Feuerbach

by gabriella
L

Ludwig Feuerbach (1804 – 1872)

Il pensiero di Ludwig Feuerbach rappresenta il rovesciamento materialistico dell’idealismo hegeliano.

Dapprima studioso e seguace di Hegel, Feuerbach matura presto critiche al sistema del maestro, approdando a posizioni di «sinistra hegeliana», poi di «sinistra antihegeliana», che risulteranno decisive ai fini del superamento dell’idealismo hegeliano e della costruzione della filosofia della prassi di Marx.

La critica di Feuerbach si appunta soprattutto sull’astrattezza e sull’immaterialismo del sistema hegeliano di cui sottolinea la matrice teologica. I primi incisivi scritti antihegeliani sono i due testi del 1842 e 1843, Tesi provvisorie per la riforma della filosofia e Principi della filosofia dell’avvenire nei quali sferra un attacco radicale

«alla tanto vantata identità speculativa dello spirito e della materia, del finito e dell’infinito del divino e dell’umano» [Principi della filosofia dell’avvenire].

Nell’umanesimo materialistico feuerbachiano, infatti, il reale, il sensibile, rappresentano il punto di partenza per una riflessione finalmente attenta alla natura finita e terrena dell’uomo, il cui fine non può essere solo di risolversi nell’infinito (in Dio). In Feuerbach, l’infinito, il pensiero, non sono la fonte dell’essere ma, al contrario, l’uomo e la materia, cioè l’essere, spiegano come nasca l’idea di Dio. Il filosofo bavarese capovolge perciò i principi dell’hegelismo, il finito è ora il concreto e reale, mentre è l’infinito ad essere astratto e derivato dal sensibile e materiale, così che la “teologia” hegeliana è risolta in antropologia.

L’inizio della filosofia non è Dio, non è l’Assoluto, non è l’essere come predicato dell’Assoluto o dell’Idea, l’inizio della filosofia è il finito, il determinato, il reale [Principi della filosofia dell’avvenire].

Il vero rapporto tra pensiero ed essere non può essere che questo: l’essere è il soggetto, il pensiero è il predicato. Il pensiero dunque deriva dall’essere, ma non l’essere dal pensiero. L’essere è da se stesso e per opera di se stesso, l’essere viene dato soltanto per opera dell’essere, l’essere ha il suo fondamento in se stesso, perché soltanto l’essere é senso, ragione, necessità, verità, in breve é tutto in tutto. L’essere é perché il non essere, cioè il nulla, é assurdo [Principi della filosofia dell’avvenire].

Nel pensiero il reale é rappresentabile non in numero interi ma soltanto in frazioni [e dunque frammentariamente e discontinuamente]. Questa differenza é del resto ovvia, e nasce dalla natura del pensiero, la cui essenza é l’universalità, che si distingue dalla realtà, la cui essenza é l’individualità. E si può impedire che questa differenza sfoci in una contraddizione formale tra il pensiero ed il reale solo se il pensare non si pone come identico a se stesso [ossia: idealisticamente, come sostanza anziché attributo, come soggetto anziché predicato] e non procede in linea retta; esso deve invece interrompersi ad opera dell’intuizione sensibile. Solo il pensare che si determina e si rettifica mediante l’intuizione sensibile é il pensare reale e oggettivo – pensare di una verità oggettiva [La filosofia dell’avvenire].

Scorrendo l’affermazione «il pensiero viene dall’essere, non l’essere dal pensiero» – il nucleo del rovesciamento materialistico della filosofia hegeliana – non può non venire in mente la successiva affermazione di Marx:

non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza.

La fortuna di Feurbach si deve alla sua opera capitale, L’essenza del cristianesimo (1841) che esercitò un influsso dirompente sulle generazioni della sinistra hegeliana, contribuendo in maniera decisiva al loro distacco dalla metafisica e dalla teologia idealistiche. Della sua celebrità presso i giovani tedeschi sono testimonianza i commenti Marx ed Engels che, giocando sul senso del cognome di Feuerbach, alla lettera, torrente (bach) di fuoco (feuer), scrivono:

Karl Marx

Marx nel 1834, a sedici anni

Liberatevi dai concetti e dai pregiudizi della filsofia speculativa del passato, se mai desiderate giungere alle cose come sono realmente, cioè alla verità. Non c’è altra via che vi porti alla verità e alla libertà se non quella che passa per Feuer-bach, per il “torrente di fuoco”. Feuerbach, il “torrente di fuoco”, è il purgatorio del presente [Marx, 1842].

e

Bisogna averla personalmente sperimentata, per comprendere l’azione liberatrice di questo libro; in quel momento fummo tutti feuerbachiani [Engels].

Ciò che appariva rivoluzionario nell’opera di Feuerbach era che il filosofo spiegava le verità della religione, in particolare di quella cristiana considerata come la forma più alta di religione, riportandole alla verità dell’antropologia. Feuerbach affermava che Dio, con tutti gli attributi di perfezione che gli vengono riconosciuti, altro non è che la proiezione, sul piano della trascendenza, della natura umana con tutte le sue perfezioni. Venerando Dio, l’uomo non fa che venerare la propria immagine resa perfetta e ipostatizzata, quindi non fa altro che venerare se stesso (sia pure come genere, non come individuo).

Come già Senofane,

«gli Etiopi dicono che i loro dèi sono camusi e neri, i Traci che sono cerulei di occhi e rossi di capelli». Fr. 15 – «Ma se i buoi e i cavalli e i leoni avessero mani e potessero con le loro mani disegnare e fare ciò appunto che gli uomini fanno, i cavalli disegnerebbero figure di dèi simili ai cavalli e i buoi simili ai buoi, e farebbero corpi foggiati così come ciascuno di loro è foggiato» Fr. 16 –

Feuerbach dichiara che «il segreto della teologia è l’antropologia». Una spiegazione che non poteva che apparire atea, tanto più che il filosofo giungeva alla conclusione che la teologia «è una patologia psichica», ovvero lo studio di certe proiezioni mentali dell’uomo.

La religione è infatti una forma di alienazione dell’uomo in Dio, cioè una proiezione di alcuni tratti di sé in un altro. Trascinato dal proprio desiderio di autosuperamento, l’uomo si aliena dalla propria stessa essenza che viene proiettata fuori di sé in un’entità indipendente, estranea, nella quale non si riconosce.

Dio

Religione è rapportarsi a se stessi nella forma dell’estraneità

La religione, almeno quella cristiana, é il rapportarsi dell’uomo a se stesso, o più correttamente alla sua essenza; tuttavia è il rapportarsi alla sua essenza come se fosse un’essenza altra da lui. L’essenza divina non è nient’altro che l’essenza umana o meglio: l’essenza dell’uomo, separata dai limiti dell’uomo individuale, cioè reale, corporeao, e oggettivata, cioè intuita e adorata come un’essenza altra, distimta da lui, propria – tutte le determinazioni dell’essenza divina sono di conseguenza determinazioni dell’essenza umana. […] Per arricchire Dio, l’uomo deve diventare povero; affinché Dio sia tutto, l’uomo deve essere nulla. […] L’uomo afferma in Dio ciò che nega in se stesso. […]

La religione é lo sdoppiamento dell’uomo con se stesso; egli pone di fronte a se stesso Dio, come un’essenza a lui contrapposta. Dio non é ciò che l’uomo é – l’uomo non é ciò che Dio é. Dio é l’essenza infinita, l’uomo é l’essenza finita; Dio é perfetto, l’uomo é imperfetto; Dio é eterno, l’uomo temporale; Dio é onnipotente, l’uomo privo di potenza; Dio é santo, l’uomo peccatore. Dio e l’uomo stanno agli estremi: Dio è il positivo per eccellenza, la quintessenza di ogni realtà; l’uomo é semplicemnte il negativo, la quintessenza di ogni negatività. [La] scissione tra Dio e l’uomo, con cui comincia la religione, é una scissione dell’uomo con la sua essenza [L’essenza del cristianesimo].

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Coscienza, e scienza. L’uomo e l’animale

La religione ha come presupposto la differenza essenziale dell’uomo dall’animale – gli animali non hanno religione […]. Ma in che cosa consiste questa differenza essenziale dell’uomo dall’animale? A questa domanda, la risposta più semplice e universale, e anche più popolare, é: la coscienza – ma “coscienza” nel significato rigoroso del termine; perché non si può negare agli animali la coscienza nel senso di sentimento di sé, facoltà di distinguere gli oggetti sensibili, percezione delle cose esterne sulla base di caratteri determinati registrabili dai sensi.

Coscienza, nel senso più rigoroso, si ha solamente laddove un ente ha come oggetto della propria riflessione il genere cui appartiene, la sua essenzialità. L’animale può avere come oggetto se stesso, ma soltanto come individuo – perciò egli ha il sentimento di sé – non come genere; ed è perciò che egli è privo di coscienza, che deriva etimologicamente da scire, “sapere”. Dove è coscienza, ivi è disposizione alla scienza. La scienza è la coscienza del genere. Nella vita noi abbiamo a che fare con individui, nella scienza con i generi. Ma soltanto un ente che ha per oggetto il proprio genere, la propria essenzialità, potrà darsi come oggetto altre cose, o altri enti, visti nella loro natura essenziale.

L’animale ha quindi una vita semplice, l’uomo una vita doppia: nell’animale la vita interiore è identica con quella esteriore – l’uomo ha invece vita interiore ed esteriore. La vita interiore dell’uomo è la vita in rapporto al proprio genere, alla propria essenza universale. L’uomo pensa, cioè conversa, parla con se stesso. L’animale non può esplicare nessuna funzione del genere senza che ci sia un altro individuo fuori di lui; l’uomo è invece in grado di esplicare da solo la funzione generale del pensare, del parlare – le vere funzioni  generali, o del genere, sono appunto il pensare e il parlare. L’uomo è in se stesso, io e insieme tu; egli è in grado di porre stesso al posto dell’altro, e ciò appunto perché egli ha come oggetto il proprio genere, la propria essenza, e non soltanto la propria individualità [L’essenza del cristianesimo].

Spiegazioni teologiche e spiegazioni naturali dei fenomeni

Alla domanda da dove vengano i bambini, da noi si dà ai bambini la “spiegazione” che la levatrice li prende da una fontana, dove i bambini nuotano come pesci. Non diversa é la spiegazione che la teologia ci fornisce dell’origine degli esseri organici o, in genere, naturali. Dio é la fonte profonda e bella dlla fantasia, nela quale sono contenute tutte le realtà, tutte le perfezioni, tutte le forze, tutte le cose che, già compiute, si aggirano nuotando come pesciolini; la teologia é la levatrice che li prende da questa fonte, ma il personaggio principale, la natura, la madre che con dolore partorisce i figli, che li porta per nove mesi sotto il suo cuore, non ha nessun ruolo in questa spiegazione. [..] “L’origine della vita é inspiegabile e incomprensibile”: certo, ma questa incomprensibilità non ti autorizza a spiegare l’inspiegabile supponendo esseri immaginari, non ti autorizza ad illudere ed ingannare te stesso con una spiegazione che non spiega niente, non ti autorizza a trasformare il tuo non-sapere relativo alle cause naturali in un non-essere di tali cause, a divinizzare, personificare, oggettivare la tua ignoranza in un essere che dovrebbe sopprimere questa ignoranza, ma che non esprime altro se non la natura di questa tua ignoranza, ovvero la mancanza di spiegazioni positive e materiali [L’essenza della religione].


No Comments to “Feuerbach”

  1. Tratto dal blog di Leonardo VIttorio Arena:
    leonardovittorioarena
    la conoscenza filosofica, anziché il potere.

    alienazione e transpersonale

    …modo per dire che ci si distacca da sé, e che questo ci attrae persino; come se tutta la nostra vita si imperniasse su questo, e lo volesse, nel contempo, no; abbracciare la trans-persona, che potevamo essere stati, questa la difficoltà, come in Demian di Hesse, la tormentata ricerca, e perdita, di se stessi; ci si distoglie nella ricerca, frenetica, di un senso, o di una dottrina salvifica, come se potesse darsi qualcosa del genere, o di simile; una ricerca di ciò che si dovrebbe vivere e non pensare, mentre il pensare distoglie, come che sia, come sarebbe necessariamente; il travagliato passaggio dal pensare all’essere, all’azione, sempre precluso, ma non alla trans-persona; in questo ritmo ci si affanna nella ricerca di un valore, e non lo si scorge, semplicemente, modo per dire che se solo potessimo travalicare quel baratro, tra noi e ciò che vorremmo, essere, tutto sarebbe chiaro una volta per tutte; poi la consolazione, che è sempre meno questa e più la certezza: “che c’è un qualcosa in noi che tutto sa, e tutto vuole, e che fa tutto sempre meglio di noi stessi” (dass in uns drinnen einer ist, der alles weiss, alles will, alles besser macht als wir selber“), dirlo il trans-personale sarebbe poco, o forse vago; la scoperta, di nuovo, di un William Wilson con cui confrontarsi, da temere, qualcuno che ci scuota, che ci stimoli pure all’odio, ma che non ci lasci immobili, imperturbabili, e sempre e solo perché proviamo in noi quello stesso difetto, che non sarebbe propriamente una mancanza; la sua immagine, che si dirà più di una proiezione, il narcisismo, forse, l’androginia; “la via della moltitudine è agevole, la nostra greve”, perciò: andiamo–

    Starless

    Sundown dazzling day
    Gold through my eyes
    But my eyes turned within
    Only see
    Starless and bible black

    Old friend charity
    Cruel twisted smile
    And the smile signals emptiness
    For me
    Starless and bible black

    Ice blue silver sky
    Fades into grey
    To a grey hope that oh yearns to be
    Starless and bible black

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