Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù

by gabriella

don milaniTratto da L’obbedienza non è più una virtù, [LEF, Firenze, 1965, p. 31] testo polemico con cui don Milani attaccava i topoi ideologici di una cultura benpensante, non democratica e classista. Con la Lettera ai cappellani militari attaccò l’adesione acritica a valori antiumani, decostruendo il concetto di patria e difendendo l’obiezione di coscienza. Ne ricavò una denuncia per apologia di reato. Affidò la sua autodifesa alla Lettera ai giudici, scritta con i ragazzi della scuola di Barbiana.

La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola.

Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati […] avevano intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra.Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c’è scritto I care, E’ il motto intraducibile die giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”.Una scuola austera come la nostra, che non conosce ricreazione né vacanze, ha tanto tempo a disposizione per pensare e studiare. Ha perciò il diritto e il dovere di dire le cose che altri non dice. E’ l’unica ricreazione che concedo ai miei ragazzi.
Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Dodici ore al giorno, 365 giorni l’anno. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell’orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico. La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapeste che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme. Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme.
A questo punto mi occorre spiegare il problema di fondo di ogni vera scuola. E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi sul filo del rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla funzione dei giudici), dall’altra deve formare la volontà di leggi migliori, cioè di senso politico (e in ciò si differenzia dalla vostra funzione).

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