Ruth Benedict, L’educazione dei bambini in Giappone

by gabriella

BenedictTratto da Il crisantemo e la spada, 1946.

Anche l’educatore occidentale più premuroso non riuscirebbe ad immaginare quali siano le cure che i Giapponesi riservano di loro bambini. In America i genitori, pur preparando i loro piccoli ad un tipo di vita molto più sciolto e molto meno stoico di quel­lo giapponese, tuttavia, fin dall’inizio, non esitano a dimostrare al bambino che i suoi piccoli desideri non sono affatto legge a questo mondo. Noi siamo abituati ad imporre al bimbo un certo regime relativamente alla nutrizione e alle ore di riposo, e, anche se il piccolo protesta e fa i capricci, lo obblighiamo ugualmente ad aspettare il momento prestabilito per il cibo e per il sonno. Poco più tardi la mamma comincerà a picchiargli la mano per costringerlo a togliersi il dito di bocca o a non toccarsi altre par­ti del corpo. Inoltre spesso la mamma è lontana e quando esce, il bimbo deve rimanere a casa. Il suo svezzamento inizia quando egli non ha ancora co­minciato a preferire altri cibi; e, se è stato allattato con il biberon, deve presto imparare a rinunciar­vi. Vi sono certi cibi che «vanno bene per lui» ed egli deve mangiarli. Se fa qualche cosa che «non va», lo aspetta un castigo. Per un Americano non sarebbe del tutto naturale supporre che i piccoli giapponesi siano sottoposti ad un tipo di discipli­na ancor più rigido di questo, dato che, una volta adulti, essi dovranno imparare a dominare i propri desideri e ad osservare con puntigliosa attenzione un codice di vita estremamente esigente?

bambini-giapponesiI Giapponesi, invece, si comportano con i bambini in un modo del tutto diverso dal nostro. Se rappresentiamo graficamente l’arco di una vita umana, vediamo che in Giappone esso co­stituisce una curva il cui andamento è opposto a quello statunitense: si tratta di una grande curva che tende ad assumere dolcemente la forma di una U, in cui i massimi di libertà e di indulgenza sono riservati ai bambini e ai vecchi, mentre le limitazioni all’autodeterminazione individuale aumentano lentamente dopo la fanciullezza per raggiungere il punto più basso della curva nel periodo che immediatamente precede e segue il matrimonio; per lungo tempo, durante gli anni della maturità, la curva rimane in basso, ma poi lentamente tende a risalire finché, dopo i ses­sant’anni, sia gli uomini che le donne giungono a liberarsi di ogni rispetto umano, per vivere in una condizione simile a quella dei bambini.

Se tracciamo un’analoga curva per la vita degli Americani, essa appare capovolta: norme severe go­vernano la vita del bambino, e solo man mano che la sua personalità si consolida diminuiscono le imposizioni esterne, finché un uomo diventa padrone della propria vita quando, trovato un lavoro che gli dia l’indipendenza economica, è in grado di mettere su casa per proprio conto. Da noi solo nel fiore degli anni la libertà e l’iniziativa individuale raggiungono il loro massimo svilup­po, mentre le imposizioni esterne ricominciano ad apparire quando gli individui, perdendo le loro capacità o le loro energie, ritornano in una situa­zione di dipendenza. Per un Americano è difficile anche soltanto immaginare una vita regolata sul modello giapponese: essa gli apparirebbe come una fuga di fronte alla realtà. […]

Un popolo così profondamente indulgente verso i bambini è portato a desiderarli e, difatti, i Giappo­nesi desiderano avere dei bambini. Questo atteggia­mento, analogamente a quanto avviene per i genitori statunitensi, si spiega prima di tutto col semplice fat­to che è un piacere amare un bambino. I Giapponesi, però, desiderano avere bambini anche per altri mo­tivi che negli Stati Uniti hanno minor peso. I genitori giapponesi hanno bisogno dei bambini non solo perché essi riempiono emotivamente la loro esistenza, ma anche perché il non essere in grado di perpetuare la propria famiglia rappresenterebbe un grave falli­mento nella vita di ogni Giapponese. Ogni uomo in Giappone deve avere un figlio: ne ha bisogno, dopo la sua morte, per il giornaliero atto di devozione alla sua memoria da compiere davanti all’altare della stanza di soggiorno, di fronte alle lapidi in miniatura; ne ha bisogno per perpetuare la propria discendenza e per tutelare l’onore e i beni della famiglia. I motivi imposti dalla tradizione sociale fanno sì che un pa­dre abbia bisogno di un figlio quasi quanto un gio­vane abbia bisogno di un padre. Sarà il figlio infatti che, in seguito, prenderà il posto del padre e questa sostituzione non è sentita come un fatto lesivo della dignità del padre, ma anzi è qualcosa che gli dà si­curezza.

[…] [In Giappone] quando un maschietto pian­ge la mamma usa dirgli: «Non sei una bambina» oppure «Sei un uomo». O ancora: «Guarda quel bambino che non piange». Quando un altro pic­cino viene a far visita, la madre in presenza del proprio bambino, si mette a vezzeggiare il piccolo ospite e dice: «Ho intenzione di adottare questo bambino; desidero proprio un bambino così carino no e così bravo. Tu invece non ti comporti come dovresti per la tua età». […]  Talvolta la piccola provocazione psicologica nei confronti del bimbo assume forme diverse. La madre, volgendosi verso il marito, dice al bambino: «Tuo padre mi piace più di te: lui sì che è un uomo come si deve». Il piccolo dà pieno sfogo alla sua gelosia e cerca di intromettersi fra il padre e la madre. La mam­ma allora gli dice: «Tuo padre non va in giro per la casa gridando e non corre qua e là per le stan­ze». «No, no», si difende il bambino «non lo farò più neanch’io. Adesso che sono buono, mi vuoi bene?». Quando la scenetta è durata abbastanza, il padre e la madre si guardano e sorridono. Questo è un tipo di atteggiamento che essi possono usare sia per una bambina che per un maschietto.

Tutte queste esperienze infantili contribuiscono in modo notevole a far sorgere nel Giapponese adul­to quel timore del ridicolo e della condanna sociale che è un elemento così tipico della sua mentalità.

 

Esercitazione

1. Illustra quali differenze ci sono nel rapporto che giapponesi e americani hanno con i loro bambini.

2. Spiega in che modo la «forma a U» con cui l’autrice rappresenta l’arco della vita umana differisce in Giappone e in America.

3. Spiega per quali motivi i giapponesi desiderano avere bambini.


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