Scrivere in corsivo, leggere un libro

by gabriella
mano umana e di una scimmia

E’ stato il bipedismo degli ominidi e la successiva specializzazione della mano nell’uso di utensili, la causa del formidabile sviluppo cerebrale della nostra nostra specie

Scriverecorsivosviluppa il pensiero: è infatti un’attività che richiede la coordinazione di più muscoli della mano, la cui conquista attiva (e richiede) l’azione di più aree del cervello coinvolte nell’attività di pensiero, del linguaggio e della memoria.

Questo nesso è talmente noto, che una delle ipotesi paleoantropologiche più convincenti spiega l’evoluzione della nostra specie e la crescita esponenziale del cervello con le conseguenze del bipedismo e della liberazione delle mani per la manipolazione degli oggetti.

Se, dunque, scrivere in corsivo ci riesce difficile, è probabile che cercare di apprenderne la tecnica ci aiuti a superare altri problemi di apprendimento. Chi scrive in corsivo, scrive infatti più velocemente e fluidamente di chi scrive in stampatello, il che significa che la scrittura accompagna un’attività di pensiero più veloce e supporta una maggiore concentrazione. Questa è la ragione per cui gli studenti che scrivono in corsivo hanno mediamente risultati migliori di chi scrive in stampatello (ciò si lega, d’altra parte, all’osservazione che chi scrive in stampatello ha avuto un’educazione meno efficace e una scolarizzazione meno attenta allo sviluppo delle abilità di base, per cui risulta meno capace di chi ha ricevuto una formazione migliore). Un articolo introduttivo (Federica Baroni), un approfondimento (Marco Belpoliti) e un’infografica.

 

Federica Baroni, Perché secondo la scienza è importante saper scrivere in corsivo

L’insegnamento del corsivo sta gradualmente sparendo dai programmi scolastici della scuola primaria. In Finlandia dal prossimo anno non sarà più obbligatorio imparare a scrivere a mano. Negli Stati Uniti il Common Core State Standards, istituto che fornisce le linee guida per l’omogeneità dell’insegnamento nella scuola pubblica, ha eliminato l’obbligo del corsivo.

In Italia è ancora insegnato ma, rispetto al passato, ha perso importanza. Inoltre a casa i bambini imparano dai genitori a digitare su tablet e smartphone e non vengono indirizzati alla scrittura su carta. Il risultato è che i ragazzi sanno digitare velocemente un testo sulla tastiera del pc o del tablet, ma non sono quasi più in grado di scrivere in corsivo.

Ma gli esperti avvertono: secondo alcuni studi la mancanza dell’uso del corsivo può avere effetti negativi sullo sviluppo del cervello. E negli Stati Uniti si è aperto un vero e proprio dibattito sul corsivo e sulla sua importanza. Tanto che nove Stati, fra cui California e Massachusetts, lo hanno reinserito come materia di studio a scuola.

Nella ricerca della pedagogista Stephmano e cervelloanie Müller è emerso che il 70% dei bambini che escono dalla materna non hanno i prerequisiti per imparare il corsivo. La causa è la mancanza di manualità e fisicità.

“Oggi non si gioca più in strada, non ci si arrampica sugli alberi, non ci si allacciano le scarpe, non si corre e salta, non si infila un ago. Si premono tasti, o si tocca uno schermo, tutte cose che richiedono l’uso di altri muscoli rispetto a quelli per tenere in mano una penna, e che non consolidano la coordinazione necessaria a scrivere in corsivo” dice l’esperta.

In una ricerca dell’Università dell’Indiana, condotta dalla psicologa Karin Harman James, è risultato che la scrittura manuale è in grado di attivare importanti processi cognitivi.

I bambini capaci di scrivere a mano, hanno fatto registrare un’attività neuronale molto più sviluppata rispetto all’altro gruppo testato, comprovando l’importanza della produzione manuale di segni bidimensionali”, dice James.

Un altro risultato importante a favore del corsivo viene dallo studio di Virginia Berninger dell’Università di Washington:

“In termini di costruzione del pensiero e delle idee, c’è un rapporto importante tra cervello e mano. La scrittura manuale legata accende massicciamente aree del cervello coinvolte anche nell’attività del pensiero, del linguaggio, e della memoria” dice l’esperta.

Shodo, la via della calligrafia

Shodo, la via della calligrafia

In conclusione questi studi evidenziano che l’importanza del corsivo va oltre la sua utilità pratica, risultando cruciale nello sviluppo e nella crescita dei bambini.

“Rivalutare il corsivo non è né anacronistico, né innovativo: è semplicemente attuale e funzionale alla crescita armonica della persona. Il corsivo (dal latino “currere”, che corre o scorre) è moderno, semplice ed efficace, fatto per valorizzare la mano, perché “andare di corsa” è tipico della mano. Inoltre, dal punto di vista grafologico, il corsivo è personale e rivela l’identità di chi scrive, le sue attitudini, le potenzialità relazionali e affettive, rendendo gli scritti della persona un documento storico.”

dice la pedagogista Cristina Pendola.

Steve_JobsSecondo Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva, la perdita del corsivo potrebbe essere alla base di molti disturbi dell’apprendimento.

Scrivere in corsivo vuol dire tradurre il pensiero in parole, scrivere in stampatello vuol dire invece sezionarlo in lettere, spezzettarlo, negare il tempo e il respiro della frase. E il corsivo così come lega le lettere lega i pensieri“,

dice l’esperto.

Fa riflettere che il più grande innovatore del mondo digitale all’università avesse scelto di seguire proprio un corso di bella calligrafia. Questo pioniere era Steve Jobs che nelle aule del Reed College, prima di fondare la Apple, imparò a scrivere in corsivo, con eleganza, senza errori né sbavature.

 

Marco Belpoliti, Scrivere a mano?

Tratto da Doppiozero.com.

Le scuole italiane hanno aperto le porte da una settimana o poco più, e mi sorge una domanda: vi s’insegna ancora la calligrafia? Quanto tempo dedicano oggi i maestri al miglioramento la scrittura dei bambini? Ma poi, in un mondo dominato dalla scrittura delle macchine digitali (computer, iPad, smartphone, iPhone, ecc.), quanto serve saper scrivere a mano?

Gunnlaugur S. E. Briem, noto type designer e scrittore d’origine islandese, racconta che in una ricerca dell’Università dell’Indiana, condotta dal professor Karin Harman James, è stato seguito un gruppo di bambini tra i tre e i cinque anni. Alcuni avevano imparato le lettere dell’alfabeto digitando sulla tastiera, altri scrivendole a mano. Quest’ultimi ricordavano meglio l’orientamento delle lettere, per esempio distinguendo con sicurezza la p da dalla q. Inoltre, la risonanza magnetica mostrava che i bambini che avevano appreso l’alfabeto scrivendo a mano, avevano un’attività cerebrale simile a quella di un adulto; riconoscevano con più esattezza le lettere, cosa che è molto importante per “vedere” in anticipo le lettere e sviluppare quindi una velocità di lettura maggiore. Scrivere una lettera dell’alfabeto è meglio che guardarla, udirla o digitarla.

Nell’introduzione al volume Scrittura corsiva. Un nuovo modello per la scuola primaria della calligrafa e docente Monica Dengo, il type designer riferisce di altre ricerche nelle università americane intorno alle capacità che attiva la scrittura a mano rispetto all’uso della tastiera, o nell’attività di calcolo. C’è da dire che scrivere a mano non è per nulla una cosa semplice per il bambino. Prima che sia in grado di farlo, deve raggiungere la raffinatezza del movimento del braccio e della mano. Tra l’omero e il pollice ci sono infatti 29 ossa che devono essere tutte coordinate. Il che accade in modo completo solo dopo i cinque anni, quando il bambino accresce le proprie capacità motorie. È allora che si può imparare a scrivere, o almeno cimentarsi nel farlo.

stilografica18La scrittura a mano è la combinazione di vari aspetti tra loro connessi: linguistico, la lettera come simbolo che riguarda il suono e la conseguente lettura; grafico, la lettera come forma sulla superficie su cui si scrive; psicologico, la lettera come risultato del modo di percepire e di esprimere se stessi. Così scrivono Francesco Ascoli e Giovanni de Faccio in un libro, Scrivere meglio (Stampa Alternativa & Graffiti), uscito anni fa, ma che è ancora un’ottima introduzione alla storia, alle metodologie e alla didattica della scrittura a mano: la calligrafia. Questo termine, tornato di moda da qualche anno – ci sono sempre più corsi rivolti agli adulti per imparare l’arte calligrafica – è scomparso nella cultura italiana all’epoca della Riforma Gentile nel 1923, quando fu sostituito con l’espressione “bella scrittura”, per quanto in quel periodo, grazie al manuale di Alessandro Marcucci, La Bella scrittura nelle scuole elementari, fu introdotta una buona metodologia per insegnare la scrittura a mano ai bambini.

Dal 1985 non c’è più l’obbligo di questo insegnamento, mentre la calligrafia, che si era mantenuta nelle scuole di avviamento professionale, è stata abolita nel 1970. L’effetto congiunto di queste due scelte è la diffusione delle “brutte scritture”, e nonostante le lamentazioni e le geremiadi rituali di insegnanti e pedagogisti, non si è più fatto nulla per migliorare la calligrafia dei bambini, salvo rare eccezioni di maestri e maestre che dedicano parte del loro tempo a questa istruzione pratica (oggi bisogna saper fare tante e troppe cose e i poveri maestri sono subissati da materie nuove, dall’inglese all’informatica).

Del resto, dalle prime scuole elementari fino all’università si scrive ancora a mano, e gli insegnanti sanno per esperienza la difficoltà che incontrano nel leggere temi o riassunti mal scritti, simili alle proverbiali scritture dei medici, i quali, a loro volta, oggi non scrivono quasi più a mano, ma usano i computer dei sistemi informatici regionali per ricette e diagnosi. Naturalmente si tratta di una delle numerose schizofrenie della nostra società contemporanea, dal momento che nelle cartolibrerie, nelle librerie tradizionali o nelle grandi catene commerciali del libro, sono ben presenti espositori con quaderni e block notes, e la scrittura a mano è coltivata sui taccuini neri dei Moleskine, elemento cool, alla moda, da Chatwin in poi.

Lo scrittore che prende appunti sul suo quadernetto, scrivendo naturalmente a mano, è diventato quasi un brand da imitare. La maggior parte delle persone che sono andate a scuola tra gli anni Cinquanta e Ottanta del XX secolo ha imparato a scrivere seguendo nel corsivo lo stile inglese, che è ancora la regina delle scritture calligrafiche, sia nella versione pendente che in quella dritta, modello ottocentesco dominante nella scuola italiana. Come si sa il corsivo è la scrittura più veloce e scorrevole per scrivere manualmente, grazie al fatto che la si esegue sollevando poche volte la penna dal foglio.

Roland-Barthes

Roland Barthes (1915 – 1980)

Secondo Monica Dengo, calligrafa e docente, dal punto di vista storico il corsivo è la forma più evoluta, quella che consente lo sviluppo del ritmo e del flusso naturale dei pensieri dalla mente al foglio, del rapporto tra corpo, gesto e segno. In un testo del 1973, Variazioni sulla scrittura, rimasto a lungo inedito, Roland Barthes ricorda che l’insegnamento della scrittura a mano è fondamentale per la liberazione del corpo e l’espressione della personalità.

“per il fatto di essere un prolungamento del corpo, comporta immancabilmente un’etica”.

Nell’Ottocento si decantava il vantaggio della scrittura dritta che, come un’ortopedia sociale, obbligava il bambino a tenere il corpo eretto, in posizione frontale, con le braccia sul tavolo, i due occhi a eguale distanza dalla carta. La rettitudine fisica come equivalente di quella morale. Barthes propende per la scrittura leggermente inclinata; per lui il movimento laterale della mano diventa più facile e rapido.

Nel suo bellissimo scritto, la cui prima edizione italiana è apparsa anni fa a cura di Giuseppe Zuccarino (Graphos), ci ricorda che in Occidente, a seguito delle costrizioni ebraico-cristiane il valore supremo è sempre la libertà, mentre in Oriente si pratica un apprendimento meno libero. Sia nell’aspetto filogenetico sia in quello ontogenetico, la scrittura appare strettamente legata al disegno: il bambino riesce a disegnare dai due anni, ben prima di scrivere, ed è da questa pratica che si passa alla scrittura vera e propria. Il discorso sul rapporto tra corpo e scrittura, uno dei temi del saggio di Barthes, è davvero complesso, e dunque molto interessante. Come sanno bene le maestre e i maestri le questioni del piacere, del godimento e del desiderio sono fondamentali nell’insegnamento.

La scrittura a mano attiva zone della nostra personalità importanti e decisive. La scrittura a mano oggi è reputata da molti lenta rispetto alla velocità della mente, alla rapidità del pensiero che i nuovi media e le tecnologie informatiche tendono a sviluppare prima di tutto come un valore oltre che come esito effettivo. Senza dubbio scrivere a mano è una pratica lenta, simile al camminare, ma proprio per questo promuove aspetti della psiche e della personalità individuale obliate, se non proprio cancellate, da smartphone e computer. C’è probabilmente un maggior equilibrio e armonia tra mente e corpo nell’uso della penna o del pennarello, per non dire nell’uso di stilografica o Rapidograph, oggetti ritenuti obsoleti. […]

Bisogna scrivere chiaro? Scrivere chiaro significa pensare “chiaro”, cioè bene, correttamente? Oppure anche io, figlio della ortopedia scrittoria del passato, sono schiavo di una visione oppressiva dello scrivere? Imparare a scrivere, come sostiene Narciso Silvestri, maestro di colore e di geometria, significa sperimentare il mondo delle turbe grafiche: tremolio, atarassia, pause, corea; è attraversare il vasto mare dell’esperienza dell’agitazione e turbamento. Forse noi adulti ci siamo dimenticati cosa ha significato imparare a scrivere a mano, quali emozioni e sconcerti comportava quell’atto fondamentale per poter accedere al mondo dei “grandi”.

Per dar forma ai propri pensieri, dopo aver abbandonato lo spazio libero del disegno infantile, verso i cinque o sei anni, siamo tutti passati attraverso il continente agitato e concitato della scrittura come comunicazione di sé, dei propri pensieri e sentimenti. Roland Barthes in quello straordinario saggio ricorda che esistono due sottofondi della scrittura su cui gli educatori dovrebbero sempre riflettere:

“da un lato, la sessualità (tutti sanno che arrivando alla pubertà i bambini cambiano scrittura come cambiano voce) e dall’altro il ritmo (l’attività cadenzata sarebbe inscritta nella parte più arcaica delle nostre strutture encefaliche; e gli antropologi ci insegnano che, vari millenni prima della nascita della scrittura vera e propria – attestata – gli uomini hanno prodotto delle iscrizioni astratte e ritmate)”.

Ogni volta che s’impara a scrivere a mano è come ricapitolare in se stessi quel percorso durato un lungo lasso di tempo, ritrovare se stessi nella calligrafia, come nel disegno ritmico, è anche incontrare la propria identità. Meglio: nuotare sino alla riga, come ha detto un bambino con un bellissimo lapsus. Per questo mi auguro che le maestre e i maestri dedichino più tempo alla calligrafia, antica arte che non merita certo di scomparire.

 

Marco Belpoliti, Perché non ricordo gli e-book?

Incontro Giovanna in una libreria. Sta cercando tra le novità i libri da leggere questa estate. È incerta se comprare un libro di carta, oppure la sua versione ebook. Quello tradizionale pesa di più e costa anche di più, tuttavia, mi confessa, i libri che legge sul tablet non se li ricorda per nulla. “Strano – dice – è come se leggessi qualcosa di cui non conservo memoria.” E non è questione dei saggi, che legge di meno sul tablet, ma proprio dei romanzi o racconti. “Com’è possibile?”, mi domanda. La medesima osservazione me l’ha fatta un mese fa un amico. Anche lui ha constatato che i testi letti in versione elettronica sono meno ricordabili: “Che sia un mio difetto?”, mi ha domandato. Da allora mi sto interrogando su questo strano effetto di oblio, o scarsa memorizzazione. Da tempo mi sono accorto che le email, ma anche i documenti, che ricevo via posta elettronica, li ricordo meglio se li stampo. Visti su un foglio A4, le parole, le frasi, i concetti, li trattengo meglio. Ma non posso stampare tutto, sia per una ragione pratica, sia per un problema etico: si consuma troppa carta. Tuttavia il tarlo mi è rimasto.

Parlando con Giovanna mi viene in mente una cosa: il tablet è un supporto a due dimensioni. “Anche il libro”, dice Giovanna. “Sì, è vero, ma tu con il libro hai un orientamento spaziale”. “Come?”. “Destra e sinistra”, rispondo. Detto altrimenti, il libro si trova in uno spazio a tre dimensioni; possiede un orientamento che è quello determinato dalla nostra simmetria bilaterale: davanti/dietro; destra/sinistra. Pur essendo bidimensionale il foglio partecipa della terza dimensione che è data dalla nostra stessa presenza nello spazio. Ricordiamo meglio perché le parole sono collocate su un supporto che è tridimensionale: il libro possiede tre dimensioni.

Sembra una cosa da poco, e invece il processo mentale per cui si ricorda è senza dubbio legato alla nostra stessa struttura spaziale, alle azioni che compiamo lungo le tre coordinate: x, y, z. La memoria si organizza su dati sensoriali che necessitano – o almeno prediligono – la tridimensionalità. Mentre i tablet su cui si legge (e anche i computer) sono bidimensionali. L’oggetto, per quanto presente nello spazio, tende a essere una lamina, a presentarsi come un oggetto a due dimensioni (x, y). Non possiede profondità, ed è questa profondità, dico a Giovanna, che ti aiuta a ricordare.

Mi è tornato in mente che mi ero già occupato del problema quando ancora i tablet per gli ebook non esistevano. All’inizio degli anni Novanta avevo letto un libro dedicato agli effetti delle microtecnologie sui processi mentali umani. Un professore di Letteratura classica in un’università del North Carolina, Jay David Bolter, aveva pubblicato un libro all’epoca decisivo: Lo spazio dello scrivere (Vita e pensiero). Venivo dalle riflessioni intorno a Calvino, al tema del “foglio-mondo” su cui i personaggi di alcuni suoi famosi romanzi immaginavano di scrivere (era questo il tema di Il cavaliere inesistente, ma anche di altri racconti topologici degli anni Sessanta), cui avevo dedicato un lungo saggio, L’occhio di Calvino (Einaudi 1996).

Bolter sosteneva che la nostra mente è paragonabile a un vero e proprio testo composto di segni interrelati tra loro e che dunque scrivere sul computer equivaleva più o meno a scrivere sulla mente stessa. Dietro a lui si stagliavano i profili autorevoli di alcuni antropologi come Jack Goody o il gesuita Walter J. Ong, collega di McLuhan, che avevano esplorato gli effetti della scrittura sulla ricezione sensoriale e percettiva nel corso della storia delle civiltà umane. Di tutto questo avevo anche scritto in un articolo in cui presentavo il libro del professore americano.

Vi citavo un testo scovato in rete che mi aveva colpito molto: “Passione e morte della terza dimensione” di Ruggero Pierantoni (anno 2003). Qui bisognerebbe fare una parentesi su Pierantoni, che è stato, e ancora è, uno dei più singolari studiosi di percezione, e non solo, ma rimando ai suoi straordinari libri, il più celebre dei quali è L’occhio e l’idea (Bollati Boringhieri). L’articolo, apparso su una delle prime riviste telematiche italiane, “Golem”, spiegava una cosa banale ma importantissima: la bidimensionalità sta prevalendo a svantaggio della tridimensionalità. Quello che si perde è la competenza spaziale degli esseri umani. Poiché il tempo dedicato alla contemplazione passiva delle immagini colorate e mobili è molto aumentato (e allora era solo il computer a tenere gli occhi e la mente occupate nella bidimensionalità), adulti, e soprattutto bambini, perdono progressivamente le competenze spaziali, ovvero la capacità di muoversi in un mondo a tre dimensioni, in cui la profondità di campo, così utile per i nostri progenitori cacciatori, ma anche per noi consumatori stanziali, diminuisce progressivamente.

Nella sua brillante conclusione Pierantoni sosteneva che solo due categorie di umani continuavano a fare uso della terza dimensione: i boy scout e i criminali. Ovvero, coloro che svolgono attività di orientamento spaziale a scopo ludico educativo, e coloro che devono invece fare i conti con le tre dimensioni per produrre delle performance senza essere colti in fragrante (in particolare i borsaioli che agiscono sui nostri portafogli, o borsette, con una destrezza sempre strabiliante).

Pierantoni ha perfettamente ragione, e il problema dell’uso prevalente della bidimensionalità ha un peso specifico anche nella lettura degli ebook sui supporti bidimensionali. La geniale idea del “toccare” (touch), toccare per sfogliare i tablet, l’iPad e l’iPhone in particolare, non è solo un elemento pratico, ma anche una risposta più o meno consapevole alla necessità di entrare nella terza dimensione per svolgere la funzione di lettura: toccare (o sfiorare) è tridimensionale, certo, ma sempre in versione virtuale. L’elemento sagittale, la profondità, sugli schermi non esiste, è virtualmente riprodotta. Per questo diventa più difficile ricordare, perché la nostra memoria associa al gesto e al movimento l’atto del ricordare. Non basta la sola vista, l’occhio, ma occorre il gesto (“il gesto e la parola”, come dice il titolo di un famoso libro di un paleontologo dedicato a questo problema nell’arco della storia della civiltà umana).

Ho ripreso in mano quell’articolo che avevo scritto per cercare di ritrovare ulteriori argomentazioni; ricordo quel testo non solo e non tanto per averlo scritto, ma perché è dentro un libro di cui ho memoria fisica: colore, copertina, dimensione, collocazione nello scaffale, ecc.

Il primo libro che avevo citato è di Jan Assmann, un eminente egittologo di origine ebraica, credo che all’epoca insegnasse a Heidelberg, La memoria culturale (Einaudi). Si tratta di un libro complesso da cui avevo tratto un paio di considerazioni; come altri eminenti studiosi, Assmann pensa che le civiltà siano state modellate in profondità dai sistemi di scrittura e, se in Mesopotamia la scrittura si è sviluppata dalla sfera economica, nell’antico Egitto è invece il rapporto con la rappresentazione politica a prevalere. È attraverso i monumenti, le piramidi, che lo stato egizio rende visibile se stesso e l’ordine eterno su cui si fonda. La scrittura colossale, i geroglifici, sono presenti soprattutto sulle superfici dei templi, e fungono da trasposizione tridimensionale e monumentale di quello che è altrove il libro (il volumen). La scrittura è in Egitto immagine e privilegia l’aspetto tridimensionale (Assmann spiega ulteriormente come questo si leghi alla particolare religione dell’eternità propria degli Egizi).

Noi non discendiamo dagli egizi, bensì dal mondo greco ibridato dalla tradizione ebraica. Da queste due linee culturali abbiamo ereditato quella che Assmann definisce “la tirannia del libro”. Alla base poi c’è lo sviluppo del carattere esegetico, il commento dei testi nell’ebraismo, e poi nel cristianesimo. Gli ebrei sono un popolo esiliato e disperso, fondato sulla extraterritorialità, legato al ricordo, e quindi al Libro sacro. Ramingo per il mondo, dopo la cacciata dalla Terra promessa e la diaspora, questo popolo ha creato una propria “memoria culturale” differente dagli egizi stanziali e monumentali. L’altro lascito ci arriva, come ho detto, dai Greci, e ci giunge attraverso l’oralità: in quella cultura non c’è lo spazio ufficiale, non esistono caste sacerdotali, o Sacre Scritture, e al tempo stesso l’oralità non è “spinta verso la sottocultura”, cosa che è invece accaduta a partire dal nostro Medioevo per almeno cinque secoli.

Cerco di tirare le fila di un ragionamento alquanto complesso nato da una conversazione in libreria. Si può dire che la scrittura abbia addomesticato il pensiero umano (Goody) privilegiando la bidimensionalità (greco-ebraica) che deriva poi dalla pratica di registrare un pensiero su un foglio, un papiro o una tavoletta di cera. L’origine di tutto è probabilmente lì, dice Assmann, comincia con il libro, ma poi prosegue con il computer, come scrive Pierantoni (e in mezzo c’è stata la televisione che aspetta ancora, dopo McLuhan, uno studio chiarificatore al riguardo). Ora, lo sappiamo da un pezzo, il processo è andato avanti e il tablet intensifica la bidimensionalità iniziata molti secoli fa. Ricordiamo sempre meno perché sappiamo sempre di più. Se non ricordiamo un titolo di un libro, il nome di un attore, un indirizzo stradale, o altro ancora, ricorriamo allo schermo piatto che abbiamo sul tavolo di lavoro, sul cruscotto dell’automobile e ora in tasca o nella borsetta.

C’è alternativa? Non credo. Forse un modo per mitigare il tutto risiede nel frequentare più spesso i luoghi dei boy scout e dei criminali: boschi e strade. Forse solo in questo modo, con la vita all’aria aperta, con questa diversa ecologia percettiva e spaziale, la nostra competenza tridimensionale potrà risorgere, o almeno non spegnersi del tutto. Personalmente, per cercare di ricordare quello che leggo, nonostante tutto, privilegio ancora il libro, la sua dimensione a tre dimensioni. So bene che è solo un attardarsi verso future mete dell’umanità, tuttavia è una strategia di sopravvivenza personale assai utile, almeno per me. Buona lettura di questo testo composto con le due dimensioni e diffuso nel medesimo modo. Nessuno è perfetto.

Marco Belpoliti, Non siamo nati per leggere

Tratto da Doppiozero.com, originariamente uscito su La Stampa.

Cosa cambia nella lettura con le tavolette digitali? Kindle, iPad o altro, succede spesso che si fatichi a ricordare quello che si è letto. Il libro tradizionale è tridimensionale, come noi stessi, la tavoletta invece bidimensionale (su questo tema rimando al mio precedente pezzo qui). Forse in qualche università americana ci sarà uno studioso che si sta già interrogando sui cambiamenti che la rivoluzione informatica degli ultimi vent’anni ha provocato e provocherà nella nostra attività di lettura.

Di sicuro l’ha fatto Maryanne Wolf in un libro molto interessante uscito qualche tempo fa: Proust e il calamaro (Vita e Pensiero). Non siamo nati per leggere, scrive la neuroscienziata cognitivista della Tufts University. Il nostro cervello non è fatto per aiutarci ad apprendere a leggere, e anche a scrivere. Per farlo deve imparare a realizzare nuovi circuiti collegando regioni preesistenti, la cui programmazione e il cui programma genetico ha altri scopi: dal riconoscimento degli oggetti alla denominazione.

Solo da poche migliaia di anni l’umanità legge; per farlo ha dovuto riciclare alcune zone del cervello con risultati notevoli. Ma è proprio grazie alla scrittura che il genere umano ha fatto notevoli passi in avanti, nonostante che molti secoli fa Socrate avesse messo in guardia i suoi contemporanei nel passaggio dall’oralità, fondata sulla memoria, alla scrittura sulle conseguenze nefaste di questo cambiamento. Ora che stiamo per varcare o, meglio, abbiamo già varcato, la soglia verso una cultura sempre più fondata sull’immagine, sulla vista, condizionata da enormi flussi d’informazioni digitali, cosa ne sarà della lettura la cui specificità non è per nulla iscritta nel nostro patrimonio genetico, ma il risultato di un allenamento cominciato coi Sumeri e gli Egizi?

Nel passaggio dal libro – la base della nostra cultura e dell’apprendimento da almeno sei secoli – all’ebook, al libro elettronico, cosa succederà? Continueremo a leggere? E come? Maryanne Wolf è una specialista della dislessia. Dislessico è suo figlio Ben, dislessici erano il suo bisnonno, commerciante di successo, e probabilmente anche gli antenati del marito, e forse qualche difficoltà deve averla avuta lei stessa, un po’ come Oliver Sacks, che è diventato studioso dei deficit del cervello a causa di suoi problemi, come ha rivelato nell’ultimo libro,L’occhio della mente (Adelphi).

La studiosa americana spiega che, se non esistono specifici “geni della lettura”, i dislessici non sarebbero persone con un deficit, bensì individui in cui il cervello propende per altre attività cognitive e di riconoscimento. Dal momento che i dislessici appaiano dotati di altre capacità – ad esempio, abilità di tipo spaziale che s’evidenziano nelle attività artistica –, nella società dell’immagine verso cui stiamo andando, queste persone probabilmente non soffriranno troppo. Un paradosso: prerogative del lato sinistro del cervello, che portano alla dislessia in società alfabetizzate, in altre, in cui prevale invece l’immagine, producono una spiccata superiorità.

Ben, molto dotato nel disegno, chiede a sua madre: Sono più creativo perché uso l’emisfero destro più delle altre persone? Per questo i dislessici vengono al mondo con un cervello più creativo? La madre lì per lì non sa rispondergli. Il principio alfabetico, sostiene, consiste nell’intuizione che ogni parola della lingua parlata – appresa presto dai bambini – è composta di un numero finito di singoli suoni rappresentabili con un numero finito di lettere. Normalmente nelle società contemporanee, quelle occidentali, fondate sull’alfabeto latino, s’impara a leggere in 2000 giorni, là dove, nelle scuole dei Sumeri, occorrevano anni e anni, per via dell’alfabeto logografico.

A metà dello scorso decennio uno studioso di tecnologia Edward Tenner si è chiesto in un articolo sul “New York Times” se Google non stesse diffondendo una sorta di analfabetismo dell’informazione e il modo di apprendere che ne divora non possa produrre conseguenze negative. Oggi possiamo rispondere che si legge e si scrive di più, ma in un modo diverso dal passato: per brevi segmenti, in modo rapido, impegnando sempre meno il corpo nell’atto della scrittura, i polpastrelli e non più le dita o la mano. Ciò che si è modificato negli ultimi duemila anni è stato il fattore tempo. Passando da sistemi di scrittura fondati sull’immagine grafica, come l’egizio, al sistema alfabetico, la lettura è diventata più agile, più veloce, e come sostengono alcuni studiosi, l’automatismo ha liberato il pensiero: ha più tempo, prima occupato nell’apprendimento.

Walter Ong, il gesuita collega di McLuhan sostiene in Oralità e scrittura (il Mulino), che la scrittura induce divisione e alienazione, ma anche una più salda unità, intensifica il senso dell’io e alimenta una interazione più consapevole tra gli individui, perciò alimenta la coscienza. Il contrario di quello che sosteneva Socrate.

Nelle conclusioni del suo studio sulla lettura Wolf si mostra cauta sul futuro. Tavolette o personal, i giovani lettori propendono sempre meno per un’analisi approfondita dei testi e per la ricerca di strati più profondi, come gli insegnanti riscontrano sempre più spesso, in ragione della immediatezza e dell’apparente completezza delle informazioni che appaiono oggi accessibili senza troppo sforzo. Armati di tablet e lavagne elettroniche, i nostri figli saranno destinati a una società di “decodificatori d’informazioni”, oltre che di dislessici creativi? Proust e il calamaro non risponde.

Settanta anni fa Walter Benjamin faceva la lode del copista, sostenendo che solo chi ricopia un testo scritto riesce ad afferrarne l’intimo significato, un po’ come chi va a piedi lungo una strada rispetto a chi la vede dall’alto da un aeroplano. E ora che viaggiamo su navi spaziali elettroniche cosa capiremo di ciò che leggiamo?

 

 

 

 

cervello e scrittura

 

Come l’azione di scrivere modifica il nostro cervello

Lobo frontale: La parte del cervello associata alla parola e alla scrittura è il lobo frontale. Quest’area è anche responsabile del movimento, del ragionamento, del giudizio, dell’attività di risolvere problemi.

Lobo parietale: Anche il lobo parietale è importante nella scrittura. E’ questa parte del cervello infatti che interpreta le parole e il linguaggio. Le persone che hanno subito danni a questa zona del cervello, hanno spesso problemi a parlare e a scrivere manualmente.

RAS – Lobo temporale: Perché scrivere qualcosa ti aiuta a ricordarle? Quando scrivi qualcosa con la penna, sulla carta, stimoli un gruppo di cellule alla base del tuo cervello, conosciute come RAS, Sistema di attivazione reticolare. Il RAS è il filtro di tutte le informazioni necessarie al cervello per la loro elaborazione e permette di concentrare l’attenzione su ciò che si sta facendo. L’azione di scrivere manualmente porta alla nostra attenzione le informazioni che stiamo elaborando e spinge il nostro cervello a dedicare loro attenzione.

 

Perché raccontare una storia è più efficace della semplice elencazione di fatti?

Quando apprendiamo un argomento visualizzando un elenco puntato in Power Point, attiviamo due aree del nostro cervello: l’area di Brocka e l’area di Wernicke. Sono le aree che presiedono alla comprensione del linguaggio, nelle quali le parole vengono decodificate nel loro significato, ma niente di più.

Invece, quando ascoltiamo una storia, si attivano non solo questi centri del linguaggio, ma anche le aree del cervello correlate con l’esperienza che il racconto ci fa vivere. Ad esempio, se la storia include azioni come calciare e correre, si attiverà la nostra corteccia motoria. Se, invece, include descrizioni come, ad esempio, “aveva mani come cuoio”, sarà la nostra corteccia sensoriale ad accendersi. Il nostro cervello reagisce come se vivesse direttamente l’esperienza narrata.

 

Ma c’è di più ..

I ricercatori hanno osservato che raccontare una storia può trasmettere emozioni, pensieri e idee nella mente dell’ascoltatore. In alcuni studi condotti all’Università di Princeton sull’attività cerebrale di una donna che raccontava una storia e su quella dei suoi ascoltatori, è stato accertato che l’attività cerebrale delle persone che stavano ascoltando era sincronizzata con quella della parlante.

Ciò significa che gli scrittori hanno il potere di influenzarci. Con una storia potente ed evocativa possiamo attivare il cervello di chi ci sta ascoltando e farlo sentire come se stesse vivendo direttamente ciò che stiamo narrando, agendo sulle emozioni che vogliamo fargli provare.

 

Altre cose interessanti su lettura, scrittura e cervello

Leggere è molto meglio che guardare la televisione per migliorare il proprio vocabolario (e a volte la propria scrittura). I libri contengono il 50% di parole rare in più degli spettacoli in prime time. [e poiché noi pensiamo con le parole, cioè capiamo la realtà attribuendo nomi e significati alle cose, acquisire parole nuove aumenta direttamente la nostra capacità di comprendere, cioè la nostra intelligenza].

Uno studio in larga scala sulle capacità alfabetiche degli adolescenti inglesi [i dati degli adolescenti italiani non sono meno preoccupanti] ha rivelato che le loro capacità di lettura potrebbero essere loro insufficienti per superare gli esami. I dati suggeriscono che questi adolescenti hanno una capacità di lettura pari a quella di un bambino di 10 o 11 anni.

Scrivere può avere effetti simili sul pensiero e la capacità di riflessione: il respiro rallenta e si entra in una sfera in cui le parole fluiscono liberamente dalla mente. Scrivere tali flussi di coscienza può avere un effetto benefico sull’accumulo di stress.


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