L’isola di Gorée e la porta del non ritorno

by gabriella

Gorée, Senegal

La storia dell’isola degli schiavi, ricostruita a partire da un articolo dell’Espresso, un reportage di viaggio, i documenti del Merseyside Museum of Slaverty di Liverpool e l’Encyclopedia of Race and Racism.

C’è una roccia a Plymouth, in Massachussets, sulla quale è inciso che gli Stati Uniti sono nati sull’sola di Gorée.

Da questo frammento di terra africana al largo del Senegal partivano infatti le rotte degli schiavi, e di lì veniva il passeggero del Mayflower che fu il primo ad essere formalmente venduto e acquistato come schiavo, nel 1619, in terra americana [Cfr. Encyclopedia of Race and Racism, Thomson Gale, p. 134].
Gorée, in senegalese Bir che significa “ventre femminile”, si trova a tre km. da Dakar, la capitale del Senegal.
Dichiarata patrimonio dell’Umanità dall’ONU nel 1978, Gorée ha rappresentato, per chi l’ha attraversata in catene fin dal lontano 1444, «la porta per l’inferno» della schiavitù, alla quale sono stati sottoposti milioni di uomini e donne africani, strappati alla loro terra ed inviati, con le imbarcazioni portoghesi, spagnole ed olandesi, nelle Americhe del Sud e nei Caraibi per lavorare nei campi di cotone e di canna da zucchero.

La porta del non ritorno

La porta del non ritorno

Nella Casa degli Schiavi sull’isola si può ancora visitare la porta del non ritorno da dove uscivano gli schiavi catturati in tutta l’Africa occidentale per essere poi caricati sulle navi che li avrebbero portati in America.
Molti degli schiavi (dai 9 a 15 milioni di uomini, donne e bambini) lasciarono le coste dell’Africa da Gorée durante i tre secoli interessati alla deportazione. Tenuti in celle fino alla partenza delle navi, imboccavano il corridoio che portava direttamente al mare attraverso la porta del non ritorno. I più forti erano imbarcati, i deboli gettati in mare.
Il 20/25% di loro moriva durante la traversata.

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