Posts tagged ‘materialismo’

marzo 14th, 2017

Karl Marx, Tesi su Feuerbach

by gabriella

karl-marx-7Le Thesen über Feuerbach, un testo tanto breve quanto denso, furono scritte da Marx nel marzo del 1845. Rimasero tuttavia a lungo inedite finchè non furono pubblicate, postume, nella Neue Zeit (1886) da Engels che le riprodusse in appendice al suo Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca (1888).

I

Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l’oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente. E’ accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall’idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l’idealismo ignora l’attività reale, sensibile come tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva. Perciò nell’Essenza del cristianesimo egli considera come schiettamente umano solo il modo di procedere teorico, mentre la pratica è concepita e fissata da lui soltanto nella sua raffigurazione sordidamente giudaica. Pertanto egli non concepisce l’importanza dell’attività “rivoluzionaria”, dell’attività pratico-critica.

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febbraio 16th, 2017

Feuerbach

by gabriella
L

Ludwig Feuerbach (1804 – 1872)

Il pensiero di Ludwig Feuerbach rappresenta il rovesciamento materialistico dell’idealismo hegeliano.

Dapprima studioso e seguace di Hegel, Feuerbach matura presto critiche al sistema del maestro, approdando a posizioni di «sinistra hegeliana», poi di «sinistra antihegeliana», che risulteranno decisive ai fini del superamento dell’idealismo hegeliano e della costruzione della filosofia della prassi di Marx.

La critica di Feuerbach si appunta soprattutto sull’astrattezza e sull’immaterialismo del sistema hegeliano di cui sottolinea la matrice teologica. I primi incisivi scritti antihegeliani sono i due testi del 1842 e 1843, Tesi provvisorie per la riforma della filosofia e Principi della filosofia dell’avvenire nei quali sferra un attacco radicale

«alla tanto vantata identità speculativa dello spirito e della materia, del finito e dell’infinito del divino e dell’umano» [Principi della filosofia dell’avvenire].

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novembre 17th, 2013

Democrito, Il caos atomico nella casualità del vuoto

by gabriella
Democrite_Leon-Alexandre_Delhomme Lyon

Léon Alexandre Delhomme, Democrito medita sulla sede dell’anima – Musée des Beaux Arts di Lione.

La teoria atomistica di Leucippo e Democrito si propone di riprendere l’indagine della natura a partire dalle impossibilità logiche evidenziate dagli eleati, «salvando», nello stesso tempo, «i fenomeni», cioè la molteplicità e il divenire attestati dai sensi.

Esiste, pertanto, secondo questa teoria, una pluralità di enti, o forme, eterni, imutabili e indivisibili (a-tomos) in moto casuale e caotico nell’infinito spazio vuoto, le loro aggregazioni e separazioni determinano l’infinita varietà delle cose. Questa tesi democritea è testimoniata dal commento di Simplicio al De caelo di Aristotele (In Aristotelis De caelo), Dk fr. 68 A 37.

L’altro assunto fondamentale della visione atomistica del mondo è la distinzione tra due ordini di proprietà delle cose: quello quantitativo e quello quantitativo. Le caratteristiche geometriche e meccaniche sono ritenute da Democrito oggettive, cioè proprietà della realtà, mentre le altre, acustiche, cromatiche, termiche, sono puramente soggettive. Compito della scienza – come tornerà a dire duemila anni più tardi Galilei – è spiegare le seconde in base alle prime. Poiché della vastissima opera di Democrito ci sono giunti solo frammenti – di molti testi ci è noto solo il titolo – traiamo i riferimenti a questa dottrina dal De sensu [4, 442 a 29] e dal De generatione et corruptione [A2, 316 a] di Aristotele, oltre che dallo stesso Simplicio, Teofrasto (De causis plantarum) e Sesto empirico [Adversus mathematicos, VII, 135,137,138].

Democrito ritiene che la materia di ciò che è eterno consista in piccole sostanze infinite di numero, e suppone che queste siano contenute in altro spazio infinito per grandezza: e chiama lo spazio con i nomi di «vuoto» e di «niente» e di «infinito», mentre dà a ciascuna delle sostanze il nome di «ente» e di «solido» e di «essere».

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novembre 17th, 2013

Democrito

by gabriella
Democrito (460 ca-370 a.C.)

Democrito (460 ca-370 a.C.)

Una vita cattiva e insipiente non è un vivere male,
ma un lungo morire (fr. 160)

La fisicizzazione dell’essere e non essere eleatici

Dopo Parmenide, il problema fondamentale su cui riflette la filosofia è quello del rapporto tra unicità e molteplicità. Zenone di Elea aveva dimostrato a quali contraddizioni andasse incontro chi provasse a difendere razionalmente le tesi della molteplicità degli enti e della divisibilità dell’essere. Agli eleati, come si è visto avevano risposto i filosofi pluralisti e in particolare Anassagora che con la teoria dei semi aveva dato una spiegazione efficace del divenire e del mutamento. Anche Democrito di Abdera, contemporaneo di Socrate e Platone, inizia la sua riflessione dalla dimostrazione zenoniana, osservando che la realtà materiale non può essere divisa all’infinito perché ne sarebbe polverizzata e l’essere diverrebbe nulla.

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luglio 7th, 2013

Pierre Macherey, La materia viva del simbolico. Fabrizio Denunzio, Sociologia e prassi politica

by gabriella

Bourdieu

In questo testo piuttosto denso pubblicato da Il Manifesto, 3 luglio 2013, Macherey ripercorre la critica bourdieuiana alla filosofia e la riflessione del sociologo francese sul rapporto tra teoria e prassi e fra sociologia e filosofia. Denunzio lo conclude opportunamente evidenziando come l’indicazione di Bourdieu di comprendere la pratica allo stato pratico sorta di critica al quadrato nella quale il sospetto verso la genesi materiale del simbolico si lega a quello verso un teoreticismo altrettanto storico – non può che consistere, da un lato, nello svelamento dei meccanismi di potere che arbitrariamente assegnano i significati ai fenomeni e alle scienze e li vogliono unici e irrevocabili – ciò che Marx per primo definì “ideologia” e, dall’altro, nella ricomposizione di sapere e prassi politica, cioè nella presa di posizione delle scienze sociali tra “ciò che le condiziona e ciò che le libera”.

Devant la servitude du travail à la chaîne ou la misère des bidonvilles sans parler de la torture ou de la violence des champs de concentration – osservava Bourdieu inaugurando il corso al Collèg de France del 1982 – le “C’est ainsi” que l’on peut prononcer avec Hegel revêt la valeur d’une complicité criminelle parce que rien n’est moins neutre quand il s’agit du mond social que d’enoncer l’Etre avec autorité, les constats de la science exercent inévitablement une efficacicté politique qui peut n’être pas celle que voudrait excercer le savant.

[“Davanti alla servitù della catena di montaggio o alla miseria delle bidonville, per non parlare della tortura o della violenza dei campi di concentramento, l'”è così” che si può pronunciare con Hegel riveste il valore d’una complicità criminale, perché niente è meno neutro, quando si tratta del mondo sociale, dell’enunciare l’Essere con autorità, le constatazioni della scienza esercitano inevitabilmente un’efficacia politica che può non essere quella che il sapiente vorrebbe esercitare”.]

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giugno 3rd, 2013

Roma nell’età di Lucrezio

by gabriella

Traggo da Studia Humanitatis un’efficace pagina storica che ritrae la crisi di Roma e la penetrazione della cultura greca nel I secolo a.C..

Roma I aCNel I secolo a.C. una grave crisi investe tutti gli aspetti del mondo antico. Profondi rivolgimenti politici, sociali, spirituali imprimono un corso nuovo alla storia di Roma e dell’Occidente. Nella vastità del nuovo organismo statale ed etnico che risulta dalle guerre di conquista, gli dèi tradizionali, protettori di piccole comunità regionali, appaiono inadeguati a regolare la vita degli uomini. La concezione giuridica espressa nelle XII Tavole, specchio di una moralità patriarcale e ingenua, è ormai un relitto del passato e l’etica arcaica dei boni mores è un miraggio nella Roma che da pólis si è fatta metropoli.

Con la rovina dei piccoli agricoltori liberi, a causa dell’economia schiavista e delle guerre che li tenevano a lungo lontano dai campi, si estingue la piccola proprietà terriera, tradizionale struttura economica di Roma antica, e dilaga il latifondo. L’onda della rivoluzione agraria dei Gracchi si fiacca sugli scogli della dura reazione oligarchica. Salgono la scala sociale i ceti mercantili e “borghesi” degli equites, ben decisi a strappare per sé alla nobiltà, miope e inetta, un potere politico proporzionato al potere economico e finanziario che essi hanno ormai raggiunto.

Nuovi modelli di comportamento s’impongono, nuovi tipi umani si affacciano alla ribalta sociale: il generale idolatrato dalle milizie (divenute, con la riforma di Gaio Mario, professionali: nuovo strumento di avventure e causa di conflitti civili); gli usurai, i grandi mercanti e imprenditori soprattutto italici; i giovani aristocratici educati in modo raffinato alla scuola dei maestri orientali, da quando sui rudi valori collettivistici dell’arcaica repubblica comincia a prevalere l’individualismo e l’otium intellettuale; cioè da quando la cultura assume un valore autonomo e, lungi dall’essere solo un supporto per l’azione pratica, come voleva Catone, diviene qualcosa di valido di per sé e da ricercare per la sua sola natura.

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marzo 14th, 2013

Marx e la giustizia

by gabriella

Marx nel 1875Il dibattito sul Rasoio di Occam. Secondo Petrucciani, prima di Marx la critica sociale si reggeva principalmente su un impianto moralistico. Ecco perché Marx ha segnato un progresso enorme nel pensiero cui fanno riferimento le classi subalterne. Ma questo progresso nasconde anche un lato meno positivo: esso occulta il problema della giustificazione, dell’ancoraggio razionale o valoriale della critica e del conflitto. Panissidi spiega come e perché Marx non ne abbia mai avuto bisogno e anzi opponga esplicitamente la prospettiva materialistica a quella etica.

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marzo 8th, 2013

Tomaso Montanari, Il Dio di Ratzinger

by gabriella

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Da Le parole e le cose, la spietata analisi di Tomaso Montanari delle dimissioni di Benedetto XVI: agli occhi del cristiano, il gesto di Ratzinger appare il segno di quell’interiorizzazione del relativismo, del dichiarato ateismo e del materialismo affaristico che il papato, in teoria, combatte. Il fedele, insomma, si scandalizza, opponendo alle dimissioni del papa – e al potere temporale della chiesa romana – il sovvertimento divino, mentre il laico Agamben coglie nel gesto di Benedetto XVI l’occasione per una riflessione tutta terrena sulla tensione tra legalità e legittimità.

In quale Dio crede Joseph Ratzinger?

Se da almeno mille e settecento anni l’esercizio del potere da parte della Curia romana tradisce un ateismo pratico, il discorso con il quale, l’11 febbraio scorso, Benedetto XVI ha annunciato l’inaudita decisione di lasciare il pontificato sembra presupporre un ateismo anche teorico:

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».

In altre parole: mi dimetto perché non sono forte, non sono adatto (in latino, ha scelto la parola «aptus»: capace). E per vincere, nel mondo d’oggi («in mundo nostri temporis»), ci vuole la forza: «vigor». Per un cristiano (come me) queste sono affermazioni sconvolgenti perché negano radicalmente l’idea di Dio che la Chiesa stessa mi ha insegnato, seguendo la Scrittura e la Tradizione. Il Dio della Bibbia è il Dio che ribalta sistematicamente la logica, umana, della forza:

«Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Luca, 9, 24).

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