Kant, l’educazione come umanizzazione

by gabriella
Immanuel Kant (1804)

Immanuel Kant (1724 – 1804)

«La ragione si sottomette solo ed esclusivamente alla legge che essa stessa si dà». Pensare, significa quindi «cercare in se stessi (cioè nella propria ragione) la pietra ultima di paragone della verità.

Che cosa significa orientarsi nel pensare? (1786)

La riflessione educativa di Locke e soprattutto di Rousseau trova in Kant un interprete fondamentale: se Locke invitava a dare agli allievi una open education in grado di renderli capaci di decidere con saggezza in ogni evenienza della loro vita, e Rousseau sosteneva di «voler loro insegnare a vivere», Kant afferma che

«non bisogna insegnare pensieri, ma insegnare a pensare».

Riecheggia nelle sue parole una grande tradizione filosofica che va da Aristotele – e alla sua vita buona, capace di sviluppare razionalità e sentimento – a Rousseau, per il quale la ragione è il fine e il risultato dell’attività educativa, a Montaigne, per il quale

«è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena».

Per Kant, l’educazione è quel percorso che porta l’uomo a divenire propriamente umano: cioè un essere razionale capace di dominare la propria natura sensibile (dunque i propri egoismi). Lo sviluppo dell’autonomia intellettuale è dunque strettamente connesso con la dimensione morale, perché la moralità della condotta umana risiede nell’autonoma adesione della volontà alla legge morale.

Aristotele

Aristotele (384 – 322 a. C.)

Michel de Montaigne

Michel de Montaigne (1533 – 1592)

«L’uomo può divenire uomo solo mediante l’educazione: egli sarà quale essa l’avrà fatto. E’ da osservare che l’uomo vivene educato da uomini che a loro volta ricevettero l’educazione. Perciò la mancanza di disciplina e di istruzione rende alcuni uomini cattivi educatori. Se per caso della nostra educazione si inacricasse un essere superiore, si vedrebbe allora cosa si potrebbe ricavare dall’uomo. Ma poiché l’educazione, da una parte insegna all’uomo delle cose nuove, dall’altra non fa che sviluppare ciò che c’è in lui, non si può sapere fin dove giungano le disposizioni naturali. Se almeno,con l’aiuto dei potenti e colle forze riunite di molti, si facesse un esperimento, si vedrebbe fino a che punto l’uomo può arrivare. Ma è osservazione tanto importante per il filosofo quanto dolorosa per il filantropo notare che i potenti si danno quasi sempre cura soltanto di se stessi e non prendono in genere alcuna parte all’interessante esperienza pedagogica per far arrivare la natura umana alla perfezione» [Che cosa significa orientarsi nel pensare?]

Proprio perché la moralità si fonda sull’adesione volontaria e razionale alla legge morale, la punizione non serve (anche per Locke, la disciplina ferrea è fatta per gli schiavi non per gli uomini liberi), così per Kant

«la moralità è una cosa così santa che non si deve abbassarla alla stregua della disciplina».

Rousseau

Jean Jacques Rousseau (1712 – 1778)

Nel processo educativo, essa può intervenire tutt’al più nel primo momento, con il fine di impedire il sopravvento degli istinti (educazione negativa), mentre l’istruzione svolge il compito positivo di insegnare a pensare e a raggiungere i propri scopi.

Kant distingue i principi pratici che disciplinano la nostra volontà in massime e imperativi. La massima è una prescrizione di valore puramente soggettivo, cioè valida esclusivamente per l’individuo che la fa propria. Secondo il filosofo, il fanciullo deve abituarsi ad agire secondo massime di cui egli stesso intuisce la ragionevolezza (non sulla disciplina), cioè l’universalità. Dapprima esse saranno le regole della scuola, in seguito le massime dell’umanità.

L’imperativo è invece una prescrizione di valore oggettivo, che vale quindi per chiunque. Gli imperativi si distinguono in ipotetici – prescrivono dei mezzi in vista di determinati fini (“se … devi …”) – e categorici – ordinano il dovere in modo incondizionato (tu devi). Questi ultimi hanno le caratteristiche della legge, cioè di un comando perentorio che vale per tutti e in qualunque circostanza.

La moralità è quindi il dominio delle passioni realizzato dal carattere che dev’essere formato attraverso l’esercizio costante del dovere verso se stessi e verso gli altri. Al timore di Dio o degli altri uomini, in caso di condotta riprovevole, Kant sostituisce così il giudizio della propria coscienza.

 

Dall’anomia all’autonomia

Ritratto giovanile

Jonh Locke (1632 – 1704)

La condizione di anomia (a-nomos: assenza di leggi) in cui si trova il bambino, deve dunque essere sostituita da una condizione di eteronomia, prodotta dalla guida esterna dell’educatore, fino a quando il giovane raggiungerà una condizione di autonomia dandosi una disciplina morale interiore, cioè obbedendo alla legge universale che gli si impone (la morale non è dedotta, è un “fatto” della ragion pura).

Il rapporto tra autorità e libertà in Kant è lo stesso posto da Locke, con la differenza che in Locke l’interiorizazione è il far propri modelli e costumi di una classe sociale, mentre per Kant indica inizialmente l’acquisizione di un modello ma prelude, poi, la scoperta della legge morale (universale). L’influenza di Rousseau porta però Kant a prevedere il massimo di libertà possibile per il fanciullo, unita alla consapevolezza che l’obbedienza imposta dall’esterno ha come fine la futura autonomia. Vale a dire che l’educazione negativa trova poi nel fatto della legge morale il suo compimento.

 

La legge morale

Immanuel Kant

Immanuel Kant

La legge morale è un giudizio disinteressato che porta l’uomo al di là dell’amor di sé (Kant non distingue, come Rousseau, tra amor di sé e amor proprio) e consiste in un giudizio sul bene e sul male che è conforme alla legge.

Agisci sempre in modo che la massima della tua volontà possa valere nello stesso tempo come principio di legislazione universale [Critica della ragion pratica].

Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che in quella di chiunque altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo [Fondazione della metafisica dei costumi].

Agisci in modo che «la volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice» [Fondazione della metafisica dei costumi].

Il dovere è la necessità di un‘azione per rispetto della legge.

L’ultima massima è esemplare del rigorismo etico di Kant. Di conseguenza, contro ogni etica finalistica (la felicità, l’utile ecc.) il filosofo afferma che noi dobbiamo agire solo per il dovere, cioè secondo l’ideale che costiuisce il cuore dell’etica critica. Contro ogni tipo di etica sentimentalistica Kant ammette un solo tipo di sentimento: il rispetto.

La morale kantiana è una morale dell’autonomia e della libertà. E’ infatti priva di contenuto: la legge morale non ci dice cosa dobbiamo fare [come, ad esempio, i dieci comandamenti], ma come dobbiamo fare ciò che facciamo, prescrivendo unicamente le leggi dell’universalità (vale per tutti e verso tutti) e della necessità (in ogni caso):

«se un essere razionale deve pensare le sue massime come leggi pratiche universali, può pensarle solo come leggi che contengono il motivo determinante della volontà (l’adesione libera e volontaria alla legge morale), non secondo la materia, ma esclusivamente secondo la forma».

Quella di Kant non è dunque una morale prescrittiva, ma puramente formale. L’eticità risiede infatti nella forma dell’impulso ad agire, non nei contenuti.

 

Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?

I. Kant, Beantwortung der Frage: Was is Aufklaerung? in “Berlinische Monatsschrift”, I-V, 1784 (5 dicembre 1783), pp. 481-94.

 

L’intelletto quale guida

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza è dunque il motto dell’illuminismo.

La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall’eterodirezione (naturaliter maiorennes), tuttavia rimangono volentieri minorenni per l’intera vita e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E’ tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione.

A far si che la stragrande maggioranza degli uomini (e con essi tutto il bel sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, provvedono già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l’alta sorveglianza sopra costoro. Dopo averli in un primo tempo instupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste pacifiche creature osassero muovere un passo fuori dei girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo mostrano ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora questo pericolo non è poi così grande come loro si fa credere, poiché a prezzo di qualche caduta essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo genere rende comunque paurosi e di solito distoglie la gente da ogni ulteriore tentativo. È dunque difficile per ogni singolo uomo districarsi dalla minorità che per lui è diventata pressoché una seconda natura. E’ giunto perfino ad amarla, e attualmente è davvero incapace di servirsi del suo proprio intelletto, non essendogli mai stato consentito di metterlo alla prova. Regole e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale o piuttosto di un abuso delle sue disposizioni naturali, sono ceppi di una eterna minorità. Anche chi da essi riuscisse a sciogliersi, non farebbe che un salto malsicuro sia pure sopra i più angusti fossati, poiché non sarebbe allenato a siffatti liberi movimenti. Quindi solo pochi sono riusciti, con l’educazione del proprio spirito, a districarsi dalla minorità e tuttavia a camminare con passo sicuro.

 

La vocazione della ragione all’autonomia

Che invece un pubblico si illumini da sé è cosa maggiormente possibile; e anzi, se gli si lascia la libertà, è quasi inevitabile. In tal caso infatti si troveranno sempre, perfino fra i tutori ufficiali della grande folla, alcuni liberi pensatoriche, dopo aver scosso da sé il giogo della tutela, diffonderanno il sentimento della stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni uomo a pensare da sé. V’è al riguardo il fenomeno singolare che il pubblico, il quale in un primo tempo è stato posto da costoro sotto quel giogo, li obbliga poi esso stesso a rimanervi, non appena lo abbiano a ciò istigato quelli tra i suoi tutori che fossero essi stessi incapaci di ogni lume. Seminare pregiudizi è tanto pericoloso, proprio perché essi finiscono per ricadere sui loro autori o sui predecessori dei loro autori. Perciò il pubblico può giungere al rischiaramento solo lentamente. Forse una rivoluzione potrà sì determinare l’affrancamento da un dispotismo personale e da un’oppressione avida di guadagno e di potere, ma mai una vera riforma del modo di pensare. Al contrario: nuovi pregiudizi serviranno al pari dei vecchi a dirigere ciecamente la moltitudine che non pensa. Per questo rischiaramento non occorre tuttavia altro che la libertà; e precisamente la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi.

Ma da tutte le parti odo gridare: non ragionate! L’ufficiale dice: non ragionate, ma fate esercitazioni militari! L’intendente di finanza: non ragionate, ma pagate! L’ecclesiastico: non ragionate, ma credete! (C’è solo un unico signore al mondo che dice: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete, ma obbedite!) Qui v’è, dovunque, limitazione della libertà. Ma quale limitazione è d’ostacolo all’illuminismo, e quale non lo è, anzi lo favorisce? Io rispondo: il pubblico uso della propria ragione dev’essere libero in ogni tempo, ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini; invece l’uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato. Intendo per uso pubblico della propria ragione l’uso che uno ne fa, come studioso, davanti all’intero pubblico dei lettori.

Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito. Ora per molte operazioni che attengono all’interesse della comunità è necessario un certo meccanicismo, per cui alcuni membri di essa devono comportarsi In modo puramente passivo onde mediante un’armonia artificiale il governo induca costoro a concorrere ai fini comuni o almeno a non contrastarli. Qui ovviamente non è consentito ragionare ma si deve obbedire. Ma in quanto nello stesso tempo questi membri della macchina governativa considerano se stessi come membri di tutta la comunità e anzi della società cosmopolitica, e si trovano quindi nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono a un pubblico nel senso proprio della parola, essi possono certamente ragionare senza ledere con ciò l’attività cui sono adibiti come membri parzialmente passivi. Così sarebbe assai pernicioso che un ufficiale, cui fu dato un ordine dal suo superiore, volesse in servizio pubblicamente ragionare sull’opportunità e utilità di questo ordine: egli deve obbedire. Ma è iniquo impedirgli in qualità di studioso di fare le sue osservazioni sugli errori commessi nelle operazioni di guerra e di sottoporle al giudizio del suo pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare i tributi che gli sono imposti; e un biasimo inopportuno di tali imposizioni, quando devono essere da lui eseguite, può anzi venir punito come uno scandalo (poiché potrebbe indurre a disubbidienze generali). Tuttavia costui non agisce contro il dovere di cittadino se, come studioso, manifesta apertamente il suo pensiero sulla sconvenienza o anche sull’ingiustizia di queste imposizioni.

 

L’uso privato della ragione

Così un ecclesiastico è tenuto a insegnare il catechismo agli allievi e alla sua comunità religiosa secondo il credo della Chiesa da cui dipende perché a questa condizione egli è stato assunto: ma come studioso egli ha piena libertà e anzi il compito di comunicare al pubblico tutti i pensieri che un esame severo e benintenzionato gli ha suggerito circa i difetti di quel credo, nonché le sue proposte di riforme della religione e della Chiesa. In ciò non v’è nulla di cui la coscienza possa venir incolpata. Ciò ch’egli insegna in conseguenza del suo ufficio, come funzionario della Chiesa, egli infatti lo espone come qualcosa intorno a cui non ha la libertà di insegnare secondo le sue proprie idee, ma che ha il compito di insegnare secondo le istruzioni e nel nome di un altro. Egli dirà: la nostra Chiesa insegna questo e quello, e queste sono le prove di cui essa si vale. Tutta l’utilità pratica che alla sua comunità religiosa può derivare, egli dunque la ricaverà da principi ch’egli stesso non sottoscriverebbe con piena convinzione, ma al cui Insegnamento può comunque impegnarsi perché non è affatto impossibile che in essi non si celi una qualche verità, e in ogni caso, almeno, non si riscontra in essi nulla che contraddica alla religione interiore. Se invece credesse di trovarvi qualcosa che vi contraddica, egli non potrebbe esercitare la sua funzione con coscienza; dovrebbe dimettersi. L’uso che un insegnante ufficiale fa della propria ragione davanti alla sua comunità religiosa è dunque solo un uso privato; e ciò perché quella comunità, per quanto grande sia, è sempre soltanto una riunione domestica; e sotto questo rapporto egli, come prete, non è libero e non può neppure esserlo, poiché esegue un incarico che gli viene da altri. Invece come studioso che parla con gli scritti al pubblico propriamente detto, cioè al mondo, dunque come ecclesiastico nell’uso pubblico della propria ragione, egli gode di una libertà illimitata di valersi della propria ragione e di parlare in persona propria. Che i tutori del popolo (nelle cose spirituali) debbano a loro volta rimanere sempre minorenni, è un’assurdità che tende a perpetuare le assurdità.

 

Limiti degli impegni collettivi

Ma una società di ecclesiastici, ad esempio un’assemblea chiesastica o una venerabile “classe” (come essa si autodefinisce presso gli olandesi), avrebbe forse il diritto di obbligarsi per giuramento a un certo credo religioso immutabile, per esercitare in tal modo sopra ciascuno dei suoi membri, e attraverso essi, sul popolo, una tutela continua, e addirittura per rendere eterna questa tutela? Io dico che ciò è affatto impossibile. Un tale contratto, teso a tener lontana l’umanità per sempre da ogni ulteriore progresso nel rischiaramento, è irrituale e nullo in maniera assoluta, foss’anche che a sancirlo siano stati il potere sovrano, le Diete imperiali e i più solenni trattati di pace.

Nessuna epoca può collettivamente impegnarsi con giuramento a porre l’epoca successiva in una condizione che la metta nell’impossibilità di estendere le sue conoscenze (soprattutto se tanto necessarie), di liberarsi dagli errori e in generale di progredire nel rischiaramento. Ciò sarebbe un crimine contro la natura umana, La cui originaria destinazione consiste proprio in questo progredire; e quindi le generazioni successive sono perfettamente legittimate a respingere quelle convenzioni come non autorizzate ed empie. La pietra di paragone di tutto ciò che può imporsi come legge a un popolo sta nel quesito se un popolo possa imporre a se stesso una tale legge. Ciò sarebbe sì una cosa possibile, per così dire in attesa di una legge migliore e per un breve tempo determinato, al fine di introdurre un certo ordine, ma purché nel frattempo si lasci libero ogni cittadino, soprattutto l’uomo di Chiesa, di fare sui difetti dell’istituzione vigente le sue osservazioni pubblicamente, nella sua qualità di studioso, cioè mediante i suoi scritti; e ciò mentre l’ordinamento costituito resterà pur sempre in vigore fino a che le nuove vedute in questa materia non abbiano raggiunto nel pubblico tanta diffusione e credito che i cittadini, con l’unione dei loro voti (anche se non di tutti) siano in grado di presentare al sovrano una proposta tesa a proteggere quelle comunità che fossero d’accordo per un mutamento in meglio nella costituzione religiosa secondo le loro idee, e senza pregiudizio per quelle comunità che invece intendessero rimanere nell’antica costituzione.

Ma concentrarsi per mantenere in vigore, foss’anche per la sola durata della vita di un uomo, una costituzione religiosa immutabile che nessuno possa pubblicamente porre in dubbio, e con ciò annullare per così dire una fase cronologica del cammino dell’umanità verso il suo miglioramento e rendere questa fase sterile e per ciò stesso forse addirittura dannosa alla posterità, questo non è assolutamente lecito. Un uomo può si per la propria persona, e anche in tal caso solo per un certo tempo, differire di illuminarsi su ciò ch’egli stesso è tenuto a sapere; ma rinunciarvi per sè e più ancora per la posterità, significa violare e calpestare i sacri diritti dell’umanità. Ora ciò che neppure un popolo può decidere circa se stesso, lo può ancora meno un monarca circa il popolo; infatti il suo prestigio legislativo si fonda precisamente sul fatto che nella sua volontà egli riassume la volontà generale del popolo.

Purché egli badi che ogni vero o presunto miglioramento non contrasti con l’ordinamento civile, egli non può per il resto che lasciare i suoi sudditi liberi di fare quel che credono necessario per la salvezza della loro anima. Ciò non lo riguarda affatto, mentre quel che lo riguarda è di impedire che l’uno ostacoli con la violenza l’altro nell’attività che costui, con tutti i mezzi che sono in suo potere, esercita in vista dei propri fini e per soddisfare le proprie esigenze. Il monarca reca detrimento alla sua stessa maestà se si immischia in queste cose ritenendo che gli scritti nei quali i suoi sudditi mettono in chiaro le loro idee siano passibili di controllo da parte del governo: sia ch’egli faccia ciò invocando il proprio intervento autocratico ed esponendosi al rimprovero che Caesar non est supra grammaticos, sia, e a maggior ragione, se egli abbassa il suo potere supremo tanto da sostenere il dispotismo spirituale di qualche tiranno nel suo Stato contro tutti gli altri suoi sudditi.

 

L’età dell’Illuminismo

Se ora si domanda: viviamo noi attualmente in un’età illuminata? allora la risposta è: no, bensì in un’età di illuminismo. Che nella situazione attuale gli uomini presi in massa siano già in grado, o anche solo possano essere posti in grado di valersi sicuramente e bene del loro proprio intelletto nelle cose della religione, senza la guida di altri, è una condizione da cui siamo ancora molto lontani. Ma che ad essi, adesso, sia comunque aperto il campo per lavorare ad emanciparsi verso tale stato, e che gli ostacoli alla diffusione del generale rischiaramento o all’uscita dalla minorità a loro stessi imputabile a poco a poco diminuiscano, di ciò noi abbiamo invece segni evidenti.

A tale riguardo quest’età è l’età dell’illuminismo, o il secolo di Federico. Un principe che non crede indegno di sé dire che considera suo dovere non prescrivere nulla agli uomini nelle cose di religione, ma lasciare loro in ciò piena libertà, e che quindi respinge da sé anche il nome orgoglioso della tolleranza, è egli stesso illuminato e merita dal mondo e dalla posterità riconoscenti di esser lodato come colui che per primo emancipò il genere umano dalla minorità, almeno da parte del governo e lasciò libero ognuno di valersi della sua propria ragione in tutto ciò che è affare di coscienza. Sotto di lui venerandi ecclesiastici, senza pregiudizio del loro dovere d’ufficio, possono liberamente e pubblicamente, in qualità di studiosi, sottoporre all’esame del mondo i loro giudizi e le loro vedute che qua e là deviano dal credo tradizionale; e tanto più può farlo chiunque non è limitato da un dovere d’ufficio. Questo spirito di libertà si estende anche verso l’esterno, perfino là dove esso deve lottare contro ostacoli esteriori suscitati da un governo che fraintende se stesso. Il governo infatti ha comunque davanti agli occhi uno splendente esempio il quale mostra che nulla la pace pubblica e la concordia della comunità hanno da temere dalla libertà.

Gli uomini si adoprano da sé per uscire a poco a poco dalla barbarie, purché non si ricorra ad artificiosi strumenti per mantenerli in essa. Ho posto particolarmente nelle cose di religione il punto culminante del rischiaramento, cioè dell’uscita degli uomini da uno stato di minorità il quale è da imputare a loro stessi; riguardo alle arti e alle scienze, infatti, i nostri reggitori non hanno alcun interesse a esercitare la tutela sopra i loro sudditi. Inoltre la minorità in cose di religione è fra tutte le forme di minorità la più dannosa ed anche la più umiliante. Ma il modo di pensare di un sovrano che favorisce quel tipo di rischiaramento va ancora oltre, poiché egli vede che perfino nei riguardi della legislazione da lui statuita non si corre pericolo a permettere ai sudditi di fare uso pubblico della loro ragione e di esporre pubblicamente al mondo le loro idee sopra un migliore assetto della legislazione stessa perfino criticando apertamente quella esistente. Abbiamo in ciò uno splendido esempio, e anche in ciò nessun monarca ha superato quello che noi veneriamo. Ma è pur vero che solo chi, illuminato egli stesso, non ha paura delle ombre e contemporaneamente dispone a garanzia della pubblica pace di un esercito numeroso e ben disciplinato, può enunciare ciò che invece una repubblica non può arrischiarsi di dire: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete; solamente obbedite!

Si rivela qui uno strano inatteso corso delle cose umane; come del resto anche in altri casi, a considerare questo corso in grande, quasi tutto in esso appare paradossale. Un maggiore grado di libertà civile sembra favorevole alla libertà dello spirito del popolo, epperò pone ad essa limiti invalicabili; un grado minore di libertà civile, al contrario, offre allo spirito lo spazio per svilupparsi con tutte e sue forze. Se dunque la natura ha sviluppato sotto questo duro involucro il germe di cui essa prende la più tenera cura, cioè la tendenza e vocazione al libero pensiero, questa tendenza e vocazione gradualmente reagisce sul modo di sentire del popolo (per cui questo, a poco a poco, diventa sempre più capace della libertà di agire), e alla fin fine addirittura sui principi del governo il quale trova che è nel proprio vantaggio trattare l’uomo, che ormai è più che una macchina, in modo conforme alla di lui dignità.


No Comments to “Kant, l’educazione come umanizzazione”

  1. Gentilissima Gabriella,

    La seguo da quando il Suo blog è stato segnalato da Cineserie, chiudendo i battenti, l’ha segnalato come luogo dove proseguire l’approfondimento sulla Cina.

    Le scrivo oggi per ringraziarLa del recente articolo su Confucio e per un mio aneddoto personale: Mia madre, anni fa, realizzò un quadretto a punto a croce con la frase «è meglio una testa ben piena che una testa ben fatta». Ero convinto si trattasse di una frase celebre di qualcuno che ritenesse che l’estetica fosse meno importante della sostanza. In un mondo di ”veline” mi pareva una bella metafora per sollecitare una riflessione per un mondo migliore.
    Ora scopro che l’originale era invertito e che, ben più profondamente, era stata scritta in un tempo in cui le ”veline” non esistevano.

    Il confronto mi pare esplicativo di come sia peggiorato il mondo negli ultimi decenni.

    Buona Giornata e grazie per l’attenzione.

    Nello De Padova

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