Flexicurity

by gabriella

Due articoli sulla flexicurity, uno dedicato al modello danese, preso come riferimento da Pietro Ichino; l’altro a quello tedesco, di Monti e Fornero.

Senzasoste, Danimarca e flexicurity: quello che Ichino ed altri non dicono

In questo periodo Ichino ed altri stanno tornando a parlare di Flexsecurity e sembra che l’obiettivo principale sia l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Molte critiche a questo sono state scritte, sostanzialmente condivisibili. Ichino ed altri dichiarano di prendere a modello la Danimarca. E scrivono cose che con la Danimarca non hanno niente a che fare.  In Italia il danese non è molto conosciuto, tantomeno la realtà economica e sociale danese, quindi Ichino e a suo tempo Damiano, ma anche esponenti della Lega e del PdL possono dire cosa vogliono […].

La Danimarca è nell’Unione Europea ma non ha l’euro, e non è obbligata ad adottarlo. Nell’articolo non si parla di questo, ma quasi nessuna delle soluzioni danesi sarebbe possibile con l’euro. Prima di arrivare alle fandonie di Ichino, Damiano & c., una breve descrizione della Danimarca per chi non la conosce. La Danimarca è, dopo il Lussemburgo che è un caso a sé, il paese più ricco come reddito pro capite dell’Unione Europea.  Supera ampiamente la Germania.

I salari minimi danesi sono i più alti al mondo. In Danimarca non esiste una legge sul salario minimo, ma nei fatti, il 50% dei salari USA sono inferiori al salario minimo danese. In Danimarca questi salari minimi sono di immigrati che non parlano danese che scaricano le balle al mercato. In Italia a guadagnare meno dell’ultimo danese sono più del 70% dei lavoratori.

La Danimarca ha l’indice di Gini più basso a mondo. Circa 0,23. L’indice di Gini misura le disuguaglianze sociali. Un indice di Gini di 1 vorrebbe dire che tutte e risorse di un paese sono in mano a una persona. Uno di 0 vorrebbe dire che i redditi di tutti sono uguali. La Danimarca ha una distribuzione dei redditi più equa della Cina di Mao, dell’Unione Sovietica di Stalin, e dl Venezuela di Chavez. Ma non è socialista.La Danimarca ha lo stesso consumo energetico del 1980, ma ha raddoppiato il PIL. Ha il 40% di energia che viene da energie rinnovabili, ma ha incentivi energetici un decimo di quelli italiani. Il tasso di occupazione danese è il più alto al mondo, intorno all’80%.  La Danimarca ha l’avanzo della bilancia commerciale rispetto al PIL più alto al mondo, il 7%, superiore a Cina e Germania. In Danimarca l’assistenza sanitaria, l’assistenza agli anziani e l’istruzione dalla scuola materna all’università sono completamente coperte dalla fiscalità generale. Non solo non esistono tasse scolastiche o universitarie, ma la maggior parte degli studenti universitari riceve qualche tipo di sussidio pubblico.

In Danimarca il settore dei servizi pubblici è estremamente ampio. Circa metà dei danesi lavora per qualche ente pubblico. Più del doppio che in Italia. Come ci riesce? Secondo Ichino, Damiano & c, perché in Danimarca è facile licenziare. Non è molto vero. E’ vero che in generale la grossa impresa licenzia più facilmente in Danimarca che in Italia. Ma sotto i 15 dipendenti è più facile licenziare in Italia che in Danimarca. Ma in effetti i contesti in cui in Danimarca si licenzia sono gli stessi che in Italia. Solo che in Danimarca non esiste la Cassa Integrazione, che in Italia tutti i manuali di economia definiscono un sostegno all’impresa. In Danimarca le imprese decotte chiudono e i lavoratori ricevono il 95% del salario fino a 4 anni. Il “segreto” del miracolo danese non sono i licenziamenti, in linea con quelli italiani con l’articolo 18, ma il fatto che le imprese decotte chiudono, e che i loro lavoratori non lottano per tenerle aperte. Questo probabilmente merita un’ulteriore spiegazione, visto che è molto diverso da come vanno le cose nel mediterraneo e i vari sostenitori della flexsecurity in salse mediterranee evitano di raccontare.
In Danimarca i sussidi pubblici diretti all’impresa privata sono quasi zero. Il settore pubblico fornisce alle imprese infrastrutture, istruzione dei lavoratori, ricerca, ma non finanziamenti diretti. Come conseguenza le imprese danesi che sopravvivono hanno livelli di valore aggiunto estremamente elevati. E in linea di principio possono permettersi salari elevati, anche grazie al fatto che la manodopera danese è estremamente qualificata. Ovviamente non sono regali. La sindacalizzazione in Danimarca supera l’85%, e i sindacati danesi, molto morbidi politicamente, sono molto combattivi a livello di salario e di condizioni di lavoro.

Ovviamente le imprese che non hanno più un margine di esistenza devono chiudere e licenziare. Questo è molto meno traumatico in Danimarca, dove i lavoratori hanno garantiti fino a 4 anni di disoccupazione al 95%. Mediamente i lavoratori trovano un nuovo impiego entro 3 mesi. Il nuovo impiego non può avere né un reddito né una qualifica inferiore al precedente, né comportare uno spostamento superiore ai 20 km. Questo evita una corsa al ribasso salariale. Esiste l’obbligo per i primi sei mesi di frequentare corsi di formazione, ovviamente gratuiti. Il sistema può piacere o no. Comunque il principio è di salvaguardare il reddito e la professionalità del lavoratore anziché il posto di lavoro e  l’impresa. In Danimarca la tassazione reale raggiunge il 48%. Altissima, anche se in Italia raggiunge il 58%. A noi raccontano che la nostra tassazione sia così alta perché il reddito non dichiarato è il 18%. In Danimarca il reddito non dichiarato supera il 23%. La “fedeltà fiscale” dei danesi è un mito italiano. Ma in Danimarca l’elusione fiscale è quasi zero, visto che i redditi da impresa sono tassati come quelli da lavoro. Da noi c’è un altro mondo per gli imprenditori, con tassazioni nominali altissime e in pratica bassissime per la grande impresa.

I prezzi sono in generale molto alti. Le auto sono tassate per oltre il 200%. Come dicono i danesi, compri uno e paghi tre. In compenso generi di base sono tenuti bassi. Le abitazioni, sia acquistate che in affitto, costano un terzo che in Italia. La tassazione sull’abitazione è vicina allo zero. In più in Danimarca non esistono i notai, quindi non esistono spese notarili. I contratti sono semplicemente depositati in uffici pubblici a costo zero.

Anche i generi alimentari prodotti in Scandinavia sono a basso costo. Questo crea costanti attriti con l’Unione Europea, così come i mutui, garantiti dallo stato e a basso tasso di interesse. Il sistema previdenziale danese è completamente diverso da quello di quasi qualunque altro paese. In Danimarca non esistono enti previdenziali e contributi previdenziali.  Erano stati introdotti negli anni ’70, ma fu presto chiaro che il sistema comportava alti costi per i lavoratori a fronte di pensioni bassissime. Contribuì a creare il tracollo dei primi anni ’80, con tassi di interesse sui titoli danesi oltre il 20% e disoccupazione oltre il 15%, e fu abbandonato.

Attualmente esiste una pensione base, grundpension, interamente coperta dalla fiscalità generale statale, fortemente progressiva, quindi pagata dai danesi a reddito elevato. Garantisce una pensione minima uguale per tutti di circa 1.350 euro. La condizione per percepirla è essere stati residenti in Danimarca per 40 anni. Con meno anni si riduce in proporzione. Chi ha lavorato almeno 15 anni riceve una ulteriore integrazione a 1.750 euro. In teoria per questa integrazione si dovrebbe pagare l’1% del reddito, ma da 10 anni questo pagamento non viene richiesto. Se si hanno redditi superiori al triplo della pensione base questa viene ridotta in proporzione. Questo punto cambia nei dettagli con una certa frequenza. Tutti i contratti di lavoro inoltre prevedono una pensione integrativa, lasciata alla contrattazione sindacale, detassata.

In Danimarca la pensione è a 67 anni. Le donne possono andarci prima, ma non è legato all’essere donna ma ad avere avuto figli. Esiste un istituto tipico danese, l’Efterløn, un prepensionamento che permette di avere una prepensione fino a 5 anni prima della pensione regolare. L’istituto è sotto continuo attacco e modifiche sia da governi di destra che di sinistra, quindi è difficile descriverlo nei dettagli. Al momento in sostanza prevede che chi ha lavorato almeno 30 anni possa andare in pensione a 62 anni, percependo circa il 70% della pensione, ma potendo lavorare o come dipendente part time o come lavoratore autonomo, a condizione di non avere un reddito superiore a circa 130.000 euro. Comunque i dettagli sono estremamente complicati. La maggior parte dei lavoratori danesi che hanno i requisiti per l’Efterløn lo richiedono.

Esistono due tipi di indennità di disoccupazione. Una è coperta dalla fiscalità generale e prevede come scritto, per chi è licenziato, una copertura del 95% in caso di reddito basso, minore con redditi alti, fino a 4 anni.
Ne esiste un’altra molto importante ma volontaria. Con un pagamento volontario, dipendente dai contratti, ma tra i 12 e i 20 euro mensili, si può estendere la copertura di disoccupazione anche all’autolicenziamento volontario del lavoratore. Questo ha grossi effetti sul tenere i salari danesi su livelli alti. E’ facile per un lavoratore danese abbandonare un datore di lavoro con bassi salari a favore di uno con salari più alti. Effetti sono anche il fatto paradossale e difficile da capire per i lavoratori non danesi che in linea di massima i lavoratori danesi non si oppongono all’outsourcing e alla delocalizzazione. Ma questo meriterebbe un’analisi molto più approfondita.

Anche se non c’entra niente con i fattori economici, la prosperità della Danimarca smentisce anche il mito italiano della necessità di governi stabili e forti. In Danimarca il sistema elettorale è proporzionale puro. L’instabilità politica è altissima. Nel dopoguerra ci sono stati 32 governi, con una durata media di pochi mesi superiore a quella italiana. Si è arrivati a votare 3 volte in uno stesso anno. La possibilità per i governi di ricorrere a decreti è limitatissima. Il potere politico è quindi molto minore che in Italia. Come anche il potere giudiziario. La Corte Suprema danese non può dichiarare l’incostituzionalità delle leggi. Il potere in genere è debole in Danimarca. Ma la prosperità danese è ai massimi mondiali. Forse il mito itaiano della necessità dei poteri forti non è affatto ovvia neanche in un contesto capitalista e liberale.
Questa non vuole essere una difesa del sistema danese, pieno anch’esso di ombre. Solo un invito ai vari Ichino di dire tutta la verità su come funziona la flexsecurity. La flexsecurity che ci propongono di security ha realmente poco.

Keynes Blog, Il modello tedesco e i luoghi comuni sul welfare

di Guido Iodice e Daniela Palma

minijobsIl sistema di welfare non è nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale, come molti fan del “modello tedesco” sembrerebbero suggerire. Ecco perché sarebbe suicida per i progressisti italiani riproporre fuori tempo massimo (e senza risorse) le ricette di moda negli anni ’90.

Un articolo di Giovanni Perazzoli su MicroMega online [1] indica Keynes blog tra quelle fonti che diffonderebbero false informazioni sulla situazione sociale in Germania. Addirittura, veniamo accusati di essere parte di una “controinformazione italiana” la quale mirerebbe a

smentire che in Germania i salari siano più alti che in Italia.

In primo luogo è bene chiarire che l’articolo a cui si riferisce implicitamente il nostro critico [2] è stato tratto da Voci dalla Germania [3], che a sua volta riprendeva i contenuti da due siti tedeschi. La “controinformazione” di cui saremmo un pericoloso tentacolo avrebbe perciò radici nella stessa Germania. Ma questo è evidentemente un argomento minore.

Ciò di cui Perazzoli sembra proprio non rendersi conto è che la sua argomentazione integra e conferma la tesi che abbiamo esposto, ossia che il “reddito minimo di cittadinanza”, di cui egli è un sostenitore, è esattamente ciò che ha permesso alla Germania di rendere socialmente sopportabili i mini-jobs, cioè il lavoro sottopagato. Come lo stesso Perazzoli spiega, infatti:

i Mini-Job sono lavori part-time da 400 euro al mese netti rivolti per principio agli studenti, e che – attenzione – si possono sommare a Hartz IV, il reddito minimo garantito tedesco.

Nella formula base del reddito minimo garantito questo significa aggiungere altri 360 euro al mese e in più c’è l’affitto pagato per l’alloggio (!), le cure mediche, i soldi per il riscaldamento (!) e una riduzione per i trasporti. Il netto percepito dalla somma arriva a 560 euro al mese. Ognuno comprende il significato del fatto che l’affitto dell’alloggio non pesi sul reddito. E parliamo comunque della base del sussidio: poi per ogni eventuale figlio debbono essere calcolati altri 250 euro circa.

L’entusiasmo che traspare da queste righe per il modello tedesco si riflette anche nel resto dell’articolo, quando, dopo aver rilevato che i “mini-jobs” sono criticati dai sindacati perché destrutturano il mercato del lavoro, si chiede

Ma è sempre un male? Bisognerebbe aprire un discorso (serio) sul lavoro che cambia, e sul ruolo che deve avere il welfare in questo contesto.

Questo “discorso sul lavoro che cambia e sul ruolo che deve avere il welfare in questo contesto” è ciò che ha attraversato i progressisti europei (compresi quelli italiani) dalla metà degli anni ’90 in poi. La tesi è (era) che il lavoro stabile – quello a tempo indeterminato e ben retribuito – è ormai un miraggio per una serie di motivi (cambiamenti tecnologici, globalizzazione della produzione, ecc.) e che contro questi cambiamenti non è possibile – o sarebbe comunque inutile – porre argini. Si deve quindi abbandonare ogni velleità circa la difesa del “posto fisso” (che, come sostiene il premier italiano Mario Monti è “noioso”) e acconciarsi a “proteggere il lavoratore, non il posto di lavoro”, per usare un’espressione tornata in voga grazie al ministro Elsa Fornero. Via quindi alla flexsecurity: si cancellino pure le garanzie nel mercato del lavoro in cambio di maggiori emolumenti dal welfare state. Vale a dire quel che ha fatto la Germania con le riforme Hartz.

Recentemente questo leitmotiv ha preso una forma più cruda e diretta: secondo Luigi Zingales è inutile investire in tecnologie e quindi sollecitare la domanda di lavoro qualificato, ben pagato e magari anche stabile. Gli italiani dovrebbero accontentarsi di diventare un popolo di camerieri al servizio dei milioni di turisti cinesi che invaderanno presto il nostro paese. Mentre gli Stati Uniti si reindustrializzano, salvando il settore auto e reimportando persino le produzioni hi-tech, da noi imperversano ancora i luoghi comuni sull’ineluttabilità della fine dell’industria manifatturiera in Occidente.

Perazzoli ci ricorda giustamente che però in Italia il welfare europeo non esiste e che la maggiore flessibilità non è mai stata compensata da misure come il reddito minimo di cittadinanza. Ciò è vero, e diversamente non poteva essere, dato che l’Italia non può permettersi un welfare generoso a causa dell’elevato debito pubblico accumulato che, in assenza di strumenti di politica monetaria, oggi in mano alla BCE, deve essere inevitabilmente ripagato con le tasse o con altro debito, in una spirale debito-austerità-decrescita che attanaglia il nostro paese almeno dal 1992.

Tuttavia, anche in assenza di questo vincolo, sarebbe pernicioso aderire al “modello tedesco” di bassi redditi compensati da ampio welfare (ampio poi fino ad un certo punto, date le riduzioni delle prestazioni previdenziali). Per inciso, lo stato sociale (un’invenzione dei liberali inglesi attuata dalla sinistra socialdemocratica europea) non è affatto nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale. Al contrario, il welfare state ha convissuto con alti salari, mercato del lavoro tendenzialmente rigido, obiettivi di piena occupazione e proprio dagli alti salari e dalla piena occupazione traeva prioritariamente le proprie risorse.

Un welfare che invece vada a compensare i bassi salari e la precarietà è ciò che hanno sempre proposto i liberisti e, non a caso, il “reddito minimo garantito” si ritrova oggi nell’Agenda Monti. Tra i primi a proporlo vi fu Milton Friedman [4]. Secondo l’economista americano lo stato avrebbe dovuto stabilire un reddito minimo, ad esempio 1000 dollari al mese: chiunque percepisse un reddito da lavoro inferiore a tale cifra avrebbe ricevuto un’integrazione fino a quella soglia. L’espressione usata da Friedman era “tassa negativa sul reddito” (in inglese NIT: negative income tax): invece di pagare le tasse allo stato, è lo stato che paga il contribuente, al fine di mantenere in piedi il sistema basato sui consumi. Secondo Friedman la NIT, inserita all’interno di uno schema di tassazione non più progressivo – come nella tradizione sia americana che europea – ma “piatto”, cioè con un’unica aliquota uguale per tutti, avrebbe dovuto sostituire le previsioni del welfare state tradizionale ed essere accompagnata dall’eliminazione dei minimi salariali.

E questo il punto che abbiamo voluto mettere in evidenza con la pubblicazione dell’articolo che non è piaciuto a Perazzoli: in Germania, come in Italia del resto, e a differenza di molti paesi europei, i minimi salariali per legge non esistono e quindi non proteggono i lavoratori precari. Di più: con il nuovo patto sulla “produttività” firmato dalle parti sociali (Cgil esclusa) i minimi stabiliti nei contratti nazionali di lavoro vengono allentati, eliminando i residui meccanismi di adeguamento all’inflazione, sperando così di imitare la Germania nella sua corsa all’abbassamento del costo del lavoro. Il risultato è che il welfare state, slegato dalla piena e buona occupazione, diventa un surrogato per sostenere una massa crescente di “lavoratori poveri” [5]. E’ inutile quindi addebitare il tutto all’abuso degli strumenti di flessibilità. Si tratta di una strategia perseguita coscientemente al fine di ridurre il costo del lavoro per influenzare il tasso di cambio effettivo. Una strategia che ha funzionato per la Germania ed è all’origine degli squilibri della bilancia commerciale che, cumulatisi in questi 14 anni di cambi fissi, hanno dato vita ai grandi debiti esteri che minano la stabilità dell’eurozona. Ma una strategia irripetibile, perché faceva leva su comportamenti opposti nei paesi periferici, mercato delle eccedenze tedesche.

Sarebbe quindi suicida per i progressisti mutuare il modello tedesco, riproponendo fuori tempo massimo (e senza risorse) le ricette di moda negli anni ’90. Al contrario, essi dovrebbero respingere l’idea di uno stato sociale residuale al servizio di un mondo di bassi salari e riprendere in mano la bandiera della piena (e buona) occupazione e dei salari tendenzialmente crescenti.

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NOTE
[1] http://temi.repubblica.it/micromega-online/mini-job-welfare-tedesco-e-disinformazione-italiana/

[2] http://keynesblog.com/2012/12/28/reddito-minimo-o-minimi-salariali-il-caso-tedesco/

[3] http://vocidallagermania.blogspot.it/2012/12/e-davvero-un-jobwunder.html

[4] http://en.wikipedia.org/wiki/Negative_income_tax

[5] A proposito della crescente diseguaglianza in Germania può essere utile leggere i seguenti articoli:
http://www.businessinsider.com/censored-poverty-report-in-germany-2012-11
http://corriereberlinese.wordpress.com/2011/12/12/aumenta-anche-in-germania-il-divario-tra-ricchi-e-poveri/


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