Davide Cadeddu, CIE e complicità delle organizzazioni umanitarie

by gabriella

cieDomani, a Perugia, discutiamo con l’autore del saggio sui Centri di Identificazione ed Espulsione e la complicità delle organizzazioni umanitarie, dell’evoluzione delle retoriche che hanno accompagnato la cooptazione delle associazioni che si occupano dell’assistenza ai migranti e richiedenti asilo. Mio il compito di introdurre la discussione.

Il giorno dopo il dibattito con l’autore, posso dire che non scorderò questo incontro.

Noi non ce le abbiamo le risposte alle domande che pongono i politici sugli stranieri, sul crimine, sulla sicurezza. Semplicemente perché sono queste domande ad essere mal poste. Secondo noi, non si tratta di domandarsi cosa lo stato debba fare dei richiedenti asilo, dei senza-documenti, dei “clandestini-criminali”. Bisognerebbe invece domandarsi: lo vogliamo un mondo che rinchiude gli esseri umani dentro a delle frontiere, a delle leggi e alle mura delle prigioni? Lo vogliamo un ordine sociale che consegna gli uomini e le donne a uno sfruttamento senza posa, che li imprigiona per mesi e li deporta perché non hanno i documenti di identità in ordine? La vogliamo una società che controlla, che isola, che aliena, che umilia e che, alla fine, toglie ogni umanità?

Letto sui muri di Torino, novembre 2010

La tesi di CIE e la complicità delle organizzazioni umanitarie è che il sistema dei campi con le sue pratiche di liquidazione e annientamento dell’individuo non è finito con la liberazione di Mathausen del 5 maggio 1945, ma si perpetua nei Centri di Identificazione ed Espulsione, ripetendosi

nella quotidianità di una società totalmente amministrata che, nominalmente antifascista e democratica, ha in realtà ereditato il progetto di esproprio totale dell’individuo [p. 9].

Un’associazione così stretta con il male assoluto dello sterminio industrializzato, potrebbe sorprendere chi si chiedesse dove sono adesso i cumuli di cadaveri e le montagne di effetti personali lasciate dai nazisti. Cadeddu mostra, al riguardo, che il numero dei morti non è la tragedia, ma la conseguenza di una tragedia che consiste nella spoliazione di ogni diritto e nella deumanizzazione degli internati, in quanto

sovrappopolazione, consumatori difettosi, popolazione in esubero, individui emarginati o in soprannumero, parassiti [Bauman, Vite di scarto, 2007],

che le strutture di detenzione amministrativa si impegnano a smaltire.

foto_CIE_engCadeddu nota in proposito che i campi di internamento per migranti non sono sovrapponibili in modo secco ai campi di concentramento e sterminio nazista. Evidenzia, tuttavia come, da un lato, condizione necessaria per l’eliminazione fisica di un individuo, sia la distruzione del suo statuto giuridico di persona e cittadino attraverso le pratiche di spersonalizzazione proprie delle istituzioni totali [Goffman, Asylum, 1961] e, dall’altro, come le misure di disciplinamento e oppressione in opera nei centri di detenzione amministrativa, rappresentino lo strumento attraverso cui si produce l’internato, cioè un soggetto differente e passibile di un trattamento differente, creato dal dispositivo governamentale del CIE. Dunque,

sottile è la linea che divide il lasciar morire e il far morire [p. 46]. Rispetto ai campi storici, l’estremo assoluto del far morire – che ha portato allo sterminio milioni di persone – viene soltanto spostato da un confine preciso interno a un luogo distante qualche centinaio di chilometri, oltre le frontiere […] nei campi di internamento di paesi terzi, nelle piste del deserto o in mezzo al mare […] [p. 50].

immigrate deserto

Cadaveri di donne nel deserto

OgilvieSi direbbe, come ha osservato Bertrand Ogilvie ne L’homme jetable (2012), che dopo il far morire e lasciar vivere della sovranità, e il far vivere e e lasciar morire della biopolitica, si sia entrati oggi nel far vivere a morte e lasciar morire in massa che sarebbe la formula della bioeconomia [après le «faire mourir et laisser vivre» qui serait la formule de la souveraineté, et le «faire vivre et laisser mourir» qui Foucault forge comme la formule de la biopolitique, on serait dans l’hypothèse  d’un «faire vivre à mort et d’un laisser mourir en masse» qui serait celle de la bioéconomie] [Ogilvie, L’homme jetable, 2012].

carceri-libiche

La cella di un carcere libico per migranti

Operando sull’eccedenza umana, ridotta a spazzatura da rimuovere, i CIE rappresentano uno stato d’eccezione del diritto, uno strappo in cui, per la prima volta dopo Hitler, si entra in una condizione detentiva non per aver commesso un crimine, ma semplicemente per essere un rifiuto umano della globalizzazione. Citando Airné Césaire, l’intellettuale martinicano teorico della negritudine, Cadeddu sottolinea la radice post-coloniale della detenzione amministrativa, notando che il vero tabù infranto dai nazisti è stata appunto l’importazione di pratiche coloniali nel cuore d’Europa dove sono state applicate dapprima agli ebrei europei, quindi ai migranti.

Un dramma che si prolunga fino ad oggi, perché:

così come l’antisemitismo nella Germania nazista ha oggettivamente preparato il terreno al genocidio, anche il razzismo moderno (non più a base biologica, ma a base differenzialista o essenzialista […]), ha portato nei giorni e nei luoghi in cui viviamo, alla persecuzione, allo sfruttamento, alla tortura e alla morte di molti migranti [p. 56].

naufragio migranti

Naufragio di migranti

Eppure, secondo le finalità ufficiali, queste strutture si dicono nate per accogliere, come mostra il fatto che la loro prima denominazione è stata quella di centri istituiti per «le esigenze di prima accoglienza e in attesa di identificazione ed espulsione» [Legge 563/1995]. L’esistenza dei CIE è perciò segnata dalla costitutiva ambiguità legata dalla sua natura di meccanismo di segregazione mascherata da una finalità filantropica. Queste strutture per migranti esprimono e riproducono, infatti, alcune funzioni e caratteristiche dei campi storici:

Il detenuto è costretto a procedure di ammissione e di iniziazione degradanti – Aziz: «quando la polizia ti prende, non ti tratta come un essere umano, ma come uno scarafaggio che deve essere mandato via di casa», p. 49 -; alla profanazione del senso del sé; alla perdita del proprio nome; è obbligato al rispetto e alla deferenza nei confronti di chi lavora nella struttura; alla perdita di ogni senso di sicurezza personale; a rapporti sociali forzati, all’assenza di qualsiasi privacy, al senso di assoluta impotenza; all’infantilizzazione [p. 46].

La loro esistenza non si spiega quindi, se non all’interno di quell’umanitarismo militare di cui ha parlato Chomsky in occasione della guerra del Kossovo [1999], il cui ossimoro ingannatore spiegherebbe l‘eziopatogenesi della mutazione etico-antropologica che ha interessato negli ultimi quindici anni il lavoro sociale (le cooperative sociali, le associazioni caritatevoli, i sindacati confederali, la Croce rossa, il volontariato) e l’opinione pubblica pacifista, disorientati dalla neolingua del peace keeping o della guerra umanitaria, quando non ipocritamente consapevoli della natura di tali operazioni.

Cadeddu tiene però distinti i meccanismi retorici di cooptazione delle associazioni dalle concrete ragioni di successo dell’operazione CIE, a suo avviso strettamente legate alla funzionalità economica del dispositivo. Così come la messa al lavoro degli ex-tossicodipendenti e degli ex-carcerati (o dei carcerati) è funzionale all’abbattimento dei costi e delle protezioni sociali di un lavoro che ha valore di reinserimento e ha dunque senso, per gli interessati, anche al minimo delle tutele, il lavoro dei migranti è un doppio guadagno per le imprese che lucrano sul basso salario e sugli incentivi statali.

Per le cooperative sociali poi, gestire un CIE è l’impresa più redditizia, rispetto ad altri lavori assistenziali, perché se lo stato corrisponde per ogni ospite la stessa retta giornaliera,

che inizialmente variava dai 50 agli 80 euro al giorno, mentre ora […] può scendere fino a 30. Per dare un ordine di grandezza è quello che un cittadino libero pagherebbe per alloggiare in una stanza d’albergo […] [p. 102],

ospitare minori o adulti in difficoltà comporta una severa limitazione del numero degli ospiti, mentre un CIE ospita in media 150/200 persone. Con i CIE si può dunque sfruttare al massimo l’economia di scala dei centri di accoglienza ed assicurarsi margini di profitto alti e sicuri.

Citando Bauman, l’autore si chiede allora se

la figura dell’assistente umanitario […] non sia un anello importante della catena dell’esclusione. Ci si chiede se le agenzie umanitarie che fanno del loro meglio per sottrarre le persone ai pericoli non prestino un aiuto involontario agli artefici della pulizia etnica. [Ci] si domanda se l’operatore umanitario non sia un agente dell’esclusione al minor costo e – ancora più importante – un dispositivo ideato per scaricare e placare le ansie del resto del mondo, per assolvere i colpevoli e sedare gli scrupoli, oltre che che per disinnescare il senso d’urgenza e il timore della contingenza. Mettere i rifugiati nelle mani degli operatori umanitari (e chiudere gli occhi sulle guardie armate che stanno sullo sfondo) sembra il modo ideale per conciliare l’inconciliabile: il desiderio irresistibile di disfarsi dei rifiuti umani nocivi e, al tempo stesso, gratificare il proprio cocente desiderio di rettitudine morale [Bauman, Vite di scarto].

Le retoriche della guerra umanitaria e dell’accoglienza hanno quindi condizionato e anestetizzato i luoghi dell’elaborazione critica del pensiero e del conflitto sociale, permettendo l’istituzionalizzazione di servizi che fanno funzionare dei campi di internamento per migranti, diventato ormai un lavoro come un altro, da difendere con la richiesta di «chiarezza sul nostro futuro», e di «difesa dei posti di lavoro» [p. 81].

Corrispondentemente, anche il discorso pubblico delle associazioni è cambiato: si protesta perché le condizioni attuali dei CIE non sono più sostenibili, non perché la detenzione amministrativa viola i diritti umani, ma perché i loro servizi sono incompleti e scadenti, peggiorando le condizioni dell’accoglienza:

[Ciò] sancisce la caduta nell’abisso, lo slittamento di senso delle culture e delle pratiche pedagogiche, nate per l’emancipazione e liberazione degli individui, e piegate dall’interesse del profitto a strumenti di governo e di controllo dell’eccedenza. La cultura  dell’umanitario che qui emerge non si sogna neanche lontanamente di mettere in discussione la detenzione amministrativa (neanche come ipotesi), ma anzi la considera come luogo materiale e simbolico privilegiato per far agire i dispositivi formativi della pedagogia e della formazione messi a punto da campi di concentramento [p. 113].


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