Natalia Aspesi, Aiuto, mio figlio è un cretino

by gabriella

ragazzi

Lettera di una madre giunta alla rubrica di Natalia Aspesi su Repubblica alcuni anni fa.

Al giornale è arrivata, da una città del Nord, la lettera di una madre angosciata nel veder crescere il figlio quattordicenne in una specie di Disneyland separata dal mondo vero e chiusa alla realtà. Il tema ci è sembrato attuale e interessante. Pubblichiamo qui di seguito lo scritto che la signora ha pregato di non firmare.

“Mi sento angosciata perché penso che mio figlio è un cretino. Ha 14 anni: è un prodotto di nicchia. Ascolta solo Mtv, non legge giornali, pensa che le beghe dei suoi amici siano cose importanti (le sole). Ma il fatto è che lui non ha colpa di essere un cretino: ciò che mi angoscia di più è la consapevolezza che la colpa è mia, di suo padre, della nostra generazione che evita di trasmettere il proprio sapere.

Che cosa non trasmettiamo? La conoscenza del passato, innanzitutto, il nostro (familiare, ristretto) e quello collettivo (il passato storico). Il disinteresse per la Storia da parte dei giovani credo sia all’apice di questi tempi, e non è colpa loro. E poi la conoscenza dell’Esterno contemporaneo, degli altri popoli, delle tragedie che li affliggono e che motivano i mutamenti ambientali e umani in corso…

Il risultato è che il mio ragazzo crede che esista un mondo privato dei soli giovani, al quale si accede solo se, previo il lasciapassare dell’età, si condividono un gergo e dei temi assolutamente esclusivi; è un mondo che non ha niente a che vedere con quello degli adulti, un ghetto tipo Disneyworld del quale non viene colto il carattere fasullo e fittizio, né tanto meno il lato economico governato, ohibò, proprio da adulti. Io so che, purtroppo, adesso è già tardi per costruire la condivisione del nostro mondo unico, uno solo per tutti, quello che le passate generazioni non si sognavano nemmeno di poter non condividere con i figli e non lo dico per togliermi la responsabilità: lo dico perché se cerchi di fare ad uno di 14 anni proposte culturali divergenti dal suo modello separatista, quello ormai da te non le accetta più; solo negli amici si riconosce e questo modello è ovviamente del tipo “qui e ora”, senza profondità di tradizione e di pensiero.

Sono sconvolta nell’osservare quanto i nostri figli siano, appunto, prodotti di nicchia: tipi come Maria Antonietta, che si stupiva perché il popolo mancante di pane non mangiasse invece le brioches;soggetti decadenti senza esserne consapevoli, annegati nel lusso senza alcuna cognizione di quanto questo sia falso, precario, ristretto. Crede che sia possibile fare passi indietro, da laici, per il recupero dei nostri figli? Oppure quale sarà il panorama che si prepara?”

I fragili estranei che amiamo e che ci amano, i piccoli alieni che vivono con noi senza convivere, i figli adolescenti, così fragili, così piccoli e, io credo, così spaventati: sono davvero tanto diversi dai loro coetanei di sempre, dai quattordicenni del recente passato, altrettanto spaventati e soli, abituati allora a non interferire coi grandi, a vivere separati dai loro discorsi cui non avevano accesso, a tacere, a non confidarsi, a tenere chiusi in sé smarrimenti e dolori, inquietudini, insicurezze e la terribile fatica di crescere? Quale sapienza trasmettevano, quasi sempre, quei genitori, se non quella dell’ubbidienza e del conformismo, della sessuofobia, del peccato, del sacrificio? Con quale dolore i ragazzini coltivavano ribellione o acquiescenza, desiderio di fuga o paura del mondo? Mi perdoni la banalità, ma alla fine, in qualche modo, siamo diventati tutti adulti, ci siamo arrabattati a vivere, qualcuno di noi ha fatto anche cose grandi, non solo per sé ma anche per gli altri, per il paese, per il mondo.

Ma solo un genitore, una madre di oggi, consapevole, laica, turbata, come è lei, può essere in grado di vedere con freddezza intelligente, ciò che rende diverso non un quattordicenne di adesso da quello del passato, ma il suo vivere. Che è quello che lei descrive così bene e che le fa dire, angosciata, una frase bellissima e di assoluto amore, “mio figlio è un cretino”. Lei lo dice pensando di non poterlo proteggere, da madre, dal suo fittizio mondo di oggi, che a lei pare orribile, fatto di canzoni, di gerghi, di disinteresse per tutto ciò che è altro da un prefabbricato e imposto concetto di normalità, per rifiuto di conoscenza, della storia, delle radici, ma anche alla fine di sé stessi e di quello che è la vita. E ha paura di non poterlo proteggere dal mondo che lo aspetta domani, che gli altri gli hanno preparato, dopo averlo condizionato, da ragazzino, allo sciupio delle cose e di sé, alle mete mediocri, alle piccole felicità, al conformismo del branco e alla schiavitù delle mode.

Io non so perchè si è spezzata, forse soprattutto in Italia, quella trasmissione del sapere che legava la tradizione del passato, la storia privata e pubblica, alla conquista di un futuro. Non so se ne sono responsabili i genitori anche più preparati, anche la scuola più attenta, anche la società più impegnata. Immagino però, visto che lei se ne incolpa, che siano stati i genitori, la scuola, la società a interrompere le comunicazioni coi figli, a non considerare importante per loro, se non a volere dimenticare per sé, quello che sono stati, le vicende che hanno attraversato, le passioni e le conoscenze che li hanno entusiasmati o feriti, l’indispensabile aprirsi agli altri che li ha arricchiti, la voglia di tornare indietro nel tempo, negli eventi e nei personaggi del passato per imparare a capire il proprio presente.

Lo chiedo a lei, per sapere: negli anni in cui suo figlio cresceva e crescevano i suoi coetanei, di cosa parlavate con loro, cosa li faceva illuminare e fantasticare, come attuttivate le loro paure, come gli spiegavate gli eventi che ogni giorno ed ogni ora passavano in televisione? O, simili ai genitori di altre generazioni, li amavate come cuccioli da nutrire e tenere al caldo, perdendovi rapiti nella loro grazia innocente e splendente, ma incapaci, per fretta, per paura, per dubbio, perché intimoriti dal loro crescere, perché troppo occupati, a dialogare con l’intimità amorosa che consente ai genitori non solo di far star bene i loro figli, ma anche di educarli alla vita?

Intanto altre voci si alzavano attorno a loro, perentorie, forti, suadenti come sirene, più facili da ascoltare, più autorevoli, dal momento che i genitori rifiutavano di esercitare l’autorità. Le voci della pubblicità, della televisione, delle celebrità per adolescenti, dei manga, delle playstation, della moda e delle mode, delle cose da avere per essere, per essere come gli altri coetanei, nel terrore di essere diverso dagli altri e quindi esclusi dal paradiso giovanile.

Le voci che li rassicuravano contro ogni difficoltà e dolore, cancellati o alleviati non da un difficile dialogare con gli adulti, ma da un paio di scarpe orribili che gli rovinano i piedi ma li promuovono nell’omogeneità informe del gruppo, ma da un monopattino che per 30 giorni li farà sentire accettati; liberi e indipendenti, loro che sono forse gli adolescenti meno liberi e indipendenti degli ultimi cent’anni, prigionieri di ciò che è bello perché non dura, perché può essere subito rifiutato e sostituito, perché non contando nulla non verrà tramandato ai loro figli, non sarà l’anello di nessuna trasmissione di sapere, di ricordi, di gioie, di rimpianti. Può darsi che la forza di queste lusinghe, che barricano gli adolescenti in un ghetto-mercato riservato solo a loro, che li separano dagli adulti che di quei gadget generazionali non sanno cosa farsene e che pure forniscono loro sfrenatamente, li preparino a un futuro ansioso e desolato, sia pure molto new economy.

Ma proprio perché lo scenario che aspetta il suo ragazzo, le appare, e appare anche a me, pesante, soffocante, ingiusto, vuoto, io penso che una mamma (e mi auguro un padre), della sua intelligenza e della sua chiarezza, saprà da laica, fare passi non indietro, ma in avanti. Forse è un bene che in questo momento i ragazzini facciano i cretinetti e riempiano la meraviglia del loro vivere con ciò che la preoccupa e l’addolora: è un bene che ignorando gli adulti, ignorino pure le parche che stanno infangando, rivoltando, distruggendo quel passato nostro (l’antifascismo e i suoi grandi uomini, la Resistenza e i suoi eroi, persino il Risorgimento) che lei si sente in colpa di non essere riuscita a trasmettere.

Aspetti che esca dall’età cosiddetta difficile, e allora sì, ci provi: a riprendere quel filo della sua storia e della storia di tutti, a trasmettergli la verità che ci stanno rubando, a fargli capire cosa sono i valori umani che vogliono deturpare.

(11 novembre 2000)


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