La Grande Guerra

by gabriella

alpini

Perché fu orrore quella guerra, come è più delle altre guerre

la-grande-menzogna-prima-guerra-mondiale-200Gli autori di questo nuovo saggio dedicato alla prima guerra mondiale spiegano le ragioni del percorso che in pochi mesi portò forze politiche, grandi giornali ed intellettuali a schierarsi dal neutralismo più convinto all’interventismo più acceso, l’uso dei gas, quali l’iprite e delle mazze ferrate utilizzate dai fanti per finire i nemici agonizzanti, in genere proprio in seguito a un attacco con quel gas. Viene inoltre descritta la capillare organizzazione della prostituzione che lo Stato Maggiore dell’Esercito offriva ai fanti ed agli ufficiali, i casi di patologie mentali diffusi nelle trincee, l’uso sistematico della repressione per impedire che si diffondesse tra i soldati il rifiuto o il dissenso nei confronti della prosecuzione della guerra – il francescano p. Agostino Gemelli, medico e psicologo, collaborò con lo Stato Maggiore nell’individuare le strategie più efficaci per mantenere il consenso e la disciplina tra i soldati.

preghiera-del-soldatoIn relazione al ruolo della Chiesa cattolica, il libro analizza – al di là della posizione di Benedetto XV – il contributo dei cappellani militari che distribuivano nelle trincee materiale devozionale teso ad esaltare l’eroismo di coloro che si erano immolati per la patria, rappresentavano Gesù nell’atto di accogliere in Paradiso i caduti o di incitare i soldati ad andare all’assalto; benedicevano i gagliardetti militari e le truppe lanciate contro il nemico [un esempio in Joyeux Noël], intonando Te Deum di ringraziamento per le stragi compiute.

Eppure, anche dentro questo desolante quadro e nel contesto di una martellante ideologia mistificatoria, si faceva largo una coscienza delle reali ragioni della guerra: ecco allora i capitoli dedicati alle lettere (censurate) dei soldati al fronte; gli appelli di donne ed uomini al re affinché fermasse la strage; le canzoni che raccontavano la realtà di classe della guerra, il cinema che già prima della pace di Versailles aveva cominciato a raccontare cosa quella guerra fosse realmente.

Gli autori sul discorso del Presidente Mattarella del 24 maggio 2015

Ieri il pre­si­dente Mat­ta­rella è salito sul Monte san Michele in occa­sione dei 100 anni della folle deci­sione dei gover­nanti ita­liani di man­dare a morire 650.000 sol­dati. Alla stampa è stato distri­buito il suo discorso: parole lon­tane dalla reto­rica uffi­ciale e dal clima delle cele­bra­zioni, parole serie e gravi che richia­mano all’impegno per la ricerca sto­rica. Tut­ta­via dalla ver­sione uffi­ciale (letta dal pre­si­dente e pub­bli­cata sul sito web del Qui­ri­nale) sono miste­rio­sa­mente scom­parse due frasi (leg­gi­bili invece sulla cro­naca di Repub​blica​.it). In esse il pre­si­dente invi­tava ad «appro­fon­dire» e a pre­stare atten­zione «alla giu­sti­zia som­ma­ria» e «alla deci­sione del governo ita­liano di non spe­dire aiuti e ali­menti ai nostri sol­dati pri­gio­nieri nei campi nemici per non inco­rag­giare le diserzioni».

Due fatti sto­rici che evi­den­te­mente qual­che con­su­lente della Pre­si­denza ha ver­go­gno­sa­mente pen­sato di can­cel­lare, per­ché richia­ma­vano il clima di ter­rore voluto dal gene­rale Cadorna (ese­cu­zioni senza pro­cesso o con pro­cessi farsa, deci­ma­zioni repres­sive o puni­tive) e la scelta di abban­do­nare i sol­dati fatti pri­gio­nieri, per­ché rite­nuti diser­tori e codardi, cau­sando di fatto la morte di 100.000 di essi. Pec­cato per que­sta omis­sione che rende meno com­pren­si­bili le belle parole con cui pro­se­gue il pre­si­dente: «Non dob­biamo avere paura della verità. Senza la verità, senza la ricerca sto­rica, la memo­ria sarebbe desti­nata a impal­li­dire. E le cele­bra­zioni rischie­reb­bero di diven­tare un vano eser­ci­zio retorico».

Molte iniziative, soprattutto radiofoniche, si sono tenute dal giugno scorso per la commemorazione del centenario della prima guerra mondiale. Su Radiorai3, dalle 13 alle 13,45, La grande guerra: Casus belli; La guerra delle idee; Trincea [le prime tre puntate]. All’interno del pomeriggio di Fahrenheit, invece, Marco Paolini legge Lussu. 13; 14; 15; 16; 17; 18; 19; 20; 21; 22; 23;

 

Per i 750 soldati innocenti decimati

Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano

La decimazione dei soldati descritta da Emilio Lussu in Un anno sull’altopiano e rappresentata drammaticamente in Uomini contro. Per i 750 soldati innocenti per cui fu eseguita la condanna a morte, è stata chiesta, in occasione del centenario, la riabilitazione della memoria.

Emilio_Lussu

Emilio Lussu (1890 – 1975)

Emilio Lussu (1890-1975), nato ad Armungia (Cagliari), dopo le scuole elementari frequentò il ginnasio a Lanusei. Quindi proseguì gli studi a Roma, presso il liceo Mamiani, concludendoli a Cagliari nel 1910. Si laureò in giurisprudenza nel 1915.

Quell’anno, come molti altri giovani, si schierò in favore dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa. Ripensando a quei giorni si definì «un interventista chiassoso» che lottava per «uno sconfinato senso e desiderio di libertà e di giustizia». Vedeva Austria e Germania come imperi autoritari che pesavano sull’Europa. Partì quindi convinto per il fronte come ufficiale di complemento. Riteneva che la guerra fosse necessaria, quasi una sorta di lotta di liberazione positiva, come avrebber ricordato nel dopoguerra, in Parlamento, nel 1922.

lussuVenne arruolato nella Brigata Sassari e, a fianco dei suoi soldati, contadini e pastori dell’isola, combatté con coraggio contro gli austriaci sul Carso. Più volte decorato, intrattenne un forte legame con i suoi soldati. Dopo la guerra, divenuto parlamentare ed esponente del “sardismo”, nell’ambito delle lotte autonomiste del Partito Sardo d’Azione, visse l’esperienza del confino quale oppositore del regime. Fuggito dall’isola di Lipari, nel 1929 riparò a Parigi e quindi, a causa di una malattia polmonare contratta durante il confino, in Svizzera, per curarsi. Qui, presso Davos, tra il 1936 e il 1937, raccolse le sue memorie di guerra nel volume Un anno sull’Altipiano, in cui racconta il sacrificio di migliaia di giovani soldati-contadini, anche nelle file nemiche.

Quell’esperienza lo aveva segnato profondamente perché aveva messo in luce la follia della guerra e l’inutile sacrificio di tante esistenze.

«Ho ancora una copia del mio taccuino di aiutante maggiore» – scrisse – «in cui è l’ordine di attaccare anche con i reticolati intatti. In questa scelleratezza, generalizzata nell’esercito di Cadorna, causa della morte di migliaia di sardi, è la mia primissima rivolta morale alla guerra e alla classe dirigente che la provoca».

La rielaborazione dell’esperienza di guerra lo portò dunque a una rivolta morale; maturò in lui una nuova coscienza, ben sintetizzata in quest’opera la quale tuttavia – come dichiara nelle prime pagine – era scritta cercando di riportare solo i ricordi vissuti allora, senza il condizionamento delle rielaborazioni successive.

Un anno sull’Altipiano divenne dunque un tributo alla memoria delle tante esistenze «senza più voce» che la guerra aveva cancellato a causa di ufficiali superiori impreparati, in alcuni casi ai limiti della follia (emblematica è nel libro la figura del generale Leone), l’abuso dell’alcool, gli ammutinamenti, le decimazioni, la storia di intere generazioni di soldati estranei al mito dell’interventismo, della guerra, del disprezzo per la vita umana. Un modo diverso di essere uomini: questo insegna Un anno sull’Altipiano. Una riflessione precisa e documentata sulla guerra, ma anche un documento intriso di umanità dolorosa, una tragica e ironica testimonianza di guerra vissuta. Tutto questo ne ha fatto uno dei capolavori della letteratura mondiale sulla Grande Guerra. Il libro uscì a Parigi nel 1938, bandito in Italia (dove poté essere conosciuto solo a guerra conclusa).

 

Trilussa, Ninna nanna della guerra

Trilussa_15

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,

Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

1914

 

Dichiarazione di Piero Jahier, 25 gennaio 1916 “La Diana”

Piero Jahier

Piero Jahier

Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita.
ma io per far compagnia a questo popolo digiuno
– che non sa perché va a morire –
popolo che muore in guerra perché “mi vuol bene”
“per me” nei suoi 60 uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire.

Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni.
Altri morirà per le aquile e per le bandiere
ma io per questo popolo rassegnato
popolo che viveva nel giusto e nel giusto muore senza sapere
anch’io con lui sulla strada della fatica
che non so bene, in fondo, perché tocchi già di morire.

Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo a mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia.

Altri morirà solo
ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita

Sotto ragazzi,
se non si muore
si riposerà allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincerà a cantare.

Uno dei celebri episodi di fraternizzazione delle truppe in trincea: la partita tra scozzesi e tedeschi il giorno di Natale del 1914, ricordata in questo frammento di The Truce.

Le parole e la musica di questo inno sono stati scritti nel 2005 per il film francese Joyeux Noël (Buon Natale) e dedicati alla memoria dei soldati che il 25 dicembre 1914 si rifiutarono di sparare.

I’m dreaming of home

I hear the mountain birds
The sound of rivers singing
A… song I’ve …often heard
It flows through me now
So clear and so loud
I stand where I am
And forever I’m dreaming of home
I feel so alone, I’m dreaming of home

It’s carried in the air
The breeze of early morning
I see the land so fair
My heart opens wide
There’s sadness inside
I stand where I am
And forever I’m dreaming of home
I feel so alone, I’m dreaming of home

This is no foreign sky
I see no foreign light
But far away am I
From some peaceful land
I’m longing to stand
A hand in my hand
… forever I’m dreaming of home
I feel so alone, I’m dreaming of home.

 

I costi umani della grande guerra.

Tratto da Prosperi, Viola, Storia moderna e contemporanea, II, Torino, Einaudi, 2000.

4 Novembre 1918. La retorica del Generale Diaz (Bollettino della Vittoria) chiude tre anni (1915-1918) di massacri e di sofferenze inaudite dei soldati italiani al fronte.

Pagina sulla Grande guerra del blog di Gallica (français).


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