Augusto Illuminati, Il saper fare che cancella il comando e l’obbedienza

by gabriella

La recensione di Illuminati a Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza di Gilles Deleuze uscita su deleuzeIl Manifesto del 24 novembre 2007. Ho linkato al testo le lezioni di Deleuze, reperibili dal portale WebDeleuze.com anche nella traduzione italiana.

Dal punto di vista autoriale e proprietario incerto è lo statuto di questo Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza di Gilles Deleuze, curato e prefato da Aldo Pardi per Ombre Corte (pp. 202, euro 18,50) – versione italiana della sbobinatura, reperibile in rete (www.webdeleuze.com), delle lezioni dedicate a Spinoza (gennaio 1978; novembre 1980-marzo 1981) – ma che meraviglia di immediatezza filosofica e di efficacia didattica.

Naturalmente viene spontaneo raffrontarla con i grandi testi consacrati negli anni ’60 dallo stesso Deleuze all’Olandese nonché al complementare Nietzsche. Qui è più evidente per un verso il confronto con la tradizione accademica più innovativa (Martial Gueroult e Ferdinand Alquié), per l’altro un corpo a corpo con il testo che consente una trasmissione impagabile al pubblico, con un’esplicita traduzione esistenziale e politica dei luoghi più astratti dell’ontologia, anzi con l’assunzione tutta politica della dimensione ontologica.

 I tre gradi di conoscenza

La lezione introduttiva del 24.1.1978 pone già tutti i termini del problema: il rapporto fra idea, affetto e affezione, l’impersonalità automatica della successione delle idee, l’incessante variazione della potenza del corpo e della mente, la composizione positiva e negativa dei corpi, l’essere il nostro corpo determinato dall’insieme dei rapporti che lo affettano e che è in grado di organizzare. Dunque, nulla conta se non la mappa degli affetti di cui un corpo è capace, risultandone saturato nelle due opposte direzioni del potenziamento o depotenziamento indefinito della propria potenza di agire. La felicità dell’incontro appagante, l’autodistruzione dell’overdose. Il passaggio dalla passione all’azione. L’Etica non è una morale precisamente perché Spinoza non chiede mai cosa «si deve» fare, ma cosa si è in grado di fare, tratta della potenza non del dovere. In altri termini (lezione 2) è un’etologia che non rinvia ad alcuna istanza superiore.

Nelle lezioni successive Deleuze affronta originalmente la partizione in tre gradi della conoscenza, accentuando la riduzione di quella immaginativa a errore, insistendo sul carattere singolare e non astrattivo delle nozioni comuni, il cui ruolo è soprattutto di intensificare la potenza di agire, definendo rigorosamente il terzo genere di conoscenza come connessione reciproca di intensità pure, di essenze singolari liberate dalle parti estese.

Con un percorso solo apparentemente a zig-zag si tocca poi il problema del diritto naturale fondato sulla potenza e dei rapporti con Hobbes (lezione 3), riprendendo il motivo della razionalizzazione come costruzione utilitario-cooperativa e non realizzazione dell’essenza dell’uomo; l’equipollenza e pari legittimità di ragione e follia dal punto di vista della potenza naturale e lo loro differenziazione solo negli affetti che ne conseguono sul piano sociale; il fondarsi della società sulla consensualità e non sulla superiore competenza del saggio (lezione 4). Su quest’ultimo punto si registra una convergenza sostanziale con Hobbes, mentre le strade si divaricano quanto alla persistenza del diritto naturale e soprattutto per le decise conseguenze anti-gerarchiche che Spinoza ne trae sia per rifiutare qualsiasi metafisica dell’«Unicità» sia per negare la riduzione dello Stato alle funzioni di comando e obbedienza.

Il fine dello Stato è infatti la libertà, cioè il più ampio sviluppo della potenza, mentre l’obbedienza vale solo se funzionalizzata a ciò. Se non c’è un «Uno» superiore all’essere, allora bene e male sono nulla, non semplicemente relativi ma relativi alla differenza dei gradi intensivi di potenza che risultano da combinazioni aleatorie (lezioni 5 e 6). Non si nasce né liberi né razionali: come lo si diventa? Attraverso un complesso discorso sull’infinito, dove spicca l’illuminante contrapposizione, desunta dal critico d’arte Alois Riegl, fra l’universo ottico-tattile dei Greci e il binomio bizantino luce-colore che libera la figura dalla tirannia dello spazio (lezione 7, originale francese), si perviene a una definizione dell’individuo non come sostanza ma come rapporto emancipato dal limite, gradiente di potenza nell’ambito di una continua composizione di rapporti fra le affezioni del singolo modo e fra i singoli modi.

Nella lezione 8 Deleuze è per un attimo affascinato dalla proposta di Gueroult che intende il rapporto fra movimento e riposo (i due modi infiniti immediati che costituiscono ogni modo finito nell’attributo Estensione) quale «vibrazione», ma preferisce definire l’individuo quale rapporto differenziale specifico dei sotto-individui infinitamente piccoli che lo costituiscono – forse ha torto, alcuni neuroscienziati leggono in modo vibrazionale le attività neuronali e addirittura hanno identificato la coscienza con una determinata frequenza.

Di qui, nelle due ultime lezioni, Deleuze ritorna sul tema della conoscenza. Gli uomini sono composti di parti estese connesse fra di loro e con l’esterno in modo del tutto contingente: puoi nutrirti piacevolmente o avvelenarti, fare un incontro piacevole o essere punto da una zanzara. Le idee inadeguate, proprie del primo genere di conoscenza, si limitano a constatare quella casualità e costituiscono il primo strato dell’individualità.

Il culmine della beatitudine

Per fortuna possiamo accedere, grazie al secondo genere di conoscenza, alla scoperta della norma che contiene il criterio di composizione e decomposizione dei vari rapporti, la comprensione delle cause e della ragion d’essere di cose ed eventi. Passiamo a controllare i rapporti, come chi nuota domina e sfrutta le onde che travolgono l’inesperto, chi passivamente dipende dall’immaginazione. Un saper fare, dunque, non solo una conoscenza geometrica e matematica, mentre ogni categoria conoscitiva è anche un modo di esistenza. Tanto più questo vale per il culmine della beatitudine, la conoscenza di terzo genere per cui sentiamo e sperimentiamo di essere eterni. Accesso alla verità eterna dei rapporti, al regime dell’esistenza delle parti intensive che rende minoritaria e irrilevante la parte estesa imprigionata nella durata e destinata alla morte per usura e attrito con il mondo esterno. Unione mistica delle essenze che continuano a distinguersi fra di loro pur essendo contemporaneamente tutte intrinseche le une alle altre (lezioni del 20 gennaio 1981, 17 febbraio 1981; 17 marzo 1981lezione conclusiva in francese].


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