Nelly Kaplan, Je vous salue, maris

by gabriella

Uomo-oggettoCineasta, artista surrealista, Nelly Kaplan ha scritto anche alcuni racconti femministi, tra cui questo Je vous salue, maris, anche noto come Ave, mariti in cui racconta la servitù pavloviana degli uomini nel matriarcato prossimo venturo. Era un futuristico, immaginifico, libero, 1959.

Da millenni ormai viviamo di nuovo sotto il regime del ma­triarcato. Le donne hanno vinto. Hanno proprio vinto. Stiamo pagan­do duramente la loro condizione servile di un tempo. Noi, gli uomini. E ciò dura da millenni.

Eppure, talvolta ho sperato in un cambiamento. Nella storia  di questo mondo i giorni si susseguono e non rassomigliano l’uno all’altro. Nei libri di storia io cerco un motivo di speranza. In­fatti, sono uno dei pochissimi uomini che ancora ama la lettura. Durante le lunghe giornate che passo qui recluso, nella dimora in cui sono relegato, io leggo le opere degli avi. E le capisco, per­fino. Sembra che, nonostante la condizione in cui vivo, la mia intelligenza sia al di sopra della media. E per questo, senza dub­bio, che quelle mi sorvegliano con particolare insistenza. Ma ciò non mi impedisce di divorare delle opere che, a sprazzi, mi rive­lano quel che era il mondo in un lontano passato, molto prima del matriarcato. E mi fanno sognare. Invano. Perché non usciremo mai dal nostro stato. In verità, la speranza non può essere che un’illusione. Quelle ci tengono in pugno. Si sono ammirevolmen­te organizzate per darci l’essenziale: vitto, alloggio e perfino tutti i comfort. Una specie di anestesia, insomma, un’anchilosi men­tale che ci incarcera molto meglio delle sbarre di una prigione.

Non ci viene neanche in mente di tentare un’evasione. E quan­do, qualche volta, cerco di animare una rivolta, i miei compagni mi guardano, in preda al panico, e si allontanano da me con diffidenza, non capiscono. Forse mi denunciano. Eterno masco­lino, con le sue debolezze e le sue astuzie. Meglio non fidarsi del sesso debole. E chiaro che in questa casa di lusso e di lussuria tutti i nostri capricci vengono soddisfatti. I giorni scorrono nel dolce far nien­te, le notti nella gioia. E vero anche che ci trattano bene e che mai — insomma, quasi mai — veniamo puniti.

Ma io non sono felice. Quelle là lo sanno. Mi sembra di sen­tirle:
Lei non sarà mai felice — mi dicono —.
Pensa troppo. A che scopo? E più semplice rassegnarsi. Ad ogni modo, lei non  potrà cambiare la condizione dell’uomo.
Non si può modificare una situazione ormai assodata. Co­me si spiega il fatto che le grandi creature siano sempre delle donne? — aggiungono con dolcezza colorata di fastidio.

Hanno ragione. Lo so. Gli uomini non inventano mai nien­te… Non creano mai qualcosa di sorprendente. Quelle hanno sempre ragione. Anche quando si mostrano addolorate per la no­stra cretineria incurabile. E anche in questo caso, come lottare? Millenni di atavismo ci schiacciano. E scorrono i giorni, i mesi, in questa casa che mi ospita. Sin dalla più tenera infanzia sono stato iniziato a tutte le finezze dei riti che le donne vengono a celebrare qui, per dimenticare le fa­tiche delle loro giornate cariche di lavoro e di responsabilità.

Non appena uscito dall’Istituto di Alti Studi Voluttuosi (Idasv) sono entrato in queste case. Sembra che io sia stato eccezionalmente dotato dalla natura, tanto intuitivo, a volte tenero, sempre efficiente. E come non esserlo dal momento che quelle hanno previsto tutto? Anche se sono repellenti, siamo stati con­dizionati a servirle. E più forte della nostra volontà. Ahimè, la carne è debole e loro hanno letto tutti i libri. E in più, gli espe­rimenti scientifici di un professore del XX secolo hanno sugge­rito loro la soluzione sognata. Soluzione che fu applicata con suc­cesso.

All’Idasv, nel corso di tre lunghi anni di studio, ogni volta che ci facevano andare su di giri — e quelle lo sanno come si fa! — un campanello squillava nelle aule di attività pratica. Questo, dopo innumerevoli sessioni in stato euforico, ci ha dato un ri­flesso condizionato tale che al minimo squillo… In breve, appe­na una donna, per quanto poco seducente possa essere, viene a trovarci, un ingegnoso sistema di carillon scatenato nelle camere ci rende automaticamente delle inesauribili — o quasi — vittime incantate.

Un giorno, forse, tutto cambierà di nuovo. L’intuito mi dice che verrà il turno di quegli strani mutanti comparsi dopo la prima Grande Distruzione, androgini inquietanti, dagli occhi dissemi­nati di pulviscoli d’oro. Per ora, essi sono ancora al nostro ser­vizio. Ma il loro strano sorriso e l’estensione dei loro poteri non mi ingannano. Noi, gli uomini, e le donne che oggi ci dominano, spariremo nei secoli che verranno. E sarà giusto così. Ma ciò appartiene al futuro.

In questo momento, rassegnato ospite di questa casa, sento salire dei passi verso la mia stanza. La porta si apre. Io sono troppo stanco per girarmi e resto lì indo­lente, sdraiato, con gli occhi chiusi.
Ancora una donna…
Si avvicina e, con voce smarrita per l’abuso di liquori mar­ziani, mi saluta. Poi comincia a spogliarmi. E bella o è orrida? Suppongo che sia tempo di aprire gli occhi per saperlo. Ma ecco che una dolce vertigine da carillon mi dà tutte le risposte. E pre­ferisco restare ad occhi chiusi, lasciandomi andare, rassegnato e radioso.
Non c’è possibilità di rivolta. È tornato di nuovo il matriar­cato.


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