose del genere solo per confortare i monarchi. Con i quali, com’è noto, ebbe grandi frequentazioni in qualità di filosofo, diplomatico, linguista, storico, giurista, bibliotecario. Era anche fisico, geologo, matematico, logico, metafisico, e se non pubblicò molto di tali speculazioni – dice sempre il nostro vademecum flaubertiano – è perché sevivano a poco per confortare i potenti presso i quali amava soggiornare.

In realtà, in vita, oltre alla Teodicea egli pubblicò altri saggi, coem le Meditazioni sulla conoscenza, la verità e le idee, o quello su alcuni «errori commessi» da Cartesio, e ultimo anche una confutazione sistematica del pensiero di Locke, intitolata Nuovi saggi sull’intelletto umano che poi non ha pubblicato avendo saputo della morte del padre del’empirismo. La propria idea di natura è espressa nella Monadologia, e pure questa ha suscitato commenti semiseri, anche da parte dei suoi più ingegnosi ammiratori, come Carlo Emilio Gadda che sulla metafisica leibniziana ha scritto la tesi di laurea: «la mia monade e il mio io sono delle baracche sconquassate rispetto alle pure sfere d’acciaio di Leibniz e hanno finestre e fessure».

Anche su un altro scrittore, Jorge Luis Borges, hanno avuto un duraturo effetto gli innumerevoli scambi epistolari, gli articoli brevi su problemi enormi (perché esiste qualcosa invece del nulla?), gli schizzi intellettuali buttati giù per puro divertimento del filosofo. Al punto che leggendo Leibniz, a volte sembri aprorpio di leggere Borges.

Leibniz è un autore modernissimo, che scrive nel pieno della rivoluzione scientifica e del trionfo del meccanicismo. Ma, come ha messo bene in luce Massimo Mugnai, uno dei più importanti studiosi del suo pensiero, la sua fantasia filosofica non ha freni inibitori, e il suo equilibrio, la sua chiarezza e il suo rigore si nutrono anche delle visioni che la Nuova Scienza sembra contraddire. Con i peripatetici gli piace fare il cartesiano, mentre con questi ultimi si diverte a recuperare finalismi ed entelechie.

Come per Cartesio, il suo lascito più duraturo riuguarda la matematica. Indipendentemente e quasi in contemporanea con Newton, è l’inventore del calcolo differenziale e integrale. A esso si lega uno dei suoi sogni più ambiziosi. Mentre affrontava un problema di logica, «come spinto da una necessità interna, a questa idea straordinaria: che doveva essere possibile costruire una caratteristica universale della ragione, mediante la quale, in qualisiasi dominio, tutte le verità si presenterebbero alla ragione in virtù di un metodo di calcolo, come nell’aritmetica o nell’algebra. Di conseguenza, quando sorgeranno controversie tra due filosofi, non sarà più necessaria una discussione; sarà sufficiente infatti che prendano in mano le penne, si siedano di fronte agli abachi e si dicano l’un l’altro “calculemus!”».

Tutta la logica era da reimpostare e Leibniz intuì che bisognava partire da un sistema binario. Come ci arrivo? Attraverso uno dei libri che dalla Cina giunsero in Europa dopo la spedizione di Matteo Ricci: gli I-Ching, il libro dei mutamenti, le cui figure, come nella logica che Leibniz vagheggiava – e che oggi fa funzionare i nostri computer – sono combinazioni di due soli elementi, le linee lunghe e le linee spezzate, equivalenti all’uno e allo zero. In quel sistema Leibniz vide una conferma della possibilità di comprendere la lingua che la mente divina parla nel libro della natura. Della «clavis universalis» e della «mathesis universalis», queste idee così metafisiche, rimane traccia nei simboli che usiamo ancora oggi quando facciamo dell’analisi matematica.

Leibniz coltivava anche dei sogni «sociali». Scrisse un piano per la costruzione di una Società  delle Arti e delle Scienze in Germania e un abbozzo su società ed economia, nei quali sviluppava una ragionevole utopia: l’obiettivo primario dello stato deve essere quello di liberare i cittadini dalle fatiche del mondo fisico, perché «tutti possano costantemente sperimentare tutti i tipi di pensieri e idee innovatrici, proprie a loro stessi e agli altri, senza perdere tempo prezioso». La schiavitù del lavoro non migliora la produttività, produce solo ingiustizia. Ecco una bella idea, di quelle che stranamente con confortano potenti e monarchi, né allora né oggi.


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