Homo sapiens, la filogenesi umana

by gabriella

Homo sapiens

La filogenesi della specie Sapiens, genere Homo

L’uomo è una fune tesa tra il bruto e il superuomo – una fune sopra l’abisso.
Pericoloso l’andare alla parte opposta, pericoloso il restare a mezza via,
pericoloso il guardare indietro, pericoloso il tremare e l’arrestarsi.
Ciò ch’è grande nell’uomo è l’essere un ponte, non una meta:

ciò che si può amare nell’uomo è l’essere una transizione e un tramonto.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

 

Negli ultimi decenni, l’interesse dei paleoantropologi si è rivolto agli ultimi 6 milioni di anni, mettendo in luce l’origine africana degli ominidi (la nostra famiglia zoologica formatasi circa 23 milioni di anni fa, dalla quale si sono separati i primati e le australopitecine),la comparsa di primati bipedi in un habitat semiforestale (le cosiddette australopitecine), il loro adattamento agli ambienti più aperti delle savane in Africa orientale e meridionale, la comparsa del genere Homo e l’inizio dell’aumento in dimensioni e facoltà del nostro cervello, la diffusione extraafricana degli uomini del primo Paleolitico (out of Africa), le traiettorie e le dinamiche filogenetiche che da questo momento si instaurarono in un contesto pluricontinentale, fino alla recente nascita di Homo sapiens come specie, alla sua espansione geografica e alla sua (nostra) affermazione.

In questa storia, ha notato Giorgio Manzi,

Darwin

Charles Darwin (1809 – 1882)

non c’è stato nulla di ineluttabile […]. Essa piuttosto è il frutto di circostanze. […] Anche l’evoluzione umana, come quella di ogni altro essere vivente su questa Terra, è una storia naturale: lunga e complessa. […] ogni volta che scopriamo un rametto nuovo o un’intera nuova diramazione, capiamo meglio che il percorso degli eventi avrebbe ben potuto prendere un’altra piega […]. La comparsa sulla Terra di esseri viventi che possano dirsi umani è innanzi tutto un argomento di biologia evoluzionistica basato su dati paleontologici. Va intesa cioè come un processo di tipo storico-evolutivo. È opportuno chiarire subito che, contrariamente a quanto qualcuno possa pensare, l’evoluzione biologica non è da considerarsi una teoria, ma piuttosto un fatto. Le evidenze a riguardo si sono accumulate da almeno un paio di secoli, dopo l’epoca cioè in cui Linneo iniziò a mettere ordine nei regna tria della natura. Le conoscenze acquisite sono oggi tali da non poter essere nascoste o messe in discussione, se non in base ad atteggiamenti preconcetti tutt’altro che razionali e, tanto meno, scientifici.

Se l’evoluzione è dunque un fatto, l’aspetto più propriamente teorico (oggetto permanente del dibattito scientifico) risiede invece nelle ipotesi di lavoro e nei modelli che usiamo per interpretarla. A questo riguardo, dal 1858 – data di presentazione congiunta dei manoscritti di Charles Darwin e Alfred Wallace – la biologia evoluzionistica si basa sulla nozione di selezione naturale […]. DaDarwin in poi si ritiene che gli organismi viventi siano stati sottoposti (e lo siano tuttora) a un’opera di selezione da parte dell’ambiente, che ha favorito le forme più adatte alla sopravvivenza e alla riproduzione, modificando nel tempo la composizione (genetica) delle popolazionie, dunque, consentendo l’evoluzione delle specie [Giorgio Manzi, L’evoluzione umana, Il Mulino, 2007, pp 7; 13-14].

In questo lungo processo evolutivo, due milioni e mezzo di anni fa il genere homo si è separato (con Homo habilis)da comuni progenitori australopitecini (scimmie australi).evoluzione umana

 E’ per questo che qualsiasi sistema di organi sia studiato, quando si comparino le loro modificazioni nella serie delle scimmie, si arriva ad una sola con­clusione: che le differenze strutturali che separano l’Uomo dal Gorilla e lo Scimpanzé non sono così grandi come quelle che separano il Gorilla dalle scimmie inferiori. […] visione stereoscopica e pollice opponibile, insieme a molte altre, sono [le caratteristiche] che più particolarmente ci fanno partecipi del mondo dei primati. Derivano da una storia comune che possiamo mettere in relazione a un’originaria dieta insettivora, combinata con l’abitudine a vivere in un contesto forestale e a varie forme di locomozione arboricola [Ibid., p. 17].

Ominoidi

La famiglia delle ominidae (scimmie antropomorfe)

 

ominidae

La Rift Valley

rift valleyI nostri più antichi antenati, vissuti da 6 a 4 milioni di anni fa, evolutisi a loro volta da specie precedenti, vivevano in Africa e sono stati chiamati ominidi, per distinguerli dai panidi, gli antenati delle attuali scimmie delle specie scimpanzé e bonobo. All’origine della separazione degli ominidi dai panidi, entrambi evolutisi dalla tribù degli ominini,vi fu probabilmente, una grande, anche se lenta, mutazione ambientale iniziata dieci milioni di anni fa nell’Africa orientale.

I movimenti della crosta terrestre cusarono un innalzamento della parte orientale del continente africano, incidendo profondi solchi conosciuti con il nome di Rift Valley. Poiché a ovest della Rift Valley non c’è traccia di fossili di ominidi, mentre a est non c’è traccia di fossili di panidi, si ritiene che, mentre il gruppo delle ominidae ad ovest avrebbe continuato a evolversi in un ambiente non troppo dissimile da quello precedente, cioè la forestra tropicale umida, quello a est si sarebbe evoluto in presenza di condizioni ambientali molto diverse. L’innalzamento della crosta terrestra aveva infatti causato l’inaridimento del suolo e la progressiva scomparsa della foresta alla quale subentrò la savana. Il principale cambiamento fu che queste scimmie australi (australopitechi) iniziarono a non vivere più sugli alberi e cominciassero ad usare gli arti anteriori non per arrampicarsi, ma per procurarsi il cibo, mentre per spostarsi usavano solo quelli posteriori. In altri termini, esse divennero bipedi.

Un esemplare di questo primo ominide, un australopithecus afarensis (i fossili di specie ancora più antiche sono state trovate negli anni ’90) è stato rinvenuto nel 1974 in Etiopia, nella regione di Afar e chiamato dai paleoantropologi Lucy.

 

Ricostruzione al computer del volto di Lucy, scimmia australe della regione di Afar

Ricostruzione al computer del volto di Lucy, scimmia australe della regione di Afar

L’evoluzione umana

Nel suo studio sull’evoluzione cerebrale e morfologica della specie homo (Il bipede barcollante, 1982) il paleoantropologo sudafricano Phillip Tobias, ha sottolineato le affinità della famiglia ominide (della quale fanno parte le scimmie antropomorfe e le estinte australopitecine) e la precocità dell’emersione di alcuni tratti propriamente umani, prima del raggiungimento della maturità fisiologica del sapiens:

I nostri progenitori furono palesemente ominidi sotto altri aspetti prima di esserlo sotto quello dell’espansione encefalica. Con i suoi denti tanto simili a quelli dell’uomo, il sorriso di un australopiteco era essenzialmente un sorriso umano, ben diverso dal ghigno pauroso cui si atteggia il volto delle antropomorfe. Ancor più impressionante era la somiglianza della pelvi [di Australopitecus africanus] con quella dell’uomo : era senza dubbio la pelvi di una creatura che camminava eretta e non quella di un animale che camminava piegato in avanti, prevalentemente appoggiandosi sulle nocche come quasi tutte le antropomorfe. C’è da domandarsi se il nostro antropocentrico io non rimarrà troppo offeso dalla constatazione che siamo stati umani nei nostri lombi e nel nostro sorriso prima ancora di esserlo nel nostro cervello [Phillip V. Tobias, Il bipede barcollante. Corpo, cervello, evoluzione umana (1982), Einaudi, 1992, p. 82].

 

Il genere homo

australopithecusHomo habilisHomo è un genere della famiglia degli Ominidi, comprendente numerose specie estinte e un’unica esistente senza sottospecie: l’Homo sapiens, cioè l’uomo moderno. Questo genere compare, a partire da progenitori australopitecini, all’incirca 2,5 milioni di anni fa come Homo habilis [la specie più arcaica ascrivibile al genere fino alla scoperta di Homo gautengensis, ritenuto un diretto discendente di Australopithecus garhi].

L’avvento del genere Homo coincide con la comparsa nei giacimenti fossili di utensili in pietra (Olduvaiano) e perciò per definizione con l’inizio del Paleolitico Inferiore.

bambino Neanderthal - elaborazione computer grafica a partire da un reperto cranico

bambino Neanderthal (Homo Sapiens Neanderthalensis) – elaborazione computer grafica a partire da un reperto cranico

Gli appartenenti al genere mostrano un’accresciuta capacità cranica rispetto agli altri ominidi (600 cm³ di H. abilis contro 450 cm³ di A. garhi), con un aumento particolarmente significativo nei reperti databili a 600 000 anni fa (1 200 cm³ in H. heidelbergensis). Al genere vengono ascritte una ventina di specie diverse, tutte estinte con l’eccezione dell’Homo sapiens. Fra esse Homo neanderthalensis, considerato l’ultima specie congenere sopravvissuta, scomparsa in un periodo collocato tra i 25 000 e i 30 000 anni fa. Più recenti scoperte suggeriscono che un’altra specie, Homo floresiensis, potrebbe essere sopravvissuta fino a 12 000 anni fa.

Out of Africa

Laetoli (Tanzania), Orme di ominidi - 3 milioni e 700.000 anni fa

Laetoli (Tanzania), Orme di ominidi – 3 milioni e 700.000 anni fa

C’è una sorta di cesura che segna come uno spartiacque l’avventurosa storia evolutiva della nostra specie, cioè del genere homo: un confine collocato a circa un milione e ottocentomila anni fa e denominato “out of Africa” [la sua datazione, inizialmente collocata avanti nel tempo, è stata recentemente retrodatata alla luce di numerosi ritrovamenti in Cina e Georgia: si veda il servizio di Leonardo da 6:52]. Quando, cioè, il nostro antenato – tutti gli uomini moderni discendono da un unico ceppo africano originario – una variante collocata tra Homo abilis ed Homo erectus, aveva abbandonato la natia culla africana per avventurarsi nel resto del mondo, dilagando poi dall’Asia all’Europa (in Australia giungerà circa 40.000 anni fa essendo già diventato Homo sapiens e in America ancora dopo, dai 12 ai 15.000 anni orsono).

Insomma, nelle ricostruzioni dei paleoantropologi l’albero delle “scimmie australi” (gli australopitechi) aveva cominciato a diradarsi 4 milioni di anni fa per dare luogo ad alcuni rami più fortunati o vigorosi che col tempo(centinaia di migliaia di anni) avevano acquistato la statura eretta e quindi il bipedismo, liberando così gli arti superiori (c’è di questo una testimonianza impressionante a Laetoli in Tanzania che risale a 3.700.000 anni fa) ed acquisendo la visione stereoscopica che li rendeva capaci di controllare un ampio arco di savana per evitare i predatori.

out of africa

Oggi si tende a spostare indietro di 800.000 anni, tra l’abilis e l’erectus, l’Out of Africa

Più tardi, giunti a una fase più avanzata, erano evoluti in Homo habilis, in grado cioè di costruirsi con materiale litico i primi strumenti: raschiatoi, asce, sassi aguzzi e taglienti, mentre le dimensioni cerebrali fino a allora modestissime aumentavano fino a circa 600 centimetri cubici. Secondo la ricostruzione classica da Homo habilis sarebbe poi emersa tra 6 e 700.000 anni – sempre in Africa – una nuova specie, Homo erectus, più evoluta, più grande e con un cervello maggiore, che sarebbe dilagata poi in tutto il continente occupando ogni nicchia. L’erectus, essendo divenuto assai capace nel costruirsi strumenti di difesae di offesa, nel controllare il fuoco e, secondo molti paleontropologi, possedendo già il fondamentale strumento del linguaggio, fu in grado di emigrare dapprima in Asia minore poi attraverso forse i Balcani in Europa e in Asia fino alla Cina e a Giava.

 

L’evoluzione del cervello umano

Tratto da Phillip V. Tobias, Il bipede barcollante, cit.

La documentazione fossile di cui disponiamo, mostra che la tendenza all’aumento encefalico inizia con Homo habilis, due milioni e cinquecentomila anni fa.  Durante il primo stadio dell’ominazione, quello degli Australopitechi, il cervello restò piuttosto piccolo (300/400aree del linguaggio ml), nel secondo, il cervello di media grandezza di Homo habilis raggiunse i 650 ml, ingrandendosi sproporzionatamente (in modo allometrico) rispetto alla corporatura che restava medio piccola; nel terzo, infine, che inizia con l’Erectus, l’encefalo non solo è più che raddoppiato (880 ml) rispetto agli australopitechi, ma si è anche differenziato funzionalmente, possedendo l’equipaggiamento biologico (neocorteccia, aree di Broca e Wenicke; fonte Tobias, 1982)  e culturale (linguaggio, manipolazione oggetti) per uscire dall’Africa. In seguito tra i centomila e i cinquantamila anni fa, emersero ominidi con un cervello ancora più grande (1350 ml), che il grande naturalista svedese Linneo chiamò nel suo Systema Naturae, Homo sapiens (l’uomo moderno).

Si pone quindi il problema di interpretare questo aumento cerebrale, anche perché un encefalo più grande non implica necessariamente maggiore intelligenza. Sappiamo, ad esempio, che uomini che si sono distinti in vari campi hanno avuto cervelli grossi (ad e. il biologo Georges Cuvier, 1830 gr; il medico John Abercrombie, 1785 grammi; ecc.) e cervelli piccoli (come lo statista francese Léon Gam­betta, gr. 1294; l’anatomista Johann Dollinger, gr. 1207; il poeta Walt Whitman, gr. 1282). Il cranio di esseri umani attuali dotati di una normale funzionalità può infatti  variare da una capacità di 790 a una capacità di 2350 ml. Questa amplissima variabili­tà ci ricorda che il solo volume (o peso) encefalico ha scar­so valore quando tentiamo una distinzione fra uomo e non­-uomo, fra ominide e non-ominide. Ad esempio, benché l’uomo abbia una dimensione encefalica pari a 3,5 volte quella dello scimpanzé, possiede solo 1,25 volte la sua quantità dei suoi neuroni corticali (Tobias, pp. 92 ssg.).

crani homo

Questa considerazione ci pone dinanzi a un paradosso: da un lato, la tendenza più persistente e pervasiva mostrata dalla filogenesi umana è quella verso un aumento allometrico della dimensione dell’encefalo; dall’altra, nell’ambito della specie umana attuale, il fatto di avere un cervello piccolo o grande è pressoché irrilevante. Perché, dunque, questa espansione ha avuto un’importanza cosi evidente nel passaggio da specie a specie nel corso degli ultimi tre milioni di anni e tuttavia la variabilità della dimensione encefalica appare cosi priva di conseguenze di rilievo nell’ambito della nostra specie?

Lascaux, Mani ritratte dall'artista rupestre 17.000 anni fa

Lascaux, Mani ritratte dall’artista rupestre 17.000 anni fa

La possibile risposta è che aumentando lo spazio tra neuroni e neuroni, aumenta la possibilità di interconnessioni e che questo aumento di dimensionisi accompagnò a un  mutamento cellulare che presentò diversi vantaggi adattivi nel corso della filogenesi umana: fu possibile memorizzare più dati, si accrebbe la capacità di apprendimento, permise lo sviluppo di sistemi complessi di comunicazione, facilitò i comportamenti di cooperazione e comunicazione necessari per la caccia in gruppo, facilitò la produzione di manufatti culturali.

L’espansione cerebrale venne favorita da un’intera serie di adattamenti sociali e comportamentali, compresa  la simbolizzazione, la caccia di gruppo e la spartizione del cibo, con conseguente aumento dell’efficienza culturale e della durata della dipendenza infantile (pp. 121-122).

Charles Darwin

Charles Darwin

La rapidità di questa evoluzione (dell’evoluzione umana) fu fonte di controversia fra Charles Darwin e Alfred Russel Wallace. Nel corso di quella disputa, spesso ignorata, Darwin sostenne fermamente che la selezione naturale era in grado di spiegare l’emergere dell’uomo e del suo encefalo – anche se ne L’origine dell’uomo capisce l’importanza della selezione sessuale, dunque culturale, dei caratteri e la pone implicitamente all’origine dell’accelerazione della variabilità umana – mentre Wallace affermò che

nella formazione dell’uomo dovette operare un processo evolutivo più rapido di quello prospettato dalla filosofia darwiniana.

Sette anni prima che Darwin pubblicasse L’origine delle specie, Wallace aveva affermato che nell’uomo culturale, l’evoluzione era in gran parte psichica, tuttavia egli non compì il passo successivo, cioè postulare che questa stessa cultura era giunta a dominare i processi selettivi.

Al contrario, poiché non riuscì a ipotizzare l’esistenza di un’ultra forza che spiegasse il rapido evolversi dell’encefalo umano, Wallace invocò

l’intervento di una forza spirituale della quale non si sarebbe potuta dare una spiegazione in termini puramente meccanicistici.

Nel 1961 avanzai l’ipotesi (Tobias, 1961) che un meccanismo alternativo avrebbe potuto spiegare la rapida evoluzione umana e proposi che, alle particolari condizioni di vita sociale e culturale dell’uomo, il ritmo dell’evoluzione sarebbe stato più rapido quando la selezione naturale e la selezione culturale o sociale tendevano verso la medesima direzione.

boscimani

Cacciatori San

L’idea mi venne riflettendo sui fattori che determinarono la comparsa della steatopigia nei San (Boscimani). Il termine definisce un circoscritto accumulo di grasso nelle cosce e nelle natiche. Le ricerche sul campo che conducemmo negli anni Cinquanta ci portarono a concludere che la steatopigia si riduce in caso di malnutrizione e di disidratazione, come accade in età avanzata o nei periodi di grave siccità. Sembrava che la steatopigia potesse essere considerata un carattere adattivo associato non specificamente alla vita nel deserto – c’erano prove che questa si manifestasse anche in climi più miti – ma a un’economia di caccia e raccolta, che inevitabilmente comporta periodi di carestia.

Uno studio più approfondito rivelò un altro possibile meccanismo: grosse natiche sono molto apprezzate tra i San, e per essi costituiscono una larga parte delle attrattive sessuali della donna. Per qualche tempo mi domandai se la comparsa della steatopigia potesse essere spiegata mediante il meccanismo della selezione naturale oppure quello della selezione sociale. Successivamente divenne chiaro che entrambi potevano essere validi. La selezione sociale o culturale poteva essersi assommata a quella naturale, aumentando il vantaggio selettivo della steatopigia e accelerando cosi l’affermazione del carattere. Se alla forza della selezione naturale si fosse aggiunta quella della selezione sociale o culturale che premeva nella stessa direzione, il ritmo del mutamento evo lutivo avrebbe potuto esserne notevolmente accelerato.

È possibile che, nel vistoso accrescimento dell’encefalo umano, abbiano operato non soltanto alcuni dei fattori di selezione naturale di cui abbiamo parlato in precedenza, imi forse anche la selezione culturale o sociale. Non sto insinuando che gli uomini con la testa più grossa avessero maggior successo nella competizione per i favori delle donne disponibili (o viceversa) e che quindi generassero una prole più numerosa. Forse, tuttavia, qualcuno dei vantaggi conferiti da un encefalo più sviluppato potrebbe aver riscosso particolare favore. Il linguaggio articolato, per esempio, potrebbe essere stato culturalmente molto apprezzato e, al contempo, vantaggioso in termini di selezione naturale (pp. 123-125).

Dello stesso avviso è Francesco Remotti che (citando Clifford Geerz), osserva:

Nel rapporto tra biologia (o natur) umana e e cultura, ciò che vi è di mezzo è il cervello. La tesi più ovvia è sempre stata quella secondo cui dapprima l’uomo conquista evolutivamente la propria attrezzatura organica (tra cui il cervello) e poi sviluppa la cultura. Le indagini paleantropologiche degli ultimi decenni hanno invece posto in luce che lo sviluppo cerebrale tipicamente umano è avvenuto in un ambiente già ampiamente caratterizzato dalla cultura. E questo ha portato a sostenere che il cervello non è soltanto fattore, condizione o causa effciente della cultura (tesi che nessuno si sognerebbe di negare), ma che è anche il suo prodotto [F. Remotti, Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza, pp. 12-13].

Conclusioni: encefalizzazione, linguaggio e cultura negli ominidi

Tutti i mammiferi possono assumere comportamenti acquisiti, ma con la complessità di tali modelli aumenta anche la complessità dei meccanismi di trasmissione culturale necessari. Le scimmie antropomorfe, per comunicare c’on i loro simili, usano un’appropriata gamma di gesti e segnali sia manuali che facciali e vocali. Possiamo supporre con sicurezza che Australopithecus utilizzasse un analogo sistema di comunicazione e che, avendo un cervello espanso soprattutto nelle aree importanti per il linguaggio verbale, sapesse fare anche di meglio. Ma una cultura cosi complessa come quella sviluppata dall’uomo non può essere tramandata ai figli per mezzo di un linguaggio simile a quello delle scimmie: man mano che le attività culturali divenivano più complesse, anche il sistema per comunicare doveva evolversi.

Quando archeologi preistoricii e paleoantropologi parlano della cultura, pare a volte che si riferiscano solamente agli strumenti litici e in genere alle manifestazioni della cultura materiale. In effetti, questi sono i suoi aspetti tangibili, ma ne costituiscono soltanto una parte. Nel 1937 R. H. Lowie ne diede la seguente definizione:

Con cultura intendiamo tutto ciò che un individuo trae dalla società in cui vive: convinzioni, consuetudini, canoni artistici, abitudini alimentari, abilità manuali che egli non acquisisce con la propria creatività, ma in quanto eredità del passato, trasmessagli mediante l’educazione formale o informale.

La cultura umana viene tramandata attraverso il meccanismo dell’eredità sociale – cioè l’insegnamento – e non attraverso quello dell’eredità genetica. Dicendo questo presupponiamo di avere a che fare non con un primate privo della parola, bensì con un animale dotato di linguaggio articolato. I comportamenti sociali dell’uomo derivano dal linguaggio (capacità cognitive e di parola). Il cervello dell’uomo è tale che non solo egli apprende il linguaggio verbale con la massima facilità, ma, affinché non lo apprenda, devono intervenire condizioni estreme. Il comportamento sociale dell’uomo deriva dalla sua capacità di parlare, e sebbene le differenze cognitive tra antropomorfe e uomo possano essere quantitative il linguaggio verbale è una novità proprio perché nasce da ampie aree del cervello la cui esistenza non ha potuto essere dimostrata in alcun primate non umano.

Phillip Vallentine Tobias, paleoanthropologist (1925-2012)

Phillip Vallentine Tobias, paleoanthropologist (1925-2012)

L’espansione e la riorganizzazione dell’encefalo umano, come abbiamo visto, hanno proceduto parallelamente alla rapida evoluzione di una cultura sempre più complessa, dalla quale l’uomo ha finito per dipendere per la propria sopravvivenza. La trasmissione della cultura nelle sue formi più complesse richiedeva l’uso di un linguaggio parlato, le cui basi anatomiche e fisiologiche sono distribuite nella sua ampia e labirintica corteccia cerebrale. Se l’espansione della corteccia ha migliorato le basi fisiche della trasmissione della cultura, allora tale espansione deve aver determinato anche rilevanti vantaggi selettivi, in quanto più il linguaggio parlato è evoluto, più sono efficienti sia i modelli di comportamento sociale e culturale sia la loro trasmissione, e ciò aumenta le probabilità di successo delle generazioni che seguono.Sostengo, in breve, che la comparsa del linguaggio fu la chiave dello sbalorditivo incremento del volume cerebrale che si verificò negli ultimi due milioni di anni (pp. 133-135).

 

Cavalli Sforza, Evoluzione culturale ed evoluzione biologica

«Il nostro patrimonio culturale è soggetto a una evoluzione nel tempo e nello spazio, così come il nostro Dna». Il lungo anno delle celebrazioni di Charles Darwin volge al termine (con il 2009 coincidono il bicentenario della nascita dello scienziato britannico e i 150 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie) e i molteplici filoni di ricerca sulla natura della specie umana che dalla teoria evoluzionista del naturalista inglese hanno preso linfa saranno analizzati dal genetista Luigi Luca Cavalli Sforza nella lectio magistralis che inaugura la tre giorni del festival della Mente di Sarzana. Per meglio comprendere se c’è un nesso tra la sua affermazione e i risultati degli studi più avanzati in campo psichiatrico, i quali riconoscono che – diversamente dagli animali che sono dotati di istinto – nel caso dell’essere umano, grazie alla capacità di immaginare e di scelta, il pensiero esercita una precisa influenza sulla biologia.

Homo sapiens. La grande storia della diversità umana

La mostra curata nel 2012 da Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani, su Repubblica, 11 novembre 2011.

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Dossier pedagogico della mostra.

 

Esercitazione

1. Spiega perché nella Rift Valley gli ominidi si sarebbero evoluti separatamente dai panidi e con quali effetti.

2. Illustra la teoria dell’Out of Africa e le sue conseguenze sul piano antropologico

3. Illustra le tappe delle evoluzione umana da Homo habilis ad Homo erectus.

4. L’evoluzione umana mostra che, parallelamente all’aumento del volume cerebrale, la nostra specie ha sviluppato il linguaggio, la capacità di simbolizzazione, la caccia di gruppo ed altri comportamenti cooperativi, la cui veloce comparsa è inspiegabile con il solo aumento del cervello. Indica quale ipotesi ha formulato Philipp Tobias al riguardo, sulla base della controversia tra Darwin e Wallace.


6 Responses to “Homo sapiens, la filogenesi umana”

  1. Bellissimo. Sto proprio ora leggendo Ian Tattersall, “I signori del pianeta”

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