Natacha Polony, Sull’abuso del concetto di comunità

by gabriella
comunità

La comunità ha sempre un pastore

L’osservazione di una cronista dell’avanzata del comunitarismo nella narrazione giornalistica, strumento di influenza e condizionamento orientato alla dissoluzione dell’universalismo liberale.

L’articolo prende spunto dallo scontro in Corsica tra cittadini di diversa religione sul velo in spiaggia, ma avrebbe potuto essere scritto in occasione della liberazione di ostaggi, dei funerali di una vittima della strada o in qualunque altro contesto: la crisi dell’universalismo dei diritti precede infatti quella dell’integrazione e dell’integrazione etnico-religiosa in Europa, per connettersi alla crisi di paradigma della modernità indotta dalla globalizzazione.

Nel contesto di incertezza indotto da questo processo, alla rottura del legame sociale risponde infatti la forma regressiva del comunitarismo e la sua isteria del legame e dell’appartenenza. Per approfondire il dibattito filosofico su questi temi, vedi il commento di Enrico Berti all’ormai classico del comunitarismo americano After virtue di Alasdair MacIntyre. L’articolo di Polony è stato pubblicato da Repubblica, con il titolo Il velo sulle parole, il 22 agosto 2016.

Il velo si è posato sulle nostre parole assai prima di comparire sulle nostre spiagge. L’alterco che da una caletta della Corsica si è riversato nei vortici di un’estate burrascosa è più interessante se si analizzano i termini usati per riferirlo. In grande maggioranza i commentatori, riportando testualmente una nota dell’Agenzia France Presse, hanno parlato inizialmente di

«tensioni in Corsica dopo una rissa tra le comunità corsa e magrebina».

C’è una cosa che qualunque giovane giornalista sa: i fatti non esistono. Esiste il racconto dei fatti, e le parole usate per riferirli hanno il valore di un’interpretazione. Per di più, chi ne percepisce le sfumature dovrebbe rendersi conto che a volte sono veicolo di ideologie. E invece no. Nessun commentatore sembrava infastidito da questa frase, ripresa di peso come un’evidenza. Se la rissa in questione fosse esplosa a La Baule o a Paimpol, a Saint Rapahaël o al Lavandou, si sarebbe parlato di rissa tra «comunità» magrebina e bretone, o provenzale?
Il termine «comunità» ha invaso i media fino all’assurdo. Ma in questo modo si finisce per imporre l’idea che l’islam politico vorrebbe farci accettare [la giornalista non rileva che il termine è abusato in molti altri contesti narrativi con l’identico fine di accarezzare l’idea della piccola patria, dalla famiglia, alla parrocchia, alla comunità, appunto. NDR]: quella di una Francia composta da entità diverse, tutte ugualmente legittimate a seguire i propri costumi e a rivendicare dei diritti. Dunque, non più cittadini di confessione musulmana, ma una «comunità musulmana». Non più cittadini di confessione cattolica, ma una «comunità cattolica ». E neppure magrebini, o francesi originari del Maghreb, bensì una «comunità magrebina», mentre una «comunità corsa» prende il posto del popolo corso, parte integrante di quello francese. Tra un po’ non vi sarà più neppure il popolo francese ma una «comunità francese». E tutte quante alla pari, su un territorio neutro, governato in base a un diritto ridotto alla semplice espressione delle libertà individuali.
Ed è precisamente contro questo che insorgono i corsi, certo meno complessati dei francesi metropolitani, perché meno propensi a dimenticare chi sono.


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