Joseph Halevi, La violenza fondatrice. Israele/Palestina. Le radici del conflitto

by gabriella

Fino a due decenni fa non esisteva ancora in Israele una sistematica storiografia sulle origini dello Stato. I libri e i saggi di storia erano scritti in termini partitici e spesso da persone che erano presenti negli organismi più legati alla formazione di Israele. Durante tutto il regno del Mapai (il partito socialdemocratico sionista, che governo’ ininterrottamente dal 1948 al 1977, trasformatosi poi in partito del lavoro, Avodà e infine in ‘Un solo Israele’) tutto cio’ che toccava sia le radici storiche dello Stato sia le analisi correnti dei rapporti con gli ‘arabi’ (i palestinesi venivano considerati inesistenti) era gestito in maniera rigorosamente di modello stalinista. La struttura politica del Mapai – con il suo Comitato centrale, con le sue organizzazioni kibutzistiche, con il suo ferreo controllo sul sindacato-impresa Histadrut , con i suoi istituti di ricerche sociali e casi editrici – prevedeva una stretta direzione politica dell’interpretazione storica.

Gli altri due partiti sionisti fiancheggiatori a sinistra del Mapai, il quasi comunista Mapam e il gruppo estremista Achdut ha Avodà – quest’ultimo fondatore delle clandestine brigate terroristiche Palmach, autrici nel 1947-1948 di molte uccisioni ed espulsioni di palestinesi, da cui provennero Yitzhak Rabin e Ygal Allon – essendo più piccoli e più dichiaratamente marxisti, riproducevano in maniera accentuata la concezione ideologica della storia del paese 1. La pubblicazione – avvenuta prima in ebraico – del lavoro di Yehoshua Porath, The Emergence of the Palestinian-Arab National Movement. 1918-1929 (Cass, London 1974), rappresentò un novità dirompente poiché vi era documentata la nascita di un movimento di lotta in un periodo – gli anni venti – che i sionisti trattavano come assolutamente privo di presenza politica palestinese. Tuttavia la vera svolta ebbe luogo dopo l’avvento al potere della destra di Menachem Begin nel 1977. La destra israeliana non ha mai sviluppato la rete di istituzioni, di case editrici, di giornali, propria del movimento social-sionista, il quale – avendo una gestione del potere del tutto identica a quella della Democrazia cristiana in Italia – sosteneva le sue reti grazie al controllo esercitato sullo Stato. Di conseguenza, l’allontamento dal potere dopo il 1977 comportò una secca perdita dei meccanismi di sottogoverno, che erose rapidamente il controllo intellettuale esercitato dal socialismo sionista sulla vita del paese. I giornali diventarono molto più aperti e oggi i tre organi di stampa del sionismo socialista sono scomparsi 2.israele-palestinaIn questo contesto la componente ebraica liberal del paese veniva apertamente influenzata dai traumi generati dalla guerra del Kippur, dalle ripetute invasioni del Libano, fino allo sconvolgimento causato dalla guerra del 1982 e dall’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Temi che ancora negli anni Settanta erano del tutto impensabili cominciarono ad apparire nel teatro e anche nella produzione cinematografica. Sarebbe tuttavia errato credere che questa nuova apertura culturale sia necessariamente foriera di cambiamenti politici. Molto spesso i lavori nel campo artistico e giornalistico non riescono a celare una volontà di autoaccusarsi a fini autoassolutori, una tendenza che, ad esempio, nel campo della poesia è sempre esistita in Israele.

Ritornando alla produzione storiografica possiamo individuare tre campi principali. Il primo riguarda la nascita del problema dei profughi palestinesi (Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949 , Cambridge University Press, Cambridge 1987; nonché, 1948 and After: Israel and the Palestinians , Oxford University Press, New York 1990).

Il secondo filone riguarda i rapporti con i paesi arabi sul piano diplomatico e militare e il ruolo delle potenze imperialiste (Avi Shlaim, Collusion across the Jordan : King Abdullah, the Zionist Movement and the Partition of Palestine , Clarendon Press, Oxford 1988; Illan Pappé Britain and the Arab-Israeli Conflict 1948-1951 , Macmillan, London 1988, e inoltre The Making of the Arab-Israeli Conflict. 1947-51 , I.B. Tauris, London 1994; Benny Morris, Israel’s Border Wars . 1949-1956 : Arab Infiltration, Israeli Retaliation, and the Countdown to the Suez War , Oxford University Press, New York 1997; infine, Motti Golani, Israel in Search of a War: the Sinai Campaign. 1955-1956 , Sussex Academic Press, Brighton, Portland (Or.) 1998).

Il terzo gruppo di lavori, di cui non mi occuperò in questa sede, ha tutta l’aria di essere il più scabroso, in quanto mette in dubbio seriamente la conclamata volontà della dirigenza sionista di salvare gli ebrei dalle persecuzioni naziste (Tom Segev, The Seventh Million: the Israelis and the Holocaust, trad. di Haim Watzman, Hill and Wang, New York 1993). Quest’ultimo tema è trattato in forma molto analitica anche da Zeev Sternhell nel volume citato (cfr. nota 1). Sternhell mette bene in evidenza la duplice ammirazione che i massimi ideologi del sionismo socialista, come Yitzhak Tabenkin, guru indiscusso dell’ Achdut ha Avodà, avevano per l’Urss e per il nazismo. La definizione del progetto sionista come socialismo nazionale suggerita da Sternhell è collegata al summenzionato atteggiamento.

Complessivamente i tre filoni si intersecano spesso in quanto tutti riportano i vari temi alle diverse fasi della formazione e della evoluzione dello Stato di Israele.

L’espulsione dei palestinesi venne affrontata, forse per la prima volta in termini schietti, da Tom Segev, giornalista piuttosto che storico di professione, in un libro pubblicato in ebraico agli inizi degli anni ottanta come Ha Yisraelim ha Rishonim (I primi israeliani) poi tradotto anche in inglese. Sfruttando le prime aperture degli archivi, Segev documenta l’esistenza di un comitato per il trasferimento dei palestinesi oltre il Giordano nonché le violenze inferte alla popolazione palestinese. Interessanti sono gli scontri parlamentari tra i comunisti e gli ‘altri’, nel corso dei quali i comunisti denunciano le pratiche adottate contro la popolazione palestinese rimasta in loco, gli ‘altri’ rispondono che Israele si è liberato dagli arabi grazie al massacro di Deir Yassin (un villaggio palestinese nei dintorni di Gerusalemme, attaccato dalle formazioni di destra).

La questione del trasferimento e l”effetto Deir Yassin’ costituiscono una delle linee conduttrici dell’ottimo lavoro di Benny Morris, docente all’Università Ben Gurion di Beer Sheva, sulla formazione del problema dei profughi. Il volume di Morris, tutto basato sull’apertura degli archivi, è di tipo quantitativo. I commenti storico-politici sono molto scarsi e l’attenzione si concentra sulla concatenazione degli avvenimenti. Questo approccio è stato criticato come ‘positivistico’, cioè improntato a una ricerca di oggettività, che, a mio avviso, rappresenta invece un pregio specialmente in relazione alle deformazioni di tipo stalinista avanzate dal socialismo sionista.
L’autore fornisce un elenco completo di tutti i villaggi palestinesi distrutti e/o evacuati specificando se l’evacuazione era dovuta a espulsione, o ad assalti durante operazioni militari, o alla fuga della popolazione da zona di guerra e a campagne di intimidazione, cioè all’ ‘effetto Deir Yassin’. Pochi sono i villaggi ove la popolazione è partita per evitare di trovarsi al centro dello scontro. Morris descrive anche la ferocia con cui fu espulsa la popolazione delle città di Lydda e Ramla, le operazioni terroristiche volte a far fuggire gli abitanti dei villaggi, nonché gli atti di massacro, rapina e stupro commessi dai soldati israeliani.

In ambienti palestinesi il volume di Morris è stato accolto con qualche freddezza. E, per esempio, il caso di Nur Masalha che ha scritto un magnifico libro sul tema (Expulsion of the Palestinians: the Concept of ‘Transfer’ in Zionist Political Thought. 1882-1948, Institute for Palestine Studies, Washington DC, 1992). L’importanza del contributo di Masalha consiste proprio nella ricostruzione del pensiero politico sionista intorno al concetto di trasferimento di una popolazione. Egli critica Morris perché quest’ultimo sostiene che l’espulsione dei palestinesi non avvenne sulla base di un piano predeterminato.
Non vedo ragione di conflitto tra i due autori. Morris riconosce pienamente l’esistenza di un comitato per il trasferimento; conferisce molta importanza al ruolo nefasto di Joseph Weiss, direttore del “Jewish National Fund”, che sollecitava l’espulsione dei palestinesi ovunque possibile. La volontà politico-strategica di espellere c’era. In una situazione fluida non c’è bisogno di un piano; l’obiettivo strategico può essere realizzato quando si presenta l’occasione, anche perché le espulsioni dovevano avvenire senza pubblicità, al riparo dal controllo dell’opinione pubblica mondiale.

In un successivo lavoro dedicato alle operazioni da rappresaglia contro gli ‘infiltratori’ arabi del periodo 1949-1956, Morris smonta il mito che le infiltrazioni fossero esclusivamente terroristiche e orchestrate dai paesi arabi. La maggioranza degli ‘infiltratori’ era disarmata e proveniva dalle file dei profughi che volevano recuperare le loro cose, continuare il raccolto nei campi occupati, visitare parenti. In alcuni casi si trattava di brigantaggio provocato dalla perdita totale di ogni bene e di azioni di vendetta, prevalentemente svolte da giovani. Le rappresaglie israeliane furono durissime, motivate dalla paura che le infiltrazioni fossero il preludio di un rientro in massa. I paesi arabi, specialmente la Giordania, fecero il possibile per impedire le infiltrazioni ma le rappresaglie israeliane cambiavano il bersaglio. Responsabilizzando i paesi arabi, l’ala più bengurionista del Mapai , Dayan e Peres in particolare, cercavano uno scontro volto a completare la conquista della Palestina storica. Per gli oltranzisti, Ben Gurion, Peres e Dayan, l’ostacolo proveniva dalla Gran Bretagna, che non intendeva abbandonare la Giordania.
In questo quadro lo studio di Motti Golani, opportunamente intitolato Israele alla ricerca di una guerra (cfr. supra), spiega perché la pressione israeliana passò dalla Giordania all’Egitto dopo l’assalto israeliano alla caserma della stazione di Gaza nel 1955. Ben Gurion voleva l’occupazione della striscia e della fascia che andava da Eilat a Sharm El Sheikh. Golani mostra che non vi era pericolo per Israele perché gli acquisti di armi cecoslovacche da parte di Nasser furono controbilanciati da acquisti israeliani presso la Francia. Fu Ben Gurion a volere la guerra che, contrariamente alle idee dell’estremista Achdut ha Avodà, Israele doveva assolutamente combattere al fianco di una potenza mondiale. Israele si offrì da esca per l’intervento anglo-francese a Suez, paracadutando truppe vicino al Canale, permettendo – come già pattuito nei colloqui segreti nei dintorni di Parigi – agli anglo-francesi di lanciare un ultimatum e di intervenire militarmente. Solo a quel punto Ben Gurion lanciò l’operazione di conquista del Sinai. Per Golani la guerra di Suez pone termine alla dimensione regionale del conflitto mediorientale trasformandolo in uno di tipo geopolitico. Golani ha ragione nel sostenere che, anche nel 1956, Israele uscì vittorioso sul lungo periodo dato che la sconfitta obbligò Nasser a concentrarsi sul riarmo, ad abbandonare le riforme strutturali e quindi a squilibrare il paese che non reggerà al terzo round del 1967.

Altri contributi – come quello di Avi Shlaim – riguardano l’alleanza di fatto contro i palestinesi tra Israele e il re hashemita Abdullah. Chi segue il Medioriente sa che queste sono cose note (tra l’altro, chi scrive pubblicò in proposito una serie di articoli su “Rinascita” tra il 1969 ed il 1971).
E’ interessante osservare che il Pci inizio’ a esprimere apertamente un mutamento di posizione rispetto alla netta condanna di Israele proprio nel 1987 e 1988, anni in cui venivano pubblicati i primi lavori che corroboravano quella originaria condanna. Il politicismo della ‘sinistra’ italiana è l’acido in cui essa stessa si dissolve.

note:
1  L’ Achdut ha Avodà e il Mapam rimasero uniti con il nome di quest’ultimo fino agli inizi degli anni cinquanta. Nel processo Slansky venne coinvolto e arrestato anche un esponente del Mapam la cui dirigenza critico’ unicamente l’arresto del loro funzionario. Tale atteggiamento costitui’ un elemento di spaccatura tra le due componenti, che in realtà riguardava i rapporti con i paesi vicini e la politica verso i profughi palestinesi. L’ Achdut ha Avodà , fautrice antesignana del ‘Grande Israele’, voleva una nuova guerra contro i paesi arabi e nessun rientro dei palestinesi. Più moderata era invece la posizione del Mapam. La relazione tra sionismo colonizzatore e l’ispirazione marxista di questi partiti è spiegata in maniera definitiva da Zeev Sternhell in Aux origines d’Israël , Fayard, 1996 [tr. it. Nascita di Israele. Miti, storia contraddizioni , Baldini & Castoldi 1999]).
2  Essi erano in ordine di importanza “Davar”, organo del sindacato-impresa Histadrut ma ufficioso Mapai-Avodà; “Al Hamishmar” del Mapam ; “Lamerchav”, dell’ Achdut ha Avodà , confluita nel Mapai negli anni sessanta. Un’ottima discussione della liberalizzazione della stampa dopo la sconfitta dei laburisti nel 1977 si trova nel saggio di Israel Shahak, The Struggle against Military Censorship and the Quality of the Army , pubblicato nel volume dello stesso autore Open Secrets: Israeli Foreign and Nuclear Policies, Pluto Press, London 1997.

Tratto da: La Rivista del manifesto

Joseph Halevi, Israele/Palestina. Alle radici del conflitto

L’assioma della “ebraicità” d’Israele confligge col suo preteso carattere democratico e impedisce ogni accordo di pace su un piano di parità. Per mantenere la ebraicità dello stato si deve infatti negare il diritto al ritorno, discriminare o “trasferire” i palestinesi d’Israele e perfino imporre a un futuro stato palestinese di farsene carico.

Il 23 dicembre 2001 “Le Monde” pubblicò un’intervista con Ami Ayalon, capo dei Servizi di sicurezza interni d’Israele dal 1996 al 2000. Il contenuto dell’intervista può essere preso come filo d’Arianna per cogliere i punti nodali del conflitto israelo-palestinese.

Ayalon è lungi dall’essere un estremista-nazionalista. Si esprime contro la continuazione dell’occupazione che confonde e degrada la società israeliana. Nega che i palestinesi siano dei pazzi suicidi sostenendo invece che tali azioni sono dettate dalla disperazione causata, come tutta l’Intifada, dal fatto che non si prospetta una fine dell’occupazione. Ayalon si dichiara inoltre favorevole a un ritiro unilaterale completo, inclusa l’evacuazione delle colonie, dai Territori occupati – non specifica però se sono da includere anche Gerusalemme est e le alture del Golan come prevedono le risoluzioni dell’Onu 242 e 338 – e sostiene, infine, il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Perché l’ex capo dei servizi israeliani si sbilancia in tal modo rispetto alla tradizionale politica israeliana che cerca di mantenere il massimo dei vantaggi territoriali? Non certo per una nuova presa di coscienza politica. Leggiamolo insieme.

STATO “EBRAICO” E STATO DEMOCRATICO

“Tra i palestinesi il peso degli islamisti aumenta e anche quello degli intellettuali a lungo favorevoli a l’idea dei due stati i quali ormai dicono: ‘poiché gli israeliani non evacueranno mai le colonie, ebbene sì, ad un certo punto vi sarà uno stato binazionale’. Ora di questo non ne voglio assolutamente sapere. Non sarebbe più uno stato ebraico. Se lo restasse dominando la popolazione araba non sarebbe più uno stato democratico” (1).

Ayalon applica lo stesso ragionamento ai rifugiati in una maniera però più sottile di quanto fanno dei “pacifisti” come Amos Oz. Dopo aver sostenuto che “fintanto che questo problema sussisterà, le nostre relazioni marciranno anche se esistesse uno Stato palestinese”, egli aggiunge: “Noi rifiutiamo il ritorno dei rifugiati. Ma noi possiamo rifiutare solo se Israele riconosce senza ambiguità la sua parte nella sofferenza imposta ai palestinesi e riconosce il suo obbligo di partecipare alla soluzione del problema. Israele deve accettare il principio del diritto al ritorno e l’Olp deve impegnarsi a non rimettere in causa il carattere ebraico del nostro stato”.

Otteniamo quindi il teorema in base al quale affinché Israele possa rimanere un stato democratico è necessario che resti ebraico indipendentemente da qualsiasi evoluzione demografico-culturale futura. L’assioma su cui è impostato il teorema è che Israele deve comunque essere un stato ebraico anche perdendo i caratteri democratici qualora la popolazione araba rischiasse di raggiungere o oltrepassasse numericamente quella formalmente definita come ebrea.

E SE I PALESTINESI D’ISRAELE DIVENTANO IL 35%?

Sarebbe molto interessante vedere i puri spiriti del diritto democratico, come Norberto Bobbio, i suoi seguaci e i suoi ammiratori, come i giornalisti di “Repubblica”, discutere pubblicamente di una tale concezione della democrazia e analizzare sulla base del suddetto teorema le leggi e soprattutto le normative varate dallo stato di Israele nei suoi cinquantaquattro anni di esistenza (2).

Non si può comunque precludere la possibilità di un eventuale mutamento nei rapporti demografici e per rompere il binomio stato ebraico-stato democratico basta che la popolazione palestinese dello stato d’Israele oltrepassi il 30-35% degli abitanti. A tutti gli effetti una “minoranza” del 35% non è più tale, è un secondo gruppo nazionale tout court. Cambierebbero i rapporti parlamentari e salterebbero tutte le politiche che promuovono lo sviluppo delle località ebraiche a scapito di quelle palestinesi all’interno dello stato di Israele.

LA POLITICA DEMOGRAFICA ALL’INTERNO DI ISRAELE

La natura internazionalmente illegale della presenza israeliana in Cisgiordania e a Gaza e la conseguente occupazione e repressione militare fanno apparire alla luce del sole, esattamente per quello che sono, la requisizione di terreni, le demolizioni di case, la scarsità dell’acqua in rapporto alla quantità erogata agli insediamenti dei colonizzatori: violazioni dei diritti nazionali e umani.

Ma politiche della stessa natura sono state effettuate e continuano a effettuarsi, sebbene con diversa intensità, all’interno dello stato d’Israele. Non per caso ogni anno viene ricordata laGiornata della terra quando nel 1976 la polizia represse nel sangue le manifestazioni dei palestinesi di Israele che protestavano contro la requisizione delle loro terre. Ne consegue che il 30-35% di arabi è una soglia troppo alta per garantire la normale continuità delle politiche discriminatorie mantenendo le formalità di uno stato democratico.

La soglia critica è, nei fatti, molto inferiore enon poi così lontana dall’attuale 19% (in crescita) di palestinesi sul totale della popolazione d’Israele. Proiettata nel futuro la richiesta di Ayalon all’Olp di farsi carico della natura ebraica dello stato d’Israele (al fine di salvaguardare la democrazia!) non può che significare chiedere alla dirigenza del futuro stato palestinese di aiutare Tel Aviv a mantenere la superiorità numerica di una componente specifica della popolazione alleggerendo Israele dagli arabi ritenuti “di troppo” rispetto alla popolazione ebraica o reputata tale.

L’IDEOLOGIA DEL TRANSFER

Surrettiziamente e pericolosamente, dietro un discorso apparentemente molto aperto e liberal si cela, per il lungo periodo, l’ideologia – ed eventualmente la pratica – del transfer, cioè del trasferimento della popolazione ritenuta superflua, vale a dire della popolazione palestinese o di una parte di essa. Del resto, quella di togliere la cittadinanza a un gran numero di palestinesi israeliani e di trasferirli altrove è una costante del “dibattito” politico in Israele, aspetto che i puristi delle regole democratiche come i giornalisti di “Repubblica”- sempre inneggianti alla democraticità delle stato d’Israele – omettono accuratamente di menzionare, forse a causa della loro ignoranza.

Come nota Ronit Dovrat su “il manifesto” del 9 aprile, sui giornali israeliani si possono leggere notizie come “Aerei israeliani hanno distrutto ai beduini israeliani i loro campi di grano buttando dal cielo veleni. La presidenza del parlamento israeliano ha approvato la discussione sulla proposta di legge per l’incoraggiamento dell’emigrazione dei palestinesi israeliani e la proposta di una legge che impedisce a loro il diritto di comprare terreni in Israele nello stesso modo che lo possono fare gli ebrei israeliani. Il ministro dell’interno prepara una lista dei palestinesi israeliani che perderanno la loro cittadinanza israeliana. La commissione delle politiche estere e della sicurezza prepara una proposta di legge che permetterà di tenere le persone in ostaggio senza nessun processo e a tempo indeterminato”.

UNA POLITICA DI LUNGA DATA

Tali fatti – l’avvelenamento dei campi dei beduini, nonché le proposte di legge volte a cacciar via in un modo o nell’altro i palestinesi – non sono ascrivibili unicamente alla fisionomia fascisteggiante dell’attuale governo israeliano.

Durante il regime laburista (Mapai), nei 19 anni che intercorsero tra il 1948 e la guerra del 1967, il governo israeliano si pose due obiettivi precisi. In primo luogo le linee dell’armistizio del 1949 non dovevano considerarsi come definitive. L’opzione di conquistare altri territori con la conseguente applicazione dell’idea di trasferimento della popolazione altrove fu sempre mantenuta aperta da David Ben Gurion il quale si rifiutò ostinatamente di definire le frontiere dello stato. L’allargamento territoriale veniva fatto dipendere dalle alleanze e dal consenso che Israele avrebbe stabilito con altre potenze occidentali. Dopo il 1956 fu chiaro che tale politica dipendeva unicamente dal consenso degli Stati Uniti.

Il mantenimento della prospettiva di ulteriori espansioni territoriali richiedeva il rifiuto di ogni accordo con i paesi arabi. Questi, tra il 1950 e il 1955, fecero parecchi tentativi per porre termine al conflitto (3). Ciò avrebbe però richiesto tanto la definizione delle frontiere quanto un accordo sul riassorbimento, almeno parziale, dei profughi palestinesi espulsi nel 1947-48. In tal modo però si sarebbe formalmente chiusa l’opzione di “liberare” l’insieme della mitica Eretz Israel ostacolando, al contempo, l’opera di trasformare, attraverso le espropriazioni, una terra araba in una terra ebraica. Come giustamente osservò Moshè Dayan “non vi è un solo luogo in questo paese che in precedenza non avesse una popolazione araba” (riportato in “Ha-aretz” del 4 aprile1969). In secondo luogo quindi un ulteriore obiettivo del regime Mapai consistette nel chiudere la porta a qualsiasi possibilità di ritorno dei rifugiati e di negare completamente l’esistenza dei diritti nazionali e individuali dei palestinesi.

CANCELLARE OGNI IDEA DI “RITORNO”

Tuttavia nella prima metà degli anni Cinquanta i palestinesi espulsi, soprattutto coloro che risiedevano vicino alle linee dell’armistizio, cercavano di rientrare da soli oppure tentavano infiltrazioni per recuperare beni, ricreare le greggi che avevano perso prendendo dei capi ai kibutzim e cercavano perfino di lavorare i campi di nascosto.

Le infiltrazioni portavano a scontri sanguinosi con i coltivatori israeliani dei kibutzim e dei moshavim creando così le condizioni per le azioni di rappresaglia dell’esercito israeliano. Queste, nella loro estrema durezza, avevano però come scopo principale quello di togliere dalla testa dei palestinesi ogni idea di rientro, nonché di conquistare le zone smilitarizzate espellendone gli abitanti palestinesi (4). Grazie alle espulsioni effettuate nel 1947-‘48, continuate anche nei primi anni Cinquanta, e alle incursioni condotte contro i villaggi situati poco oltre la linea di armistizio, sembrava realizzarsi il disegno degli ideatori della politica del transfer: uno stato ebraico con una piccola minoranza araba.

COME ISRAELE INTENDE LA “SICUREZZA”

L’occupazione della Cisgiordania, della striscia di Gaza e di Gerusalemme orientale nel 1967, mentre concretizzava gli obiettivi espansionistici verso tutta la Palestina storica tenuti in serbo da Ben Gurion durante il suo regno, faceva ribollire il pentolone, mai spento, ove cuoceva tutto l’armamentario ideologico sul mantenimento della superiorità numerica degli ebrei e quindi di un sempre possibile transfer. Fu proprio uno dei maggiori artefici delle espulsioni del 1947-‘48 e teorizzatore nel 1940 del trasferimento totale della popolazione palestinese fuori dalla sua terra a porre schiettamente il problema. In un articolo pubblicato sul giornale laburista “Davar” il 29 settembre del 1967 il vicepresidente del Fondo nazionale ebraico Joseph Weitz scrisse: “Nella Guerra dei sei giorni accadde un solo grande miracolo: una tremenda vittoria territoriale ma la maggioranza della popolazione di territori liberati [sic] è rimasta ‘fissa’ al suo posto, cosa che può causare la distruzione del nostro stato”.

Quindi: “È di imperativa importanza che la pace venga stabilita sulla base di uno stato ebraico indipendente con una limitata minoranza non ebraica anche se ciò richiedesse cedere territori ottenuti e liberati una volta effettuate le modificazioni concernenti i confini esistenti e di quelli afferenti a tutta Gerusalemme. Ciò con lo scopo di rafforzare la sicurezza di Israele e la sua fisionomia e non, in alcun modo, con lo scopo di formare, in una maniera o nell’altra, uno stato palestinese”.

Si noti come il concetto di sicurezza non sia assolutamente collegato a una situazione di guerra bensì alla fisionomia d’Israele in rapporto a una componente della popolazione.

ANNESSIONISTI E LABURISTI CONVERGONO

Per anni, tra annessionisti e protettori della superiorità numerica del segmento ebraico della popolazione si svilupparono dei “dibattiti” imperniati su tale tematica, che di democratico non hanno proprio niente. Generalmente, ma non esclusivamente, gli annessionisti si trovavano nella destra nazionalista capeggiata da Begin, poi da Shamir e ora da Sharon che ha finito per congiungere le sue origini nazional-fasciste con le forze fondamentalistico-religiose.

Se ora consideriamo che le preoccupazioni di Weitz tendevano a prevalere nel campo laburista, si capisce come quest’ultimo non abbia mai avuto difficoltà a coesistere con gli annessionisti, la cui soluzione ultima è l’espulsione dei palestinesi dalla loro patria. Né ha difficoltà alcuna oggi a cooperare attivamente con Sharon.

Benché fosse fin dagli anni Trenta perfettamente consapevole dell’esistenza di un movimento nazionale palestinese, la dirigenza sionista che intendeva coniugare superiorità numerica ebraica e democrazia non ha mai contemplato un riconoscimento della dimensione nazionale del popolo palestinese.

IL DISCONOSCIMENTO DELLA NAZIONE PALESTINESE

Dopo la formazione dell’Olp diretta da Yasser Arafat nel 1964 tutte le componenti sioniste si adoperarono per negarne la dimensione nazionale prima – presentando l’Olp come uno strumento terroristico nelle mani di Nasser o della Siria – e per caratterizzarla poi (man mano che, col procedere dell’occupazione, falliva il tentativo di tenere in piedi nei territori una clientela politica collaborazionista) come organizzazione prettamente terroristica con cui non si doveva trattare. Fu votata anche una legge, immediatamente e apertamente violata dai comunisti, che vietava ogni contatto con l’Olp.

L’impossibilità di distruggere la dirigenza e le strutture politiche palestinesi con l’invasione del Libano, intrapresa appositamente, segnatamente alla successiva esplosione del movimento di massa della prima Intifada, impose finalmente il riconoscimento del movimento nazionale palestinese. Tuttavia l’idea con cui il governo di Rabin vi si avvicinò non si discostava molto dal piano proposto da Ygal Allon nel 1968 che può considerarsi una mediazione tra le posizioni annessioniste e quelle popolazioniste.

Proponendo l’annessione di aree collegate infrastrutturalmente a Israele mentre ai palestinesi veniva concessa autonomia amministrativa in zone separate tra loro, il piano Allon preconizzava la strategia israeliana ai negoziati di Oslo, volta a creare dei bantustan e a espandere gli insediamenti piuttosto che attuare le risoluzioni dell’Onu sul ritiro delle truppe da tutti i territori occupati e sul riconoscimento del diritto al ritorno (5).

LA PACE IMPOSSIBILE

La scelta di analizzare l’atteggiamento dell’establishment israeliano verso i palestinesi attraverso il prisma del supposto binomio maggioranza ebraica = democrazia, come se fosse in conflitto con la politica di annessione totale dei territori palestinesi occupati,permette di individuare la falla principale nella struttura politica dirigenziale di Israele anche nella sua componente più aperta come nel caso di Ayalon.

Il discorso di questa dirigenza implica sempre una situazione di dominio nei confronti dei palestinesi. Questi, una volta conquistato con la lotta il loro stato, dovrebbero perfino garantire l’ebraicità d’Israele. Nel caso ad esempio passasse la legge menzionata da Ronit Dovrat per l’incoraggiamento dell’emigrazione dei palestinesi israeliani, lo stato palestinese dovrebbe non solo non protestare ma cooperare e accettare di riceverli in nome del mantenimento dell’ebraicità di Israele.

Era proprio questo che sognavano gli ideatori del sionismo sia laburista che nazionalista: un trasferimento organizzato e pacifico, finanziato da organismi mondiali (6).

SIONISMO E APARTHEID

Tale visione contiene tutti i semi del conflitto destinato quindi a riprodursi. Essa presuppone una dominazione continua sui palestinesi. In effetti questa concezione che è al cuore del sionismo e della dirigenza israeliana non è altro che l’espressione dell’ideologia colonialista del sionismo secondo la quale i diritti del popolo palestinese non contano nulla.

“La sinistra politica di ‘ingegneria demografica’ costituisce un’ulteriore manifestazione del razzismo israeliano. Per mantenere il ‘carattere ebraico’ o la ‘purezza’ dello stato d’Israele, i palestinesi sono stati presentati e trattati come se fossero una ‘minaccia demografica’. I ‘rimedi’ proposti includono il controllo forzato delle nascite e la ’gestione della popolazione’, il trasferimento di intere comunità fino agli schemi razzisti e punitivi di ‘separazione’ unilaterale attualmente discussi” (7).

Né la pace, né la democrazia possono essere etniche.

NOTE

(1) Ami Ayalon, ancien chef de la sécurité intérieure israélienne (Shin Beth). L’urgence, c’est de se désengager inconditionnellement des territoires, in “Le Monde”, 23 dicembre 2001.

(2) Le normative sono anche più importanti delle leggi. Una “persona” araba può assurgere, attraverso il meccanismo elettorale, ad alte cariche pubbliche. Tuttavia essa non potrà, senza inoltrare una domanda di deroga, acquistare un’abitazione per risiedere in una località il cui terreno è gestito, per concessione dello stato, dal Fondo nazionale ebraico la cui funzione legale è quella di sviluppare l’insediamento ebraico. Questo sdoppiamento di ruoli tra lo stato e il Fne fu sollecitato da David Ben Gurion dopo la formazione dello Stato proprio per evitare accuse di antidemocraticità nei confronti dello Stato. Si veda Uri Davis, Israel: An Apartheid State, Zed Books, London 1990.

(3) La serietà delle aperture di Nasser, attraverso la mediazione del leader laburista maltese Dom Mintoff, è sostenuta dal tenente-colonnello Israel Beer, già storico ufficiale dell’esercito israeliano e condannato per spionaggio in favore dell’Urss, nel suo libro Bithon Yisrael (La sicurezza d’Israele), Tel Aviv 1966. Itamar Rabinovich, fino a pochi anni fa ambasciatore di Israele negli Usa, ha cercato di difendere la politica del rifiuto confermando però i tentativi fatti dai paesi arabi in The Road Not Taken: Early Arab-Israeli Negotiations, Oxford University Press, New York 1991.

(4) Si veda Benny Morris, Israel’s Border Wars, 1949-1956: Arab Infiltration, Israeli Retaliation, and the Countdown to the Suez War, Clarendon Press, Oxford; Oxford University Press, New York, 1997.

(5) Nicholas Guyatt, The Absence of Peace, Zed Books, London 1998.

(6) Nur Masalha, A land without a People: Israel, Transfer and the Palestinians 1949-96, faber and faber, London 1997.

(7) Hanan Ashrawi,World should intervene to end the Israeli Apartheid, http://www.zmag.org/meastwatch/isaprash.htm, dal discorso alla Conferenza di Durban).

Tratto da Guerre & Pace, 89-90, maggio-giugno 2002.


9 Responses to “Joseph Halevi, La violenza fondatrice. Israele/Palestina. Le radici del conflitto”

  1. Quella mappa è falsa: http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/19/la-mappa-bugiarda-su-israele-e-palestina/
    Barnard è l’inaffidabilità fatta persona.

  2. Sulla questione segnalo anche il libro di Paolo Barnard, “Perché ci odiano”, documentatissimo e basato su testimonianze e fonti “non sospette”.

  3. Trackbacks

Leave a Reply


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: