Dalla sorveglianza moderna alla New Surveillance. Il ruolo delle tecnologie informatiche nei nuovi metodi di controllo sociale

by gabriella

sorveglianzaTratto dal Centro di documentazione su carcere, devianza, marginalità dell’Università degli Studi di Firenze.

1.1. Origini storiche dei processi di sorveglianza

 Il re prende nota di tutte le loro intenzioni,
Con mezzi che nemmeno possono immaginare

William Shakespeare, Enrico V

 

L’espressione società della sorveglianza” è stata spesso ascritta a David Lyon, sociologo canadese che ha studiato, in molte sue opere, gli effetti dei nuovi mezzi di controllo sociale, e delle loro interazioni con le più recenti tecnologie informatiche. In realtà, il primo a parlare di “società della sorveglianza”, è stato Gary T. Marx, in un articolo comparso nel 1985 sulla rivista The Futurist (1). Il sociologo statunitense analizza il forte cambiamento avvenuto nel passaggio dall’era moderna all’era postmoderna, in cui le nuove tecnologie assumono un ruolo principale nel nuovo assetto sociale, ed afferma senza timore che

grazie alla tecnologia informatica sta crollando una delle ultime barriere che ci separano dal controllo totale.

Gary T. Marx definisce questo fenomeno New Surveillance: lo scopo della sua analisi è proprio quello di marcare le differenze tra la sorveglianza sviluppatasi con la nascita degli stati moderni nel XIX secolo, quando la raccolta dati serviva allo stato per amministrare la nazione, e la sorveglianza contemporanea, quella in cui non solo lo stato, ma anche le aziende commerciali, le assicurazioni, agenzie ed organizzazioni dei più svariati settori raccolgono ed elaborano informazioni personali su chiunque, con lo scopo di controllarne e manipolarne le interazioni sociali, le preferenze, le opinioni.

 E’ importante sottolineare che la sorveglianza non è affatto un fenomeno inedito prima della nascita dello stato moderno. Si sono sempre raccolti i dati, si è sempre cercato di classificare, conteggiare, descrivere in maniera ordinata le informazioni relative a categorie di persone. Storicamente le popolazioni si sono servite dei censimenti per organizzarsi, darsi un ordine che servisse alla gestione dell’esercito ed alla divisione della proprietà. Una volta effettuati i conteggi e registrati i nomi e l’età dei sudditi, i sovrani potevano stabilire quanti erano gli uomini adatti al combattimento, o quanta terra toccasse ad un capofamiglia. E’ dunque sempre esistito il bisogno, una necessità primaria, di un controllo sociale, strumento attraverso cui si può garantire ordine per qualsiasi forma di società.

Un modello molto antico di registrazione finalizzata alla regolazione delle esigenze statali ed all’amministrazione del potere è il Domesday Book inglese, commissionato nel dicembre 1085 e pubblicato un anno dopo. Esso riprendeva un metodo di gestione amministrativa che già i funzionari dell’Impero Carolingio praticavano regolarmente. Fu impiegato, in proporzioni amplificate, dopo la dissoluzione dell’Impero. Quando i Normanni occuparono l’Inghilterra, s’impossessarono dei beni degli anglosassoni ed entrarono in contrasto con la popolazione autoctona, ma anche tra loro, per il possesso delle terre. Guglielmo il Conquistatore, per rimettere tutto in ordine, nel tentativo di integrare la nuova popolazione normanna con gli indigeni anglosassoni, promuove un’enorme indagine sullo stato delle proprietà, delle imposte, sul sistema della rendita fondiaria. Il Domesday Book è l’unico esempio globale che possediamo di questa procedura d’indagine amministrativa che, tra le sue caratteristiche importanti, ha quella di avere il potere politico come personaggio principale (2). Il re Guglielmo ordinò che si svolgessero le inquisitiones presso tutti i proprietari fondiari inglesi con l’obiettivo di consolidare il suo comando: la conoscenza completa per il controllo totale. In generale, fin dal momento in cui le società entrano in contatto con popolazioni esterne, emergono, inevitabilmente, nuovi problemi di ordine e di controllo, causati soprattutto dalla necessità di difendere i propri territori e dall’aumento del numero dei sudditi su cui governare. Una delle prime forme di società a scontrarsi con queste esigenze è la città-stato medioevale. La specializzazione dei lavori diventa più estesa, poiché aumentano i bisogni dei cittadini. Nascono le figure dei signori, con il compito di governare su ampi territori, vengono create le prime forme di burocrazia per la raccolta ed il calcolo delle ricchezze, si creano le corporazioni di mestieri ed avviene una prima divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. È da questo momento che vengono poste le basi del controllo sociale in due forme ben precise: istituzionale ed informale.

Il controllo di tipo istituzionale è dotato di significatività e credibilità, è durevole nel tempo e nello spazio e soprattutto visibile socialmente; si tratta di un controllo identificabile e formale il cui compito specifico è di verificare che non vengano oltrepassati i confini simbolici della normalità… il controllo di tipo informale si costituisce attraverso l’interazione sociale di soggetti… rappresenta la parte sommersa del controllo, la meno individuabile in quanto attiene alla normalità della vita quotidiana (3).

occhioIl controllo istituzionale opera attraverso il palazzo del signore e attraverso l’esercito. Il controllo informale si attua invece in maniera meno visibile, ma non per questo meno efficace: ogni membro vigila (e viene vigilato) affinché nessuno oltrepassi la sfera del lecito. Nella città-stato il principe/feudatario è padrone assoluto. L’architettura è funzionale al mantenimento dei suoi privilegi, tra i quali vi è quello di conoscere ogni cosa che avvenga all’interno delle mura cittadine. La piazza centrale, nella quale si svolgono le attività di mercato, le manifestazioni liturgiche e le relazioni sociali tra i sudditi, è situata di fronte al palazzo del sovrano. Basta affacciarsi per controllare il tutto. L’occhio è senso di controllo per eccellenza. E dove esso non può arrivare, dove serve anche l’udito, ecco che il compito di vigilanza è assegnato alla milizia che pattuglia le strade e i vicoli. La nascita delle corporazioni di arti e mestieri completa la finalità di mantenimento dell’ordine esistente, poiché limita la mobilità sociale.

In ogni caso, né il Domesday Book, che pure costituisce un notevole esempio di come già nell’Undicesimo secolo fosse chiaro lo stretto rapporto tra conoscenza e potere, né la città-stato feudale, che riunisce già in sé alcune delle esigenze che saranno centrali nello stato moderno, si avvicinano all’idea odierna di sorveglianza come aspetto fondante l’attività istituzionale, una figura che non compare fino al Diciannovesimo secolo.

 

1.2 Sorveglianza e modernità

Sembrerà paradossale, ma la sorveglianza, così come la intendiamo oggi, si è sviluppata con la nascita delle moderne democrazie. E’ stata associata alla richiesta di uguaglianza del post illuminismo, ed alla volontà delle popolazioni di accedere pienamente al coinvolgimento politico che prima di allora era stato loro negato (4). Mentre le vecchie forme di sorveglianza locale, familiare e religiosa si affievoliscono, lo stato moderno acquista una centralità di funzioni che richiede la costruzione di una solida struttura organizzativa che gli sia di supporto. Un aiuto fondamentale provenne allo stato da parte dell’apparato militare. Le modalità con cui si cercò di dare all’esercito nazionale un assetto fortemente sistematico, ebbero una notevole influenza su altre organizzazioni moderne come scuole, ospedali, fabbriche, prigioni. All’interno della storia delle attività militari vi sono, infatti, parecchi aspetti concernenti la necessità di sorvegliare il personale addetto alle singole operazioni: ognuno di questi aspetti comporta una supervisione diretta di gruppi di subordinati da parte di altri gruppi o la raccolta di documentazione sulla vita privata per fini di coordinamento e di controllo. Le finalità di questa forma di sorveglianza erano la garanzia della sicurezza della nazione, la supremazia militare e la sconfitta dell’aggressore (5).

La creazione e raccolta di fascicoli sugli individui, così come avviene in campo militare, diviene in senso più ampio una caratteristica dello stato civile, e di tutti gli organismi burocratici che ne fanno parte. La raccolta dei dati serve allo stato per la gestione della pubblica amministrazione: un po’ come ai tempi di Guglielmo il Conquistatore, bisognava sapere a quanto ammontasse il tributo erariale di ognuno e chi fossero i giovani abili alla leva. Ma vi è una differenza fondamentale: l’embrione della società della sorveglianza, con la nascita dell’attività di gestione amministrativa nel Diciannovesimo secolo, accanto alla finalità di controllo ha anche lo scopo di permettere la partecipazione sociale. Grazie alle informazioni raccolte sui cittadini, lo stato viene a sapere chi sono coloro che potranno beneficiare di assistenza pubblica, chi avrà diritto al voto e, soprattutto, registrando i dati che riguardano ogni singolo membro della società, avrà un importante mezzo per garantire un trattamento uguale a tutti. E’ l’altra faccia della sorveglianza, quella positiva. Da questa prospettiva, i sistemi di sorveglianza negli stati-nazione burocratici non sono macchine repressive, ma il risultato delle aspirazioni e degli sforzi per conseguire lo status di cittadinanza. Se gli stati devono trattare la gente in modo equo, è normale che queste persone debbano essere identificate su base individuale. (6) E’ evidente come questa sia una visione forse troppo ottimistica, che ai tempi in cui le democrazie nascono e si sviluppano grazie ad una non sempre facile ricerca di autolegittimazione, tentava di vedere perfino nelle prigioni e nelle case di correzione non luoghi di punizione, bensì ambiti in cui gli individui potevano essere incoraggiati a coltivare nuovi, positivi ideali. Proprio la nuova interpretazione che viene data ad istituzioni totali come il carcere, chiarisce quella che è una caratteristica peculiare della società moderna, soprattutto ai suoi albori: evitare il pericolo di disordini senza ricorrere all’uso della violenza coercitiva. Disobbedienti e devianti, cittadini che avevano uno stile di vita diverso da quello prevalente secondo i canoni socialmente accettati, dovevano essere esclusi, separati dal resto della popolazione. E gli ideali del tempo facevano affermare che tale segregazione non aveva una funzione punitiva, bensì quella di rendere il deviante un cittadino nuovo, migliore, completamente riformato. Anche la città moderna aveva una struttura molto Mumfordfunzionale rispetto alle finalità statali di mantenimento dell’ordine. I pianificatori urbani, dall’Ottocento in poi, hanno tenuto presente la funzione di controllo interno che le città potevano garantire. La pianificazione razionale perseguiva ordine e legge, sia strategicamente che architettonicamente. Stanley Cohen, nel suo Visions of social control, fa un resoconto di ciò che l’architetto Lewis Mumford affermava a proposito delle città:

L’ombra cupa della città ottimale è la macchina umana collettiva: la routine disumanizzata e la soppressione dell’autonomia, prima imposte dal monarca dispotico e dall’esercito, adesso sono la macchina invisibile dello stato tecnocratico moderno…Mumford ci ha spiegato che l’ideale utopico del controllo totale dall’alto e dell’obbedienza assoluta dal basso non era mai scomparso del tutto, ma si era riorganizzato in forma diversa dopo che era stata sconfitta la regalità per diritto divino (7).

Dunque la nascita della società della sorveglianza è strettamente connessa allo sviluppo dello stato-nazione moderno. Successivamente alla rivoluzione industriale, la crescita delle esigenze ha comportato un adeguamento delle capacità amministrative, richiedendo un sempre più solido e sistematico apparato burocratico. Le informazioni personali riguardanti i cittadini dello stato sono divenute fondamentali per poter gestire ogni attività. Le prospettive sotto le quali questo processo può essere analizzato sono due: la volontà di imporre nuove regole di ordine e controllo sociale ad una società che assisteva ad un cambiamento repentino, ma anche la risposta alla domanda di partecipazione democratica al nuovo assetto sociale, partecipazione che chiedeva in cambio l’identificazione, la registrazione e l’archiviazione dei dati personali dell’intera popolazione. Alexis de Tocqueville affermava che le moderne democrazie di massa dipendono dalla documentazione e dall’intervento della burocrazia. Ma egli fa notare anche, in modo molto acuto, come sia paradossale che la democrazia produca cittadini privati la cui preoccupazione principale è il benessere personale, rendendo gli stessi cittadini particolarmente vulnerabili alla forza schiacciante delle istituzioni statali. (8)Quanto più la società è complessa, tanto più l’acquisto e la conservazione del potere si basano sul ruolo centrale del sapere. I registri dell’anagrafe documentano la vita passata e presente dell’individuo, gli elenchi di leva ne attestano le capacità fisiche, i controlli effettuati nelle prime fabbriche capitaliste sorvegliano la condotta dell’operaio, la sua produttività, le sue opinioni politiche. Anthony Giddens elenca più volte, in molte sue opere, le quattro dimensioni della società moderna: esse sono il capitalismo, l’industrialismo, il potere militare e la sorveglianza (9). Sono quattro fattori profondamente legati tra loro, quattro diversi livelli istituzionali sui quali si regge l’assetto del moderno stato-nazione. E’ l’organizzazione delle forze armate la prima a sviluppare una struttura più elaborata nel momento in cui il conflitto con altri stati impone un forte impiego di uomini e mezzi per il controllo di un determinato territorio. Successivamente lo stato-moderno e l’impresa capitalista ne seguiranno l’efficace modello burocratico, affidandosi ad uno schema di supervisione che verrà applicato ai diversi settori della vita sociale, nel tentativo di renderne le dinamiche più prevedibili ed efficienti.

 

1.2.1. La sorveglianza ed il capitalismo moderno

L’arrivo della rivoluzione industriale cambiò radicalmente la forma stessa della società, trasformandone profondamente gli equilibri e le esigenze. Innanzitutto le attività economiche tenderanno a differenziarsi maggiormente e si apriranno verso nuovi mercati. L’organizzazione del lavoro a seguito dell’introduzione della manifattura industriale cambierà profondamente e si passerà da un lavoro artigianale e privato ad uno svolto parzialmente in fabbrica. Ne consegue anche una modificazione delle fonti di legittimazione del potere: il conflitto sociale vedrà emergere nuovi soggetti, gli operai e la borghesia, che chiederanno nuove forme di partecipazione. Anche il ruolo dello stato, in quanto regolatore di eventuali conflitti sociali, subirà mutamenti notevoli. Uno dei fattori fondamentali di questo cambiamento è la nascita del capitalismo. Caratteristica di questa nuova formazione socioeconomica è quella di basarsi su istanze razionalizzanti, dove nessuna cosa deve essere lasciata al caso, ma tutto deve essere frutto di calcolo. È l’inizio, grazie soprattutto all’utilizzo delle macchine, del predominio della scienza sull’uomo. L’avvento della classe capitalistica ha due importanti conseguenze. La prima è di carattere politico, la seconda sociale. In ambito politico si assiste all’ascesa di una nuova classe, la quale, avendo a disposizione grandi risorse economiche, vuole anche essere rappresentata in maniera adeguata presso le sedi decisionali. In questo modo si va a creare una collisione fra il potere politico e quello economico ed emergono delle vere e proprie élite di governo. In ambito sociale avviene invece una completa ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro. La caratteristica della società industriale è quella di avere un’industria manifatturiera di tipo moderno che si basa su investimenti di capitale in grandi fabbriche. Queste fabbriche al loro interno sono caratterizzate dalla predominanza dei ritrovati della ricerca scientifica e dalla produzione in modo standardizzato.

marxUn testo fondamentale per la comprensione di quest’importantissima fase storica è Il Capitale di Karl Marx. Secondo Marx esistono essenzialmente due tipi di divisione del lavoro: la prima è naturale, tipica della famiglia, della tribù, e si basa sulle differenze essenziali di ciascun individuo; la seconda è la divisione economica del lavoro, frutto di precise esigenze dettate, appunto, dall’economia. (10) E’ soprattutto su quest’ultima tipologia che il filosofo tedesco concentra i suoi studi, poiché ritiene che solo dall’analisi della divisione economica del lavoro che avviene in fabbrica possa scaturire una piena comprensione dei cambiamenti sociali dell’era dell’industrializzazione. (11)

Una delle tesi principali di Marx si basa sull’alienazione dell’operaio. Prima dell’avvento della società industriale l’artigiano operava in una bottega per conto proprio o sotto padrone, adoperando in entrambi i casi una serie di capacità individuali che gli permettevano di realizzare un determinato prodotto che in seguito avrebbe rivenduto. Con l’avvento della produzione standardizzata l’artigiano diventa operaio. Non ha più bisogno di avere spiccate capacità individuali, poiché deve compiere solo pochi compiti, sempre uguali. In questo modo egli diviene una parte della catena di produzione, alienandosi dal prodotto stesso perché ne lavora solo una parte. Il prodotto del suo lavoro non gli appartiene più.

Marx sostiene inoltre la teoria dello sfruttamento e del controllo degli operai per mano del capitalista. Grazie alla concentrazione degli operai sotto lo stesso tetto è possibile appianare le differenze lavorative individuali in funzione di un principio produttivo medio ed uniforme. (12) Era inoltre un metodo efficacissimo per mantenere il controllo. Molte persone si trovano a svolgere mansioni differenti, ma complementari, il cui fine è la realizzazione di un prodotto. La stessa forma del lavoro cambia, e diventa di tipo cooperativo. A questo cambiamento ne consegue un altro, non meno importante: c’è bisogno di una funzione di coordinamento, di direzione e di sorveglianza. Questa funzione viene svolta da principio proprio dal capitalista:

All’interno del processo produttivo di produzione il capitale si è sviluppato in comando sul lavoro, cioè sulla forza lavoro in attività, ossia sull’operaio stesso. Il capitale personificato, il capitalista, vigila affinché l’operaio compia il suo lavoro regolarmente e con il dovuto grado d’intensità (13).

manchesterInoltre, una volta che il numero degli operai cresce, crescono proporzionalmente le possibilità di contrasti all’interno della fabbrica. L’operaio, che nella manifattura artigianale controllava il proprio lavoro ed acquisiva capacità manuali in grado di fargli svolgere appieno il processo produttivo, entrando in fabbrica perde tale capacità. Il lavoro diventa parcellizzato e l’operaio è solo un ingranaggio, schiacciato dalla scienza delle macchine, e sottomesso al potere del padrone. Secondo quanto afferma Marx, questo processo assimila la fabbrica quasi ad una prigione, o ad una caserma militare, poiché, nel momento in cui il capitalista da solo non riesce a controllare tutte le fasi della produzione, si crea una schiera di suoi subordinati cui viene deputato il compito di sorveglianza. Quest’ulteriore specializzazione comporta una divisione netta fra operai manovali e ed operai sorveglianti. Gli operai non possono opporsi e ritornare a compiere il proprio lavoro come prima perché, come nota Weber, i mezzi materiali che gli servono per poterlo fare sono nelle mani del capitalista. (14) Affinché all’interno della fabbrica non nascano conflitti che potrebbero inficiare la produzione, viene innescato un processo di controllo, di sorveglianza diretta, che fa sì che l’operaio divenga gradualmente consenziente nei confronti del meccanismo che deve subire. Perché ciò sia possibile è importante non solo il controllo visibile, quello che rende l‘operaio soggetto ad una sorveglianza permanente della sua attività di produzione: è essenziale che l’individuo acquisti un ritmo ed una disciplina funzionali al lavoro che svolge all’interno della manifattura, e non importa se questo ritmo e questa disciplina non appartengono alla sua personalità ed alle sue precedenti abitudini lavorative. Citando Andrew Ure, Marx scrive che la principale difficoltà non consisteva tanto nell’invenzione di un meccanismo automatico, quanto nella disciplina che era necessaria per far rinunziare gli uomini alle loro abitudini irregolari nel lavoro, e per farli identificare con la regolarità invariabile di un grande automa. La vera impresa titanica fu insomma inventare e mettere in vigore un codice di disciplina manifatturiera, conveniente ai bisogni e alla celerità del sistema automatico. (15) E questo perché, come affermava Ure e come ripete Karl Marx, il capitale, forzando la scienza a servirlo, costringe sempre alla docilità la mano ribelle del lavoro. (16).

 

1.2.2 Taylorismo e fordismo: la routine efficiente

tempi moderniLa fabbrica di Marx non costituisce un punto di arrivo. Se in essa è l’occhio la tecnologia di controllo, nel Novecento esso verrà sostituito dai nuovi e sempre più efficaci metodi di produzione. Il crescente bisogno di razionalizzazione porta, infatti, a sviluppare un sistema di produzione in cui la misurazione dei tempi di lavoro di ciascun operaio per ciascun’operazione alla macchina avrebbe portato alla best way, ossia alla maniera unica e migliore per svolgere quella determinata funzione. In questo modo una rigida pianificazione delle operazioni da compiere, legate a tempi specifici in cui effettuarle, avrebbe determinato una quasi totale assenza di rischi e perdite per il capitalista. Un’efficace metafora di quello che avvenne, sia socialmente che in tema di metodi di produzione, la fa Charlie Chaplin nel suo celebre film Tempi Moderni: nella pellicola del 1936, ambientata in una grande fabbrica, si osservano i gesti ripetitivi, i ritmi disumani e spersonalizzanti della catena di montaggio, che minano la ragione del povero Charlot, operaio meccanico. L’idea del regista, che per le idee rivoluzionarie ed esplicite di questo film fu condannato dall’America maccartista, ha il suo fondamento storico nello scientific management, ovvero il cosiddetto taylorismo, dal cognome di Frederick Winslow Taylor, l’ingegnere statunitense che lo elaborò. (17).

Frederick_Winslow_Taylor

Frederick Winslow Taylor

Tale scienza, introdotta negli Stati Uniti a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo e poi diffusasi in tutto il mondo industrializzato, indusse ad applicare i seguenti principi operativi: processo di produzione industriale ridotto a singole unità, cronometraggio del tempo standard di ogni operazione, istruzione del lavoratore sulle modalità di raggiungimento del metodo standard di produzione (addestramento che compete alla direzione), concentrazione del lavoratore solo sulle operazioni manuali (pianificazione e controllo spettano alla direzione) e accettazione di queste modalità da parte del lavoratore, al quale sarà offerto, come incentivo economico, il cottimo (18). Dal taylorismo al fordismo il passo è breve. Henry Ford fu il primo ad introdurre, nel 1913, la catena di montaggio in un processo produttivo ampiamente standardizzato. Dalla sua fabbrica di Detroit venne fuori il celebre modello di automobile T, divenuta negli anni il simbolo della produzione di massa. Elementi essenziali del fordismo sono la forte accumulazione accoppiata all’innovazione tecnologica (19).

Con l’avvento della catena di montaggio, dunque, il processo di produzione viene notevolmente perfezionato: l’operaio deve effettuare il suo compito nel tempo prestabilito, pena l’inceppo della catena stessa. Il controllo, in questi contesti, non viene più effettuato attraverso catena di montaggiol’occhio. È lo stesso criterio razionalizzante a controllare l’operaio, che lo costringe a non fuoriuscire mai dai binari che gli sono stati imposti. E, soprattutto, lo sottomette ancora di più al padrone, perché lo porta a svolgere i compiti di routine impostigli, meccanicamente. La differenza fondamentale tra operaio ed imprenditore è la stessa che distingue la concezione dall’esecuzione (20). Dopo l’alienazione del prodotto di cui Karl Marx ha abbondantemente descritto le caratteristiche, abbiamo l’alienazione del lavoratore da se stesso. E’evidente che la fabbrica non è stata creata solo per avere un maggiore controllo sugli operai. Però è altrettanto evidente che il controllo, insieme alla tendenza alla massimizzazione dell’efficienza tecnologica delle macchine, sia tra i motivi principali che portarono all’elaborazione di questo processo di produzione, e che quello che viene denominato come management, ovvero la gestione aziendale, sia stato sviluppato essenzialmente per monitorare gli operai e fare in modo di disciplinarli. (21)

 

1.2.3 Il passaggio dal fordismo al postfordismo

E’ chiaro che la sorveglianza è un fenomeno imprescindibilmente collegato alla modernità e, dunque, al capitalismo, che della modernità è uno dei fattori caratterizzanti. Ma è anche evidente che nell’ultimo secolo le cose sono cambiate: il sistema capitalista non è più lo stesso, così com’è molto mutata la sua relazione con lo stato nazione. Marx scriveva ai tempi del liberalismo vittoriano. Ancora fino a metà del secolo scorso il capitalismo liberale manteneva saldi i suoi legami con lo stato. L’approccio fordista dei primi del Novecento riuscì ad abbinare la produzione in serie o di massa, resa possibile dal progresso tecnico, con il consumo di massa, considerando i lavoratori non soltanto come un fattore di produzione, ma anche come consumatori dei prodotti finali. L’età dell’oro del capitalismo, dal dopoguerra alla metà degli anni Settanta, fu infatti caratterizzata dalla piena occupazione, da considerevoli investimenti di capitale, dalla piena utilizzazione della capacità produttiva degli impianti e da elevati livelli di redditività delle imprese. Come la maggior parte dei compromessi, però, anche quello fordista, parafrasando Marx, racchiudeva in sé i germi della propria distruzione. L’intensificazione del lavoro e l’alienazione dei lavoratori portarono a forme di resistenza sporadiche e prive di coordinamento, ma in grado di condizionare un sistema produttivo reso vulnerabile dall’alto grado di automazione e di complessità. Quindi, verso la fine degli anni Sessanta, i presupposti del fordismo furono messi in discussione dal crescente antagonismo delle parti sociali, proprio mentre l’impegno a mantenere la piena occupazione e i costi crescenti dello stato sociale creavano forti tensioni a livello di governo. Questa “crisi” del fordismo ha indotto molti osservatori a sostenere che il capitalismo di mercato è passato a un sistema postfordista di produzione e di relazioni sociali (22). I metodi produttivi basati sulle nuove tecnologie, in particolare sulla microelettronica e l’informatica, hanno determinato il capovolgimento di molte caratteristiche del fordismo associate all’accresciuto livello di automazione e alla complessità della produzione. Alla fiducia nella contrattazione collettiva, propria dell’era fordista, pare sia subentrato un nuovo individualismo: il ruolo sociale svolto dai sindacati si è ridimensionato e, nello stesso tempo, si è verificata una contrazione considerevole dell’intervento statale nell’economia, in particolare nel settore industriale. La natura delle istituzioni economiche che caratterizzano l’epoca postfordista (il predominio del terziario privato, la proliferazione del lavoro autonomo e parasubordinato, l’incremento delle privatizzazioni industriali), a causa della loro eterogeneità sono ancora difficilmente determinabili e restano oggetto di vasti dibattiti. Quello del postfordismo è uno scenario in fieri (23) ma molti effetti e conseguenze sono già direttamente osservabili, soprattutto in ambito di sorveglianza. Analizzando le attuali trasformazioni del capitalismo, in particolare il passaggio dal paradigma fordista a quello postfordista, non si può infatti prescindere dal fenomeno della globalizzazione e dalle molteplici implicazioni che ne derivano e che investono tutti gli aspetti dell’esperienza umana. (24)

braverman

Harry Braverman

Oggi, sia nella sfera economica che in quella organizzativa ed amministrativa, la sorveglianza è globalizzata. E’ vero che per comprendere le relazioni sociali vecchie e nuove sul luogo di lavoro bisognerebbe prendere coscienza del ruolo delle tecniche di sorveglianza nelle pratiche capitaliste. Ma, allo stesso tempo, c’è da tener conto del fatto che la sorveglianza, che oggi utilizza le nuove tecnologie, non può essere superficialmente ridotta alle operazioni del capitale. Essa è una maniera di mediare il potere, non riconducibile soltanto alle lotte di classe di cui parla Marx. Molte delle analisi dei suoi scritti compiute verso la fine del ventesimo secolo hanno affermato che il capitalismo è stato innanzitutto un sistema che ha rafforzato il controllo di coloro che sanno su coloro che si limitano ad eseguire compiti determinati. Harry Braverman, soprattutto, riprendendo alcune delle teorie più efficaci di Marx, è giunto a sostenere che i metodi di sorveglianza sviluppatisi all’interno della fabbrica hanno spianato la strada ad un più soffocante controllo direzionale del lavoro e, grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie, un controllo da cui è impossibile sottrarsi (25). Probabilmente l’interpretazione di Braverman tende ad enfatizzare eccessivamente il legame tra le tecnologie di sorveglianza contemporanea e la condizione dell’operaio nelle fabbriche ottocentesche. Egli insiste soprattutto con l’idea che lo sviluppo del capitalismo si accompagni sempre ad una progressiva dequalificazione del lavoro operaio. In questo modo, però, non solo è sottovalutata l’intelligenza dei dipendenti, la loro capacità di resistere al processo automatizzato ed automatizzante, ma anche il fatto che l’introduzione di nuove tecnologie di sorveglianza non è uniforme e prevedibile ovunque. E’ d’altronde certo che le nuove tendenze gestionali sono sempre più collegate alle nuove tecnologie, facendo subire ai dipendenti forme di sorveglianza sempre più forti. Il fordismo ha cercato di rendere più prevedibile la produzione, garantendo la certezza tramite la sorveglianza. Ma da quando la domanda è divenuta specializzata, frammentaria e sfuggente, il postfordismo è subentrato al precedente modello economico, riuscendo a soddisfare anche quelle nicchie di mercato specializzate, che non venivano coperte dalla produzione di massa fordista. La struttura postfordista privilegia a tutti i livelli forme d’organizzazione più flessibili: elasticità che non si trova solo a livello tecnologico-produttivo, ma anche organizzativo-strategico ed in relazione alle risorse umane. Il maggior vantaggio competitivo del nuovo modello postfordista consiste nel poter adattare la propria produzione, qualitativa e quantitativa, alle esigenze e alle continue fluttuazioni della domanda. Anche una descrizione così sommaria di alcune delle caratteristiche principali della nuova realtà economica ne evidenzia i suoi costi umani. Il prezzo che si paga per tutta questa (presunta) efficienza è forse diverso da quello della dequalificazione del lavoratore da cui Braverman ed altri studiosi di impostazione marxista hanno messo più volte in guardia. Ma si tratta comunque di costi molto alti, che vanno a ledere la dignità e l’autonomia lavorativa dell’individuo, riducendone la libertà ed ampliando le sfere d’insicurezza e di possibili discriminazioni.

 

1.2.4 La gabbia d’acciaio dell’apparato burocratico

max-weberNon è semplice stabilire fino a che punto la sorveglianza sia un problema connesso alle asimmetriche relazioni di classe descritte da Marx. Un altro importantissimo teorico della sorveglianza moderna, Max Weber, ha ad esempio una prospettiva che, soprattutto per quanto riguarda le finalità della sorveglianza, si distanzia molto da quella Marx. La distinzione diviene evidente se si cerca una risposta al quesito se la sorveglianza operi lungo l’asse dei rapporti di classe o in relazione alle divisioni burocratiche. Non c’è alcun dubbio che la sorveglianza capitalista moderna abbia innescato una crisi del controllo: come diceva Marx, la lotta è insita nel contratto di lavoro capitalistico. E di questo anche Weber è pienamente consapevole. Gli operai si oppongono all’imposizione di nuove discipline e ai regimi che gli sottraggono autonomia e responsabilità sul luogo di lavoro. Marx pone l’attenzione su quella sorveglianza che è il riflesso del conflitto tra capitale e lavoro: la sorveglianza è un mezzo per conservare il controllo ed il potere dirigenziale. Weber si concentra invece sui modi in cui tutte le organizzazioni moderne sviluppano metodi di archiviazione e consultazione dati, con cui è possibile tener d’occhio la popolazione. Dunque Max Weber, pur riconoscendo il ruolo della sorveglianza all’interno dell’impresa capitalista descritto da Marx, si rifiuta di collocare la sorveglianza esclusivamente nel contesto delle relazioni tra classi.

Weber interconnette direttamente la sorveglianza alla burocrazia: le organizzazioni moderne sono caratterizzate soprattutto dalla razionalità, un fattore che dona loro coerenza e che le distingue dalle precedenti forme organizzative. Egli sostiene infatti la priorità degli imperativi organizzativi, che portano a cercare l’efficienza, che solo l’organizzazione sociale burocratica è in grado di perseguire. Dunque il controllo è finalizzato all’efficienza economica, e la gerarchia burocratica permette a coloro che gestiscono l’organizzazione di prevedere, grazie alla conoscenza dettagliata, che ciò che vogliono verrà eseguito esattamente come vogliono che sia. (26) Come sostiene Christopher Dandeker, per Weber, “l’amministrazione razionale è la fusione di sapere e disciplina.” (27) Nella modernità la dipendenza era soprattutto nei confronti della burocrazia, degli apparati amministrativi a cui era delegato il controllo sociale. Non c’è dubbio che la sorveglianza capitalista moderna di cui parla Marx abbia innescato una crisi del controllo. Ma le conclusioni a cui giungono i due autori sono differenti: Marx è molto ottimista sulla possibilità di un cambiamento che rivoluzioni il sistema e restituisca dignità ai lavoratori. Weber è molto più pessimista, poiché osserva che il sistema burocratico è inarrestabile. Per Weber, infatti, la razionalizzazione ha una centralità del tutto autonoma. E’ un processo caratteristico della modernità, caratterizzante tutte le sfere della vita. Si manifesta nell’ambito dell’economia come predominio del capitalismo, nell’ambito politico come affermazione del potere razionale legale e nell’ambito amministrativo come burocratizzazione. Coincide con un controllo tecnico sempre più efficace dell’ambiente naturale, e con l’affermarsi di criteri di standardizzazione e di prevedibilità dell’azione in ogni campo dell’esistenza. Weber arriva a concludere che il processo di razionalizzazione colloca i moderni in una situazione contraddittoria. Da un lato, offre loro la possibilità di dominare tecnicamente la vita con un’efficacia mai prima raggiunta, ma dall’altro li consegna alla gabbia d’acciaio di una razionalità strumentale che li lascia nudi di fronte alla questione del senso ultimo dell’esistenza. Definendo il concetto di burocrazia, la descrive come l’organizzazione permanente della cooperazione tra un grande numero di individui, ciascuno dei quali svolge una funzione specializzata, il cui esercizio è separato dalla sfera della sua vita privata. Gli individui che svolgono le funzioni amministrative sono detti funzionari, e le funzioni connesse alla propria carica sono esercitate in base a procedure standardizzate. La burocrazia è il più efficiente sistema di amministrazione apparso nella storia, ed è particolarmente adeguata alla gestione di società ampie e complesse come quelle moderne. (28) Una marea montante di addetti alle scritture, di segretari e contabili, un’armata di “burocrati specializzati” in cui Max Weber vede

la pietra angolare dello stato e dell’economia moderna in occidente. (29)

Le istanze razionalizzanti, fatte proprie dal capitalismo, fanno parte di un processo che coinvolge tutta la storia moderna. Ogni settore della vita subisce la loro influenza. La formazione stessa dello Stato occidentale, nella forma che conosciamo, è loro frutto. Questo comporta una grande trasformazione: la mutazione delle forme di potere. Analizzando i cambiamenti delle società è palese come da un tipo di governo totalmente incentrato sulla tradizione, si è passati ad uno in cui il governo è incentrato nelle mani di chi possiede le ricchezze economiche. Questo potere Weber lo ha definito di tipo tradizionale, ossia un potere che va a basarsi su antichi privilegi e ordinamenti di signoria. Colui che lo detiene non è un superiore, bensì un signore. Il suo apparato amministrativo non è composto di funzionari, ma di servitori. Servitori che occupano le diverse cariche in funzione dei rapporti privilegiati che intrattengono con il signore e per scopi di giovamento personale. È un apparato che non può funzionare in uno stato moderno perché manca di una competenza specifica del settore di cui ci si occupa, di una divisione funzionale dei compiti fra i diversi organi amministrativi, in maniera tale da non permettere sovrapposizione o concorrenza fra di essi, di una gerarchia fra le cariche occupate e di uno stipendio fisso e stabile di modo che il funzionario amministrativo non possa entrare in possesso di beni arbitrariamente attraverso il proprio ufficio. Un apparato che, privo di tutto questo, basa la sua supremazia solo su privilegi. Ma la costante espansione della città ha il suo culmine, in un certo momento storico, nella costituzione dello Stato. Uno stato che deve garantire l’ordine e la sicurezza a tutti i cittadini, gestire in maniera adeguata tutti i mezzi di comunicazione, decentrare i propri compiti diversificando i ruoli e le funzioni in maniera tale da essere presente in ogni angolo del territorio. Il potere diventa di tipo legale. Questo potere non può più basarsi su criteri particolari, ma deve basarsi sull’oggettività delle norme e sulla competenza di chi le fa rispettare. La competenza, ossia il sapere specializzato, è il nodo centrale della trattazione di Weber sulla burocrazia. La competenza permette una gestione ottimale di ogni settore. Viene attuata una divisione dei diversi organi dello stato e ad ognuno viene assegnata una specifica funzione. Si crea un rigido ordine gerarchico fra essi e fra i funzionari che vi lavorano e si procede ad una schematizzazione in cui ogni parte diventa complementare all’altra. Il principio comune diventa il calcolo. Solo attraverso di esso è possibile avere una pianificazione ottimale, quantificare i beni, dividerli, amministrare in maniera imparziale. La creazione di una burocrazia all’interno dell’amministrazione è sicuramente il modo migliore per assolvere tutte le funzioni di uno stato moderno. Weber sottolinea inoltre come lo sviluppo del capitalismo e della burocrazia vadano di pari passo. Il capitalismo, per svilupparsi, ha bisogno di un sistema che gli garantisca stabilità, mentre la burocrazia trova nel capitalismo la forma migliore per sostentarsi. Entrambi basano i loro processi attraverso il calcolo. Questo processo non è però statico, ma dinamico.

gabbia d'acciaioSia in Economia e società che in Parlamento e governo Weber evidenzia come la forma di organizzazione di tipo burocratico diventi la forma di tutte le istituzioni che operano all’interno dello stato. La logica della gerarchia, che fino all’avvento dello stato moderno ha caratterizzato solo l’esercito, invade tutte le istituzioni più importanti. Weber, descrivendo la gabbia d’acciao umana, afferma che è molto semplice dimostrare che la disciplina militare sia stata il modello ideale non solo della piantagione antica, ma anche della moderna impresa capitalistica. (30) Chiesa, impresa capitalistica, fondazioni, gruppi di interesse, partiti, e così via, si basano tutte sui suoi stessi principi: divisione dei compiti in base alle singole competenze dei funzionari, principi gerarchici fra gli uffici e fra i funzionari, assoggettamento alle norme da parte di chi comanda e assoggettamento di chi esegue non all’autorità, ma alla norma. Questo sviluppo comporta la formazione di una classe che domina sulla maggioranza della popolazione e, nell’ambito dell’apparato amministrativo, vuol dire la nascita di una classe di tecnocrati il cui sviluppo può comportare due grandi conseguenze. La prima è che

L’amministrazione burocratica designa un potere esercitato sul sapere: questo è il suo specifico carattere razionale. Al di là dell’enorme posizione di potenza che il sapere specializzato comporta, la burocrazia…ha la tendenza ad accrescere ancora di più la sua potenza mediante la competenza acquisita nel servizio, cioè mediante le cognizioni dei fatti apprese nel corso del servizio. (31)

La seconda conseguenza, che delinea la visione pessimistica di Weber, secondo il quale non c’è mezzo per opporsi alla sorveglianza burocratica, è come egli stesso afferma, che

la burocrazia, una volta che si sia realizzata, costituisce una delle formazioni sociali più difficilmente abbattibili. La burocratizzazione è il mezzo specifico per trasformare un “agire di comunità” in un “agire sociale” ordinato razionalmente…essa è un mezzo di potenza di primissimo ordine per chi dispone dell’apparato burocratico. (32)

Si crea un apparato che tende ad allargare se stesso, che può diventare strumento politico di potere da parte di chi ne gestisce i vertici e che, fondamentale, non rappresenta né il potere politico né quello culturale. La soluzione per ovviare a questa crescita di potenza sta, secondo Weber, nella creazione, da parte del Parlamento, di un apposito organismo di vigilanza che attui un controllo sull’amministrazione di tipo burocratico. Il sapere, il calcolo, la norma sono tutti aspetti che concorrono alla formazione della gabbia d’acciaio. La razionalizzazione spinge l’individuo al conformismo, leva la creatività, costringe il funzionario a compiere compiti seguendo norme e modelli precostituiti. È la fine di ogni lotta sociale poiché l’istituzione contro cui ribellarsi è una rappresentazione della società stessa (33). La razionalizzazione non è un aspetto che invade solo ed esclusivamente le istituzioni, ma tende a propagarsi, come un virus, su tutta la società.

L’individuo diventa schiavo di principi e compiti che invadono ogni aspetto della propria vita. La burocrazia composta di funzionari che detengono il sapere, basata su tecniche di archiviazione scritta, che vengono elaborate in maniera impersonale, rappresenta il sistema migliore per la gestione, ma al tempo stesso anche per il controllo sociale. Il sistema per funzionare, calcolare, prevedere, sapere, pianificare deve raccogliere informazioni. Deve gestire dati, deve sapere tutto di tutti. Deve costituire dei dossier. Questo tipo di sorveglianza ha scopi di gestione e di mantenimento dell’ordine che sono fondamentali in uno stato di tipo moderno, ma soprattutto permette al sapere e alla disciplina di fondersi. La creazione dell’apparato burocratico non lascia che vi sia nessuna via d’uscita per l’individuo, nessuna scappatoia, poiché non si accettano devianze. Il principio razionalizzante incasella sia lo spirito del funzionario che del cittadino. Come unica alternativa il “dominato”, per difendersi dall’onnipresenza dell’amministrazione burocratica, potrebbe a sua volta creare un’altra organizzazione, identica alla prima, che utilizzasse gli stessi mezzi di sorveglianza. Ma sarebbe del tutto inutile visto che l’organo di contrasto avrebbe le stesse caratteristiche dell’organo da contrastare. L’organismo statale diventa dunque sempre più oppressivo, e tale struttura non si ferma alle sue appendici amministrative. Ogni settore della vita moderna si sviluppa secondo le logiche dell’apparato burocratico. Fabbriche, aziende, caserme, università, scuole, sono tutti settori che operano basandosi su un sapere nelle mani di pochi che opera in maniera discriminante, su un ordine gerarchico, e sulla raccolta continua di informazioni per prevedere ed effettuare politiche. In un discorso tenuto all’assemblea della Verein fur Sozialpolitik nel 1909 Weber avverte:

è terribile pensare che il mondo potrebbe un giorno essere pieno di nient’altro che di piccoli denti d’ingranaggio, di piccoli uomini aggrappati a piccole occupazioni che ne mettono in moto altre più grandi… questo affanno burocratico porta alla disperazione… e il mondo un giorno potrebbe non conoscere nient’altrocarta che uomini di questo stampo: è in un’evoluzione di tal fatta che noi ci ritroviamo già invischiati, e il grande problema non verte su come sia possibile promuoverla o accelerarla, ma sui mezzi – viceversa – da opporre a questo meccanismo, al fine di serbare una parte di umanità libera da questo smembramento dell’anima, da questo dominio assoluto di una concezione burocratica della vita. (34)

 Il dominio però si sviluppa in maniera tale che non ce ne accorgiamo. Non c’è più una sola autorità centrale, ma una serie di autorità che gestiscono e operano controlli in differenti settori. Questo tipo di controllo sociale sembra prediligere l’estensione all’intensità, ma permea ogni aspetto della nostra esistenza in maniera invasiva. L’apparato burocratico attraverso i dossier raccoglie tutte le informazioni sul nostro vivere. Non viene percepito come un pericolo in quanto leggi e modelli, creati da loro, sono lì a ricordarci che tutto è giusto e corretto. Dopo l’occhio, il diritto e la routine, è il dossier a divenire la principale tecnologia del controllo.

 

1.3 La società disciplinare: Foucault

foucaultLo studioso che ha fatto del rapporto tra potere e sorveglianza il suo punto d’osservazione centrale è Michel Foucault. I suoi scritti cercano di portare l’attenzione su tutti quei meccanismi, quelle istanze, che assoggettano l’uomo, siano esse apparati di controllo rigidi, siano esse norme sociali non codificate che riguardino la sfera sessuale. La migliore analisi di questi rapporti di potere si trova in Sorvegliare e Punire, opera del 1975, in cui Foucault, ripercorrendo le fasi storiche che hanno portato alla nascita della prigione, analizza anche le diverse fasi di cambiamento del potere. Nella teorizzazione di Weber il controllo e la pianificazione dei comportamenti erano considerati il prerequisito di ogni organizzazione votata all’efficienza, e costituivano la base teorica dell’intuizione fordista, secondo la quale è attraverso l’organizzazione scientifica dei ritmi e delle funzioni del lavoro che si ottimizza la produzione e si aumentano i profitti. Michel Foucault spiega invece quale sia il ruolo della sorveglianza nell’induzione al conformismo e all’autodisciplina, descrivendo le dinamiche del controllo negli orfanotrofi e nell’esercito, così come nella fabbrica e nelle prigioni, esponendo le sue conclusioni nella sua famosa teorizzazione della «disciplina del corpo docile».

Il punto di partenza, per il filosofo francese, è che il potere tende ad essere esercitato sui corpi. Il potere non lo si possiede, il potere si esercita. (35) Come per Weber, anche per Foucault il potere è in correlazione diretta con il sapere. E’ infatti sulla conoscenza che si fondano tutti i meccanismi che permettono di mantenere il controllo. Per Foucault la filosofia del controllo è il paradigma attraverso cui vengono elaborati i codici e i concetti attraverso cui ogni società definisce se stessa mediante il principio dell’esclusione. Nel suo scritto, per portare alla luce la situazione attuale della società, egli focalizza l’attenzione sui cambiamenti avvenuti in ambito criminale, partendo dall’applicazione della pena sotto forma di supplizio. Fino all’inizio del diciottesimo secolo, infatti, la punizione per i reati era pubblica, avveniva in piazza. Erano punizioni spettacolari. Esse avevano il duplice compito di punire il reo, il che fungeva da vendetta della società sul deviante, ma soprattutto quello di rivolgersi a tutta quella popolazione che non aveva commesso reati. (36) In questi riti punitivi andava ad esercitarsi tutta la dinamica del potere. Di un potere che non solamente palesa il suo esercitarsi direttamente sul corpo, ma che si esalta e si Supplizio dell'Ebreorinforza nelle sue manifestazioni fisiche: un potere che in mancanza di una sorveglianza ininterrotta, cerca il rinnovamento del proprio effetto nello splendore di manifestazioni eccezionali, rinforzandosi attraverso l’esaltazione dei propri rituali. Ma questo meccanismo porta con sé anche dei grandi svantaggi. La massa della popolazione chiamata in piazza a partecipare al supplizio, non sempre s’identifica con il potere: spesso essa partecipa alla sofferenza pubblica del condannato in quanto uomo del popolo. Ecco il perché di un’enorme riforma in ambito criminale, riforma che investe sia l’ambito politico che quello penale:

Che le pene siano moderate e proporzionate ai delitti, che quella di morte non sia più pronunciata che contro i colpevoli di assassinio, e che i supplizi che rivoltano l’umanità siano aboliti. (37)

In questo processo di riconsiderazione del diritto penale, la prigione diviene il luogo di espiazione della propria pena. La sua applicazione non ha più funzione punitiva, ma diviene il modo in cui il reo può essere rieducato. L’opera dei riformatori reca con sé anche il cambiamento della prevenzione del crimine. (38) Le grandi bande sono smantellate, e si cerca di isolare dalla popolazione tutta quella parte di delinquenza che era al suo interno creando un’altra popolazione composta di devianti. La ragione è concepita come modello strumentale dell’operare in vista di un fine e come criterio di efficienza produttiva. Tale concetto di razionalità è fondato sulla scissione tra ragione e follia, dove quest’ultima appare come priva di efficienza produttiva. Ecco perché è in questo periodo che si assiste alla nascita dei manicomi, che non sono altro che istituzioni pubbliche per la rimozione ed il controllo della devianza, orientate alla normalizzazione, ovvero all’integrazione dei diversi nel sistema della ragione produttiva. Questa nuova specie di controllo penale punitivo degli individui, svolto in base alle loro potenzialità criminali, non può essere eseguito dalla giustizia stessa, ma da una serie di altri poteri collaterali, al margine della giustizia: la polizia e tutta una rete di poteri di sorveglianza e di correzione. Le forze di polizia sono orientate alla sorveglianza, le istituzioni psicologiche, psichiatriche, criminologiche, mediche e pedagogiche operano invece in funzione della correzione.

ortopedia sociale

Nicholas Andry, L’orthopédie ou l’art de prévenir et de corriger dans les enfants les difformités du corps, 1749.

E’ così che, nel diciannovesimo secolo, si sviluppa, intorno all’istituzione giudiziaria, una gigantesca serie di istituzioni che vanno a inquadrare gli individui per tutto il corso della loro esistenza. Esse permettono al potere giudiziario di assumere la funzione di controllo degli individui in base alla loro pericolosità: si tratta di istituzioni pedagogiche, come la scuola, ma anche psicologiche o psichiatriche come i manicomi. Tutta questa rete di potere che non fa parte dell’apparato giudiziario, deve assolvere ad una delle funzioni che lo stato considera primaria in questo momento: non più quella di punire le infrazioni degli individui, i loro errori, i reati commessi, bensì quella di correggere le loro devianze, ed i potenziali rischi connessi alla difformità delle loro caratteristiche personali. (39) Entriamo così in quella che Foucault chiama l’epoca dell’ortopedia sociale. Si tratta di una forma di potere, di un tipo di società che il filosofo definisce società disciplinare, in contrapposizione alle società propriamente penali che si conoscevano prima. E’ l’epoca del controllo sociale. (40) Viene creato un efficace apparato di polizia che ha il compito di monitorare ogni aspetto della vita dei cittadini. Come rileva Foucault, il riordino del diritto criminale deve essere letto come una strategia per il riassetto del potere di punire, secondo modalità che lo rendano più regolare, più efficace, più costante e meglio dettagliato nei suoi effetti. Si afferma un potere che va ad esercitarsi in maniera capillare su ogni singolo aspetto della vita. Con l’avvento della società capitalistica tutta la serie di illegalità tollerate viene meno, perché il potere deve preservare l’economia. Si fa strada quella che Foucault definisce come “teoria del contratto” (41): si presuppone che il cittadino abbia accettato le leggi imposte dal vivere in società, anche quelle che lo puniscono.

Il criminale diventa dunque il nemico comune, colui che ha violato un patto, compromettendo il bene collettivo. Ha commesso un male contro l’intera società, ed è per questo motivo che si rende necessaria la creazione di un apparato di polizia che non solo vigili e punisca i colpevoli, ma abbia anche il compito di prevenire il crimine. Polizia e carcere sono istituzioni che soddisfano entrambe quest’ultimo punto. Nel carcere abbiamo la formazione di un sapere sull’individuo grazie ad un continuo monitoraggio sulla sua persona. Il sapere che si crea nei suoi confronti ha lo scopo di delineare la pericolosità sociale dell’individuo, come, ad esempio, la sua propensione alla commissione di reati. (42) Ma Foucault concentra il suo sguardo soprattutto sui cambiamenti che, contemporaneamente a questa riforma del diritto criminale, avvengono all’interno della società. In analogia alla prigione si creano una serie di apparati che hanno come scopo quello di incasellare l’individuo dentro le maglie di un sistema già dato, un sistema che continua a riprodurre se stesso ed i suoi meccanismi. Si va a creare una struttura di potere che non viene più visto come potere di pochi su una moltitudine, ma come reazione immediata di tutti nei riguardi di ciascuno. Analizzando gli strumenti attraverso cui viene esercitato questo controllo capillare della società, entrano in gioco quelle che Foucault definisce come discipline, ovvero tutte quelle pratiche che cercano di assoggettare il corpo dell’uomo. Viene messo in atto un controllo minuzioso dei suoi movimenti. (43) E queste discipline si differenziano dal passato perché non sono semplici rapporti di sottomissione, come un tempo accadeva nel rapporto tra sudditi e sovrano. Esse sono forze che agiscono sul corpo, sezionandolo, fornendogli un’attitudine ed una capacità. Le discipline agiscono sullo spazio restringendo il campo d’azione del corpo, incasellandolo in un luogo. Nelle scuole militari, ma anche negli ospedali, nelle scuole, nelle fabbriche, ogni corpo ha una ed una sola funzione. Si tratta di luoghi in cui esistono regole di comportamento diverse da quelle della società, regole che agiscono costantemente, in maniera da assoggettare completamente l’individuo. (44) Il principio di sorveglianza di cui parlava Marx, esplicato solo all’interno delle mura della fabbrica, va ad applicarsi a tutti i settori della società. Il potere ha bisogno di conoscere in ogni istante il posto in cui si trova l’individuo, la sua mansione, il suo ruolo all’interno della società comune. Fondamento delle discipline è che l’unità che tiene insieme i soggetti non è il luogo che si occupa, ma il rango, lo status, che un individuo occupa in relazione agli altri. Quello che tiene unite le discipline è un sistema di differenze e scarti. Come scrive Foucault:

La prima fra le grandi operazioni della disciplina è dunque la costituzione di “quadri viventi” che trasformino le moltitudini confuse, inutili o pericolose in molteplicità ordinate. (45)

L’esercizio del potere disciplinare serve, in pratica, ad addestrare la massa della popolazione. Il suo successo deriva dall’applicazione di determinati dispositivi, detti, appunto, di potere. Questi ultimi sono meccanismi tanto più efficaci in quanto entrano, in modo latente, nell’intimo della fisiologia e della psicologia dell’individuo. Foucault ha avuto il merito di promuovere una serie di ricerche su questi meccanismi, che includono strategie e tecniche di controllo sociale prodotte dalla logica di assoggettamento. Egli analizza le forme concrete dei criteri usati per i censimenti demografici e nella raccolta dei dati statistici, ma anche il funzionamento degli apparati scolastici, le diagnosi cliniche, le procedure indiziarie della polizia. Giunge alla conclusione che il successo del potere disciplinare in tutte queste strutture deriva senza dubbio dall’avere in comune l’uso di strumenti di semplice applicazione e sicura efficacia. Egli ne individua essenzialmente tre: il controllo gerarchico, la sanzione normalizzatrice e la loro combinazione in una procedura che gli è specifica, l’esame. (46)

controllo sociale2Il controllo gerarchico lo si costituisce creando spazi di visibilità completa, in modo che nulla sia lasciato al caso. Fabbriche, strade, piazze, ospedali, e tutte le opere architettoniche in generale sono costruite in maniera tale da avere sempre la possibilità di vedere tutti i corpi. È sempre l’occhio la tecnologia, ma rispetto al passato subisce un’importante modifica. Il controllo e la sorveglianza, come avviene per la fabbrica, vengono effettuati da agenti predisposti a questo compito, sono corpi che controllano altri corpi in base a differenze di rango. In questo contesto si crea una rete di relazioni che attraversa tutti i corpi, in cui anche tutti i sorveglianti sono sorvegliati. Anche se c’è un capo, è tutta l’organizzazione piramidale a produrre potere. È la stessa rete di relazioni che diventa tecnologia di controllo.

controllo sociale3Il secondo strumento di cui si serve il potere disciplinare è la sanzione normalizzatrice. (47) All’interno di ogni luogo si creano delle regole, delle proprie, specifiche leggi. Le discipline hanno appunto la caratteristica di riempire lo spazio lasciato vuoto dalle leggi codificate. Esse vanno a reprimere o a qualificare una serie di comportamenti. In questo contesto agisce un doppio meccanismo che è quello della sanzione-gratificazione, in maniera tale da poter addestrare completamente i corpi. Grazie a questo metodo si crea una differenziazione dei corpi in buoni o cattivi, giusti e sbagliati. Le dicotomie divengono fondamentali in un meccanismo di questo tipo. Si creano così scale di valore degli individui, che funzionano non tanto in base alle loro personali capacità, ma in base al loro grado di assoggettamento all’ordine, in base al grado di normalizzazione che il corpo ottiene.

esameIl terzo strumento di cui si serve il potere disciplinare è l’esame. (48) Quest’ultimo è fondamentale, poiché coniuga in sé le tecniche della gerarchia che sorveglia e quelle della sanzione che normalizza. È un tipo di sorveglianza che permette al potere di classificare i corpi. L’esame fa in modo che i corpi vadano a trasformarsi in oggetti, in numeri, in casi: ad ognuno di essi viene dato un punteggio. Si crea così una documentazione scritta su ogni corpo, documentazione che ha la duplice funzione di costituire l’individuo come oggetto descrivibile e, al tempo stesso, comparabile con gli altri. Così facendo la vita di un individuo viene incasellata in spazi determinati, descritta minuziosamente, per poi poter essere riutilizzata in futuro. La descrizione diventa un vero e proprio mezzo di assoggettamento. Nell’esame troviamo la manifestazione completa che lega sapere e potere. L’uomo diventa calcolabile in tutti i suoi aspetti. L’esame è al centro di procedure che costituiscono l’individuo come oggetto ed effetto del potere, oggetto ed effetto del sapere: l’obiettivo è quello di fabbricare l’individualità cellulare. (49) L’individuo è senza dubbio l’atomo fittizio di una rappresentazione ideologica della società, ma è anche una realtà fabbricata da quella tecnologia specifica del potere che si chiama disciplina.

Foucault osserva la progressiva espansione di questi dispositivi disciplinari e dei loro effetti sociali. Gradualmente la società sembra avere sempre meno bisogno di rinchiudere le persone, in quanto possiede questi meccanismi che le permettono di permeare ogni singolo aspetto del vivere quotidiano. La società disciplinare ha la caratteristica di non avere bisogno di incasellare gli individui in spazi chiusi. Le discipline omogeneizzano, rendono tutti uguali. In questo contesto la disciplina stessa non va a configurarsi come un’istituzione o come un apparato, ma come un meccanismo per esercitare il potere. È la disciplina, con tutti gli strumenti che reca, la tecnologia del controllo della società in evoluzione. Foucault non conclude qui la sua analisi delle società disciplinari, poiché vuole porre ulteriormente l’accento sulle strutture di applicazione del potere. L’esercizio della disciplina così applicata, infatti, non può prescindere, secondo il filosofo, da un apparato in cui le tecniche che permettono di vedere inducano effetti di potere, e dove, in cambio, i mezzi di coercizione rendano chiaramente visibili coloro sui quali si applicano. Questi apparati, secondo Foucault, hanno un modello quasi ideale: il campo militare. (50) Nel campo perfetto, tutto il potere viene esercitato col solo gioco di una sorveglianza precisa, e ogni sguardo sarà una tessera nel funzionamento globale del potere.

Il campo è il diagramma di un potere che agisce per mezzo di una visibilità generale. Nell’urbanistica, nella costruzione di città operaie, di ospedali, di ospizi, di prigioni, di case l’educazione, ritorna spesso questo modello di campo, o almeno il principio che lo sottende: l’incastrarsi spaziale delle sorveglianze gerarchizzate. Va allora sviluppandosi una problematica tutta nuova: quella di un’architettura che non è più fatta semplicemente per essere vista (fasto dei palazzi che richiama potere e ricchezza dei proprietari), o per sorvegliare lo spazio esterno (geometria delle fortezze), ma per permettere un controllo interno, articolato e dettagliato, per rendere visibili coloro che vi si trovano. (51) Più in generale, quella di un’architettura che sarebbe divenuta un operatore nella trasformazione degli individui. I suoi obiettivi divengono quelli di agire su coloro che essa ospita, condizionare la loro condotta, ricondurre fino a loro gli effetti del potere, renderli suscettibili di un’approfondita conoscenza, modificarli. Foucault afferma che le pietre possono rendere docili e conoscibili, attraverso l’oggettivazione progressiva e l’incasellamento sempre più minuto dei comportamenti individuali. L’apparato disciplinare perfetto avrebbe permesso, con un solo sguardo, di vedere tutto, in permanenza. L’architettura, dunque, come già è evidente nella città-stato feudale, è fondamentale all’esercizio del potere, soprattutto in una società di più complesso livello organizzativo. Foucault afferma che, fra le ragioni del prestigio accordato nella seconda metà del Settecento alle architetture circolari, bisogna senza dubbio open-spaceincludere questa: esse esprimevano una certa utopia politica.

E’ lo stesso principio che sottende alla costruzione dei grandi opifici e delle fabbriche: specificare la sorveglianza e renderla funzionale. (52) La sorveglianza del luogo di lavoro capitalistico è un esempio della crescita della società disciplinare. Potere e conoscenza sono saldamente intrecciati tra loro. L’architettura della fabbrica dimostra che lo scopo era rendere sempre visibili gli operai ai loro supervisori, e dunque a loro assoggettati. Non ci sono più ispettori esterni che sono incaricati di far rispettare il regolamento. Ora il controllo è intenso e continuo: corre lungo tutto il processo di lavorazione. Non verte solo sulla produzione ma su tutta l’attività degli uomini, il loro savoir faire, la loro prontezza, lo zelo, il comportamento individuale. Più l’apparato di produzione diviene complesso e importante, più i compiti di controllo divengono necessari e difficili. Sorvegliare diventa allora una funzione precisa, parte integrante del processo di produzione: lo deve doppiare in tutta la sua lunghezza. Dal punto di vista dei proprietari, la sorveglianza diviene un operatore economico decisivo, nella misura in cui essa è insieme un elemento interno dell’apparato di produzione ed un ingranaggio specifico del potere disciplinare. La sorveglianza gerarchizzata, continua e funzionale non è una delle grandi invenzioni del diciottesimo secolo, ma la sua estensione deve l’importanza che le è propria in questo periodo ai nuovi meccanismi di potere che porta con sé. (53) Essa si organizza come potere multiplo, automatico ed anonimo: la sorveglianza riposa su degli individui, ma il suo funzionamento è quello di una rete di relazioni sia dall’alto al basso, che dal basso verso l’alto, nonché collaterali. Questa rete fa in modo che l’insieme di relazioni rimanga compatto, e lo attraversa integralmente, con effetti di potere che si poggiano gli uni sugli altri: i sorveglianti sono perpetuamente sorvegliati. Il potere disciplinare in questo modo è assolutamente indiscreto, dappertutto e sempre all’erta. Ma è anche discreto, perché funziona in permanenza ed in gran parte in silenzio. Potere che in apparenza è tanto meno corporale, quanto più è sapientemente fisico. (54)

Per molto tempo, in passato, l’individualità qualunque, quella di chi sta in basso, è rimasta al di sotto della soglia di descrizione. Essere guardato, osservato, descritto in dettaglio, seguito giorno per giorno da una scritturazione, un tempo costituiva un privilegio dei grandi. La cronaca di un uomo, la sua vita quotidiana accuratamente descritta, facevano parte dei rituali della sua potenza. Ma con l’avvento della società disciplinare questo meccanismo viene capovolto. E la nuova applicazione della descrivibilità è tanto più marcata quanto più è stretto l’inquadramento disciplinare: il bambino, il malato, il pazzo, il condannato, diverranno sempre più frequentemente, a partire dal settecento, oggetto di descrizioni individuali e relazioni biografiche. Si tratta di un processo di assoggettamento ed oggettivazione. (55) E’ la stessa cosa che avvenne riguardo alla nascita ed allo sviluppo del concetto di privacy: nel 1890 era l’élite alto borghese a desiderare una minore attenzione nei suoi confronti, poiché i giornali si occupavano solo delle vicende di una certa classe di gente, quella più in vista. Mentre oggi è il singolo cittadino a preoccuparsi della sua riservatezza, poiché è proprio l’individuo semplice ad essere più facilmente oggetto di dettagliata sorveglianza e di frequenti controlli.

 

Jeremy_Bentham

Jeremy Bentham (1748-1832)

1.3.1. L’architettura panottica: la casa d’ispezione di Jeremy Bentham

Durante i suoi studi sulle origini della medicina clinica, Michel Foucault analizza l’architettura ospedaliera del Diciottesimo secolo. L’obiettivo di questi studi era quello di scoprire come lo sguardo medico si fosse istituzionalizzato, dando vita ad una nuova forma di costruzione ospedaliera, nella quale la visibilità dei corpi sotto un unico sguardo centralizzato era divenuto il principio conduttore. (56) Passando al problema della penalità, Foucault apprese che tutti i grandi progetti di ristrutturazione delle prigioni del Diciannovesimo secolo riprendevano lo stesso tema ma, stavolta, sotto il segno rievocativo di Jeremy Bentham. Quest’ultimo, nel 1791, aveva fatto pubblicare un testo in cui, attraverso una dettagliata descrizione di tecniche ed obiettivi, delineava quella che doveva divenire, a suo parere, la più importante e rivoluzionaria architettura di sorveglianza mai inventata. Il testo, intitolato Panopticon, ovvero la casa d’ispezione, è sotto forma epistolare: le lettere sono indirizzate da Bentham ad un destinatario fittizio, al quale il progetto panottico è esposto senza timori di prolissità. In realtà, e l’autore non cercò mai di nasconderlo, il vero ideatore dell’architettura panottica non fu Jeremy Bentham, ma suo fratello: quest’ultimo era stato presso la Scuola militare di Parigi, istituita nel 1751, nella quale alcuni dei principi di visibilità ripresi nel Panopticon erano stati già applicati. (57) Jeremy Bentham, però, ebbe il merito di credere fortemente in quell’idea, di sostenerla per tutta la vita, proclamando che non si trattava di un’invenzione destinata a risolvere un problema specifico, bensì tutti i problemi esistenti relativi alla sorveglianza. (58) E, soprattutto, le diede un nome, Panopticon, che racchiude in sé il principio che lo sottende: il controllo globale e la sorveglianza ininterrotta, finalizzati all’esercizio di un potere immediato e totalizzante.

 

1.3.1.1. La struttura ed il funzionamento del Panopticon

Foucault comprende immediatamente l’importanza dell’opera di Bentham. Durante una delle conferenze tenute a Rio de Janeiro afferma:

c’è qualcuno che ha in certo modo previsto e presentato una sorta di schema di questa società di sorveglianza, della grande ortopedia sociale. Si tratta di Bentham. […] E’ lui ad avere programmato, definito e descritto nella maniera più precisa le forme di potere in cui noi viviamo, e ad avere presentato un meraviglioso e celebre modellino di questa società dell’ortopedia generalizzata, il famoso Panopticon. Una forma di architettura che permette un tipo di potere dello spirito sullo spirito; una specie di istituzione che deve valere tanto per le scuole, che per gli ospedali, le prigioni, le case di correzione, gli ospizi, le fabbriche. (59)

panopticonIl Panopticon descritto da Bentham è un edificio a forma di anello, nel mezzo del quale c’è un cortile, dal cui centro si eleva una torre. L’anello si divide in piccole celle che si affacciano tanto all’interno che all’esterno. In ognuna di queste piccole celle c’è, secondo lo scopo dell’istituzione, un bambino che impara a scrivere, un operaio che lavora, un detenuto che espia la sua pena, un folle in preda alla sua follia. Nella torre centrale c’è un sorvegliante. Dato che ogni cella dà tanto sull’esterno che sull’interno, lo sguardo del sorvegliante può attraversarla tutta; non c’è alcun punto in ombra, e di conseguenza tutto quello che fa l’individuo è esposto allo sguardo di un sorvegliante che osserva attraverso le persiane, con le imposte socchiuse, in modo da poter vedere tutto, senza che nessuno lo veda. Secondo Bentham, quest’astuzia architettonica poteva essere utilizzata da tutta una serie di istituzioni. Essa può essere utile:

Sia che si tratti di punire i criminali incalliti, sorvegliare i pazzi, riformare i viziosi, isolare i sospetti, impiegare gli oziosi, mantenere gli indigenti, guarire i malati, istruire quelli che vogliono entrare nei vari settori dell’industria, o fornire l’istruzione alle future generazioni. (60)

Il Panopticon dimostra in maniera concreta la fondamentale importanza dell’architettura nel campo sociale. Ma, come afferma Foucault, esso rappresenta anche l’utopia di una società e di un tipo di potere che, in fondo, non sono altro che la società e il potere che conosciamo oggi: un’utopia che si è effettivamente realizzata. Il Panopticon ha la peculiarità di racchiudere in sé potenzialità meravigliose: partendo dai desideri più diversi, concretizza effetti omogenei di potere. (61)

La caratteristica più importante del progetto panottico è l’insicurezza a cui è sottoposto chi sta all’interno della cella, insicurezza sull’operare o meno della sorveglianza. Chi è sottoposto ad un campo di visibilità, scrive Foucault, pur non sapendo se il sorvegliante è effettivamente presente nella torre d’osservazione, eserciterà su se stesso tutte le costrizioni del potere. Quest’ultimo è infatti visibile ed inverificabile: basterà avere davanti agli occhi la sagoma della torre per essere consapevoli che si è continuamente spiati. Ed anche se così non fosse, basterà quella sola consapevolezza ad assoggettare il prigioniero. (62) La tecnica di potere all’interno del Panopticon è essenzialmente lo sguardo. Sguardo che ha come sua conseguenza diretta l’interiorizzazione. Bentham afferma:

lo scopo dell’edificio sarà tanto più perfettamente raggiunto se gli individui che devono essere controllati saranno il più assiduamente possibile sotto gli occhi delle persone che devono controllarli. L’ideale, […], esigerebbe che ogni individuo fosse in ogni istante in questa condizione. Essendo questo impossibile, il meglio che si possa auspicare è che in ogni istante, avendo motivo di credersi sorvegliato, e non avendo i mezzi per assicurarsi il contrario, creda di esserlo. (63)

Ciascuno, al suo posto, rinchiuso in una cella, è osservato integralmente, in ogni sua azione, dal sorvegliante; i muri laterali delle celle gli impediscono però di entrare in contatto con i compagni. Si crea una situazione in cui il prigioniero è visto ma non vede: diviene oggetto di un’informazione, ma non sarà mai soggetto di una comunicazione. (64) Nella concettualizzazione benthamiana del Panopticon ha origine la vera e propria filosofia della sorveglianza: la trasparenza del soggetto sotto osservazione ne garantisce il rispetto verso un sistema di regole basato sulla proiezione individuale del timore della punizione conseguente alla loro infrazione.

Foucault, a differenza di Bentham, va oltre la visione del Panopticon come un luogo delimitato e chiuso ad elementi esterni: egli vi vede uno spazio adattabile e trasportabile all’interno della società. Uno spazio riproducibile: è il diagramma di un meccanismo di potere ricondotto alla sua forma ideale. Il suo funzionamento, analizzato senza tener conto di ostacoli, resistenze o attriti, può felicemente essere rappresentato come un puro sistema architettonico e ottico: è in effetti una figura di tecnologia politica che si può e si deve distaccare da ogni uso specifico. Esso è polivalente nelle sue applicazioni. Si tratta infatti di un tipo di inserimento dei corpi nello spazio, di distribuzione degli individui gli uni in rapporto agli altri, di organizzazione gerarchica, applicabili in ospedali, fabbriche, scuole, prigioni (65).

Il controllo esercitato attraverso il Panopticon viene definito per la prima volta da Foucault “panottismo”. Egli sostiene che il panottismo è una forma di potere che non poggia più sull’indagine, ma su qualcosa di completamente differente: l’esame. L’indagine era una procedura mediante la quale, nella pratica giudiziaria, si cercava di sapere che cosa era successo. Si trattava di riattualizzare un avvenimento passato, attraverso le testimonianze di persone che per le loro personali conoscenze o per il solo fatto di essere state presenti all’avvenimento, erano reputate in grado di sapere. Con il Panopticon viene a prodursi qualcosa di completamente diverso; non c’è più l’indagine, ma la sorveglianza, l’esame. Non si tratta più di ricostruire un avvenimento, ma di sorvegliare totalmente ed ininterrottamente i soggetti e le loro interazioni. Sorveglianza permanente degli individui da parte di qualcuno che esercita su di loro un potere, sia egli un istitutore, un capo officina, un medico, uno psichiatra, il direttore di una prigione. Fintanto che una di queste figure esercita il potere, ha la possibilità sia di sorvegliare, sia di formarsi un sapere che riguarda coloro che sorveglia. Un sapere che ha ora la caratteristica non più di determinare se qualcosa è avvenuto o no, ma di determinare se un individuo si comporta o no come si deve, in conformità o meno alla regola, se fa dei progressi oppure no. I criteri di giudizio ruotano attorno a ciò che è normale e a ciò che invece non lo è, ciò che è corretto o meno, ciò che si deve o non si deve fare. Si ha dunque, in opposizione al grande sapere dell’indagine, organizzato nel Medioevo attraverso la confisca statale della giustizia, un nuovo sapere di tipo totalmente differente, un sapere di sorveglianza, di esame, organizzato intorno alla norma del controllo degli individui per tutto il corso della loro esistenza. (66)

 

1.3.1.2. Contesto socio-politico in cui l’idea di Panopticon prende forma

Un’influenza fondamentale sulla stesura del progetto panottico la ebbe, innanzitutto, la questione delle prigioni. Il problema del sovraffollamento delle carceri di stato, intorno agli ultimi decenni del Diciottesimo secolo, era divenuto critico. L’ideologia di una società razionale ed ordinata di fine Settecento mal tollerava una situazione in cui vagabondi, delinquenti, ribelli, erano tutti riuniti in straripanti prigioni, nelle quali sporcizia, corruzione ed ozio erano virtù comuni. Le condizioni delle prigioni inglesi furono denunciate da John Howard, nel suo libro The State of Prisons in England and Wales, with Preliminary Observations and an Account of some Foreign Prisons and Hospitals, pubblicato nel 1777. (67) Una ricerca divenuta un classico della letteratura penitenziaria e che, insieme alle tentate riforme del sistema penale degli anni successivi, non poté non influenzare le riflessioni di Bentham. Quest’ultimo, di natura profondamente ostile agli sprechi, non vedeva di buon occhio né la pena di morte né la deportazione dei detenuti: costituivano, dal suo punto di vista, un enorme sperpero di risorse più proficuamente utilizzabili. Il Panopticon, fondato sulla sorveglianza generalizzata e sulla rigida organizzazione spaziale, non è solo un progetto di trasformazione sociale attraverso il controllo. E non ha, se non in alcuni brevi, rari passaggi, nessun intento moralizzante. E’ soprattutto, e Bentham lo afferma più volte, un progetto che risponde a finalità economiche, di profitto ed utilitarismo: manodopera gratuita, strade delle città più sicure e spese quasi totalmente annullate.

Bisogna ricordare inoltre che il periodo in cui Bentham scrive è quello immediatamente successivo alla Rivoluzione Francese. Uno dei problemi più urgenti di quel tempo riguardava la forte crescita demografica, e la conseguente urbanizzazione di gran parte della popolazione. Mentre gli economisti ponevano il problema in termini di ricchezza, Bentham pone la questione in termini di potere: per evitare disordini, la popolazione deve divenire il bersaglio principale dei rapporti di dominio. (68) Egli è ben consapevole del fatto che i meccanismi di potere esercitati ai tempi di una monarchia amministrativa come quella francese, avevano maglie fin troppo larghe. Le mutazioni politiche ed economiche del Diciottesimo secolo rendono dunque necessario far circolare gli effetti del potere attraverso canali sempre più stretti: dovranno arrivare agli stessi individui, ai loro corpi, ai loro gesti, a ciascuna delle loro azioni quotidiane. (69) Bisognava, insomma, che il potere, anche se esercitato su una moltitudine di uomini, fosse efficace come se esercitato su uno solo. Ecco perché il Panopticon può essere considerato un abbozzo di architettura soggetto alle scelte degli uomini di stato, lo schizzo geometrico di una società razionale. (70) Esso, come abbiamo visto, è anche e soprattutto un’utopia, una delle tante che nacquero in gran numero in Inghilterra e Francia tra il 1780 e il 1840: una delle risposte attraverso cui gli uomini, angosciati dall’incremento demografico, dalla rarità dei mezzi di sussistenza, dalla paura dello spreco, tentavano di regolarne il corso. (71)

I rivoluzionari francesi, interrogandosi sul nuovo assetto da dare alla giustizia, affermavano che il vero impulso di una società giusta doveva essere l’opinione pubblica: la gente non agirà male, poiché si sentirà tuffata ed immersa in un campo di v



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