Ugo Fabietti, L’identità etnica come costruzione

by gabriella
Un giovane nativo appresenta se stesso per i bianchi

Un giovane nativo rappresenta se stesso per i bianchi

In questo brano tratto da L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco [Roma, Carocci, 1995, pp. 129-132] l’antropologo illustra, attraverso il caso degli indiani Uroni, le modalità dell’etnogenesi, cioè il modo in cui un gruppo costruisce la propria identità e si prepari a farne uso politico. 

Un tipico caso problematico di definizione dell’indianità è costituito dalla comunità degli Uroni del Québec, la provincia di lingua francese dello Sta­to canadese. […] Gli Uroni hanno un passato tragico. Stanziati lungo le sponde del lago che oggi porta il loro nome – il lago Huron – essi prosperarono fino a quando, alla metà del XVII secolo, si incontrarono con i francesi. Questi li chiamarono Uron, da hure, che nel francese del tempo voleva anche dire “selvaggio”. Gli Uroni invece chiamavano se stessi Wendat, probabilmente “coloro che parlano la stessa lingua”.

La loro presenza era allora di centrale importanza per l’economia della regione. Gli Uroni erano sedentari e produttori di mais, al centro di una rete di scambio coinvolgente nu­merosi gruppi, limitrofi e lontani. Con l’arrivo dei francesi essi vennero coinvolti progressivamente nella caccia finaliz­zata al commercio delle pelli. Ciò comportò una minore importanza dell’agricoltura, e i prodotti cominciarono ad essere acquisiti da altri grup­pi rimasti agricoltori, come gli Attiwandaron (cioè, in urone, “coloro che parlano una lingua un po’ diversa”). Tuttavia le epidemie, e poi le guerre con altri indiani, finirono per decimare gli Uroni che, come ultimo atto, vennero dispersi su terre che non erano le loro. Da allora sono vissuti protetti dal governo canadese per­dendo progressivamente, oltre alle loro terre, la loro cul­tura.

Chi sono oggi gli Uroni? Nel 1968, anno in cui Eugeen Roosens condusse le sue ricerche nel villaggio urone, gli abitanti di quest’ultimo erano un po’ meno di mille e rappre­sentavano la più numerosa comunità di questi indiani in tutto il Canada. Loro atteggiamento caratteristico era il richiamo continuo al passato per validare la propria posizione nei confronti del governo cana­dese. Poiché i circa mille abitanti sono discendenti di individui che per secoli si sono mescolati a francesi e inglesi, non è possibile – dice Roosens – distinguerli somaticamente dai bianchi. Anche la loro cultura differisce solo in mi­nima parte da quella dei franco-canadesi. I nomi di fa­miglia sono quasi tutti francesi. Non parlano nemmeno più la loro lingua (l’ultimo Urone che la conosceva morì all’inizio del Novecento).

Roosens dice che non v’è alcuna traccia della loro antica religione e che la metà degli Uroni registrati come abi­tanti della riserva vive fuori di questa, alcuni addirittura negli Stati Uniti. Nonostante ciò gli Uroni sono alla testa dell’Associazione degli indiani del Québec, che compren­de 30.000 individui abitanti in cinquanta riserve. Essi oggi si battono per vedere riconosciuti i loro “diritti” in nome della loro identità di indiani “autentici”. […] Allo stesso modo gli Uroni sì adoperano per produrre un’im­magine della loro cultura come “autentica”. [...]

A questo scopo gli Uroni hanno sviluppato quella che Roosens chiama una contro-cultura [complesso di modi di fare o altri elementi esteriori, idee, valori, compor­tamenti adottati da un gruppo che intende differenziarsi dal resto di una popolazione: oltre a quelle etniche, esistono controculture sociali, come per esempio quelle di alcuni gruppi giovanili]. Tale contro-cultura non è qualcosa che faccia riferimento ai modelli della tra­dizione la quale, come si è detto, è ignorata dagli stessi indiani della riserva. E una creazione del presente che però ha l’apparenza di presentarsi come “autentica” e distin­ta sia da quella dei non indiani, sia da quelle degli altri gruppi indiani.

Si tratta di articoli folklorici, di un particolare taglio dei capelli, di musica, di ceramica, di alcune inflessioni lin­guistiche che, ben lungi dall’essere “uroni” in senso sto­rico-etnografico, hanno come scopo quello dì suggerire, a qualunque osservatore esterno – sia questi un turista o un funzionario dell’amministrazione canadese – uno stereotipo urone.

La storia degli Uroni è, come si è visto, una storia tragica, la cui conoscenza ci è utile per distinguere le differenze che intercorrono tra una storia così come questa è stata scritta dagli occidentali e una storia autoctona; oltre che per poter di­stinguere tra una cultura “soggettiva” (quella che gli Uroni presentano come la cultura “urone” tradizionale), e una cultura “oggettiva”, quella della vera tradizione urone pri­ma della loro distruzione e dispersione. Quando si è in grado di confrontare questi termini, osserva Roosens, allo­ra si possono adottare delle strategie per osservare il modo di procedere di quella che egli chiama etnogenesi, ossia il modo in cui un gruppo continua a percepirsi come tale, se necessario andando contro i dati inoppugnabili della sto­ria. O, detto altrimenti, per osservare come un gruppo co­struisca la propria identità etnica.

 


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