Julia Kristeva, La fine del peccato

by gabriella

Julia_KristevaUn’intervsista a Julia Kristeva sul declino della norma e il significato psicologico del limite .

Mentre varco il portone della casa parigina di Julia Kristeva, il pensiero subito va alla femminista ultrabattagliera, alla giovane redattrice della rivista davanguardia Tel Quel, alla inquieta psicanalista e studiosa di semiotica amica di Foucault, Barthes, Derrida… E poi mi trovo di fronte una bella signora settantenne che, senza rinnegare affatto quei trascorsi, sta percorrendo itinerari che si sono arricchiti di nuove sfumature.

La nostra eredità culturale è doppia. Da un lato il cristianesimo, dallaltro lilluminismo, rottura irreversibile della civilizzazione europea. Tanto più qui in Francia: patria della rivoluzione francese e dei diritti delluomo. Nel momento in cui la nozione di peccato perde senso per la parte secolarizzata della popolazione, resta la grande preoccupazione sul significato delletica laica. Ebene lo dimostra il dilemma dellattuale governo francese, che si chiede se sia giusto insegnare una morale laica o propendere piuttosto per un insegnamento laico della morale. Perché un sistema di regole preconfezionato che vada bene per tutti ormai è impensabile. Si tratta allora di riconoscere la specificità della vita interiore di ciascuno e conseguentemente trovare la versione singolare, personale, di tali regole.

Dunque, a suo modo di vedere, lidea di limite può essere salvaguardata solo grazie a un incrocio tra la tradizione religiosa e la modernità laica.

Assolutamente. Il nuovo umanesimo passa attraverso una rivalutazione permanente di tutti i codici morali dellumanità, ivi compreso quello della religione che ci precede. Quelleredità non può essere lasciata in mano al Fronte nazionale o alle varie forme di integralismo. È necessario che nelle scuole si insegni storia della religione, per incamminarsi non verso un sistema di regole assolute, ma verso uninterrogazione ininterrotta della tradizione. Interrogazione che deve valere anche per i lasciti della rivoluzione dei Lumi. Quella stagione ha prodotto una nuova libertà, fino ad allora impensabile: sia del pensiero che del corpo, contro i differenti dogmatismi religiosi e di classe. Ma abbiamo potuto saggiare anche i rischi iscritti in tale libertà. Penso agli esiti di una liberazione borghese sfociata prima nel terrore e poi nel colonialismo; di un terzomondismo che spesso ha aperto le porte al fondamentalismo religioso. E penso anche a un femminismo su grande scala, quanto mai generoso, ma incapace di affrontare tante esigenze singolari, a cominciare dallesperienza della maternità. Nietzsche dice che bisogna mettere un grande punto interrogativo su tutte le questioni più serie che abbiamo di fronte. Per venire a noi: cos’è il peccato? Cosa la trasgressione? Cosa la negazione della norma? Cosa la rivolta? Così come bisogna tornare a interrogarsi sullidea di autorità.

Proprio questo è il punto. Chi oggi ha lautorità per stabilire il limite oltre il quale non si può andare?

Io non sono così sicura che il concetto di limite vada scomparendo. Le faccio un esempio concreto che riguarda proprio la figura dellautorità. Viviamo in una sorta di entusiasmo romantico legato allenorme sviluppo della scienza medica, in base al quale, ad esempio, la vecchia figura del padre sembra non essere più indispensabile. Bene. Ciò non toglie che un bambino, per crescere, ha comunque bisogno di separarsi passionalmente e sensorialmente dalla madre. E perché questo accada deve intervenire unautorità che gli ponga dei limiti. Tale ruolo potrà essere giocato, che so io, dal padre genetico, dal nonno materno, da un istitutore o da uno psicanalista, se quel bambino non apprende lidea del limite. Per certo però quel passaggio non potrà essere eluso. Perché proprio noi, eredi dellilluminismo e delle scienze umane, sappiamo bene che una persona, per diventare adulta, ha bisogno di essere strutturata, dunque di appoggiarsi a una norma. Non per ottemperare ai voleri di una chiesa o di qualunque forma di confessionalismo, ma per una necessità psichica. Lautorità a cui penso sarà fondata su un sapere plurale e su diverse forme di esperienza, quindi capace di adattarsi a ciascun individuo».

Forse per noi laici europei tutto si complica a causa del fondamento religioso della morale. Diverso è il caso di quelle società orientali che hanno autonomi fondamenti laici: penso al confucianesimo.

Non sono così sicura che il mix delleredità greco-giudaico-cristiana combinata allilluminismo ci renda più impotenti rispetto ad altre situazioni. Al contrario, penso che in questo crogiolo siano iscritte potenzialità di cui non andiamo abbastanza fieri. Se lEuropa è così in crisi e al fondo depressa è perché non ha utilizzato la carta migliore a disposizione: la cultura. Già Duns Scoto, nel XIII secolo, parlava della verità come di qualcosa che non appartiene né a categorie astratte né allopacità della biologia, ma allhaecceitas, al questo. In ciascuno c’è un briciolo di eccezione: e qui va cercata la verità. Eccolo il vero messaggio europeo, estraneo sia alla cultura cinese che a quella araba.

Vede, sin dal 68, dagli anni del maoismo, sono in costante contatto con la cultura cinese. Una cultura che grazie alla mescolanza di taoismo e confucianesimo ha prodotto una straordinaria adattabilità al cosmo, alla natura, al flusso della vita; una società in cui i migliori lasciti confuciani garantiscono il rispetto della tradizione. Di fronte però allesplosione della richiesta di diritti individuali, sono loro a trovarsi in difficoltà. E a individuare nella cultura europea il modello da seguire.

Se si incrina lidea di limite, finisce anche lidea di trasgressione. A questo punto non perde di senso anche il classico mito del Don Giovanni?

Tutti sanno che un certo femminismo, soprattutto americano, si è mobilitato contro luomo seduttore, a cui tutto è permesso, e che si richiama per lappunto al mito del Don Giovanni. Per molti versi è stata ed è una battaglia assolutamente giusta, come dimostrano ancora troppi casi in cui uomini di potere impongono il loro desiderio alle donne con brutale aggressività. Ma due sono state le conseguenze: da un lato, una crisi sempre più evidente della virilità, con luomo occidentale che oscilla tra impotenza e violenza; dallaltro la negazione della seduzione, elemento imprescindibile dellerotismo.

In questo scenario, quali sono le nuove malattie dellanima, per usare una sua espressione di qualche anno fa?

Quelle legate allindebolimento della famiglia, della scuola, in genere dei luoghi di integrazione. Senza contare il ruolo crescente dellimmagine, che rimpiazza il linguaggio e rende luomo parlante sempre meno parlante. Mentre il sistema di comunicazione copre ormai lintero campo visivo sotto unimmensa tela di superficie, a scapito della profondità, del foro interiore. È in questo vuoto crescente, in quella condizione di disadattamento definita in termini psicanalitici de-liaison, che si inserisce con successo ogni forma di integralismo, attraverso una sorta di capitalizzazione delle pulsioni di morte inviate ai ragazzi malati di idealità”. I quali non riconoscono più non solo la differenza tra bene e male, ma anche quella tra dentro e fuori, il sé e laltro. A quel punto, anche il limite della morte perde di senso.

Da una parte il tradizionalismo religioso, dallaltra il nichilismo avanzante: non sembra esserci tanto spazio per un nuovo umanesimo.

Io penso invece che quello spazio ci sia. Nellepoca della globalizzazione, non si confrontano soltanto diverse lingue e religioni, ma anche diverse morali. A noi il compito di intessere una sorta di mantello dArlecchino, una specie di passerella ideale tra i codici morali di ciascuno. Lumanità ormai non ci appare più come un universo, ma come un multiverso, e mi appoggio in questo allastrofisica e alla teoria della proliferazione degli universi possibili. Ecco perché parlo del mantello dArlecchino come di una nuova veste sociale e normativa, a cui deve concorrere la stessa rilettura della tradizione e la sua concezione di limite. A conclusione della sua Critica della ragion pura, Kant intravede la possibilità di un corpus mysticum di esseri razionali, in cui lIo e il suo libero arbitrio si riuniscono con il totalmente altro da sé. È molto di più che il richiamo allusurato concetto di solidarietà. È un incitamento a entrare in contatto con lestraneo, a comprenderlo, salvaguardando la sua singolarità, la sua eccezione. Per riuscirci, occorre creare una nuova classe di pionieri dellumanesimo, disposti a combattere la battaglia di una inesausta negoziazione tra differenze.

 


4 Comments to “Julia Kristeva, La fine del peccato”

    • Il piacere di ritrovarti è tutto mio, come sai. Ho un debole intellettuale per te. Ti piace il mio nikname? L’intervista a Julia Kristeva è molto interessante, come del resto lo sono tutte le cose che pubblichi, mai banali. Come stai dopo la lunga vacanza? Ti piace la musica di questo insolito duo? A presto.
      Pietro

      • Dopo una vacanza meno lunga di quanto si creda (fine esami: metà luglio; inizio corsi di recupero 20 agosto), sto benone e sono pronta a ricominciare.

        Dato il tuo vasto sapere in argomento, il tuo nick ha senz’altro a che fare con la musica, ma sono troppo ignorante in materia per capirne il senso 🙁 Infatti, ho ascoltato il duo, ma non sono così convinta …

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