Colin Crouch, Postdemocrazia

by gabriella

postdemocraziaLa recensione di Luca Baccelli al saggio del 2003 [Post democracy, Oxford, 2004; Laterza, 2003] di Colin Crouch, tratta da Jure gentium.

“[…]anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici” (p. 6).

Questo è il modello di quella ‘sindrome’ che Colin Crouch definisce ‘postdemocrazia’. La tesi di questo volume è che i regimi rappresentativi esibiscono attualmente una tendenza a trasformarsi in postdemocrazie, percorrendo il ramo discendente di una parabola che ha toccato il suo vertice nella seconda metà del secolo XX, epoca di massima affermazione delle politiche egualitarie. Il tema della crisi della democrazia nell’epoca della retorica globale dei sistemi elettivi/rappresentativi – un topos della recente discussione politologica – è affrontato a partire da una critica della concezione liberale-elitista della democrazia che ha il merito di non indulgere in comode scorciatoie normativistiche (come viceversa avviene in molta teorizzazione contemporanea della democrazia deliberativa).

post-democracyNel delineare i tratti della postdemocrazia Crouch muove da un’analisi dell’azienda globale «istituzione chiave del mondo postdemocratico». Essa si presenta con i tratti di un’apparente leggerezza. Acquisizioni, fusioni e ristrutturazioni mutano di frequente la stessa identità dell’azienda, mentre le ‘nuove’ e ‘flessibili’ forme contrattuali rendono la forza-lavoro sempre più frantumata e dispersa. La stessa esistenza di un core business è vista come un elemento di rigidità: l’azienda tende a concentrarsi sulla gestione della finanza e su quella del logo. Ma Crouch critica radicalmente le interpretazioni che vedono nell’“azienda fantasma” un’istituzione debole, il sintomo della dissoluzione del capitale e del superamento della divisione in classi. Al contrario, questa

«capacità di decostruzione è la forma più estrema assunta dal predominio dell’azienda nella società contemporanea» (p. 49).

E l’azienda diviene infatti il modello istituzionale anche per il settore pubblico. Si avvia la ristrutturazione degli enti pubblici per renderli più attraenti ai finanziatori privati, mentre l’esternalizzazione da parte dei governi alle imprese di un ingente ambito delle loro attività si traduce in un rapporto più stretto fra potere economico e organi pubblici e nell’aumento del potere politico delle lobby.

Se una delle principali preoccupazioni della teoria economica di Adam Smith era quella di rendere indipendenti e svincolare il mondo politico e l’impresa privata, oggi si assiste al

«ritorno dei privilegi politici corporativi coperti dagli slogan del mercato e della libera concorrenza» (p. 59).

L’azienda globale gode dell’esonero fiscale, allo stesso modo della nobiltà e del clero nell’ancien régime.

“Oggi […] a causa della crescente dipendenza dei governi dalle competenze e dai pareri di dirigenti delle multinazionali e grandi imprenditori e della dipendenza dei partiti dai loro finanziamenti, andiamo verso la formazione di una nuova classe dominante, politica ed economica, i cui componenti hanno non solo potere e ricchezza in aumento per loro conto via via che le società diventano sempre più diseguali, ma hanno anche acquisito il ruolo politico privilegiato che ha sempre contraddistinto l’autentica classe dominante. Questo è il fattore centrale di crisi della democrazia all’alba del XXI secolo” (p. 60).

In questo quadro l’“assioma politico contemporaneo della sparizione della classe sociale“, più che una diagnosi fondata, è un “sintomo della postdemocrazia”. Accanto al declino della classe operaia – da classe del futuro a soggetto di politiche di retroguardia – emerge l’incoerenza delle altre classi, la loro mancanza di autonomia e la loro debolezza rispetto alla manipolazione postdemocratica. La politica dei nuovi riformisti si incentra sulla costruzione di un modello di partito adeguato per la postdemocrazia, un ‘partito per tutti’ che abbandona la sua base tradizionale.

“Ma per un partito non avere una base definita significa esistere nel vuoto. È qualcosa che la natura politica aborre e i nuovi interessi delle grandi aziende, incarnati nel nuovo modello aggressivo e flessibile dell’azienda che massimizza i dividendi degli azionisti, hanno spinto per riempirlo” (p. 73).

D’altra parte nessuno ha trovato la formula per rappresentare gli interessi dei lavoratori subordinati postindustriali. Mentre “un programma potenzialmente radicale e democratico rimane lettera morta” si assiste all’affermazione di partiti nazionalisti, xenofobi o razzisti, che nel vuoto politico propongono identità nette senza compromessi.

Il tradizionale modello politologico che vedeva i partiti di massa costruiti in una serie di cerchi concentrici (dirigenti, parlamentari, militanti e amministratori locali, via via fino ai tesserati ordinari, sostenitori e ai semplici elettori) viene superato. Si stabilisce un legame diretto fra i dirigenti centrali e gli elettori. E soprattutto si assiste alla trasformazione del primo cerchio in un’ellisse che include le élite dei lobbysti e dei consulenti.

“Se ci basiamo sulle tendenze recenti, il classico partito del XXI secolo sarà formato da una élite interna che si autoriproduce, lontana dalla sua base nel movimento di massa, ma ben inserita in mezzo a un certo numero di grandi aziende, che in cambio finanzieranno l’appalto di sondaggi d’opinione, consulenze esterne e raccolta di voti, a patto di essere ben viste dal partito quando questo sarà al governo” (p. 84).

La postdemocrazia si traduce in un processo di “commercializzazione della cittadinanza” che stravolge lo schema elaborato da T.H. Marshall. Una serie di servizi che costituivano dei diritti garantiti dallo status di cittadini vengono messi sul mercato e gestiti con logica commerciale, anche a prescindere dalla proprietà, pubblica o privata, delle agenzie che li erogano. Un colossale progetto globale di smantellamento del welfare state passa attraverso l’individuazione di successive aree da aprire al mercato ed alla privatizzazione: il WTO è stato istituito precisamente per questo scopo. Crouch rileva che la trasformazione del mercato da strumento a principio assoluto, la trasformazione in merce di ogni bene e servizio, produce effetti perversi anche sul piano strettamente economico. E il fatto che il pubblico si occupi di erogare servizi solo per quella parte residuale degli utenti che non interessa al mercato finisce per degradarne la qualità e di fatto per escludere gli utenti dalla cittadinanza. Questo processo non sarà compiuto

“fintanto che la fornitura dell’istruzione, dei servizi sanitari e degli altri servizi tipici del welfare state non saranno subappaltati a estese catene di fornitori privati, così che il governo non sia più responsabile della loro produzione di quanto la Nike lo sia delle scarpe su cui mette il marchio” (p. 116).

Ma già oggi l’ideologia del mercato si traduce nell’affermazione di un modello giacobino che concentra il potere politico al centro senza livelli intermedi di azione politica. Mentre i cittadini perdono potere il processo elettorale democratico si avvicina “a una campagna di marketing basata abbastanza apertamente sulle tecniche di manipolazione usate per vendere prodotti” (p. 116).

La principale causa del declino della democrazia risiede insomma per Crouch nel forte squilibrio in via di sviluppo tra il ruolo degli interessi delle grandi aziende e quelli di tutti gli altri gruppi” (p. 116). Crouch ipotizza alcune misure per contrastare questo processo, senza indulgere nell’utopia: l’abolizione del capitalismo rimane un sogno, il suo ‘dinamismo’ e il suo ‘spirito intraprendente’ sono una risorsa irrinunciabile. Ma è possibile trovare una nuova forma di compromesso della democrazia con gli interessi delle aziende multinazionali così come in passato si sono trovate altre forme di compromesso con le industrie nazionali, e ancor prima con il potere militare e con le Chiese. Questo sarà possibile, fra l’altro, se i cittadini eserciteranno una pressione non solo attraverso i partiti ma sui partiti. In altri termini occorre rovesciare la tendenza dei partiti a “incoraggiare il massimo livello di minima partecipazione” (p. 126). Quelle in cui aderisce ad alcune proposte istituzionali di Philippe Schmitter non sono forse le migliori pagine del libro di Crouch. Assai più interessante è l’affermazione che occorre

“invertire la prospettiva consueta adottata dal mondo politico su cosa sia democrazia e cosa la sua negazione” (p. 131).

Il sistema dei partiti mostra in genere scarso allarme per le pressioni degli interessi economici, mentre insiste sui rischi di antidemocraticità dei nuovi movimenti che si affermano di volta in volta sulla scena. Le “nuove creatività dirompenti all’interno del demos” (p. 130) sono invece un antidoto alla postdemocrazia e possono permettere di reindirizzare il malcontento dagli obiettivi e dai capri espiatori dei movimenti reazionari verso le vere cause dei problemi. Per Crouch

«c’è bisogno di un mercato aperto dove concorrere a definire identità politiche, che rimanga all’esterno, ma ancora abbastanza vicino, all’arena oligopolistica dei partiti esistenti. […] La politica democratica dunque ha bisogno di un contesto dove i vari gruppi e movimenti facciano sentire le proprie voci in modo energico, caotico e chiassoso: sono loro il vivaio della futura vitalità democratica» (p. 135).

In altri termini, non c’è da scandalizzasi per il conflitto sociale.

Toqueville

Alexis de Toqueville (1805 – 1859)

scontri a Roma 15 ottobre 2011

Come si vede, la diagnosi di Crouch sulla democrazia integra gli strumenti della scienza politica con quelli della sociologia; l’analisi della struttura economica ha un ruolo centrale, che non scontenterebbe un marxista impenitente. La nozione di ‘postdemocarzia’ si allarga, al di là dei meccanismi politico-elettorali e delle strutture istituzionali, a connotare un processo sociale complessivo, un po’ come avveniva per il termine ‘democrazia’ nella classica visione di Tocqueville. L’analisi teorica si incontra con la discussione della storia recente e dell’attualità politica, a partire da una conoscenza diretta soprattutto della Gran Bretagna del New Labour. Non c’è che sperare che gli spunti analitici e prognostici, così ricchi in questo breve volume, siano ripresi e sviluppati in un quadro più articolato, che mantenga la stretta interrelazione fra politologia, teoria sociale, scienza economica, magari ampliando lo sguardo a questioni come l’evoluzione dei media, le trasformazioni del diritto, il nuovo ruolo del fondamentalismo e del conservatorismo religioso e, non ultimo, gli scenari della guerra globale. Quella della postdemocrazia è una sindrome che esprime gravi patologie sociali: di fronte ad essa c’è da sperare nei processi e nei conflitti sociali, ma c’è anche un grande bisogno di teoria.


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