Sara Garbagnoli, L’invenzione dell'”ideologia del genere”

by gabriella

Gender-identityUna sintesi dell’articolo di Sara Garbagnoli, dottoranda presso il Centre de Sociologie Européenne dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales (Paris) sulla creazione e l’etichettamento della teoria del genere. La studiosa spiega come l’«ideologia del genere» sia la caricatura delle ricerche prodotte nell’ambito degli studi di genere che rende invisibile l’approccio genetico strutturalista che li caratterizza: «lungi dal sostenere che ciascuno può scegliere la sua identità o il suo orientamento sessuale, tali studi indagano il funzionamento dell’ordine sessuale e delle gerarchizzazioni che lo definiscono. Storicamente costruito, l’ordine sessuale è, infatti, solidamente naturalizzato attraverso un sistema di strutture sociali che iscrivono le norme che lo caratterizzano nelle categorie mentali, nelle categorie istituzionali e nelle divisioni del mondo sociale come fossero un fatto di natura».

Pubblicato in About Gender, vol. 3, 6, 2014, pp. 250-263. In coda un’intervista alla studiosa che sintetizza efficacemente i temi della sua ricerca.

Per una ricognizione completa del tema, anche nei suoi risvolti pedagogici, si veda anche La Ricerca (Loescher), Dicembre 2015, II, n. 9, pp. 76.

 

1. L’«ideologia del genere»?

L’«ideologia del genere» sconosciuta e misteriosa come il Carneade di manzoniana memoria? Sì, se si considera che pochi ancora sanno che l’espressione è stata coniata all’inizio degli anni 2000 in alcuni testi redatti sotto l’egida del Pontificio Consiglio per la Famiglia con l’intento di etichettare, deformare e delegittimare quanto prodotto nel campo degli studi di genere. No, se si osserva la diffusione virale che tale sintagma ha conosciuto (restando assai nebuloso nel suo significato) da almeno due anni a questa parte, a partire dal momento in cui il suo impiego è migrato dai testi vaticani per diventare parte degli slogan scanditi da migliaia di manifestanti mobilitatisi (in Francia e in Italia, soprattutto) contro l’adozione di riforme giuridiche miranti alla riduzione delle discriminazioni subite dalle persone non-eterosessuali (matrimonio tra persone dello stesso sesso, riconoscimento dell’omogenitorialità, legge di contrasto alle violenze omotransfobiche).

Scegliendo di definirsi «anti-gender» tali manifestanti – sostenuti in quest’opera di ‘labellizzazione’ dalla stampa cattolica e conservatrice e dal recente proliferare di una produzione editoriale dedicata a tracciare «pericoli e conseguenze» di questa fantomatica «teoria» – hanno contribuito alla metamorfosi di un’etichetta priva di referente in una categoria di mobilitazione politica produttrice di effetti politici.

Cosa significano l’espressione «ideologia del genere» o «teoria del genere»? Si tratta di un efficace dispositivo retorico che il Vaticano ha messo a punto per delegittimare, ad un tempo, le analisi e le ricerche che studiano le forme di naturalizzazione delle norme sessuali e le rivendicazioni politiche portate dai movimenti femministi e omosessuali per contrastare e ridurre le forme di inferiorizzazione materiale e simbolica subite dai minoritari sessuali [per il concetto di “minoritari sessuali” cfr. Colette Guillaumin e Didier Eribon].

società italiana storicheIl salutare e tempestivo intervento, nell’aprile del 2014, del Direttivo della Società delle Storiche, che ha indirizzato una lettera alla Ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, ricordando come l’espressione «teoria del gender» sia una formula polemica priva di significato teorico e denunciando la gravità di «interventi censori» operati da organi dello Stato per effetto di pressioni operate dal mondo cattolico, è al momento un’eccezione degna di nota nel mondo intellettuale e accademico italiano.

Pochissimo, quasi niente, sino ad ora, è venuto dal fronte dei sociologi del genere e dal fronte (più interdisciplinare) degli studi di genere, differentemente da quanto è avvenuto fuori Italia, dove i ricercatori sono intervenuti per analizzare il discorso del Vaticano sul genere, mostrare l’inconsistenza dei suoi fondamenti e della sua pretesa euristica, criticarne gli abusi terminologici e riaffermare l’importanza dell’autonomia scientifica [cfr. gli interventi al convegno Habemus Gender! Deconstruction of a Religious Counter-Attack, che faranno presto l’oggetto di una duplice pubblicazione in riviste accademiche].

 

2. L’invenzione del sintagma «ideologia del genere»: elementi per l’anamnesi di una genesi conservatrice

Il triennio 2011-2013, caratterizzato, tanto nello spazio pubblico francese che in quello italiano, da dibattiti politici di vasta portata sulla questione delle discriminazioni subite dalle persone non straight, corrisponde al periodo di diffusione virale dell’espressione «Teoria del genere» e delle sue tante varianti – «ideologia del genere», «teoria del gender», «teoria del genere sessuale», «teoria soggettiva del genere sessuale», «teoria delle femministe del genere», «teoria del genere queer». Un tale proliferare di etichette risponde principalmente all’intento di trovare una buona combinazione che funzioni nello spazio mediatico e politico in cui è impiegata come una formula magica, che può, cioè, creare ciò che afferma.

Quanto alla loro origine, tali sintagmi sono stati fabbricati da «esperti» scelti dal Vaticano a partire dalla metà degli anni ’90 per etichettare (distorcendolo) qualunque intervento teorico, giuridico, politico, culturale che produca forme di denaturalizzazione dell’ordine sessuale. Essi cominciano a circolare con la pubblicazione, sotto l’egida del Pontificio Consiglio per la Famiglia, del Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, pubblicato in Italia nel 2003, in Francia nel 2005 e, da allora, tradotto in otto lingue. Si tratta di un dizionario enciclopedico composto da circa novanta lemmi sulle questioni di genere, sessualità e bioetica, redatto da più di settanta tra autrici e autori, attivi come consiglieri del Vaticano e/o nell’ambito delle sue istituzioni di insegnamento.

Tony Anatrella

Tony Anatrella

Sei sono i lemmi del Lexicon che esplicitamente disegnano i contorni della supposta «IDG»: «“Genere”: pericoli e portata di questa ideologia», «Genere (“gender”)», «“Genere”: nuove definizioni», «Confusioni affettive e ideologiche che attraversano la coppia contemporanea», «Omogenitorialità» e «Identità e differenza sessuale». Arricchiti da una cospicua introduzione di Monsignor Tony Anatrella, psicanalista francese che si è particolarmente distinto alla fine degli anni ’90 per la virulenza della sua opposizione all’adozione del Pa.C.S. in nome di un ordine simbolico (supposto naturale) fondato sulla bicategorizzazione sessuale, questi articoli sono stati ripubblicati in Francia nell’autunno del 2011 in un volume intitolato Gender. La controverse. L’opera è uscita in libreria al momento della polemica sulla pubblicazione di manuali di biologia tacciati di diffondere «la teoria del genere» nei licei francesi e di fare della scuola «un luogo di propaganda».

Il testo di Anatrella, intitolato La théorie du genre comme un cheval de Troie, èinteressante perché presenta una sintesi degli argomenti prodotti dagli inventori dell’etichetta. La «teoria del genere» farebbe seguito e sostituirebbe «l’ideologia marxista», sarebbe

«la nuova ideologia che serve apertamente di riferimento all’ONU», ancora «più oppressiva e pericolosa [del marxismo], presentandosi sotto le vesti di un discorso di liberazione da un’oppressione, di libertà, di uguaglianza». (…) «Questa ideologia pretende che i mestieri non abbiano sesso, che l’amore non dipenda dall’attrazione tra uomini e donne, che la psicologia maschile si confonda con la psicologia femminile, laddove da un punto di vista psicologico non si tratta delle stesse strutture psichiche».

(…) «Si tratta di un costrutto concettuale che non ha nulla a che vedere con la scienza: è tutt’al più un’opinione». (…) «Il genere è una teoria idealista e disincarnata. Una tale ideologia approfitta, per imporsi, del clima intellettuale della supremazia dell’individualismo, del soggettivismo». Prodotta dalle «femministe intransigenti», tale costruzione produrrebbe «rivendicazioni che possiamo qualificare infantili e che creano un terreno favorevole alla violenza». (…) «Dall’inizio degli anni 1990, il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha intrapreso un lavoro di ricerca attraverso specialisti internazionali per produrre un’analisi della teoria del genere e rispondere ai suoi sofismi».

(…) L’obiettivo del Lexicon è quello di fornire uno studio ed una critica della teoria del genere a partire da principi di ragione e non ispirandosi a considerazioni religiose. (…) Il popolo dovrà ribellarsi contro il negazionismo dei sessi e il relativismo ugualitarista». (Anatrella in Pontificio Consiglio per la Famiglia, 2011, passim).

Dale O'Leary

Dale O’Leary

Quanto al periodo di elaborazione de «LTDG», Anatrella lo scrive e le pubblicazioni del Vaticano lo confermano, l’inizio di questa strategia di deformazione e di etichettatura del «discorso dell’avversario» risale al momento della Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo (organizzata dalle Nazioni Unite al Cairo nel 1994) e della Conferenza mondiale sulle donne (convocata dall’ONU l’anno seguente a Pechino). I testi che alla metà degli anni ’90 forniscono la principale matrice del discorso del Vaticano sulle questioni di genere e sessualità sono gli interventi redatti da Dale O’Leary. Vicina all’Opus Dei, O’Leary è rappresentante del Family Research Council, una lobby familialista cattolica statunitense, e della National Association for Research & Therapy of Homosexuality, associazione che promuove la “cura” dell’omosessualità.

Nei suoi testi, la militante cattolica attacca le «femministe del genere», responsabili di aver prodotto «un’ideologia» che, affermando la natura costruita e sociale dei ruoli sessuali, mira ad «abolire la natura umana». L’espressione «Gender Feminists», antesignana dei sintagmi «ideologia del genere» e «teoria del genere», è ripresa da Who Stole Feminism? How Women Have Betrayed Women, saggio antifemminista pubblicato nel 1994 da Christina Hoff Sommers con l’appoggio di think tanks della destra conservatrice statunitense. Nel Lexicon le «femministe del gender» sono descritte come coloro che «calpestano le specificità del genio femminile», seminano la guerra tra i sessi e aspirano ad una loro « distruzione ».

Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II

Restando al Lexicon, nell’articolo “Genere”: pericoli e portata di questa ideologia, Oscar Alzamora Revoredo riprende le tesi di O’Leary. Jutta Burggraf, invece, fonda l’argomento presentato nel suo testo – «Genere (“gender”)» – sulla «teologia della donna». Elaborata dal Giovanni Paolo II dall’inizio del suo pontificato, tale dottrina postula che le disposizioni de “la donna” – in primis l’amore materno –, siano naturali, discendendo dalla sua anatomia e dalle specificità del suo corpo (da cui deriverebbe anche la sua «particolare psicologia»). Non più subordinata all’uomo (come nella dottrina tradizionale della Chiesa), “la donna” diventa sua complementare: uguale in dignità, nell’incommensurabilità di una «differenza ontologica».

Nel suo articolo «“Genere”: nuove definizioni», Beatriz Vollmer Coles propone una «nuova definizione» di genere perché tale nozione possa essere in accordo con l’«antropologia umana» sostenuta dalla Chiesa. Il genere, per il Vaticano, sarebbe la «dimensione trascendente della sessualità umana che si conforma all’ordine naturale già presente nel corpo». Nessun bisogno del genere nella teoria del genere del Vaticano! Da ciò emerge che ciò che disturba il Vaticano (e i conservatori dell’ordine sessuale) non è il genere in sé – che può essere usato (e non di rado lo è!) come sinonimo di «donne» intese come gruppo naturale –, ma il potenziale critico di una categoria analitica che denaturalizza l’ordine tra i sessi, iscrivendolo nell’ambito dei rapporti sociali di dominio (Butler 1990, Delphy 2001, Scott 2013).

 

3. Dalla “labellizzazione” alla mobilitazione politica

Se si analizzano gli spazi, i tempi e le modalità di elaborazione dell’espressione «ideologia del genere», gli agenti che l’hanno prodotta e la veicolano, il suo contenuto e la sua forma retorica, i suoi usi sociali, ciò che emerge innanzitutto e soprattutto è che tale sintagma si configura come un dispositivo retorico reazionario. Da un lato, l’espressione è fabbricata in reazione a diverse forme di presa di parola e di posizione dei minoritari sessuali che hanno portato (a) all’autonomizzazione di un nuovo campo di studi, (b) all’adozione di riforme giuridiche contro le forme di oppressione e di discriminazione subite dal gruppo delle donne e delle persone omosessuali e trans e (c) all’elaborazione di politiche cosiddette di gender mainstreaming di promozione dell’uguaglianza tra i sessi.

Nella sua vis polemica, il Vaticano, accomuna e confonde agenti e gruppi che non sono omogenei o concordi, distinti come sono per risorse, analisi, obiettivi e modalità di azione. Dall’altro, si tratta di un’invenzione retorica reazionaria nel senso politico del termine. Per la Chiesa cattolica (e, più in generale, per i conservatori dell’ordine sessuale), sesso e sessualità sono questioni che riguardano un ordine trascendente, presociale, immutabile. Infine, tale discorso reattivo e reazionario si costruisce ricostruendo il discorso e la posizione avversaria, contribuendo così, grazie alla forza del discorso religioso legittimo, a elaborarne le definizioni socialmente efficienti. Tra le principali deformazioni che gli inventori della «teoria del genere» fanno subire agli studi di genere figura l’idea che ciascuno può scegliere la sua “identità” o il suo “orientamento sessuale”, quando gli studi di genere indagano invece il funzionamento sociale delle norme che reggono l’ordine sessuale e delle gerarchie che lo traversano e lo definiscono. Storicamente costruito (ovvero non inevitabile), esso è solidamente naturalizzato. Quanto alla categoria analitica di genere, nei testi del Vaticano ritroviamo mescolate e confuse, le due differenti definizioni che circolano nel campo degli studi di genere. Da un lato, il genere come ruolo, maschile o femminile, che sarebbe culturalmente e socialmente determinato e attribuito rispettivamente agli uomini e alle donne. Dall’altro, il genere come gerarchizzazione sociale che divide l’umanità in due metà disuguali e rende socialmente pertinente la discontinuità tra i sessi (Delphy, 2001).

Dopo la pubblicazione del Lexicon, l’espressione «ideologia del genere» viene episodicamente ripresa (soprattutto in Italia) su giornali conservatori, utilizzata nei titoli di convegni organizzati dall’associazionismo cattolico e ricorre in alcuni importanti interventi di Joseph Ratzinger (il più noto è il discorso alla Curia Romana del dicembre 2012). Sarà, però in Francia, in concomitanza con il dibattito che ha portato nel maggio del 2013 all’approvazione della legge estensiva dell’istituto matrimoniale alle coppie formate da persone dello stesso sesso, che essa si diffonderà nello spazio mediatico e politico. Il fronte degli oppositori al matrimonio egualitario ha, infatti, adottato l’espressione la «teoria del genere» per etichettare e stigmatizzare la coalizione di quelli che considerava i suoi avversari politici.

Sentinelle-in-piediIn Italia l’espressione «ideologia del genere» è brandita dall’estate del 2013 da militanti conservatori e associazioni familialiste cattoliche organizzatisi in gruppi che ricalcano nei nomi («Manif pour Tous-Italia», «Sentinelle in piedi», «Hommen-Italy») i corrispettivi francesi, per esprimere la loro opposizione, da un lato, all’adozione di una legge che punisca forme di violenza fisica o verbale indirizzata nei confronti delle persone omosessuali e transessuali in ragione del loro orientamento sessuale e, dall’altro, qualunque forma di intervento in ambito scolastico che promuova formazioni per insegnanti in cui le questioni degli stereotipi di genere, delle violenze omotransfobiche e della varietà dei tipi di famiglia (inclusa quella omogenitoriale) vengano affrontate.

Sul piano degli attori, si tratta degli stessi che si sono mossi in occasione del Family Day del 2007. Tra di essi: il Forum delle Associazioni familiari, che ha diffuso via internet un «vademecum–strumenti di autodifesa dalla ‘teoria del gender’ per genitori con figli da 0 a 18 anni» e l’Unione Giuristi Cattolici Italiani, che ha co-organizzato, sovente insieme ad Alleanza cattolica, decine di seminari contro «la teoria del genere».

Una martellante campagna contro l’«ideologia del genere» è condotta dalla stampa cattolica e conservatrice (Avvenire, Tempi, La Nuova Bussola Quotidiana, Il Foglio). Nel corso degli ultimi mesi, sono state organizzate decine di “veglie” delle «Sentinelle in piedi» – gruppo giuridicamente riconducibile ad Alleanza Cattolica – per difendere quella che i manifestanti definiscono la «famiglia naturale» (ma quid est?), «il diritto di ogni bambino di avere un padre e una madre» (ma i bambini non hanno diritto di crescere con i genitori che li hanno voluti e che li amano in un ambiente che non li discrimina in base al sesso o al numero dei genitori?) e «la libertà di espressione» (ma i pregiudizi sull’inferiorità delle persone omosessuali e trans non cozzano contro il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini sancito dalla nostra Costituzione?).

crocefissoAlcuni comuni hanno recentemente votato delibere che si oppongono all’introduzione di nozioni che sarebbero ispirate dall’«ideologia del genere» e che porterebbero pregiudizio alla «famiglia naturale». I disegni di legge sulle questioni dell’omosessualità restano congelati in Parlamento e la diffusione dei fascicoli «Educare alla diversità a scuola», realizzati per commissione dell’Unar e destinati agli insegnanti delle scuole pubbliche, è stata bloccata dal Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione. L’intervento di Gabriele Toccafondi è di poco successivo alle dichiarazioni rilasciate dal cardinale Angelo Bagnasco, che si era scagliato contro «la dittatura del genere» e la trasformazione delle scuole pubbliche in « in campi di rieducazione e di indottrinamento». Le affermazioni del prelato, che è stato recentemente confermato dal Papa alla presidenza della CEI, suonano quanto meno curiose in un Paese come l’Italia in cui il crocifisso appeso sui muri delle aule delle scuole pubbliche è il sintomo e il simbolo dell’ingerenza e del potere che la Chiesa non smette di rivendicare ed esercitare nell’ambito dell’istruzione pubblica.

Le manifestazioni indette dall’associazionismo familialista cattolico contro l’etichetta «ideologia del genere» presentano alcune specificità che mi sembra opportuno rilevare. Il discorso omotransfobico tradizionale è stato riformulato retoricamente (ci si dichiara «non omofobi» e, ad un tempo, si inventa la «famiglia naturale», che sarebbe, poi, quella coniugale eterosessuale) e ripensato formalmente, attraverso un restyling che riprende codici di presentazione di sé e di modalità di azione degli ‘avversari’. Emblematico il caso degli Hommen con gli slogan scritti sul torso (richiamo al gruppo delle Femen) e le loro azioni (che rimandano agli zaps di Act-up). Tale maquillage della posizione omotransfoba tradizionale si è accompagnata ad una strategia di captazione di grafica, slogan e simboli di movimenti di liberazione (dal maggio francese alla Resistenza al nazi-fascismo, dalla resistenza non-violenta gandhiana alla Primavera araba) che mira a rivestire un pensiero reazionario con i segni della sovversione.

Attraverso diverse forme di performance e di “messe in azione” nello spazio pubblico (marce, veglie, zaps), sostenute dalla forza, non solo del discorso che proviene da un’istituzione legittima come la Chiesa cattolica, ma anche dalla complicità della gran parte dei media che hanno acriticamente ripreso i termini prodotti dal dispositivo cattolico (essere “pro” o “contro” «la teoria del genere») funzionando da sua cassa di risonanza, la «teoria del genere» ha potuto operare come un «atto di istituzione» che produce ciò che enuncia (Bourdieu 2001), come in alti contesti il concetto di razza. Non è la-teoria, né l’ideologia «lesbo-femminista» e «omosessualista» che produrrebbe violenze, infelicità e catastrofi sociali, ma è un dispositivo retorico reazionario che intende, delegittimando saperi e rivendicazioni che denaturalizzano l’ordine sessuale, perpetuare la ferocia e la tirannia del sistema di oppressione che inferiorizza le donne e/o le persone non-eterosessuali (Wittig, 1992).

 

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mappa gender

Intervista a Sara Garbagnoli di Loris Fuschillo

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito in Italia all’apparizione nello spazio pubblico di alcuni gruppi che manifestano in difesa di una fantomatica « famiglia naturale » e contro una non meno spettrale « ideologia del genere ». Basti pensare alle « veglie » in piazza delle « Sentinelle in piedi » o ai convegni promossi dall’associazionismo cattolico (Alleanza cattolica, Giuristi per la Vita) patrocinati non di rado da regioni o comuni. Le lotte e le rivendicazioni di uguaglianza formulate da parte dei movimenti e delle persone lgbtqi (riconoscimento delle coppie di fatto, matrimonio egualitario, riconoscimento dell’ omogenitorialità, legge di contrasto alla violenza omo-transfobica) vengono tacciate di essere un attacco a « la famiglia » pensata non come un’istituzione ma come un fatto di natura.

Nell’ottobre scorso, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una mozione presentata dalla Lega Nord che impegna la Giunta ad individuare una data per la celebrazione della « Festa della Famiglia Naturale » (sic!) « fondata sull’unione tra un uomo e una donna ». A poche settimane di distanza, la Giunta ha fissato la data all’ultimo giorno di lezioni scolastiche prima della pausa legata alle vacanze di Natale. Una mozione simile era già stata presentata e approvata in Lombardia, presentata anche in tale occasione dalla Lega Nord. Una tale campagna politica mira a contrastare qualunque forma di avanzamento in termini di uguaglianza giuridica da parte di persone non-eterosessuali. Oltre ad istituire una festa che mira a stigmatizzare le persone omosessuali e i figli delle persone omosessuali, la mozione veneta invita le istituzioni a « provvedere allo stanziamento di pubblici sussidi al fine di garantire ai genitori un’effettiva libertà ». Detto altrimenti, la Regione dovrebbe aumentare i finanziamenti alle scuole private, che, come è noto, sono nella maggior parte dei casi gestite dalla Chiesa cattolica. Come se, poi, la scuola pubblica non versasse in condizioni economicamente drammatiche.

L’esplosione di questa nuova ondata di conservatorismo che si presenta sotto l’etichetta « anti-gender » non è specifica all’Italia. Manifestazioni simili a quelle italiane hanno occupato le piazze francesi in concomitanza con il dibattito parlamentare sull’approvazione della legge che ha aperto il matrimonio civile a coppie dello stesso sesso. Per comprendere meglio la genesi di tale crociata abbiamo fatto alcune domande a Sara Garbagnoli (dottoranda presso il Centre de Sociologie Européenne – École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris) che sta studiando le caratteristiche di questa mobilitazione.

Da dove nasce il concetto « ideologia del genere »? 

La nebulosa espressione « ideologia del genere », così come le sue fantasiose e numerose varianti – « teoria del genere », « teoria del genere sessuale », « teoria del genere queer », « ideologia delle femministe del gender »non sono concetti o categorie analitiche, ma sintagmi inventati dal Vaticano a fini polemici e politici reazionari. Tali espressioni hanno cominciato a diffondersi in modo virale nel campo mediatico e politico di numerosi Paesi, non solo europei, nel corso dell’ultimo triennio. Il fenomeno ha per ora principalmente toccato due contesti nazionali di tradizione cattolica, la Francia e l’Italia. Si tratta di due Paesi che sono attualmente attraversati da accesi dibattiti politici che riguardano, da un lato, la questione delle discriminazioni subite dalle persone omosessuali, trans, queer (e eventuali loro figlie e figli) e l’opportunità di prevedere riforme giuridiche che contribuiscano a ridurre tali discriminazioni (se non ad eliminarle) e, dall’altro, la questione degli stereotipi e della violenza di genere e di come la scuola pubblica possa non solo non riprodurli, ma essere un luogo che promuova l’uguaglianza di opportunità tra i sessi.

La genesi dell’espressione « ideologia del genere » risale però ad almeno un decennio prima (all’inizio degli anni 2000) ed è il precipitato della reazione della Chiesa cattolica ai documenti discussi e approvati nel corso della Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo (organizzata dalle Nazioni Unite al Cairo nel 1994) e della Conferenza mondiale sulle donne (convocata dall’ONU l’anno seguente a Pechino). Le prime occorrenze del sintagma sono rinvenibili tanto in alcuni lemmi del dizionario enciclopedico Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, redatto da più di settanta autrici e autori sotto l’egida del Pontificio Consiglio per la Famiglia, pubblicato in italiano nel 2003 e successivamente tradotto in otto lingue, quanto in interventi di saggisti vicini all’Opus Dei o attivi nell’ambito dell’associazionismo cosiddetto « pro-vita » o promotore delle « terapie riparative » dell’omosessualità. Da allora sono decine i testi pubblicati in numerosi Paesi di diversi continenti da case editrici legate alle strutture della gerarchia ecclesiastica dedicati a presentare i « pericoli » di questa « ideologia », che per la Chiesa sarebbe più dannosa di quella marxista perché, operando attraverso una « manipolazione linguistica », produrrebbe un « indottrinamento » dell’opinione pubblica e la « colonizzazione della natura umana ».

« Ideologia del genere » e i suoi sinonimi costituiscono un repertorio di etichette che funzionano all’interno di un dispositivo retorico reazionario che mira, ad un tempo, ad individuare, deformare e delegittimare un fronte avversario costituito da un insieme assai eterogeneo di attori. Tale dispositivo reazionario si articola in due parti, differenti e complementari. Da un lato – è la pars construens del discorso ecclesiastico sull’ordine sessuale – , viene riformulata la visione tradizionalmente espressa dalla Chiesa sui rapporti tra i sessi. A partire dal pontificato di Giovanni Paolo II, la nozione di sottomissione delle donne agli uomini lascia il passo a quella di « complementarietà naturale » tra i sessi. Esisterebbero « disposizioni » e « missioni » specifiche a ciascun sesso: un « genio femminile  » e un « genio maschile » che, per « determinismo fisico » e in accordo con la « legge morale naturale » sarebbero iscritti nella struttura dei loro corpi. Dall’altro – è la pars destruens del discorso vaticano – l’opposizione a qualunque intervento culturale, giuridico e politico di denaturalizzazione dell’ordine sessuale opera attraverso una stigmatizzazione ed una caricaturizzazione della posizione degli avversari. Qui interviene l’invenzione delle etichette « ideologia del genere » and Co. che operano come specchi deformanti. La principale caricaturizzazione delle ricerche prodotte nell’ambito degli studi di genere consiste nell’invisibilizzazione dell’approccio genetico strutturalista che caratterizza tali lavori. Lungi dal sostenere che ciascuno può scegliere la sua identità o il suo orientamento sessuale, tali studi indagano il funzionamento dell’ordine sessuale e delle gerarchizzazioni che lo definiscono. Storicamente costruito, l’ordine sessuale è solidamente naturalizzato attraverso un sistema di strutture sociali che iscrivono le norme che lo caratterizzano nelle categorie mentali, nelle categorie istituzionali e nelle divisioni del mondo sociale come fossero un fatto di natura.

Da due anni a questa parte, i sintagmi « teoria del genere » e « ideologia del genere » hanno poi cominciato a funzionare anche come vere e proprie categorie di mobilizzazione politica. Il loro impiego è progressivamente migrato dai testi vaticani per diventare parte degli slogan scanditi da migliaia di manifestanti mobilitatisi (in Francia e in Italia, soprattutto) contro l’adozione di riforme giuridiche miranti alla riduzione delle discriminazioni subite dalle persone non-eterosessuali (matrimonio tra persone dello stesso sesso, riconoscimento dell’omogenitorialità, legge di contrasto alle violenze omotransfobiche). Entrambe le formule sono costruite attorno alla nozione di genere, ovvero si riferiscono al concetto impiegato a partire dagli anni ’70 dalle femministe antinaturaliste per nominare, e, per tale via, disinvisibilizzare il sistema di inferiorizzazione materiale e simbolico subito dalle donne e dalle persone non-eterosessuali. In seno al campo degli studi di genere esistono diverse teorizzazioni, teorie, significati e usi del concetto di genere. Così come pure esistono analisi antinaturaliste dell’ordine sessuale che non impiegano tale categoria analitica. Per la Chiesa, il genere non è necessariamente da osteggiare – ad esempio il Vaticano stesso propone nel Lexicon una definizione di genere per lui accettabile. Lo è quando è uno strumento analitico che denaturalizza l’ordine sessuale. Le più violente reazioni della Chiesa si sono scatenate non in reazione a interventi o produzioni intellettuali elaborate nell’ambito degli studi di genere, ma in opposizione a interventi giuridici o che toccano i programmi scolastici. Se si osservano le reazioni delle gerarchie ecclesiastiche, emerge chiaramente come il diritto e la scuola costituiscano gli ambiti in cui si produce un sistema di norme, di categorie di percezione o di azione che può costituire un minaccioso concorrente per il discorso teologico sulla natura e lo statuto dei gruppi sessuali.

Il Vaticano si oppone a qualunque forma di denaturalizzazione dell’ordine sessuale – l’ordine tra i sessi e tra le sessualità è per la Chiesa cattolica dell’ordine del trascendente (il Vaticano è lungi dall’essere la sola istanza a sostenere una tale posizione!) – venga esso dal fronte delle rivendicazioni portate dai movimenti femministi e/o lgbtqi, dalle analisi prodotte nel campo degli studi di genere e sessualità o da politiche messe in atto da istituzioni transnazionali o statali volte a ridurre l’inferiorizzazione patita dalle donne e/o dalle persone omosessuali, trans, queer.

Quali sono stati i meccanismi di diffusione di questo discorso ?

Come ti dicevo, la retorica cosiddetta « anti-gender » dai suoi inventori e promotori ha cominciato a circolare in testi redatti dal Vaticano, in particolare dal Concilio Pontificio per la Famiglia e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, all’inizio degli anni 2000. I primi interventi sono simultaneamente pubblicati in diverse parti del mondo : in Italia, in Spagna (all’Università di Navarra, fondata e gestita dall’Opus Dei), in Perù, in Ecuador, negli Stati Uniti (penso agli scritti di Dale O’Leary). Ma fino agli inizi degli anni 2010, la « teoria del gender » attraversa un periodo di relativa latenza, anche se convegni per « rivelarne i pericoli » cominciano ad essere organizzati dall’associazionismo cattolico in Spagna e in Italia. (Detto tra parentesi l’uso polemico di gender in inglese riattiva il topos conservatore secondo cui tale concetto sarebbe un’importazione made in USA, estraneo a contesti culturali e sociali non anglofoni al punto da essere intraducibile!). La circolazione del discorso costruito attorno all’etichetta « ideologia del genere » opera principalmente attraverso le strutture transnazionali della Chiesa cattolica (in particolare attraverso le Conferenze episcopali nazionali, i Concili e le Accademie pontificie). L’Opus Dei, « prelatura personale » che dipende direttamente dal Romano Pontefice, è un altro dei principali vettori della crociata. La struttura transazionale della Chiesa e le sue ingenti risorse economiche hanno permesso una diffusione rapida e capillare non solo del dispositivo retorico di cui l’etichetta « teoria del genere » è il cardine, ma anche della strategia di comunicazione e di presentazione di sé degli attivisti che l’hanno veicolata e, nel corso delle manifestazioni di piazza, incarnata (stesso logo, stessa grafica, stessi slogan). Una delle caratteristiche di tale crociata è stata proprio quella di poter coniugare una dimensione strutturalmente transnazionale (che spesso passa inosservata nei diversi contesti nazionali in cui essa si dispiega) ad una grande capacità di adattamento ai differenti spazi nazionali (penso, ad esempio, al diverso uso della nozione di omofobia o al riferimento al femminismo in Francia e in Italia).

Quali i motivi del suo successo sia a livello sociale che istituzionale?

La domanda è tanto importante quanto difficile è la risposta! Per poter fornire qualche elemento di risposta e di riflessione, direi che una tale etichetta ha funzionato politicamente come un segnale di adunata che, costituendo un nemico comune, ha permesso la costituzione di un vasto fronte di mobilizzazione che va ben oltre la Chiesa cattolica e riunisce istanze (religiose o meno) che difendono l’idea della trascendenza dell’ordine sessuale. L’espressione è, poi, uno slogan ed uno specchio deformante di analisi e rivendicazioni (spesso non omogenee, né comparabili), che ha facilmente impressionato i media, anche grazie alle « strategie di presentazione di sé » dei militanti che l’hanno impiegata. I

n pochi mesi, in Francia e, poi, in Italia sono spuntati come funghi nuovi gruppi militanti che si presentano sotto nuove vesti, rielaborando sovente codici di presentazione di sé dei loro avversari. Una tale operazione di lifting formale si è combinata con forme di eufemizzazione delle retoriche utilizzate. Il pathos ha lasciato il passo al logos (in realtà a forme di tautologia!): dalla patologizzazione delle persone queer si passa ad affermare che la famiglia naturale esiste e che è quella coniugale ed eterosessuale. Si inventa la figura del bambino che avrebbe diritto ad una madre e ad un padre (ma i bambini non hanno diritto di crescere con i genitori che li hanno voluti e che li amano in un ambiente che non li discrimina in base al sesso o al numero dei genitori?). Si lotta in nome della « libertà di espressione » presentandosi come le vittime di una dittatura colonialista – tra le icone usate dai militanti reazionari c’è Gandhi! – (ma i pregiudizi sull’inferiorità delle persone omosessuali e trans non cozzano contro il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini sancito dalla nostra Costituzione?). I militanti « antigender » si dicono apolitici laddove i principali attori della campagna sono, prendo il caso dell’Italia, gli stessi che si sono mossi in occasione del Family Day del 2007. Tra di essi: il Forum delle Associazioni familiari, e, tra i più attivi, Giuristi per la Vita, Alleanza cattolica (cui, ad esempio, le «Sentinelle in piedi» sono giuridicamente riconducibili). La « teoria del genere » è, dunque, un’etichetta-slogan al cuore di un dispositivo retorico che riformula una visione in cui l’eterosessualità e la complementarietà tra i sessi sono pensati come fatti di natura. Il sintagma è pensato per impressionare e convincere non gli avversari – che d’altronde non possono riconoscersi nella caricaturizzazione delle loro posizioni – ma i terzi: i legislatori, i parlamentari, i giornalisti, gli elettori sono i veri destinatari di tale discorso.

Come vedi in questo momento la situazione in Europa e in particolare in Italia?

Il periodo politico che stiamo attraversando mi pare particolarmente preoccupante, caratterizzato com’è da un neoliberalismo e da un neoconservatorismo egemonici e, per così dire, autorinforzantisi. Ciò produce, da un lato, una doxa in cui il mondo sociale è pensato come luogo di incontro ed interazione tra individui (e non tra classi sociali legate da rapporti di dominazione) e, dall’altro, forme di riontologizzazione dei gruppi (in particolare dei gruppi di sesso!). L’acritica reazione dei media francesi rispetto alla retorica dei conservatori dell’ordine sessuale durante il dibattito parlamentare sulla legge detta “mariage pour tous” è stata sconfortante. Non solo, salvo rarissime eccezioni, non hanno analizzato la genesi e il contenuto del discorso cosiddetto « anti-gender», ma hanno contribuito a veicolarlo! Non di rado una delle domande che venivano formulate agli invitati nei diversi media era: « Lei è a favore o contro la teoria del genere? ».

La forza, la violenza e il successo di una tale crociata reazionaria hanno anche prodotto forme di reazione collettiva da parte di militanti o ricercatori. Penso, ad esempio, al convegno Habemus Gender! Decostruzione di un contrattacco religioso che ha riunito decine di ricercatrici e ricercatori all’Université libre de Bruxelles nel maggio del 2014, costruendo uno spazio di dialogo e di confronto che ha permesso di indagare il modus operandi di tale dispositivo reazionario, studiandolo in modo diacronico e sincronico. Da un lato, esso è apparso come una rielaborazione inedita di ben note posizioni reazionarie della Chiesa in tema di questioni sessuali. In tal senso, « l’ideologia del gender » è un nuovo episodio nella lotta di più lunga durata che il Vaticano conduce nei paesi di tradizione cattolica per il mantenimento del privilegio di definire cos’è famiglia (o coppia) in un dato contesto nazionale. Dall’altro, lo studio comparato di tale dispositivo ha permesso di far emergere come esso si declini plasticamente a seconda dei diversi contesti nazionali. In Italia sono state molte le forme di risposta militante alle veglie delle Sentinelle di Alleanza cattolica. Sono inviti per tutti noi a continuare a lottare per contrastare la forza e la pervasività del sistema di inferiorizzazione materiale e simbolica delle persone omosessuali, trans e queer.

Habemus Gender! Decostruzione di un contrattacco religioso qui


6 Comments to “Sara Garbagnoli, L’invenzione dell'”ideologia del genere””

  1. Sì,interessante il percorso filologico, comiche le labellizzazioni ma, alla fine della fiera:
    a mio avviso il problema che si pone è il chiedersi se non sia
    prematuro anteporre l’educazione sessuale (eterosessuale, omosessuale o altro che sia)
    a discipline di base come la matematica o la stessa lingua italiana.
    Perchè a mio avviso nelle scuole elementari questa pretesa c’è,
    così come un pensiero unico che finisce con l’additare
    di collaborazionismo clericale chi muova questa (sì fondata)
    critica. Cosa che finisce per far buon gioco di una più generale
    avversione verso i non-straight.

    • Per quanto ne so sul lavoro della scuola primaria, a me sembra che il focus dei maestri sia l’educazione all’affettività, più che quello alla sessualità. Ed è un po’ quello che fanno, se lo fanno, anche gli altri ordini di studi, per tentare di educare i sentimenti di una generazione bombardata di immagini di violenza e possesso.

      Penso, però, anche che genitori e famiglie debbano essere rassicurati e meglio informati di ciò che diciamo ai loro figli e sul perché lo diciamo (e spetta a noi farlo, anche se mancano tempi e luoghi per provarci): ciò che stiamo rischiando, infatti,è che la distanza tra saperi e società diventi così grande da inceppare millenari meccanismi di formazione e trasmissione delle conoscenze.

      • A mio avviso, alle scuole medie inferiori e superiori l’approccio potrebbe e dovrebbe essere anche più deciso di quelli che sono gli intenti della “buona scuola”.
        La stessa rappresentazione della “generazione bombardata di immagini di violenza a” mio avviso non esprime il panorama complessivo delle realtà genitoriali: calibrare la scuola solo su determinate categorie culturali, classi sociali o ceti economici, rischia di far perdere alla scuola il suo vincente carattere generalista e di alimentare la “fuga” verso gli istituti privati.

        Il punto vero, a mio avviso, resta però la scuola primaria: non sono sicuro che (aldilà delle polemiche strumentali alimentate ancora una volta proprio a favore degli istituti privati) tutte le eccezioni mosse siano sterili.
        Non penso il problema sia il raccontino sul bimbo che vuole giocare con la bambola (mi risulta che da sempre anche i maschi giochino con giocattoli antropomorfi e di fatto a trama omosessuale, ad esempio quelli commercialmente noti come BigJim). Altro discorso andrebbe fatto sulla qualità letteraria di tali racconti, di sicuro c’era di meglio sul mercato, su questo dubbi ce ne sono pochi (lo dico con un sorriso assai amaro). No, davvero non penso sia questo il problema.

        Penso invece il problema sia proprio che la velleità di partire dall’affettività sia un inevitabile passaggio per sottoporre invece i bambini a un ulteriore bombardamento di messaggi sessuocentrici (questa volta con il passaggio per un’istituzione) a un’età praticamente post-neonatale in cui non fatico a pensare che siano gli insegnamenti di base a dover raggiungere i piccoli, proprio per non imbastirne una società polarizzata sulla sessualità, ma per costruire una società basata sulle capacità e sulla loro realizzazione, ossia meritocratica e per questo virtuosa.

        • In realtà, a me pare che la cosiddetta “buona scuola” non intervenga affatto sul tema dell’educazione all’affettività. Se non mi sono persa qualcosa, la ministra si è limitata ad intervenire sul “gender”, costretto dall’incalzare della polemica e, sembra, spinta dalla necessità di prendere le distanze da (tutte) le parti.

          Non insegnando alla primaria, non conosco tutte le pubblicazioni sotto tiro e non posso esprimermi sulla loro qualità letteraria, ma posso immaginare realisticamente che quando il fine è produrre un’utile narrazione non sempre si riesca a toccare vertici poetici.

          Quanto al merito della questione, quando scrivo delle immagini di violenza che raggiungono gli studenti, non mi riferisco alle sole violenze familiari (tragicamente comuni), ma all’immagine femminile spesso rappresentata a tinte sado-maso su cartelloni stradali 6×3. Se se fossi un cittadino preoccupato del contenuto sessuale dei messaggi diretti a gioventù e infanzia non guarderei certo alla scuola.

          Non confonderei, poi, affettività e sessualità, né un’educazione complessiva degli studenti con la “sessuocentricità” dell’educazione. Confesso che quando incrocio questi argomenti, non posso evitare di pensare a formazioni reattive per le quali, solo l’ossessione rimossa del desiderio e della sessualità può farli vedere ovunque anche quando non ci sono.

          • Eh, no, “mi consenta” (cit.).
            Sui cartelloni stradali trova delle rappresentazioni commerciali di un mondo, commerciale appunto, che ha come unico fine produrre guadagni per le modelle rappresentate e per i prodotturi dei beni e dei servizi da esse rappreentati.

            Altra cosa è la scuola, che quando rappresenta un’entità pubblica non deve avallare o presupporre nessuna sessuocentricità, certo non quando l’antepone alla somministrazione delle basi della Conoscenza e tantomeno per predisporre a logiche commerciali. Per le quali, ripeto ancora, da entità pubblica quale è, la scuola deve sempre essere al centro dell’attenzione e prima di qualunque cartello stradale che nessuno obbliga a osservare o seguire, a differenza della scuola dell’obbligo che va osservata e seguita.

            • Sui cartelloni stradali, quale che sia il fine del commercio, si costruisce l’immaginario di chi ci passa sotto: sono agenzie di formazione, come si dice in gergo, e non si può eludere la loro influenza (che è quindi più subdola e “immorale” di quella della scuola animata da fini educativi).

              La scuola non deve essere né sessuocentrica, né castigata: non riconosce altro dovere che il rispetto della scienza ed esercita il suo ruolo nel rispetto della legge. Nei paesi liberi non si aggiunge altro.

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