Con la crisi non basta più il lavoro di uno solo in famiglia

by gabriella

La giornalista de La Stampa, Linda Laura Sabbadini analizza il declino del reddito da lavoro e la crisi del modello familiare patriarcale del maschio breadwinner.

Il modello del padre che mantiene moglie e figli non è sostenibile: dal 2005 al 2015 l’incidenza della povertà assoluta tra gli operai è triplicata. Per molti lavoratori il fatto di avere un posto non garantisce un reddito sufficiente a mantenere la famiglia.

La crisi sociale è più lunga della crisi economica. Uscire dalla recessione non vuol dire che la crisi sia finita. Quanta disoccupazione è stata riassorbita? Quanto dell’aumento della povertà assoluta, dei più poveri tra i poveri, si è recuperata?

Partiamo dalla disoccupazione. Dopo essere cresciuta ininterrottamente dal 2007, da circa 1 milione e mezzo, la disoccupazione ha raggiunto il picco nel quarto trimestre del 2014 di 3 milioni 267 mila persone, per poi diminuire. Siamo, comunque, a 2 milioni 987 mila nel terzo trimestre del 2016. La disoccupazione di lunga durata, da 12 mesi in su, pur essendo diminuita, coinvolge 1 milione 600 mila persone, più del 50% dei disoccupati. Elemento, questo, che va considerato con attenzione, perché più a lungo si protrae lo stato di disoccupazione, più è difficile uscirne e rimettersi in gioco sul mercato del lavoro.

I disoccupati sono molti tra i giovani, ma non dobbiamo dimenticarci di quelli adulti o ultracinquantenni, che , seppure di meno, hanno maggiori difficoltà, a causa dell’età, a rientrare nel mercato del lavoro e che spesso vivono in famiglie in cui solo loro percepivano un reddito. Certo, gli occupati sono cresciuti di 570 mila unità dall’inizio del 2014, ma ancora non abbastanza per riassorbire una parte importante della disoccupazione, anche perché una parte della crescita è imputabile alla maggiore permanenza degli ultracinquantenni nel mondo del lavoro. E comunque la crescita dell’occupazione non è stata sufficiente in questi anni a far diminuire la povertà assoluta , o perché trattasi comunque di occupati a basso reddito in famiglie con bisogni più alti, o perché una parte dell’occupazione è cresciuta per persone che vivono in famiglie non povere, aumentando così la polarizzazione.

 

Un lento recupero

Se il peggioramento delle condizioni di vita è stato intenso e veloce, il recupero comunque, è ancora lento rispetto alle necessità. D’altro canto non possiamo meravigliarci visto che già da prima della crisi il nostro Paese non aveva conosciuto ritmi di crescita rilevanti. La povertà assoluta, dopo essere raddoppiata non è ancora diminuita.Sono 1 milione 582 mila le famiglie in povertà assoluta e 4 milioni 598 mila le persone. La mancanza di lavoro continua a connotare la povertà, le famiglie con a capo un disoccupato sono quelle più in povertà assoluta delle altre e sono aumentate nel tempo. Tra queste erano povere assolute il 12,8% nel 2005, salite al 14,5%nel 2009 fino a raggiungere il 19,8% nel 2015. Pur essendo un valore alto è importante sottolineare la sua diminuzione rispetto al 2013. Ancora più che in passato la crisi ha evidenziato quanto il lavoro di una persona sola in famiglia non basti più a proteggere dalla povertà. Chiara Saraceno ci scrisse un libro, Il lavoro non basta» era il titolo, ed è stato così.

 

 

Il modello breadwinner

Ebbene, quello che voglio sottolineare è che il modello del maschio «breadwinner», che lavora e mantiene la sua famiglia con figli, con la donna che si occupa della casa e della cura tanto decantato come modello negli anni ’50 e ancora ampiamente diffuso nel Sud, e al Nord tra le famiglie di immigrati marocchini e albanesi, non è più sostenibile socialmente, ha aumentato la vulnerabilità di queste famiglie, soprattutto quelle operaie, ma non solo.

Secondo la Banca d’Italia, le famiglie operaie nel 45,9% dei casi hanno solo un percettore di reddito in famiglia e quasi la metà non ha una abitazione in proprietà. Il lavoro femminile è fondamentale come elemento di protezione dalla povertà, ma continua ad essere ancora su percentuali troppo basse. Sono in particolare le famiglie operaie a pagare il prezzo più alto. La povertà assoluta per loro aveva cominciato a crescere già prima della crisi. E poi è esplosa passando dal 4,4% del 2005 al 6,9% del 2009 fino a raggiungere l’11,8% nel 2013 e rimanendo tale nel 2015.

 

Operai più poveri

Dal 2005 al 2015, l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie operaie è triplicata. D’altro canto non possiamo meravigliarci, visto che la crisi ha colpito in primo luogo l’industria e le costruzioni. Anche i lavoratori in proprio hanno subito una crescita della povertà’ assoluta, ma questa li ha raggiunti più tardi degli operai e si è subito ridotta attestandosi al 5,5%. Inoltre il collettivo degli indipendenti si è ridimensionato nel tempo ed ha conosciuto un processo di ricomposizione interna, perché coloro che sono stati fortemente colpiti dalla crisi, soprattutto nel caso di piccole imprese si sono trasformati in disoccupati o sono usciti dal mercato del lavoro e quindi, non fanno più parte di famiglie di lavoratori indipendenti.

Il disagio raggiunge gli operai con più figli, ma non risparmia anche quelli senza figli e che vivono soli a causa dei redditi bassi. Insomma, la crisi ha provocato un incremento sia delle famiglie povere assolute con a capo un disoccupato, sia delle famiglie di lavoratori poveri specie operai, siano essi lavoratori a basso salario o poveri perché con reddito non sufficiente ai bisogni familiari. Avere un lavoro non permette necessariamente di proteggersi dalla povertà o di uscirne. Non è cosa solo di oggi, ma bisogna ricordarselo per le politiche, soprattutto in questa fase.

Servono politiche di vario tipo per affrontare questa emergenza, politiche attive del lavoro, di conciliazione dei tempi di vita per sviluppare occupazione femminile, di sostegno al costo dei figli e strumenti specifici di lotta alla povertà. Una serie di politiche miranti alla redistribuzione del reddito. Non possiamo rassegnarci a stabilizzare livelli di povertà assoluta così alti. La prima sfida di qualsiasi governo dovrà essere ridurre consistentemente le disuguaglianze, ed evitare che la persistenza della povertà cresca e si consolidi.


2 Comments to “Con la crisi non basta più il lavoro di uno solo in famiglia”

  1. Il modello famiglia è un ammortizzatore sociale: un/a single senza lavoro deve affrontare una base di spesa che esiste indipendentemente dal numero di componenti il nucleo familiare (es. i canoni, il riscaldamento, etc.). In qualunque modello economico onesto, questo è ben chiaro, mentre in questo articolo v’è un generico attacco (fine a se stesso) alla figura maschile e a tutto ciò che può discendere da essa. Con accenni che sfiorano il razzismo: la connotazione familiare albanese e marocchina fa comodo tranne quando si devono leggere i tassi di criminalità basati sulle stesse etnie o ripetere la litania (mendace) del migrante che col suo stile di vita paga le pensioni agli italiani (mendace in quanto le pensioni sono frutto di un accantonamento economico operato dallo stesso lavoratore che si produce durante il periodo lavorativo).

    Pavel.

    • Non è la forma patriarcale a fare della famiglia uno strumento di sopravvivenza: è un ammortizzatore sociale perché eroga servizi a basso costo e distribuisce reddito tra le generazioni (da noi).

      L’articolo non porta, poi, alcun attacco alla figura maschile, a meno che non ci senta sminuiti all’idea di avere una compagna che lavora. Segnala semplicemente che, in un paese socialmente arretrato quale il nostro, il modello familiare ancora dominante sta tramontando per ragioni economiche prima ancora che culturali. Il che significa che prima ancora che diventi desiderabile una famiglia paritaria con entrambi i partner occupati, la realtà si sta incaricando di renderla obbligatoria per sfuggire alla povertà.

      Che le famiglie albanesi o marocchine siano breadwinner non è un’accusa razzista, ma una constatazione, come è un fatto che i tassi di criminalità dei gruppi stranieri in Italia non siano tali da destare allarme sociale o che gli immigrati (e gli italiani) attualmente occupati stiano pagando le pensioni ai retired (non bisogna confondere il diritto ad andare in pensione dopo una certa quota di versamenti previdenziali con l’erogazione della pensione che è un vero trasferimento tra lavoratori attivi e inattivi i cui squilibri eventuali sono saldati dalla spesa pubblica). E’ ancora un fatto, inoltre, che molti stranieri rientrati nel paese d’origine per aver perso il lavoro, difficilmente potranno riscattare quanto versato all’INPS, con evidenti vantaggi per i contribuenti italiani.

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