Konrad Lorenz, Ridere dell’etologo

by gabriella

anatroccolo

Uno spassoso frammento de L’anello di re Salomone (1949), Milano, Adelphi, 1967, pp. 192-195.

L’etologo, quando è alle prese con gli animali superiori, fa spesso una figura incredibil­mente buffa, ed è inevitabile che sia così. Ed è altret­tanto inevitabile che egli venga considerato matto dal­le persone più o meno immediatamente circostanti. Se non sono stato ancora internato in un manicomio lo devo al fatto che ad Altenberg io godo la fama di persona sicuramente innocua, fama che condivido con l’altro idiota del villaggio.

A giustificazione dei miei concittadini racconterò un paio di aneddoti: una volta stavo cercando di scoprire perché le anitre selvatiche (germani reali), se sono state covate artificialmente, appena uscite dall’uovo si mostrano così paurose e ‘[192] inavvicinabili, a differenza delle oche selvatiche co­vate nelle stesse condizioni. Queste ultime, infatti, si attaccano senz’altro alla prima persona che incontrano nella vita e la considerano come loro mamma, seguen­dola fiduciosamente. Invece gli anatroccoli selvatici non ne volevano sapere di me. Io li prendevo dall’incubatrice quando erano appena usciti dall’uovo, an­cora totalmente digiuni di esperienza, ma essi aveva­no paura di me e mi fuggivano, andando a rintanarsi nel primo angolino scuro che trovavano. Perché? Mi venne in mente che una volta avevo fatto covare da un’altra specie di anitra delle uova di anitra selvati­ca, e che i piccoli non avevano accettato neppure quel­la balia come sostituto materno: appena asciugatisi, erano fuggiti via da lei, e io avevo fatto abbastanza fa­tica ad acciuffare e salvare i piccoli che fuggivano qua e là piangendo. D’altro canto però, una volta avevo fatto covare una nidiata di anatroccoli selvatici da una grossa anitra domestica, e i piccoli avevano seguito bravamente questa madre adottiva come se fosse sta­ta la loro vera madre.

Tutto doveva dipendere dal ver­so di richiamo, perché nell’aspetto esteriore l’anitra domestica era più dissimile da un’anitra selvatica che non la specie usata quell’altra volta. Aveva cioè in co­mune con l’anitra selvatica, che costituisce la forma originaria della nostra anitra domestica, quelle espres­sioni vocali che n on hanno subito quasi alcuna alte­razione nel processo di addomesticamento. La con­clusione era chiara: per ottenere che i piccoli mi se­guissero io avrei dovuto fare «qua qua» come un ’ani­tra selvatica. «Si attacca il campanone, grida “muu!”, e il vitello crede che sia la mucca»: Wilhelm Busch si attaglia proprio a qualunque circostanza!

Detto fatto. Il sabato di Pentecoste sarebbe dovuta venire alla luce una covata di anatroccoli puro san­gue; io misi le uova nell’incubatrice, e quando i piccoli [p.193] furono asciutti li presi sotto la mia custodia e cominciai a far loro quel verso materno nel mio migliore accento di anitra selvatica. Per alcune ore, per una mezza giornata. Il mio «qua qua» ebbe successo: gli anatroccoli guardavan su confidenti verso di me; evi­dentemente, questa volta, non avevano paura; e quan­do, continuando a fare «qua qua…» incominciai ad allontanarmi lentamente, anch’essi ubbidienti si mi­sero in moto e mi seguirono in un piccolo gruppo compatto, propri o come di solito gli anatroccoli seguono la madre. La mia teoria aveva ricevuto una conferma irrefutabile: gli anatroccoli appena usciti dal­l’uovo hanno una reazione innata al verso di richia­mo, ma non all’immagine ottica della madre.

Qual­siasi cosa che emetta il giusto verso di richiamo vie­ne considerata come madre, si tratti di una grossa e bianca anitra pechinese, o di una ancor più grossa figura umana. Però l’oggetto sostitutivo non deve essere troppo alto! All’inizio di questo esperimento io mi ero seduto sull’erba e, per ottenere che gli anatroc­coli mi seguissero, avevo incominciato a spostarmi rimanendo accucciato. Ma appena mi rizzai in piedi e tentai di precederli in posizione eretta, essi non mi seguirono e cominciarono a guardarsi intorno, cer­candomi evidentemente da tutte le parti, ma senza vol­gere lo sguardo in alto, verso di me, e incominciaro­no subito a emettere quel lamentoso pigolio dell’ab­bandono che usiamo in genere chiamare semplicemente «pianto»: non riuscivano ad abituarsi al fatto che la mamma sostitutiva fosse divenuta così alta. Per farmi seguire fui quindi costretto ad avanzare tutto accucciato, in posizione assai poco comoda; e ancor meno comodo era il fatto che una vera madre anitra continua a fare ininterrottamente «qua qua». Se smet­tevo anche solo per mezzo minuto il mio verso melo­dioso, il collo degli anatroccoli cominciava ad allungarsi [194], il che corrisponde esattamente all’allungarsi del viso di un bambino, e se io non ricominciavo subito essi scoppiavano in un pianto violento. A quanto pa­re, dunque, appena io tacevo, essi credevano che fossi morto o che non li amassi più, motivo più che suffi­ciente per piangere. A differenza delle piccole oche, gli anatroccoli selvatici erano dunque pieni di prete­se e assai faticosi da allevare. Provatevi un po’ a im­maginare due ore di passeggiata con quei piccoli, sem­pre accucciato per terra e con quell’ininterrotto «qua qua qua».

Per amore della scienza mi sottoposi per ore e ore a questo supplizio. Dunque, quella domenica di Pen­tecoste io avanzavo tutto accucciato alla testa dei miei anatroccoli appena nati sopra un bel prato verde del nostro giardino, ed ero molto compiaciuto dei pic­coli che ubbidienti e precisi seguivano trotterellan­do il mio «qua qua». A un certo momento alzai gli occhi e vidi una fila di volti allibiti affacciati sopra la siepe del giardino: un ’intera comitiva di turisti mi guardava stupefatta. E non avevano tutti i torti, dato che vedevano un grosso signore con tanto di barba strisciare accoccolato per il prato tracciando degli otto, continuando a guardarsi indietro e facendo ininterrottamente «qua qua qua»… ma gli anatroccoli, i soli che avrebbero potuto chiarire tutto il mistero, quelli, purtroppo, non li potevano vedere gli sbalor­diti osservatori, perché erano nascosti dall’alta erba primaverile!


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