Giovanni Gentile

by gabriella
Giovanni Gentile (1875 - 1944)

Giovanni Gentile (1875 – 1944)

Filosofo neoidealista, politico fascista e autore della riforma della scuola che porta il suo nome, Gentile è stato interprete dell’hegelismo di destra e, come tale, ha concepito l’educazione come autoformazione nell’unità spirituale fra maestro e allievo. Nella visione platonica che caratterizza il suo pensiero pedagogico, il processo educativo si risolve nel «farsi» dello spirito, nella dialettica filosofica e nell’elevazione spirituale frutto dello scambio tra maestro e allievo, nel quale entrambi si accostano alla verità. L’insegnamento è, per il nostro, «teoria in atto», fuoco creatore e diveniente dello spirito, di cui non si possono fissare le fasi o prescrivere il metodo: «il metodo è il maestro», il quale non deve affidarsi ad alcuna didattica, ma alle proprie risorse interiori. Agevole riconoscere il platonismo della concezione educativa gentiliana:
«non è questa mia una scienza come le altre, essa non si può in alcun modo comunicare, ma come fiamma s’accende da fuoco che balza: nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre di se medesima». [Platone, Lettera VII];

 

recentemente riecheggiato nell’invito di Massimo Recalcati a far vivere l’insegnamento nell’elemento erotico.

A differenza di Platone, poi di Aristotele, che abbatterono la concezione classica per la quale la virtù era una qualità naturale degli aristoi – gli aristocratici, appunto -, l’antropologia gentiliana concepisce differenze di attitudi e di spirito, di qui la concezione elitaria infusa alla sua riforma della scuola che Mussolini definì «la più fascista delle riforme». In Scuola e filosofia (1908), scriveva infatti:
La società nostra è zeppa di legisti e medici a spasso, con tanto di laurea incorniciata e appesa nel più onorevole luogo di casa. Essi hanno compiuto pessimamente gli studi universitari, come male hanno fatto i secondari, lamentando il sovraccarico ogni giorno con ogni maestro, pretendendo sessioni straordinarie di esami ogni anno, strepitando contro il greco sempre. Vorremmo riformare la scuola in servizio di costoro? A che pro? Costoro non sono nati agli studi; anzi fruges consumere! Sono numero; e non hanno diritto di fare i medici e gli avvocati.

Stato guasto sarà quello che agevolerà ad essi la via dell’esercizio delle professioni liberali, che, per quanto professioni, presuppongono cultura scientifica […]. Alla folla che guasta la scuola classica lo Stato deve assegnare non mezzi di dare comunque la scalata alle università, ma scuole tecniche e commerciali svariate, le quali […] non devono dare adito alle università mai.

Spinto dalla convinzione che l’educazione debba essere indirizzata agli uomini migliori, destinati a diventare classe dirigente, realizza una riforma scolastica (entrata in vigore il 6 maggio 1923) destinata alle élites e finalizzata alla loro selezione, con una scuola secondaria rigidamente suddivisa tra un indirizzo classico-umanistico per le classi superiori e un ramo professionale per i giovani di estrazione popolare.

In virtù della scarsa sensibilità sociale, la riforma Gentile non diede impulso allo sviluppo degli asili infantili, successivamente chiamati scuole materne, che restarono perlopiù affidati  all’iniziativa privata con assoluta mancanza di direttive educative statali. La riforma elevò l’obbligo scolastico al quattordicesimo anno di età, gratuito solo per i cinque anni di scuola elementare, in corrispondenza anche agli impegni internazionali assunti dall’Italia. La scuola elementare era divisa in un grado inferiore, di tre anni, e superiore, di due. Gentile organizzò una scuola per fanciulli destinati a obbedire creando una scuola autoritaria e dogmatica fondata sull’arte e la religione, poiché per il filosofo soltanto il credo «avrebbe potuto offrire quei punti di riferimento generali dell’esistenza che il bambino non era in grado di attingere razionalmente». L’insegnamento della religione cattolica fu reso obbligatorio negli altri ordini e gradi di istruzione.

Gentile modellò la scuola secondaria, inferiore e superiore, in funzione dei bisogni corrispondenti alle diverse condizioni economiche e sociali delle famiglie. Dopo la classe quinta, vennero aggiunte classi integrative di avviamento al lavoro ossia un “corso integrativo” che consisteva di un triennio successivo alle elementari, affidato alle direzioni didattiche delle scuole elementari, con programmi che costituivano un completamento molto modesto dell’insegnamento elementare.

Il ginnasio-liceo, già strutturato a partire dalla legge Casati, divenne, nel sistema gentiliano, la scuola secondaria per eccellenza, quasi incarnazione, per il suo curricolo, della cultura attualistica e idealistica. Esso restava strutturato in cinque anni di ginnasio e tre di liceo, con un impegnativo esame a segnare il passaggio tra due ordini. La cultura umanistica, letteraria e filosofica rimaneva quella ritenuta più convincente per formare gli uomini che avrebbero dovuto occupare i posti di maggiore responsabilità sociale. Accanto all’italiano, al latino, al greco, alla storia, la filosofia assumeva nei programmi gentiliani un ruolo di primissimo piano perché attraverso di essa il pensiero dell’individuo avrebbe raggiunto l’autocoscienza delle proprie possibilità e della propria autonomia. Se il mondo infantile doveva essere caratterizzato dalla presenza dell’educazione religiosa, l’adolescenza doveva essere il tempo dell’educazione filosofica, della formazione dello spirito critico, della realizzazione del momento più alto della vita dello spirito.

Una serie di esami vennero introdotti anche nelle altre scuole infatti per la frequenza di tutte le scuole secondarie inferiori non era sufficiente il conseguimento della licenza elementare ma bisognava anche superare l’esame di ammissione; era previsto inoltre un esame per il passaggio dalla secondaria inferiore alla superiore; infine al termine del corso superiore si dovevano sostenere gli esami di maturità, per il liceo, e di abilitazione, per l’istituto magistrale e l’istituto tecnico.

Solo con il conseguimento della maturità ci si poteva iscrivere all’università ma le facoltà di lettere e filosofia non davano accesso agli studenti maturatesi nei licei scientifici. La riforma Gentile trascurò sostanzialmente il settore tecnico professionale. Dopo il corso inferiore dell’istituto tecnico seguiva il corso superiore di quattro anni. Con gli istituti tecnici Gentile pensava alla formazione di personale impiegatizio di livello medio-alto per tutti i campi di attività e di libere professioni come quelle dei ragionieri e dei geometri. Perciò la legge del 1923 si occupava soltanto delle sezioni di commercio e ragioneria e della sezione di agrimensura e trascurava completamente le istruzioni industriale e agraria.

Il liceo scientifico, che Gentile istituì unificando le sezioni di liceo-ginnasio moderno, annesse ai ginnasi-licei, e quelle di fisica-matematica, annesse agli istituti tecnici, ebbe per fine l’istruzione dei giovani che aspiravano agli studi universitari nelle facoltà di scienze e medicina.

Il ripristino del carattere selettivo ed elitario della scuola secondaria furono misure apprezzate da un’ampia cerchia di insegnanti che condividevano il posto privilegiato assegnato alle discipline umanistiche, divenute l’asse centrale della rinnovata scuola secondaria. Molti sono lusingati dalla valorizzazione di una professione che si configura come elevato esercizio di attività spirituali. Maggiori riserve incontrano gli abbinamenti di materie introdotti dalla riforma (cattedre di storia e filosofia e matematica e fisica), per l’esigenza di diminuire il numero degli insegnanti per classe ed eliminare il pericolo “del dissidio, della frammentarietà e dello sparpagliamento incomposto ed inorganico della cultura”, secondo la dichiarazione di Gentile al Consiglio superiore. In realtà questi abbinamenti, che non persuadono dal punto di vista scientifico, appaiono un pesante aggravio agli insegnanti in servizio, di solito preparati in una sola delle due discipline.

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Con la riforma del 1923, si voleva fare della scuola un canale di trasmissione delle idee e dei principi del fascismo. Per proseguire in questo scopo si adottò il libro di testo unico di Stato per le elementari nel 1928 e tutti i libri di testo delle altre scuole furono adeguati secondo le direttive del governo, infine fu imposto l’obbligo del giuramento di fedeltà al regime dapprima ai maestri elementari, poi ai professori medi e nel 1931 anche a quelli universitari.

Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempire tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concilii coi doveri del mio ufficio.

L’obiettivo del regime era infatti di una continua e omogenea attività di formazione del consenso, da realizzarsi con particolare cura nei confronti di giovani ancora privi di capacità critiche e di educazioni alternative.


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