Ebola, la peste ai tempi del mercato

by gabriella

Ebola2Dopo diecimila morti, indiscrezioni rivelano che l’OMS ritardò l’allarme di due mesi per evitare ripercussioni sull’economia.

Di seguito, un illuminante articolo di Leigh Phillips – segnalato dal blog di Mauro Poggi e uscito su Jacobin – che chiarisce come l’economia sia anche all’origine della pandemia e il servizio dedicato al caso da Radio3Scienza.

Phillips scrive  che Ebola è la plastica rappresentazione del fallimento del neoliberismo e del libero mercato come sistema socio-economico. Il giornalista mostra infatti efficacemente come l’economia di mercato disincentivi l’investimento su malattie, pur gravi, che non garantiscono la profittabilità degli investimenti e, contemporaneamente, produca le condizioni di rischio che innescano le pandemie, esponendo i territori e le popolazioni più povere agli agenti patogeni e privandole, infine, delle misure di difesa.

 

La dottrina neoliberista afferma che il miglior modo, anzi l’unico, di conseguire il benessere collettivo è quello di esaltare le capacità dell’individuo lasciandolo libero di perseguire il proprio interesse all’interno di un sistema caratterizzato dal prioritario diritto di proprietà privata, da liberi mercati e da libera concorrenza. In questo sistema il ruolo dello Stato deve limitarsi a garantire tali condizioni, altri interventi avrebbero solo effetti distorsivi e pregiudicherebbero l’efficienza degli automatismi che permettono al mercato di autoregolarsi e produrre ricchezza. La ricchezza a sua volta, proprietà dei meritevoli che partecipano al processo, per una sorta di meccanismo a cascata (trickle-down) ricade vantaggiosamente sulla comunità tutta.

Quanto tutto ciò sia pretestuoso e mascheri  una concezione spietatamente darwiniana della società dovrebbe essere evidente dai disastri che si sono perpetrati negli ultimi quarant’anni, prima sulla pelle dei paesi del terzo mondo, poi su quella dei paesi emergenti e ora sulla pelle dei paesi “avanzati”. Le cronache di questi ultimi anni ne danno ampia testimonianza, ma il condizionamento operato attraverso l’occupazione sistematica dei luoghi di potere – economico, politico e culturale – fa sì che quello neoliberista continui a proporsi come unico modello di riferimento per l’interpretazione della realtà, non perché migliore ma perché senza alternative, cioè “naturale”.

L’inadeguatezza del neoliberismo nell’affrontare il problema Ebola è quindi solo un caso specifico  del più generale fallimento della dottrina, ma la particolare valenza emotiva che l’epidemia riveste, specie oggi che sembra minacciarci direttamente, gli conferisce una particolare esemplarità.

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big-pharma

Il sistema Big Pharma della ricerca spinta dal profitto

La pratica economica neoliberista implica che il problema Ebola resterà irrisolto fino a quando non diventerà remunerativo trovare la soluzione. Nel frattempo contribuisce  ad esacerbarlo: da una parte dissuade le aziende farmaceutiche a investire le ingenti somme necessarie per la ricerca di un vaccino il cui ritorno economico è dubbio; dall’altra, le politiche di tagli alla spesa e limitazione del ruolo dello stato pregiudicano là dove esistono l’efficienza delle strutture sanitarie, o ne impediscono lo sviluppo là dove non ci sono.

L’intempestiva riduzione dei finanziamenti all’OMS da parte degli stati finanziatori è eloquente: il budget per le crisi epidemiche è passato dai 469 milioni di dollari del periodo 2012/2013 ai 228 milioni del periodo 2013/2014. [Tanto più eloquente se pensiamo che di recente il premio Nobel Obama ha richiesto ai paesi NATO di impegnare nelle spese militari il 2% del PIL, ciò che per la sola Unione Europea rappresenterebbe un budget di circa 3.200 milioni di dollari].

Nel caso delle crisi sanitarie del terzo mondo esiste anche, è vero, una componente razzista.  Il sito Onion fa del macabro sarcasmo e quantifica in numero equivalente di bianchi morti il tempo che ci vorrà ancora per scoprire un vaccino. Ce ne vorranno, stima, 50 o 60. Tuttavia la componente razzista passerebbe in ultimo piano se solo si potesse contare su un buon tasso di redditività. Ebola è un problema non per mancanza di risorse ma perché privo di appetibilità economica. Dal 1976, anno in cui il virus è stato identificato per la prima volta, il numero delle vittime è solo di qualche migliaio – un “mercato” troppo esiguo rispetto alla dimensione degli investimenti che lo sviluppo di un vaccino su scala industriale richiederebbe.

Si tratta degli stessi vincoli economici che spiegano la riluttanza delle grandi case farmaceutiche ad affrontare altre patologie che come l’Ebola non offrono degne prospettive di mercato. Negli USA è stato il settore pubblico, direttamente o tramite finanziamenti a piccole imprese biotecnologiche, a far progredire la ricerca. Anthony Faucy, capo della NIAID, da tempo si affanna a spiegare alla stampa e a chiunque voglia ascoltarlo che il rimedio contro l’ebola sarebbe a portata di mano, non fosse per la taccagneria dell’industria farmaceutica.

“Abbiamo  un nostro vaccino sperimentale, ma non riusciremo mai a convincere le case farmaceutiche a svilupparlo e farne delle scorte. Un vaccino per un virus che provoca limitate epidemie ogni trenta o quarant’anni – beh, non è molto incentivante”.

Tanto più se sono epidemie che riguardano le più povere comunità del pianeta. John Ashton, presidente della FPH, in un articolo sull’Independent definisce scandalosa la riluttanza delle industrie farmaceutiche a impegnarsi nella ricerca per produrre cure e vaccini solo perché, secondo le loro stesse parole, il numero delle persone coinvolte è talmente piccolo da non giustificare l’investimento.

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Mortalità e sopravvivenza all’Ebola per focolaio epidemico

“Questa è la bancarotta morale del capitalismo, che agisce al di fuori di ogni cornice etica e sociale”.

E’ la stessa logica che ha indotto le grandi case farmaceutiche a trascurare lo sviluppo di una nuova classe di antibiotici, con la creazione di un vuoto di ricerca che nel giro di vent’anni porterà alla mancanza di antibiotici in grado di combattere efficacemente le infezioni. Secondo un recente studio dell’OMS, i ceppi batterici che hanno sviluppato resistenze sono ormai a un livello allarmante. Big Pharma lo ammette candidamente: da un punto di vista imprenditoriale non ha alcun senso investire uno o due miliardi di dollari per medicinali che la gente assume sporadicamente; è molto più logico investire nello sviluppo di terapie per malattie croniche, come il diabete, il cancro o l’AIDS, per le quali il paziente è obbligato ad assumere costosi medicinali ogni giorno,  spesso per tutta la vita. [E in quest’ottica è molto più conveniente sviluppare un farmaco che controlli la malattia – quindi da assumere sistematicamente, piuttosto che trovarne uno che la guarisca una volta per tutte – quindi da assumere una volta sola].

Il risultato è che negli stati Uniti le infezioni da batteri resistenti agli antibiotici colpiscono ogni anno 2 milioni di persone e provocano 23.000 decessi. Altri vaccini trascurati per “ragion d’impresa” sono quelli per l’infanzia, per i quali ormai da un decennio gli USA lamentano un problema di scorte insufficienti.Nel caso Ebola, almeno, il Dipartimento della Difesa USA, nel quadro della prevenzione al bio-terrorismo, può finanziare le piccole imprese biotech e impegnarsi all’acquisto di uno stock di vaccini. In presenza di rischi per la sicurezza nazionale,il Governo non esita a subentrare al mercato se questi si dimostra inadeguato o assente. Senza questi sussidi non si sarebbero potute sviluppare le tre o quattro opzioni ora disponibili. Una di queste, lo ZMAPP, sembra molto promettente. È già stato usato con successo in alcuni casi di emergenza, e anche se le condizioni di somministrazione non permettono di attribuire con certezza la guarigione alla sua efficacia ci sono ragionevoli motivi di ottimismo.

La superiorità dello Stato nel governare e guidare la ricerca, nonostante i postulati neoliberisti che sostengono il contrario, è evidente. [Ne parla anche l’economista Marianna Mazzuccato, nel saggio “Lo Stato Innovatore”, dove dimostra che contrariamente alla credenza comune le innovazioni più significative degli ultimi decenni (internet, nanotecnologie, telecomunicazioni…) sono il risultato dell’azione diretta o indiretta del settore pubblico, proprio perché il settore privato non è disposto ad assumersi il rischio di investimenti se non presentano garanzie di un congruo ritorno].

Ma se l’industria farmaceutica, in base alla logica privata del profitto, non è in grado di assicurare alla popolazione tutti i farmaci di cui ha bisogno bensì solo quelli ad alta redditività, allora bisogna prendere atto che quella del libero mercato è una logica fallimentare. Questa considerazione è vera per ogni campo in cui è in gioco il benessere generale, ma la delicatezza de settore sanitario la rende vera ancora di più. La domanda che ne consegue è: perché lo stato dovrebbe farsi carico delle sole aree  svantaggiose  e lasciare al privato quelle altamente redditizie? In altre parole, perché non nazionalizzare l’industria farmaceutica? In questo modo i farmaci remunerativi potrebbero finanziare quelli che lo sono  scarsamente o punto ma che sono altrettanto cruciali, e le scelte di investimento sarebbero finalmente motivate, più che dall’interesse a breve termine di azionisti e manager, da quello a lungo termine del benessere generale.

[In un’epoca di pensiero unico neoliberista la parola “nazionalizzazione” suona come una bestemmia. Viviamo da anni all’interno di una cornice culturale dove tutto ciò che riguarda lo Stato è inefficiente, corrotto, oppressivo, e tutto ciò che appartiene al Privato è emancipato, onesto, efficiente. È una rappresentazione grottesca e mistificante, ma l’abbiamo introiettata così perfettamente che nessuna evidenza riesce a indurci a un giudizio più equilibrato. Sarebbe ora, non foss’altro  che per igiene mentale, di ammettere la possibilità che esistono paradigmi un po’ meno rozzi]. […]

Il fallimento neoliberista, oltre che nell’approccio aziendalistico, si manifesta anche nel tipo di governance che impone alle nazioni. Non è solo la colpevole omissione di ricerca del vaccino. Alla diffusione delle epidemie contribuiscono anche le situazioni  igieniche, il deterioramento o la mancanza di infrastrutture e in generale le precarie condizioni economiche che affliggono i paesi poveri. Uno stato di cose che la politica neoliberista non migliora, stante i freni ideologici che essa pone all’intervento dello Stato e l’attività esclusivamente predatoria delle multinazionali. Liberia,  Sierra Leone e Guinea si trovano rispettivamente al 174°, 177° e 178° posto su 187 nell’Indice di sviluppo stilato dall’ONU. Le strutture governative di base sono state indebolite, e ciò ha impedito un più efficace contenimento del virus, ha accentuato le difficoltà logistiche e reso inefficace il coordinamento con gli altri governi.

L’epidemiologo Daniel Bausch testimonia che in Guinea ogni volta che si spostava da Conakry alla regione delle foreste trovava peggiori strade, minori servizi pubblici, prezzi più alti, foreste più ridotte. Il geografo ed ecologista Rob Wallace spiega che in Guinea, come in molti altri paesi del terzo mondo, i governi occidentali e le istituzioni finanziarie che essi controllano hanno “incoraggiato”  misure di riforme strutturali che prevedono, classicamente, privatizzazioni, rimozione delle tariffe protettive e orientamento all’export della produzione agricola, con gravi ripercussioni sull’autosufficienza alimentare. I fattori di produzione agricoli e la terra finiscono in larga misura nelle mani delle multinazionali, mentre contadini e piccoli produttori vengono emarginati.

L’ebola, come buona parte delle affezioni umane, è di origine zoonotica, cioè di virus che passano dagli animali all’uomo. Il più grande fattore di crescita delle patologie zoonotiche deriva dal contatto fra uomini e  fauna selvatica, dovuta all’espansione dell’attività umana nelle aree selvagge. Poiché l’espansione delle multinazionali toglie territorio ai contadini, questi per sopravvivere sono costretti a ripiegare all’interno delle foreste, esponendosi a maggior rischio di infezione. Come osserva Daniel Bausch,

“sono i fattori biologici ed ecologici a fare emergere i virus dalla foresta, ma è la cornice sociopolitica a determinare se il fenomeno sarà limitato a un caso o due o se scatenerà un’epidemia”.


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