Piergiorgio Odifreddi, Come stanno le cose

by gabriella

lucrezioMaria Mantello ha intervistato Piergiorgio Odifreddi in occasione dell’uscita di Come stanno le cose, il mio Lucrezio, la mia Venere, per Rizzoli. Di seguito, la recensione di Piero Bianucci per le pagine scientifiche della Stampa.

Il De rerum natura di Lucrezio ha folgorato sulla strada della razionalità filosofica contrapposta alle illusioni e paure religiose Piergiorgio Odifreddi, che lo ha tradotto in prosa accompagnando ogni pagina con un suo articolato commento a fronte, dove sottolinea l’attualità delle grandi intuizioni scientifiche contenute in questo poema, che definisce il

«più elevato canto mai intonato da un uomo alla scienza e alla ragione».

Il Lucrezio in versione Odifreddi forse farà storcere il naso ai puristi, ma è straordinario per la potenza comunicativa delle efficaci soluzioni linguistico-letterarie, che iniziano fin dalla traduzione del titolo. La fisica non finge ipotesi, come qualcun altro dopo Lucrezio dirà, perché descrive le cose. E cosa deriva da causa, quindi conoscere gli eventi della natura significa spiegare in modo empirico-razionale i nessi causali con cui la natura si autogenera e diviene. Quindi, la riflessione sulle cose della natura è chiarire come le cose della natura stanno. Ecco allora che De rerum natura è eccellentemente reso da Odifreddi con Come stanno le cose.

Una traduzione è anche atto creativo, perché bisogna penetrare l’autore e il senso profondo delle sue parole. È in questa combinazione di parole-atomo che avviene la mediazione linguistica delle relazioni tra significato e significante. Un lavoro di complicità tra autore originario e autore della traduzione fondamentale soprattutto di fronte ad una lingua da cui ci separano secoli. E penso che Odifreddi in questa ineludibile complicità si sia anche divertito nel fare sua l’opera a tal punto da sottotitolarla: il mio Lucrezio, la mia Venere. E proprio con l’invocazione a Venere l’epicureo Lucrezio apre il suo componimento. Venere è dea madre, natura-matrice, da dove tutto nasce. Venere amore tensione e compimento. Natura tutta autosufficiente nelle sue aggregazioni atomiche semplici e complesse. Connessioni nell’essere e dell’essere natura, di cui l’uomo è parte integrante nella sua corporalità: fisicità di ogni sua funzione, mente compresa. E in questa corporalità vita-materia non c’è posto per nessun dio. Da questo tema siamo partiti per parlare con Piergorgio Odifreddi del suo ultimo libro in questa intervista che ci ha concesso.

Lucrezio lo si potrebbe definire ateo, materialista, laico a tutto tondo…

A voler essere precisi, Lucrezio non era ateo: credeva negli dèi, anche se pensava che se ne stessero a casa loro, incuranti delle vicende umane. Lo potremmo più precisamente definire un deista anticlericale: ce l’aveva soprattutto con “i preti” e la religione organizzata. Un po’ come Voltaire, molti secoli dopo.

Lucrezio filosofo scienziato-visionario?

Lucrezio non era uno scienziato, così come non lo era Epicuro, al quale egli si ispirava. La loro era una visione umanistica, ma solidamente basata sulla scienza del loro tempo. La visionarietà di Lucrezio, che nel mio commento cerco di far emergere, deriva dal fatto che la scienza greca era arrivata molto avanti, come racconta Lucio Russo in La rivoluzione dimenticata. Ad esempio, il fatto che nel vuoto i corpi cadono con la stessa velocità, e che questa velocità è accelerata, era stato scoperto dai greci in generale, e da Ipparco in particolare. Lucrezio testimonia, con il suo poema, che questa tradizione scientifica era ancora viva ai suoi tempi. Ma poi si perse, e fu appunto dimenticata. Quei fatti furono dunque riscoperti da Galileo e Newton, e leggerli oggi in Lucrezio sa dunque di visionarietà. Ma Newton ammette, nei suoi Scoli classici, l’esistenza di questa sapienza antica, citando ampiamente Lucrezio a suo testimone.

Lucrezio al mito contrappone la razionalità…

L’idea centrale del libro di Lucrezio è appunto quella di sostituire le spiegazioni mitologiche e umanistiche dei fenomeni della natura, con spiegazioni scientifiche. Non sempre centra la spiegazione corretta, a volte è indeciso fra varie possibili spiegazioni e le riporta tutte come ipotesi, altre volte è fortunato e spiega le cose correttamente. Ma è il suo atteggiamento di fondo, che conta: gli eventi della natura vanno spiegati con la testa, e non con la pancia. Cioè, vanno spiegati in maniera scientifica, e non fantastica.

Lucrezio: “Perché mai i fulmini di Giove non risparmiano i templi e le statue degli dèi, e anzi distruggono gli uni e le altre?”. Non solo congeniale al matematico “impertinente” Odifreddi, ma di grande importanza educativa per il pensiero analitico-critico.

Sicuramente l’atteggiamento di Lucrezio, che è allo stesso tempo “divulgativo e impertinente”, ha fatto scattare in me una simpatia per l’autore e la sua opera. Il De Rerum Natura è il libro che mi sarebbe piaciuto scrivere. Ma essendo già stato scritto, l’ho tradotto in prosa e commentato, per rivitalizzarlo e cercare di diffonderlo, soprattutto nelle scuole.

Atomi, vuoto come spazio geometrico, buchi neri sono già in qualche modo nella concezione di Lucrezio?

Le intuizioni scientifiche di Lucrezio, e degli scienziati dimenticati a cui egli si ispirava, sono veramente moltissime. Per questo, ho pensato, invece di riportare a fronte della traduzione il testo originale, come si fa di solito, di sfruttare lo spazio per scrivere un libro parallelo di commento. Se posso fare un paragone immodesto, l’obiettivo era lo stesso di Fuoco pallido di Nabokov: scrivere un libro fatto solo di note, dalle quali però emergesse, alla fine, una storia autonoma e indipendente. Che nel mio caso è la storia della scienza, dall’atomismo alla cosmologia, rivisitata nella forma di un commento a uno straordinario poema latino.

Piero Bianucci, Così parlò Lucrezio, profeta dei buchi neri

[…] Lucrezio, nato nel 99 avanti Cristo e morto nel 55, suicida (pare) a 44 anni, è di quegli autori che a scuola si studiano poco, licei classici compresi. Sarà perché tradurlo è difficile, o perché i suoi temi sono estranei al resto della letteratura latina, o perché la scienza è considerata scomoda anche quando viene scritta in poesia, o per tutte e tre le ragioni. Certamente per un lungo tempo, 1600 anni, prevalse una quarta ragione: Lucrezio è un materialista che condanna come inganni pericolosi tutte le religioni.

Di lui sappiamo poco. Curiosamente quel poco ci arriva dal testo di un uomo di fede, la Cronaca di San Girolamo, che a sua volta riprende notizie dello storico Svetonio. Apprendiamo così che Tito Lucrezio, nato forse a Pompei e vissuto a Roma, sarebbe impazzito per aver bevuto un intruglio “amatorio” e negli intervalli della follia avrebbe scritto vari libri poi emendati da Cicerone. A noi è giunto il poema De rerum natura, in sei libri, dedicato a Venere (scelta chiaramente provocatoria). Sono in tutto 7415 versi e, per la precisione, si tratta di esametri dattilici catalettici. Parole oscure che Odifreddi rende trasparenti osservando che il loro ritmo è quello di un valzerino in tre quarti, di sei battute, di cui l’ultima tronca: um-pa-pa um-papa um.pa-pa um- pa.pa um-pa-pa um-pa. Dal brusco finale del poema si può supporre che l’autore non sia riuscito a dargli l’ultima mano.

epicuroLucrezio ci mette del suo, ma le idee fondamentali gli arrivano dal filosofo greco Epicuro, nato a Samo nel 341 avanti Cristo e morto ad Atene nel 271. Epicuro, a sua volta, aveva ripreso la teoria atomistica da Leucippo e dal suo allievo Democrito, filosofi presocratici del quinto secolo avanti Cristo. Esaltato da Cicerone, Orazio e Cornelio Nepote, con l’avvento del cristianesimo il De rerum natura subì una lunga eclisse. Fu l’intraprendente umanista Poggio Bracciolini (1380-1459) a riscoprire il testo su un antico codice e a riportarlo alla luce. La prima traduzione in italiano risale ad Alessandro Marchetti (1643-1714). Da allora il De rerum natura ha avuto cultori illustri ma sempre un po’ eccentrici rispetto alle correnti culturali dominanti: Machiavelli, Foscolo, Leopardi, Flaubert, Marguerite Yourcenar, Calvino, Borges, Primo Levi…

L’operazione di Odifreddi è duplice e rispecchiata nell’impaginazione: il nostro logico matematico ha tradotto in forma liberamente moderna il testo di Lucrezio (pagine dispari) e ne ha mostrato l’attualità con ardite incursioni in fisica nucleare, meccanica quantistica, chimica, matematica, biologia, cosmologia e una pirotecnica quantità di altri campi dello scibile (pagine a destra). Qui mi accontenterò di segnalare qualcuna tra le suggestioni più sorprendenti.

Il concetto di atomo, innanzi tutto. In mancanza di laboratori come il Cern di Ginevra, per dimostrarne l’esistenza, anzi la necessità, Lucrezio si affida ad argomenti puramente logici e analogici. Che da pochi elementi fondamentali si possa ricavare una illimitata quantità di forme e sostanze è evidente nella scrittura: una ventina di lettere dell’alfabeto permettono di scrivere infiniti libri (non proprio infiniti, come dimostrerà Borges nella “Biblioteca di Babele”). L’atomismo linguistico può essere esteso: come le lettere dell’alfabeto, così sono indivisibili gli atomi; e come le lettere devono essere tra loro separate, così tra gli atomi deve esserci il vuoto. 

A questo punto Odifreddi ha via libera verso l’attualità scientifica. Nel 1911 Ernest Rutherford nel suo esperimento più famoso bombardò una sottile lamina d’oro con particelle alfa (nuclei di elio, a loro volta costituiti da due protoni e due neutroni) e con grande stupore osservò che talvolta (molto raramente) una particella alfa veniva respinta come se avesse sbattuto contro un durissimo muro. Il muro era il nucleo dell’atomo di oro, e dalla rarità dei rimbalzi Rutherford poté stabilire che i nuclei atomici sono piccolissimi rispetto all’atomo complessivo, che comprende la “nube” degli elettroni. Fatte le proporzioni, è come se il nucleo fosse un’arancia al centro di uno stadio e gli elettroni che le stanno intorno fossero moscerini in moto sugli spalti più lontani. La materia, insomma, è fatta essenzialmente di vuoto.  

“Eliminando il vuoto dalle cose – dice Lucrezio nella traduzione di Odifreddi – tutto l’universo collasserebbe in un buco nero, incapace di emanare qualunque cosa”,

buchi neridove “buco nero” è un po’ una forzatura, ma del tutto giustificata dalla immediata precisazione lucreziana. Il concetto di buco nero come concentrazione di materia così densa da tratteneTOPSHOTS-VATICAN-POPE-RESIGN-ST PETERre con la propria forza di gravità ogni cosa, persino la luce, si trova già in una lettera del 1713 inviata da John Michell a Cavendish e fu ripreso da Laplace nel 1796, ma a inventare l’espressione “buco nero” (black hole), di solito attribuita a Wheeler con data 1967, fu, ci ricorda puntigliosamente Odifreddi, la giornalista Ann Ewing nel 1964. 

Andiamo oltre. Il vuoto per la fisica moderna è davvero vuoto come immaginava Lucrezio? Ebbene, no, secondo la meccanica quantistica è un pullulare di particelle virtuali che, eccezionalmente, per il principio di indeterminazione di Heisenberg, possono anche materializzarsi.  

E lo spazio, che dovrebbe per così dire contenere sia la materia sia il vuoto, è qualcosa di continuo come ci viene spontaneo immaginarlo? Neppure. Per la fisica più recente, quella della teoria delle stringhe, anche lo spazio è costituito da “atomi di spazio” che hanno per dimensione la “lunghezza di Planck”, pari a un centesimo di un miliardesimo di un miliardesimo del diametro di un protone, il quale misura circa un milionesimo di un miliardesimo di metro. E già prima che nel 1899 Planck proponesse la “sua” lunghezza, Gino Fano aveva proposto una geometria discreta, o quantizzata, che fu poi ampiamente sviluppata nel Novecento.

Insomma, si sarà capito che correndo dietro a Lucrezio si può andare lontano, e Odifreddi non perde nessuna occasione. Ad esempio, commentando il Lucrezio psicologo e neuroscienziato, ci parla del peso dell’anima, che il medico statunitense Duncan MacDougall nel 1907 pretendeva di aver misurato in 21 grammi, e del duplice ritardo delle nostre percezioni messo in evidenza da uno storico esperimento di Benjamin Libet. Né gli sfuggono la percezione sensoriale e le illusioni ottiche. Altrettanto succede a proposito con la concezione evoluzionistica, la genetica, l’origine dell’universo, la meteorologia etc.

A proposito della meteorologia, spicca una ironica osservazione del Lucrezio antireligioso:

Perché mai i fulmini di Giove non risparmiano i templi e le statue degli dèi, e anzi distruggono gli uni e le altre?.

 E’ quasi superfluo aggiungere che accanto a questa frase Odifreddi mette una fotografia della cupola di San Pietro colpita da una folgore nel giorno dell’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI. Era l’11 febbraio 2013. Esempio di rara tempestività giornalistica in un saggio scientifico-letterario che si avvale di un ricco apparato di illustrazioni, mai casuali.


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