Posts tagged ‘crisi del welfare’

luglio 9th, 2015

Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità

by gabriella
Freud nel suo studio

Freud nel suo studio

L’introduzione di Bauman a La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 7-25.

Nel 1929 comparve a Vienna Das Unbehagen in der Kultur, un saggio che inizialmente doveva essere intitolato Das Unglück in der Kultur. Il suo autore era Sigmund Freud. In italiano l’opera è nota come Il disagio della civiltà (Torino, Boringhieri, 1978). La stimolante e provocante lettura freudiana delle pratiche della modernità entrò nella coscienza collettiva e finì per strutturare profondamente il modo di valutare le conseguenze (intenzionali e non) dell’avventura moderna. Anche se Freud aveva preferito parlare di Kultur o di «civiltà», sappiamo ora che il libro riguarda la storia della modernità; solo la società moderna era in grado di pensare se stessa come fermento «culturale» o «civilizzatore» e di agire sulla base di questa autocomprensione producendo gli esiti che Freud si proponeva di indagare; per questo motivo, l’espressione «civiltà moderna» è pleonastica.

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maggio 12th, 2015

Expo 2. Trikle-down economics

by gabriella

Guido Viale illustra uno dei principi cardine dell’economia neoclassica e delle politiche neoliberali, in relazione alla Carta di Milano e alla lotta alla denutrizione in chiave Expo.

Lemonworld 204 TRICKLETrickle-down (in italiano, sgocciolamento) è il nome di una teoria economica, ma anche di una filosofia, che molti hanno conosciuto attraverso la parabola di Lazzaro che si nutriva delle briciole che il ricco Epulone lasciava cadere dalla sua mensa (Luca, 16, 19-31). Dopo la loro morte le parti si sono invertite perché Lazzaro è stato ammesso al banchetto di Dio, in Paradiso, mentre Epulone è finito all’inferno a soffrire fame e sete. La teoria e la filosofia del Trickle–down in realtà si fermano alla prima parte della parabola. La seconda parte è compito nostro realizzarla; e non in Paradiso, dopo la morte, ma su questa Terra, qui e ora.

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marzo 15th, 2015

Dopo il Welfare, Non profit, volontariato, solidarietà

by gabriella

volontariatoIl terzo settore, così chiamato per la sua collocazione tra stato e mercato, assume un particolare significato se inquadrato nello scenario della crisi dello Stato sociale e delle sue politiche assistenziali.

La proliferazione di iniziative benefiche e filantropiche (non profit, volontariato, solidarietà) degli anni ’90 è stata, infatti, la risposta alla crisi del Welfare, una crisi di risorse, ma anche ideale e organizzativa, che si è legata alle crescenti difficoltà di raccolta fiscale degli stati nazione (si vedano le voci globalizzazione e fiscalità di vantaggio) e a una drastica perdita di legittimità delle misure, criticate per la loro inefficienza (alcune fasce di popolazione non abbiente, quale ad esempio quella dei giovani disoccupati, ne sono rimaste tradizionalmente fuori) e iniquità (quale fonte di “sprechi” e scandali) [qui un servizio di radiorai1].

pio albergoIl disimpegno dell’iniziativa statale è stato infatti accompagnato da critiche all’efficienza e all’efficacia degli interventi e da scandali che evidenziavano come le politiche di Welfare fossero intessute di malversazioni. Lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio aprì, non a caso, la stagione milanese di Mani pulite (1992), poi sfociata in Tangentopoli. Venticinque anni dopo, quell’epoca si è chiusa idealmente con lo scandalo delle esternalizzazioni dei servizi socio-assistenziali a cooperative non meno costose per l’erario o più affidabili dal punto di vista della trasparenza degli appalti. Dal gigantesco affaire Mafia capitale è, infatti, emerso come le relazioni della cooperativa Buzzi avessero edificato un autentico mondo-di-mezzo tra politica (dall’estrema destra dei NAR all’amministrazione capitolina di centro-sinistra) mondo imprenditoriale e mafie.

Nei casi di corretta gestione, non mancano, peraltro, ambiguità significative circa la presunta assenza di profitto di associazioni che si comportano in tutto e per tutto come imprese, promuovendo il proprio brand sui media e assumendo personale per assicurare la continuità organizzativa delle loro iniziative. Un caso specifico è rappresentato dalle cooperative sociali che occupano lavoratori retribuiti (con contratti, di solito, particolarmente svantaggiosi per i “soci-lavoratori”) insieme a volontari, per un giro d’affari stimato nel 2005 a oltre sei miliardi euro [fonte Wikipedia].

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aprile 13th, 2014

Colin Crouch, Postdemocrazia

by gabriella

postdemocraziaLa recensione di Luca Baccelli al saggio del 2003 [Post democracy, Oxford, 2004; Laterza, 2003] di Colin Crouch, tratta da Jure gentium.

“[…]anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici” (p. 6).

Questo è il modello di quella ‘sindrome’ che Colin Crouch definisce ‘postdemocrazia’. La tesi di questo volume è che i regimi rappresentativi esibiscono attualmente una tendenza a trasformarsi in postdemocrazie, percorrendo il ramo discendente di una parabola che ha toccato il suo vertice nella seconda metà del secolo XX, epoca di massima affermazione delle politiche egualitarie. Il tema della crisi della democrazia nell’epoca della retorica globale dei sistemi elettivi/rappresentativi – un topos della recente discussione politologica – è affrontato a partire da una critica della concezione liberale-elitista della democrazia che ha il merito di non indulgere in comode scorciatoie normativistiche (come viceversa avviene in molta teorizzazione contemporanea della democrazia deliberativa).

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dicembre 29th, 2012

1982, in Inghilterra si progetta lo smantellamento del welfare

by gabriella

ThatcherDocumenti ufficiali di Downing Street, da poco resi pubblici, rivelano il piano di Margaret Thatcher per cancellare lo stato sociale, al quale il premier britannico avrebbe rinunciato per l’opposizione del suo stesso esecutivo che lo considerava eccessivamente radicale. Un articolo del Guardian, tradotto da Voci dall’estero,  rilegge la vicenda, concludendo che le condizioni assenti trent’anni fa potrebbero oggi essersi realizzate.

Come mostrano le nuove rivelazioni dei documenti di Downing Street, recentemente pubblicati, nel 1982, Margaret Thatcher e il suo ministro Howe misero a punto un piano politicamente micidiale per smantellare il Welfare State, dal quale il premier britannico prese le distanze dopo ciò che è stato descritto come una sommossa nel suo stesso gabinetto di governo. Le proposte considerate dal suo gabinetto comprendevano l’istruzione scolastica a pagamento e un massiccio ridimensionamento degli altri servizi pubblici. “Questo, naturalmente, significherebbe la fine del Servizio Sanitario Nazionale”, dichiarava il memorandum riservato per il governo redatto dal Central Policy Review Staff nel settembre del 1982, desecretato venerdì dalla National Archives, dopo che sono trascorsi 30 anni.

Nigel Lawson, l’allora segretario all’energia, disse che il rapporto del thinktank ufficiale sulle opzioni per la spesa pubblica a lungo termine provocò “la cosa più simile a una rivolta che sia mai avvenuta nella storia dell’amministrazione Thatcher”. Nelle sue memorie, la Thatcher dice: “Quando vidi questo documento, rimasi inorridita. Feci notare che quasi certamente sarebbe trapelato, dando un’impressione totalmente falsa … Era una vera sciocchezza”, affermando quindi che le proposte non furono mai seriamente considerate né da lei né dai suoi ministri.

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