I ragazzi selvaggi

by gabriella

Il selvaggio dell’Aveyron

Il più famoso dei ragazzi selvaggi: la storia che animò il dibattito illuministico sull’uomo, lo stato di natura e la civilizzazione [elaborato da un testo di Piergiacomo Pagano].

L’umanità deriva da due fonti: una è la natura, i nostri geni, l’altra sono l’educazione e l’esperienza. Ma in che modo interagiscono le due fonti? Sono sufficienti i nostri cromosomi per farci essere così come siamo? L’intuito ci dice di sì ma, come vedremo, le cose stanno diversamente.

Avete mai sentito parlare dei “ragazzi-lupo”, quegli esseri umani abbandonati in fasce e cresciuti allo stato selvatico grazie al buon cuore di qualche animale? Di leggende ce ne sono tante. La più nota è quella di Romolo e Remo, ma ne esistono pure altre, come quelle di Ciro di Persia, Tarzan o Mowgli. D’altra parte è facile immaginare che i neonati indesiderati venissero abbandonati in prossimità di zone selvagge. Succede anche ai giorni nostri e ne abbiamo testimonianza ogni qual volta leggiamo del ritrovamento di bambini lasciati sulla soglia di una chiesa o, peggio, gettati in un cassonetto. Sicuramente i casi scoperti sono una minoranza e tanti bambini muoiono in breve tempo, tuttavia, di quando in quando e incredibilmente, qualcuno riesce a sopravvivere. A volte gli animali sono assai caritatevoli! Oltre dieci anni fa, era il 1996, nello zoo di Chicago un bimbo di 3 anni cadde in un recinto di gorilla. I testimoni raccontarono che una femmina lo raccolse, lo cullò fra le braccia e lo portò in prossimità del cancello dove i guardiani erano accorsi.

Carl_LinnaeusSecondo il biologo settecentesco Linneo l’essere umano trovato nel bosco era tetrapus, mutus, hirsutus, ed era sicuramente di una varietà diversa dal resto della specie umana. Lo chiamò Homo sapiens ferus e citò i casi più famosi: un ragazzo-lupo di Hesse (1344), un ragazzo-orso lituano (1661), un ragazzo-pecora (1672), una ragazza di Cranenburg (1717), un ragazzo trovato in Germania nel 1724 (Peter) e una ragazza di Champagne (1731). Le ragioni dell’abbandono possono essere tante, dalla povertà al degrado, dalla vergogna a gravidanze indesiderate portate a termine. O, ancora, in paesi come l’India o la Cina i neonati possono essere abbandonati per evitare sanzioni da parte dello Stato.

Diversi sono invece quei casi, forse ancor più pietosi, di bambini tenuti segregati dal mondo esterno, cresciuti in buie cantine o in stalle puzzolenti, soli o a contatto con buoi o maiali. Tra i casi che la storia ricordi, i più noti riguardano Victor, di cui parleremo a breve; Kaspar Hauser, rapito da neonato e tenuto segregato a lungo, un giovane ritrovato a Nuremberg e poi ucciso in circostanze misteriose, forse perché era l’erede del duca di Baden; Amala e Kamala, due bambine ritrovate in India all’inizio del XX secolo; Genie, una ragazzina segregata da un padre folle negli anni ’70 a Los Angeles. A leggere di queste vicende si comprende come ciascuna storia sia un dramma a sé, eppure qualcosa le accomuna: nessun ragazzo selvaggio è mai stato normale, nessuno si è mai integrato nella società umana. Perché questo? Cosa saremmo senza la nostra cultura? Gli argomenti da porre in campo sono troppo ampi per poterli riassumere in poche righe, d’altra parte le storie dei bambini selvaggi del passato danno, ancor oggi, molti spunti di riflessione.

Ragazzino-lupo

Verso la fine del XVIII secolo, nell’Aveyron in Francia, correva voce che un essere selvaggio girovagasse nel bosco cercando radici e ghiande. Sembravano solo fandonie invece, nel settembre 1799, tre cacciatori riuscirono a bloccarlo mentre si arrampicava su un albero. Con loro grande stupore si trovarono di fronte un ragazzino nudo, sozzo, dalla carnagione chiara, che si dimenava per sfuggire alla cattura. Aveva capelli lunghi e aggrovigliati, denti affilati e gialli, occhi bruni, naso lungo e appuntito, mento sfuggente e un collo elegante sfigurato da una cicatrice. Doveva avere qualcosa come 11-12 anni, ma era basso per la sua età, neppure un metro e quaranta, e poi ringhiava e tentava di mordere chiunque. Il ragazzino fu legato, portato in paese e affidato a una vedova che tentò di dargli un po’ d’affetto. Niente da fare: il giovane andava avanti e indietro come un animale in gabbia, sputando, orinando e defecando ovunque. Alla fine i suoi ripetuti tentativi di fuggire riuscirono e dopo due giorni tornò fra le montagne. Venne l’inverno, un inverno rigido, e i villici si chiesero se quell’essere, all’apparenza così gracile, potesse resistere al freddo e alla neve. Evidentemente non aveva problemi. Dapprima fu avvistato seminudo in lontananza, poi fu visto scorrazzare vicino al villaggio. In primavera venne catturato di nuovo e questa volta in maniera definitiva. Fu trasportato all’ospedale Saint-Afrique, quindi a Rodez.

Victor a Parigi

Le voci sul ritrovamento si diffusero a macchia d’olio. Il caso era eccezionale, soprattutto per lo studio della mente, così il ragazzo dell’Aveyron venne richiesto a Parigi dove l’interesse e la curiosità crebbero di giorno in giorno. Se ne parlava come del “nobile selvaggio” descritto da Rousseau, ma chi si aspettava di vedere un uomo fiero, dai modi rudi e nel contempo affascinanti, rimase oltremodo deluso. Quello che si trovò di fronte era un essere tanto animalesco da mordere e graffiare chiunque gli si avvicinasse, che emetteva soltanto grugniti e ringhi, che andava avanti e indietro come una fiera in gabbia. Il famoso ed esperto psicologo Philippe Pinel mise a tacere le voci discordi che si erano levate sul suo conto: il selvaggio era un ritardato mentale che differiva dalle piante solo perché si muoveva e gridava. La diagnosi era autorevole e non lasciava spazio a repliche, tuttavia lo studio andava approfondito.
Jean-Marc-Gaspard Itard, un medico appena ventiseienne, assunse l’incarico e subito si appassionò al caso. Quel selvaggio, così abulico e assente, non gli sembrava affatto ritardato. Nel suo modo di essere, anche se fissava il vuoto e si dondolava ossessivamente, c’era qualcosa che sembrava nascondere un’intelligenza latente in attesa di esprimersi. A riguardo i dati bibliografici non erano di grande conforto, tutti concludevano che nulla si potesse fare per educare i ragazzi selvaggi. Ma Itard si convinse che le testimonianze precedenti erano poche, incomplete e frammentarie: un apprendistato adeguato avrebbe riportato alla normalità il suo giovane paziente. Sarebbero stati necessari svariati anni, è vero, ma ne valeva la pena. Itard pianificò i suoi obiettivi: 1) interessarlo alla vita sociale; 2) risvegliare la sua sensibilità nervosa; 3) migliorare la sua fantasia; 4) insegnargli a parlare attraverso l’imitazione; 5) farlo esercitare nelle operazioni più semplici per poi procedere alle più complesse. Lo chiamò Victor, per quel suo strano modo di girarsi ogni qual volta si esclamava “oh!”, e si mise al lavoro.
Da quando era arrivato a Parigi, Victor si era chiuso in sé stesso: dormiva, mangiava e in genere oziava rannicchiato in un angolo. Per prima cosa bisognava rendergli la vita più stimolante. Itard tentò regalandogli dei giocattoli, ma l’idea non ebbe successo: il ragazzino se ne disinteressò fino al punto di gettarli nel fuoco per scaldarsi. Itard, allora, riprovò cambiando tipo di stimoli, ma il risultato fu ugualmente scoraggiante. Victor rimaneva nel suo stato di perenne apatia per risvegliarsi solo in circostanze particolari. Una forte nevicata, ad esempio, lo eccitò oltremodo, ma si trattava di un raro episodio. Più spesso rimaneva assorto in uno stato melanconico per poi muoversi con movimenti marcatamente impacciati o compiere balzi improvvisi accompagnati da un dondolamento ritmico. Altro non si poteva dire. Forse amava la natura perché sembrava interessato ai cavalli e agli altri animali, ma il suo volto non tradiva nessuna emozione. Pareva non avesse sentimento alcuno. La Luna, quando di notte era alta in cielo, sembrava rasserenarlo – era stato forse allevato da animali notturni? -, ma nulla più. Per il resto Victor era indifferente al caldo e al freddo: poteva correre e rotolarsi seminudo nella neve senza scomporsi, allo stesso modo poteva addentare una patata bollente senza scottarsi.
Rispondeva maggiormente ai sensi chimici (olfatto, gusto) e al tatto, meno alla vista e all’udito: anche un colpo di pistola non lo smuoveva. Ma Victor non era sordo, quando il rumore gli era familiare le sue orecchie funzionavano alla perfezione. Se ad esempio si sbucciavano le castagne alle sue spalle si girava interessato. Forse, pensò Itard, il gusto, il tatto e l’odorato erano sensi più primitivi, più automatici, mentre l’udito e la visione erano più raffinati e richiedevano organi specializzati che andavano adeguatamente educati. Evidentemente, nel caso di Victor, non lo erano stati.

Victor prova a parlare

Non riuscendo a ottenere dei segnali di risveglio emozionale dal suo giovane paziente, il dottor Itard tentò di fargli dire qualche parola. Nel caso più favorevole Victor avrebbe potuto raccontare della sua esperienza di selvaggio, un’evenienza estremamente eccitante. Purtroppo, anche in questo settore, non ci fu nulla da fare e Itard, sconsolato, scrisse:

Vedendo che il prosieguo dei miei sforzi e il passare del tempo non portavano a nessun cambiamento, mi sono rassegnato e l’ho abbandonato al suo incurabile silenzio.

Dopo un impegno durato svariati anni Victor era riuscito a pronunciare solo due parole: “lait”, ma senza che ne conoscesse davvero il significato e “Oh Dieu”, un’esclamazione che aveva sentito dalla sua tutrice. Per il resto farfugliava ed emetteva i soliti grugniti. Neanche il tentativo di fargli distinguere i suoni, ad esempio la differenza fra una campana e un tamburo, ebbe successo. Dopo tutto, il compito non era così difficile e Itard ebbe l’impressione che Victor rispondesse solo a ciò che gli interessava. Forse era giunto il momento di smuoverlo cambiando atteggiamento: se Victor non aveva intenzione di mostrare le sue capacità con le buone l’avrebbe fatto con le cattive. Itard non era sadico e non voleva certo il male del suo sfortunato amico e paziente, ma forse le maniere forti erano necessarie per completare il programma che si era imposto. Bendò il ragazzo affinché si concentrasse sull’udito e iniziò a percuoterlo leggermente sulle mani per punirlo quando sbagliava. Anche così non andava, anzi più si faceva pesante l’addestramento e più si inasprivano i rapporti.

Se i progressi di Victor si potevano riassumere nel capire alcune domande abbinate a piccoli compitini come “portami dell’acqua”, va da sé che il cercare di fargli compiere delle semplici operazioni mentali fu l’ultima frustrazione in ordine cronologico. Itard venne preso da sconforto. Dopo cinque lunghi anni di duro lavoro senza risultati il dottore divenne sempre più irascibile, perse spesso la pazienza, sfiorò persino la crudeltà e nel 1806 prese l’unica decisione possibile: rinunciò. Così scrisse:

Ho sperato invano. È stato tutto inutile. Sono svanite così le brillanti attese sulle quali mi ero basato.

Si pentì di aver iniziato quell’esperienza e arrivò a condannare la

sterile inumana curiosità degli uomini che avevano strappato Victor dal suo posto.

Victor visse ancora a lungo, ma né gli insegnamenti di Itard né le cure della sua tutrice Madame Guérin, proseguite per oltre trent’anni, lo fecero mai cambiare.

VICTOR

Casi di ragazzi selvaggi si verificano anche ai giorni nostri. Per lo più riguardano fatti di cronaca e la documentazione relativa è assai scarsa. Tra questi ricordiamo Djuma, un ragazzo trovato nell’ex Unione Sovietica del 1962 allevato dai lupi; Kunu Rasela di 6 anni ritrovato in Kenya tra i cani randagi; Imiyati, una ragazzina di 12 anni dell’isola di Sumatra allevata da un orangutan; Wang Xianfeng, una ragazzina cinese allevata assieme ai maiali.

Amala e Kamala

Gli abitanti del villaggio pensavano fossero spiriti pericolosi. Invece erano due sorelle, cresciute dai lupi. Nell’India degli anni venti, il reverendo Singh si prese cura di loro, il dottor Zingg raccontò la loro storia [di Piergiacomo Pagano]

La postura di Amala, cortesia feralchildren.comDal reverendo Singh e dal professor Zingg veniamo a sapere di una storia davvero unica, avvenuta nell’India degli anni ’20: ce la raccontano in Wolf Children and Feral Man. A onor del vero il protagonista in campo fu Singh mentre Zingg ne trascrisse e pubblicò i diari, completandoli poi con notizie e considerazioni su altri bambini selvaggi.
La vicenda ebbe inizio quando Singh, reverendo britannico, fu inviato come missionario a Midnapore in India. Il suo compito era quello di educare al cristianesimo alcuni rappresentanti delle tribù indigene, per poi riportarli tra la loro gente affinché divulgassero la dottrina appresa. Orbene, una notte dell’autunno del 1920, nei pressi di Godamuri, un uomo arrivò trafelato al villaggio: aveva visto con i propri occhi uno spirito maligno, un Manush-Bagha, vagare nella giungla. Dopo un primo momento di stupore Singh, presente al racconto, si incuriosì e volle ulteriori ragguagli, ma Chunarem, l’indigeno protagonista della vicenda, era impietrito dalla paura. Riavutosi, raccontò che lo spirito aveva sembianze umane, si muoveva carponi e aveva una spaventosa testa di fantasma. Il reverendo dapprima lo tranquillizzò, poi, un po’ per curiosità, un po’ per la splendida occasione di dimostrare l’infondatezza delle superstizioni, gli disse che sarebbe andato a fondo nella faccenda.

Non sono fantasmi ma bambine

Il 9 ottobre 1920 Singh si fece accompagnare nel luogo dell’avvistamento, seguì le tracce finché non arrivò a una specie di grande formicaio. L’attesa non fu vana, verso l’imbrunire qualcosa si mosse: era una famiglia di lupi composta da adulti, cuccioli e da una strana creatura dotata di mani, piedi e dal corpo simile a quello di un essere umano che camminava a quattro zampe. Giusto la testa era orribile con quei capelli lunghi e aggrovigliati che coprivano le spalle e una parte del busto. Singh non ebbe alcun dubbio: era quello il fantasma di cui Chunarem aveva parlato! Ma le sorprese non erano finite. Alle calcagna del primo strano essere ce n’era un altro simile, solo più piccolo. I suoi occhi, così come quelli del compagno, parevano diversi da quelli umani, più brillanti, più penetranti, eppure il reverendo capì che quegli esseri non erano spiriti maligni: erano semplicemente dei bambini selvaggi.

Il nobile sentimento dell’animale

Ora che Singh aveva scoperto l’arcano e aveva individuato la tana non rimaneva che organizzare una battuta per catturarli. Singh aveva molto ascendente sui locali e cercò di radunare qualche volontario, ma al momento di procedere se la filarono tutti, Chunarem compreso, terrorizzati all’idea di mettersi a lottare contro il sovrannaturale. Il reverendo non si perse d’animo, si armò di santa pazienza e se ne andò in giro a reclutare gente dove la notizia del fantasma non era ancora arrivata. Di lì a qualche giorno gli uomini erano pronti e il 17 ottobre 1920 ebbe inizio la caccia. Percorsi una decina di chilometri gli uomini raggiunsero la tana, si disposero in cerchio e iniziarono a fare un gran baccano a colpi di vanga e badile. Pochi minuti furono sufficienti per creare lo scompiglio. D’improvviso spuntarono due grossi lupi che si dileguarono, veloci, nella macchia. Poi, dopo un attimo di quiete, fu la volta di una femmina dal carattere più combattivo.
Ben determinata a proteggere la vita dei suoi piccoli la bestia, impaurita e inferocita, andava dentro e fuori la tana cercando di incutere timore ringhiando a più non posso. Ovviamente le forze erano troppo sbilanciate a suo sfavore e, benché Singh avesse pregato di non usare le armi, venne trafitta dalle frecce e cadde a terra morta. Il coraggio di quella madre non passò inosservato e Singh nel suo diario ne decantò le lodi:
Rimasi semplicemente sorpreso nel pensare che un animale avesse un tale nobile sentimento superiore anche a quello dell’uomo.
A quel punto la caccia era terminata. Venne gettata una rete e il “gioco” terminò. Singh lasciò i lupetti agli uomini che lo avevano aiutato e portò con sé i due piccoli esseri umani, due femminucce, dopo averli ben legati perché non mordessero o tentassero la fuga. Già da tempo Singh aveva programmato un viaggio di cinque giorni e aveva fretta, così decise di affidare le bambine alla famiglia di Chunarem per portarle all’orfanotrofio della missione in un secondo momento. Purtroppo, però, aveva sottovalutato un fatto importante, la superstizione degli indigeni, e al suo ritorno l’attendeva un’amara sorpresa: il villaggio era deserto. Tutti gli abitanti, Chunarem e famiglia compresi, erano scappati per paura degli spiriti maligni.
Le bambine selvagge erano rimaste senza acqua né cibo per un tempo imprecisato, ma erano vive. Con un po’ di ingegno il reverendo diede loro i primi soccorsi e partì alla volta dell’orfanotrofio della missione. Lì lo attendeva la moglie, l’unica persona a cui avrebbe confidato il segreto. Era importante non divulgare la notizia del ritrovamento per due semplici ragioni: primo, sarebbe stato più difficile trovar loro un marito una volta adulte; secondo, si sarebbero evitate un sacco di noie, domande, visite, inchieste, che avrebbero fatto soffrire le piccole e avrebbero rallentato il lavoro di missionario. Evidentemente Singh non aveva interessi scientifici, era soltanto preoccupato delle loro povere anime.

Animali o bambine?

Arrivate alla missione, le due bambine furono lavate e rasate: ora apparivano più simili agli esseri umani. La più grande, a cui venne dato il nome Kamala, aveva circa 8 anni; l’altra, Amala, era molto più piccola: aveva, più o meno, 18 mesi. Se il loro aspetto fisico era migliorato, il carattere selvaggio rimaneva intatto. Nonostante le cure, le bambine selvagge continuavano a ringIl pasto di Amala, cortesia feralchildren.comhiare e a mordere, mangiavano con la bocca da ciotole posate a terra, passavano le loro giornate in un angolo e di notte diventavano attive scorrazzando qua e là nel cortile.Amala e Kamala camminavano e correvano esclusivamente sui quattro arti, e lo facevano con grande destrezza. Forse per le lunghe braccia e per il modo di alzare le ginocchia da terra, correvano velocissime, come fossero scoiattoli. Anche i loro sensi erano animaleschi. La loro vista era acutissima e i loro occhi sembravano risplendere nell’oscurità come quelli dei lupi. L’olfatto non era da meno: il più piccolo odore di carne, anche di un animale morto, le faceva accorrere subito. Non furono mai viste cacciare, tuttavia un giorno Kamala, alla vista della signora Singh, scappò con delle penne di uccello che le spuntavano tra i denti.
Le piccole non socializzavano, erano isolate in un mondo animalesco. Di quando in quando il reverendo tentò di metterle in gruppo o farle convivere con altri bambini dell’orfanotrofio, ma con scarso successo. Giusto una volta sembrarono stringere amicizia con Benjamin, un bimbo di un anno anch’egli abbandonato in natura, ma durò poco. Benjamin fu morso e da allora non ne volle più sapere di stare in loro compagnia. Piuttosto che giocare con gli altri, Amala e Kamala preferivano dormire accucciate una sull’altra per poi muoversi con disinvoltura di notte. L’unica persona di cui si fidavano era la moglie del reverendo che, con una pazienza e una bontà infinite, cercava di insegnar loro qualche norma elementare di comportamento. Ad esempio come camminare erette, come mangiare con le mani senza avvicinare la bocca al piatto o come tollerare gli abiti che indossavano. Niente da fare, i risultati furono pressoché nulli. È vero che le due bambine-lupo ricambiavano l’affetto della signora Singh, ma lo facevano più come animali domestici che come esseri senzienti.

Impossibile educarle

Il reverendo, nel suo diario, fu piuttosto chiaro. Ritenne più appropriato usare il termine taming (addomesticamento), invece che insegnamento. Il tempo trascorse e l’anno successivo le bimbe si ammalarono gravemente. Fu chiamato un medico, il dottor Sarbadhicari, il quale, come è facile immaginare, pretese delle spiegazioni plausibili su quegli strani esseri dell’orfanotrofio. Singh fu costretto a raccontare l’intera vicenda ma lo pregò di non farne parola con nessuno. Richieste vane! La notizia si diffuse velocemente in tutta l’India giungendo poi all’Europa e quindi all’America. Comunque sia, le povere bimbe erano letteralmente infestate dai vermi intestinali. Qualcosa di veramente disgustoso: dei vermi rossicci lunghi una quindicina di centimetri e grossi quanto il mignolo di una mano. La cura le aiutò a liberarsene ma, nonostante ciò, Amala spirò il 21 settembre 1921. Kamala, che non aveva mai mostrato emozioni, annusò la compagna e pianse due lacrime. Stranamente, anche in quel caso, sembrò inespressiva. Non era né triste né affranta, eppure per alcune settimane rimase accucciata in un angolo e anche dopo mesi, di tanto in tanto, fu vista annusare il luogo dove la piccola Amala era solita dormire.
Gli anni passarono e Kamala qualcosa imparò. Iniziò a vestirsi come le altre bambine ma non fece veri progressi: continuò a mangiare con la bocca nel piatto per terra e non parlò mai. Kamala emetteva una trentina di suoni che associava a oggetti secondo un significato tutto suo e che non usava mai per fare domande. Se voleva qualcosa grugniva fino a quando la tutrice nominava l’oggetto giusto, allora faceva sì con la testa. Tutto qui. Forse la bambina-lupo indiana necessitava di un programma di apprendimento più moderno, più adatto alla sua condizione, ma quando gli psicologi occidentali si resero conto che avrebbe potuto essere utile per capire le basi dell’apprendimento, era già troppo tardi. La Psychological Society di New York la richiese ufficialmente nel 1928, ma Kamala si stava indebolendo sempre più. Il 14 novembre 1929, più o meno all’età di 17 anni, la ragazzina morì senza che venisse elaborata una diagnosi certa. Di lei e della compagna bambina-lupo non rimangono che poche fotografie sbiadite sul diario di Singh, una documentazione veramente toccante.

Il caso di Genie

La battaglia di Susan Curtis, la psicologa che cercò di educare Genie, una ragazzina disadattata.

Nel novembre 1970 a Los Angeles, California, fu trovata rinchiusa e legata in una stanza una ragazzina di 13 anni e sette mesi. Al momento del ritrovamento la poverina indossava solo un pannolino ed emetteva suoni infantili. I genitori l’avevano tenuta segregata per tutta la sua esistenza, lontana dai contatti umani. La madre, una donna fragile e quasi cieca, disse che lei e la figlia erano succube del marito, un individuo testardo e violento che si suicidò subito dopo il ritrovamento. Genie, così fu chiamata la ragazzina, fu ricoverata in un ospedale dove trovò, finalmente, un po’ di affetto, ma il suo atteggiamento non cambiò. I suoi modi rimanevano rozzi e violenti: graffiava, sputava e annusava qualsiasi cosa le capitasse a tiro. Stranamente non strillava, forse perché in prigionia veniva picchiata ogni volta che faceva rumore.

La bambina e gli psichiatri

Genie richiamò l’interesse di neurologi e psichiatri che la sottoposero a esami specialistici. I referti parlavano chiaro: le sue onde cerebrali non erano normali, come fosse ritardata o avesse subito dei traumi alla testa. Il National Institute of Mental Health comprese allora l’importanza del caso e finanziò una ricerca per studiarne il potenziale e i possibili sviluppi mentali. Le domande a cui dare risposta erano le solite. Poteva imparare ciò che non le era stato insegnato da piccola? Poteva recuperare, se mai le aveva avute, le piene facoltà mentali? Poteva iniziare a parlare? Genie, come in una storia già sentita, alternava momenti in cui sembrava migliorare ad altri in cui sembrava regredire allo stato selvatico.

A volte si faceva persino del male colpendosi e graffiandosi da sola. Riguardo al parlare, poi, Genie continuava ad emettere solo poche vocalizzazioni, peraltro senza alcun significato. L’incarico di seguire la piccola fu affidato a Susan Curtis, una psicologa neolaureata che stava lavorando per il dottorato di ricerca (PhD) e che sperava in cuor suo di farle acquisire quelle capacità che un’infanzia infelice le aveva negato.  L’impegno durò quattro anni, dal 1971 al 1975, e si concentrò in modo particolare sugli sviluppi linguistici di Genie, dato che il linguaggio è ciò che ci distingue dagli altri animali ed è ciò che collega, in diretta, la mente del paziente con quella del dottore. Inoltre, come era già successo per gli altri bambini selvaggi, se Genie fosse riuscita a parlare avrebbe potuto dare notizie sul suo passato.

Suoni senza parola

Purtroppo le vocalizzazioni di Genie erano così rare e improvvise che non fu possibile documentarle su nastro magnetico, tuttavia Susan Curtis non si perse d’animo e le annotò con scrupolo sul diario. Alla fine ne raccolse qualcosa come 2500 tra quelle composte da due o tre parole. Il risultato era poca cosa se lo si paragonava alla valanga di parole che dicono normalmente i ragazzini di quell’età, tuttavia non era male considerando il punto di partenza.

Finalmente, dopo svariati anni di studio e centinaia di pagine di appunti raccolti, nel 1974 venne pubblicato il primo rapporto scientifico, dove traspariva il cauto ottimismo degli addetti ai lavori. Evidentemente il National Institute of Mental Health era di diverso avviso, dato che giudicò insufficienti i risultati, sospese i fondi e lasciò Genie al suo destino. Dapprima la ragazzina tornò a vivere con la madre, che era uscita di prigione dopo aver scontato la pena per abuso di minore. Poi, giudicata la madre incapace di accudirla, fu affidata di nuovo a case di accoglienza e istituti. Fu un periodo disgraziato. Sebbene Susan Curtis non l’avesse abbandonata e l’andasse a trovare regolarmente una volta alla settimana, Genie non trovò più quell’armonia che, forse, le serviva per recuperare le facoltà mentali. Addirittura si parlava di maltrattamenti: una volta vomitò, fu punita e non volle più aprire bocca per non rischiare di essere picchiata. Nell’agosto del 1977 Susan Curtis poté di nuovo tornare a frequentare regolarmente Genie ma non durò a lungo, il 3 gennaio 1978 ci fu l’ultimo incontro e dal 20 marzo dello stesso anno non si ebbe più nessun contatto scientifico.

Genie impara grazie a Susan

Uno sguardo superficiale alla vicenda di Genie sembra confermare ciò che i ragazzi selvaggi ci hanno insegnato: i bambini cresciuti lontano dai contatti umani non riescono a recuperare le facoltà mentali e rimangono a uno stadio infantile per il resto della loro esistenza. In questo caso specifico, però, è bene guardare un po’ più a fondo.

Come si è detto il rapporto iniziale sugli apprendimenti linguistici di Genie uscì nel 1974 e successivamente, nel 1977, fu pubblicato un volume della Curtis. Entrambi questi studi lasciano ben sperare. Curtis, nel 1977, scrive:

La sua acquisizione del linguaggio fino a ora mostra che, nonostante il tragico isolamento sofferto, nonostante la mancanza di input linguistici, nonostante il fatto che non abbia avuto un linguaggio per i primi 14 anni, Genie è equipaggiata per imparare a parlare, e lo sta facendo.

Nelle pubblicazioni successive Susan Curtis riporta che mentre nel primo periodo, dal 1971 al 1975, le vocalizzazioni spontanee di Genie, composte da due o tre parole, furono 2500, nel secondo periodo, caratterizzato dall’internamento in vari istituti e da visite saltuarie della psicologa, Genie si limitò a coniare solo 4 nuove emissioni; infine, nel terzo periodo in cui la Curtis e la paziente ripresero a frequentarsi giornalmente, Genie ne formulò altre 34 in soli 5 mesi. Sembra quindi che l’acquisizione delle capacità linguistiche da parte di Genie dipendesse dal tempo che la psicologa le dedicava.

Tuttavia, in seguito, si nota un cambiamento di rotta. Le decine di pubblicazioni che seguirono diventarono sempre più pessimistiche fino al punto che la maggioranza degli scienziati furono concordi nel ritenere impossibile la rieducazione della ragazza. Come mai una partenza così promettente si è poi rivelata un fallimento? Come mai, dopo vent’anni di dibattiti, c’è chi sostiene che Susan Curtis avrebbe visto bene prima del 1977 e non dopo?

Bambini primitivi

Senza entrare in una vicenda complicata, col rischio di rimanere invischiati in discussioni troppo specialistiche, tentiamo di dare qualche risposta. Potremmo pensare che, come nel caso delle speranze di Itard nei confronti di Victor, Susan Curtis avesse pensato di essere sulla buona strada per poi ricredersi. O potremmo ipotizzare, più maliziosamente, che la necessità di recuperare fondi per la ricerca spinse Fromkin e collaboratori a calcare un po’ la mano. Non ci sarebbe niente di strano, viste le lotte fra scienziati, istituti e università per finanziare i propri studi.

Comunque sia, è difficile capire dove sta la verità. Sicuramente possiamo affermare che tutti gli studiosi dei bambini selvaggi, specie all’inizio, si sono illusi di riuscire a comunicare attraverso il linguaggio e tutti, successivamente, si sono dovuti ricredere. Inoltre è certo che Genie, nonostante fosse stata seguita con costanza per almeno i primi quattro anni, è rimasta per sempre a uno stadio primitivo.

 

Gua e Donald, la scimmia e il bambino

All’opposto dei bambini selvaggi, gli animali umanizzati: esperimento con un cucciolo scimpanzè e un umano. La storia del bambino e della scimmia che crebbero come fratelli.

Gua e Donald, la scimmia e il bambino, cortesia feralchildren.comI coniugi Kellog frequentavano ancora l’università quando cominciarono a interessarsi di bambini selvaggi, allevati cioè da animali in libertà. L’opinione dominante considerava questi bambini come menomati mentali e a tale condizione si attribuivano i deficit di linguaggio, intellettivi e motori che mostravano una volta riportati alla civiltà. I coniugi Kellog partirono da un’ipotesi controcorrente: che queste peculiarità fossero da attribuire all’adattamento all’ambiente in cui erano cresciuti. I bambini selvaggi hanno imparato a comportarsi come animali perché era ciò che l’ambiente richiedeva loro. Così nacque l’idea di tentare un esperimento che dimostrasse l’influenza dei fattori ambientali. I Kellog “adottarono” una scimmia, Gua, crescendola come se fosse una bambina umana, per osservarne lo sviluppo.

La piccola Gua

Quando la presero, Gua aveva sette mesi e mezzo. Durante i nove mesi successivi, le venne riservato lo stesso trattamento del figlio della coppia Kellog, Donald, di nove mesi e mezzo, compreso tutto il rituale dei manuali di puericultura: bagnetto, pannolini, vestitini, pigiami, biberon, pappe e giochi. A intervalli regolari i due bebè vennero sottoposti a una serie di test, per osservarne lo sviluppo, i progressi personali e l’interazione fra loro. Le misurazioni erano sia fisiologiche che psicologiche: pressione arteriosa, crescita in altezza e peso, riflessi, memoria, forza, equilibrio, obbedienza, capacità manuali, paure,  reazioni al solletico, comprensione e capacità linguistiche, capacità d’attenzione, e così via.
L’esperimento suggerisce che, tenuto conto della somiglianza biologica fra l’umano e lo scimpanzè, il fattore che porta a un comportamento simile nei due soggetti è l’adattamento all’ambiente in cui avviene lo sviluppo, in particolare quello psicologico. Trattata come un bambino umano, Gua si comporta come tale, tranne in quei casi in cui i limiti della sua struttura fisica e mentale non lo permettono. Essa dimostra inoltre di possedere alcune competenze emotive che siamo soliti definire “specificamente umane”, come la compassione e l’affetto. Nel rapporto fra la scimmia e il bambino, spesso era Gua a prendere l’iniziativa, correndo verso Donald e ricoprendolo di “baci”: Gua è più precoce nell’utilizzo dei baci come manifestazione d’affetto o richiesta di perdono. Col tempo si sviluppò un forte attaccamento reciproco, con Gua che seguiva Donald dappertutto, aspettando che si svegliasse davanti alla porta della sua camera. La sua reazione alla paura è sempre stata quella di trascinarsi vicino a Donald e piangere contro la sua spalla. Donald, da parte sua, apprese in fretta il nome della scimmia, se non la vedeva la cercava, dimostrando il piacere di stare e giocare con lei. Un altro fattore che li avvicina è il riso: ridono insieme, ridono entrambi e allo stesso modo quando i Kellog giocano a fargli il solletico.
Durante l’esperimento, Gua mostrò una dipendenza fisica e mentale dal signor Kellog al punto da aver bisogno di un oggetto transizionale –  un tessuto impregnato del suo odore – in caso di un’assenza prolungata. Donald, invece, mostrava lo stesso tipo di attaccamento nei confronti della madre, ma in maniera meno stressata: riusciva a giocare tranquillamente in sua assenza.

Il distacco

I Kellog interruppero l’esperimento dopo due anni. Il perché rimane oggetto di congetture: sembra che fossero preoccupati dal fatto che Donald iniziava a imitare alcuni comportamenti di Gua, dalla postura alle vocalizzazioni. Il dato interessante è che in questi due anni Gua si è quasi sempre rivelata più precoce: ad esempio, ha per prima imparato sia a riconoscere le persone sia a riconoscere se stessa allo specchio. La cosa potrebbe essere spiegata con i diversi tempi di maturazione fisiologica e psicologica delle due specie: le scimmie raggiungono la pubertà a quattro anni, gli umani fra i dodici e i tredici. In ogni caso, l’esperimento dei Kellog dimostra quanto siano importanti i fattori ambientali nella crescita e maturazione degli individui, a qualsiasi specie appartengano.
Dopo la separazione, Gua fu destinata a un laboratorio universitario: abituata alla libertà, morì nel giro di breve tempo. Donald invece crebbe, ma anche la sua vita finì tragicamente: a quarantatré anni si suicidò.

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