Enrico Berti, In principio era la meraviglia

by gabriella

platone-aristoteleUn frammento di In principio era la meraviglia [Laterza, 2008].

«In principio era il Logos»,

recita l’incipit del Vangelo di Giovanni, che i cristiani hanno interpretato come

«In principio era il Verbo», cioè «la Parola», « … e il Logos era presso Dio, e il Logos era Dio»,

prosegue Giovanni, indicando con chiarezza di quale «Parola» si tratti. Per i cristiani, infatti, il principio è costituito da Dio inteso come Parola che crea ogni cosa, ma anche dalla parola stessa di Dio, cioè dalla rivelazione con cui Egli si è manifestato agli uomini. Quest’ultimo significato vale per tutte le religioni, almeno per quelle monoteistiche.

Per gli antichi Greci le cose non sono andate cosi. Corne tutti i popoli della terra, anche i Greci avevano una religione, ma alla base di essa non c’era alcuna rivelazione, non c’era alcun libro, non c’era nulla che dicesse che cosa c’era «in principio». Essi avevano i poemi di Omero, l’lliade e l’Odissea, che parlano degli dei, e i poemi di Esiodo, specialmente la Teogonia, che trattano della loro genealogia; ma non li consideravano libri rivelati, opera degli dei, bensì li ritenevano opera dei poeti, dei «teologi», a cui si poteva credere, se la propria città lo esigeva, o anche non credere.

All’inizio della Metafisica, Aristotele dichiara che

«tutti gli uomini (hoi anthropoi, ossia uornini e donne, Greci e barbari, liberi e schiavi) per natura tendono al sapere»

Poco oltre, egli precisa che gli uomini, sia ora sia in principio (kai nun kai to proton), cominciarono a filosofare (philosophein, cioè a cercare ii sapere) a causa della meraviglia (dia to thaumazein)

Ma già Platone, suo maestro, aveva fatto dire da Socrate a Teeteto:

E proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di meraviglia, né altro cominciamento ha il filosofare che questo, e chi disse che Iride fu generate da Taumante,
non sbagliò, mi sembra, nella genealogia»

Iride, messaggera degli dei fra gli uomini, qui è identificata con la filosofia, ed e figlia di Taumante, nome che in greco richiama il verbo «meravigliarsi» thaumazein. Tanto Aristotele quanto Platone, i due massimi filosofi greci, concordano dunque nel riconoscere che il desiderio di sapere ha inizio dalla meraviglia provata di fronte al darsi delle cose del mondo.

Per i greci, tutti gli uomini, anche quelli che credono in una religione, possono fare filosofia, cioè aspirare al sapere; eppure il credente e il filosofo attribuiscono al loro cercare una finalità e un significato differenti. La religione nasce – come disse Max Scheler – dal desiderio di salvarsi dalla morte, mentre la filosofia nasce dal desiderio di sapere, e la scienza (la scienza moderna, indissolubilmente legata alla tecnica) nasce dal desiderio di potere, cioè di dominare la natura. Ma, mentre la religione ha al suo inizio una rivelazione, la quale narra una serie di fatti ed in tal modo indica la via della salvezza, la filosofia ha al suo inizio solo la meraviglia, e tutti gli uomini, in quanto desiderano semplicemente sapere, non dispongono di alcuna rivelazione, ma solo dei sensi e della ragione – ovvero dei mezzi forniti dalla loro stessa natura – per soddisfare i propri interrogativi.

Abbiamo poc’anzi accennato all’importanza della meraviglia per la ricerca propriamente filosofica. Ma che cos’è la meraviglia e come essa suscita nell’uomo il desiderio di sapere?
E ancora una volta Aristotele a fornirci la risposta più esauriente.

Chi è nell’incertezza e nella meraviglia (ho d’aporon kai thaumazon) pensa di essere nell’ignoranza, perciò anche chi ha propensione per il mito (ho philomutos) è, in un cerro qual modo, filosofo, giacché il mito è un insieme di cose meravigliose; e quindi, se e vero che gli uomini si diedero a filosofare con lo scopo di sfuggire all’ignoranza, è evidente che essi  perseguivano la scienza (to epistasthai) col puro scopo di sapere e non per qualche bisogno pratico”.

La meraviglia è consapevolezza della propria ignoranza e desiderio di sottrarsi a questa, cioè di apprendere, di conoscere, di sapere. Il primo tentative di sfuggire all’ignoranza e il ricorso al mito, cioè alle narrazioni dei poeti, che a loro modo forniscono una risposta alle domande degli uomini. Ma si tratta di una risposta del tutto insufficiente, che non estingue la meraviglia, anzi la accresce, perché non esibisce le proprie ragioni, le proprie giustificazioni. Per questo motivo, gli uomini non si accontentano del mito, ma ricercano  la «scienza», cioè il sapere (in greco non ci sono parole diverse per indicare la filosofia e la scienza).

Aristotele era convinto che negli uomini fosse presente questo desiderio di sapere fine a se stesso, e che esso si manifestasse una volta soddisfarti tutti gli altri bisogni, legati alla sopravvivenza.

E ne e testimonianza anche il corso degli eventi, giacche solo quando furono a loro disposizione tutti i mezzi indispensabili alla vita e quelli che procurano benessere e agiatezza, gli  uomini incominciarono a darsi ad una tale sorta di indagine. E chiaro, allora, che noi ci dedichiamo a tale indagine senza mirare ad alcun bisogno che ad essa sia estraneo, ma, come noi  chiamiamo libero un uomo che vive per se e non per un altro, cosi anche consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, giacché essa soltanto esiste di per sé.

La meraviglia, dunque, secondo Aristotele, è l’origine della filosofia, cioè della ricerca disinteressata di sapere, libera dai bisogni materiali e anche dal desiderio dell’agiatezza, o del piacere. Essa presuppone la soddisfazione dei bisogni primari, cioè naturali, e dei desideri secondari, cioè indotti. Per questo motivo, la meraviglia non è un sentimento facile da provare, frequente, diffuse, ma e uno stato d’animo raro e prezioso. Essa è l’espressione della vera libertà: libertà dal bisogno e dagli altri desideri.

Non e facile per noi, oggi, capire che cos’è veramente la meraviglia di cui parlano Aristotele e i Greci. Corne si può essere, infatti, totalmente liberi dai bisogni e da tutti i desideri, e soltanto aspirare al sapere? Nel mondo occidentale, in cui assai determinante è state l’influsso della cultura cristiana, la meraviglia viene spesso confusa con l’ammirazione. Ciò è probabilmente dovuto anche al fatto che il verbo greco thaumazein (meravigliarsi») viene reso in latino col verbo admirari, e quindi la meraviglia diventa «ammirazione» (ad esempio, in Tommaso d’Aquino). Ma l’ammirazione è un sentimento di tipo estetico, che si prova quando si e di fronte a qualcosa di affascinante, di ammirevole. Per i cristiani, il creato suscita ammirazione in chi si sofferma a contemplarlo, perché è opera di Dio: emblematico, a questo proposito, e l’atteggiamento di san Francesco, che loda il Signore per la bellezza e la bontà di tutte le creature.

Invece la meraviglia di cui parlano Platone ed Aristotele non ha nulla di estetico, è un atteggiamento puramente teoretico, cioè conoscitivo, è semplice desiderio di sapere. Ma di sapere che cosa? Il «perché», ovvero la spiegazione di ciò che ci sta di fronte e di cui non si vede immediatamente la causa. La meraviglia e essenzialmente domanda di una spiegazione, di una ragione: essa nasce dall’esperienza, dall’osservazione di un oggetto, di un evento, o di un’azione, di cui si vuole conoscere il perché, cioè la causa. A questo proposito non bisogna intendere ii concetto di causa nel senso moderno di evento che produce un altro evento, ad esso posteriore. Questa è la causa di tipo meccanico, che Aristotele avrebbe chiamato «causa motrice», o «efficiente». Il perché, o la causa nel senso antico, è qualsiasi tipo di spiegazione: ad esempio, se si tratta di spiegare un oggetto, ci si chiede di che cosa e fatto, perché è fatto in un certo modo e non in un altro, chi lo ha fatto, a che cosa serve. Oppure, se si tratta di un evento, ci si chiede perche e accaduto, che cosa lo ha provocato, perche si e presentato in quel modo e non in un altro, quali conseguenze può avere, a quali fini può essere rivolto.

Provare meraviglia significa porsi queste domande. In genere, oggi, chi fa questo e lo scienziato, i quale si pone degli interrogativi molto circoscritti su una determinata classe di fenomeni o di eventi, che costituiscono l’oggetto della sua ricerca. Tuttavia può provare meraviglia anche chiunque di noi, camminando o guardandosi intorno, veda le cose di tutti i giorni sotto una luce nuova. Naturalmente questo accade molto di rado, perché di solito si cammina con degli scopi ben precisi, per andare da qualche parte, per fare una certa cosa, e si dimostra attenzione solo verso le cose che servono ai nostri obiettivi. Eppure qualche volta può capitare di guardare il mondo in modo diverso, di meravigliarsi che le cose stiano in un certo modo. In questi momenti accade, come diceva il mio maestro, di guardare il mondo «con occhi greci», ovvero con gli occhi dei Greci.

Il titolo di questo volume, In principio era la meraviglia, fa riferimento al «principio della filosofia», cioè al tempo degli antichi Greci, perché la filosofia, come dice la parola stessa philosophia, («amore del sapere» derivata da philein, «amare» e sophia, «sapienza»), l’hanno inventata i Greci. Gli altri popoli antichi, i Cinesi, gli Indiani, i Persiani, gli Egiziani, hanno avuto certamente grandi civiltà, grandi culture, ed anche grandi forme di sapere, o di sapienza, o di saggezza: si pensi a Confucio, o a Budda. Ma difficilmente queste  potrebbero essere considerate «filosofia» nel senso greco del termine, perche non nascono dalla meraviglia, cioè dal puro desiderio di sapere, ma da altri bisogni, desideri, atteggiamenti. Le grandi domande che la filosofia occidentale ha continuato a porsi sono in gran parte quelle formulate per la prima volta dai Greci.

Non tutte, certo: per esempio i Greci non si sono chiesti quali sono le condizioni a priori dcl conoscere, o quali leggi regolano la storia, o come scrutare il subconscio dell’uomo, o altre cose del genere. Pero le domande che si sono posti, con l’eccezione forse di qualcuna (per esempio: chi sono gli dei?), sono le stesse con cui la filosofia occidentale ha continuato a confrontarsi nel corso dei secoli.

 

Esercitazione

1. Spiega qual è la differenza tra la religione dei greci e quella cristiana o delle altre religioni monoteiste.

2. Illustra il rapporto tra meraviglia e conoscenza.

3. Perché la meraviglia non è un sentimento facile da provare? Quale condizione presuppone?

4. Qual è la differenza tra la meraviglia greca e l’ammirazione del cristiani?

 


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