Democrito, Il caos atomico nella casualità del vuoto

by gabriella
Democrite_Leon-Alexandre_Delhomme Lyon

Léon Alexandre Delhomme, Democrito medita sulla sede dell’anima – Musée des Beaux Arts di Lione.

La teoria atomistica di Leucippo e Democrito si propone di riprendere l’indagine della natura a partire dalle impossibilità logiche evidenziate dagli eleati, «salvando», nello stesso tempo, «i fenomeni», cioè la molteplicità e il divenire attestati dai sensi.

Esiste, pertanto, secondo questa teoria, una pluralità di enti, o forme, eterni, imutabili e indivisibili (a-tomos) in moto casuale e caotico nell’infinito spazio vuoto, le loro aggregazioni e separazioni determinano l’infinita varietà delle cose. Questa tesi democritea è testimoniata dal commento di Simplicio al De caelo di Aristotele (In Aristotelis De caelo), Dk fr. 68 A 37.

L’altro assunto fondamentale della visione atomistica del mondo è la distinzione tra due ordini di proprietà delle cose: quello quantitativo e quello quantitativo. Le caratteristiche geometriche e meccaniche sono ritenute da Democrito oggettive, cioè proprietà della realtà, mentre le altre, acustiche, cromatiche, termiche, sono puramente soggettive. Compito della scienza – come tornerà a dire duemila anni più tardi Galilei – è spiegare le seconde in base alle prime. Poiché della vastissima opera di Democrito ci sono giunti solo frammenti – di molti testi ci è noto solo il titolo – traiamo i riferimenti a questa dottrina dal De sensu [4, 442 a 29] e dal De generatione et corruptione [A2, 316 a] di Aristotele, oltre che dallo stesso Simplicio, Teofrasto (De causis plantarum) e Sesto empirico [Adversus mathematicos, VII, 135,137,138].

Democrito ritiene che la materia di ciò che è eterno consista in piccole sostanze infinite di numero, e suppone che queste siano contenute in altro spazio infinito per grandezza: e chiama lo spazio con i nomi di «vuoto» e di «niente» e di «infinito», mentre dà a ciascuna delle sostanze il nome di «ente» e di «solido» e di «essere». Egli reputa che le sostanze siano così piccole da sfuggire ai nostri sensi; e che essere presentino ogni genere di figure e forme di differente grandezza. Da queste sostanze, dunque, in quanto egli le considera come elementi, fa derivare e combinarsi per aggregazione i volumi visibili e in generale percettibili.

Esse lottano e si muovono nel vuoto, a causa della loro diseguaglianza e delle altre differenze ricordate, e nel muoversi si incontrano e si legano in un collegamento tale che le obbliga a venire in contatto reciproco e a restare contigue, ma non produce però con essere veramente una qualsiasi natura unica: perché è certamente un’assurdità pensare che due o più possano mai divenire uno.

Del fatto che le sostanze rimangano in contatto tra di loro per un certo tempo, egli dà la causa ai collegamenti e alla capacità di adesione degli atomi: alcuni di questi infatti sono irregolari, altri uncinati, altri concavi, altri convessi, altri differenti in  innumerevoli altri modi; ed egli reputa dunque che gli atomi si tengano attaccati gli uni altri altri e rimangano in contatto solo fino a quando, col sopraggiungere di qualche azione esterna, una necessità più fortenon li scuota violentemente e li disperda in varie direzioni.

Egli attribuisce il nascere e il suo contrario, il disgregarsi, non soltanto agli animali, ma anche alle piante e ai mondi, insomma a tutti quanti gli oggetti sensibili. Se dunque il nascere è aggregazione di atomi e il dissolversi è disgregazione, anche per Democrito il divenire non è che modificazione di stato [non passaggio dall’essere al non essere o viceversa, nota mia].

***

 

Democrito, come riferisce Teofrasto nella Fisica [phys. opin. fr. 13; Dox. 491] ritenendo che seguivano un procedimento grossolano coloro che riponevano le cause prime nel caldo e nel freddo e simili, si elevò agli atomi, come analogamente i pitagorei alle superfici, reputando cause del caldo e del freddo le figure e le grandezze: infatti le cose disgregabili portano con sé la sensazione di caldo; di freddo invece quelle compatte e compresse. Perciò Democrito nega l’esistenza [oggettiva] del colore, dicendo che il colore dipende dalla direzione [degli atomi].

[…]  Democrito, che assegna una determinata forma atomica a ciascun sapore, fa derivare il dolce dagli atomi rotondi e di discreta grandezza, l’acre dagli atomi di figura grande con asperità e con molti angoli e senza rotondità, l’acido o acuto – come dice il nome stesso – dagli atomi acuti, angolosi, a curve, sottili e non tondeggianti […]

Democrito talora rifiuta le apparenze sensibili e dice che nulla in esse ci appare conforme a verità, ma solo conforme a opinione, e che il vero negli oggetti consiste in ciò ch’essi sono atomi e vuoto. Infatti egli dice:

«Opinione il dolce, opinione l’amaro, opinione il caldo, opinione il freddo, opinione il colore, verità l’atomo e il vuoto». […] «Noi in realtà non conosciamo nulla che sia invariabile, ma solo aspetti mutevoli secondo la disposizione del nostro corpo e di ciò che penetra in esso o gli resiste».

Nei Canoni afferma che vi sono due modi di conoscenza l’una genuina, l’altra oscura; e a quella oscura appartengono tutti quanti questi oggetti: vista, udito, odorato, gusto e tatto. L’altra forma è la genuina, e gli oggetti di questa sono nascosti [alla conoscenza sensibile o oscura]. Poi, mostrando la superiorità della conoscenza genuina su quella oscura prosegue dicendo:

«Quando la conoscenza oscura non può più spingersi a oggetto più piccolo né col vedere né con l’udire, né coll’odorato né col gusto, né con la sensazione del tatto, ma [si deve indirizzare la ricerca] a ciò che è ancora più sottile, [allora soccorre la conoscenza genuina, come quella che possiede appunto un organo più fine, appropriato al pensare]».

 

 Vedi Treccani, La dinamica del caos


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