2 giugno 1946: la repubblica, il voto delle donne

by gabriella

Era un giorno bellissimo, quando i presentimenti neri mi opprimono
penso a quel giorno e spero.

Anna Banti

e_nata_la_repubblica_italianaUn tempo il 2 giugno era la festa della Repubblica, non delle forze armate. Il commento di Ascanio Celestini, tratto da Il fatto quotidiano.

Perché il 2 giugno si festeggia con una parata militare? Si celebra la Repubblica non un colpo di stato. Un motivo ci sarà. Forse più d’uno anche se non riesco ad inquadrarlo nell’Italia del 2014. Non sono esperto di divise, né di celebrazioni.

Qualche decennio fa l’Italia ha chiuso col passato monarchico dopo aver sconfitto quello fascista. C’è stato un referendum che ha aperto il nostro paese alla democrazia. Dovremmo sfilare con matite copiative, schede e urne elettorali. E invece in piazza ci stanno pistole e fucili. Sa la nostra Repubblica democratica è fondata sul lavoro potremmo sfilare coi lavoratori. Anche quello del militare lo è. E in una sfilata di lavoratori democratici (nonostante qualche tentennamento rispetto all’articolo 11 della Costituzione) i militari ci possono stare. Fino a qualche anno fa la leva era obbligatoria e, in un modo o nell’altro, era un esercito di popolo. Ma ora è sotto molti punti di vista un mestiere come tanti altri.

Anche loro avrebbero diritto ad esserci, ma non loro soltanto. Anche operai e contadini, insegnanti e bidelli, artigiani e artisti. E pure i precari e i disoccupati. Sarebbe più allegra una parata dove spunta solo qualche pistola in mezzo ad una selva di zappe e chiavi inglesi, gessetti e cancellini, scalpelli e martelli, trombe e tamburi […].

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2 Comments to “2 giugno 1946: la repubblica, il voto delle donne”

  1. Il 2 giugno è figlio del 25 aprile sul quale vorrei proporre una lettura; Vittoria, di PiePaolo Pasolini: il commento di Ascanio Celestini, anche a proposito delle pistole, delle armi, mi ha fatto ricordare questa poesia che è facilmente reperibile in rete.

    • Dove sono le armi? Io non conosco
      che quelle della mia ragione:
      e nella mia violenza non c’è posto

      NEANCHE PER UN’OMBRA DI AZIONE
      NON INTELLETTUALE. Faccio ridere
      ora, se, suggerite dal sogno,

      in un grigio mattino che videro
      morti, e altri morti vedranno, ma per noi
      non è che un ennesimo mattino, grido

      parole di lotta? Non so poi
      che ne sarà di me a mezzogiorno,
      ma il vecchio poeta è «ab joi»

      che parla, come lauzeta o storno
      – e come un giovane vorrebbe morire.
      Dove sono le armi? Non ritornano

      i vecchi giorni lo so, ogni aprile
      rosso, di gioventù, è passato.
      Solo un sogno, di gioia, può aprire

      una stagione di dolore armato.
      Io che fui un partigiano inerme
      – un mistico, imberbe Innominato –

      adesso sento nella vita il germe
      orrendamente profumato della Resistenza.
      Nel mattino le foglie sono ferme

      come sul Tagliamento o la Livenza:
      non è un temporale che viene,
      né una sera che scende, è l’assenza

      della vita, che si contempla, si tiene
      lontana da sé, intenta a capire
      quali terribili, quali serene

      forze ancora la empiano: profumo d’aprile!
      un giovane armato per ogni filo d’erba,
      volontario per voglia di morire!

      ———————

      Bene, mi sveglio per la prima volta in vita mia
      col desiderio d’impugnare un’arma.
      Il ridicolo è che lo dico in poesia

      – e a quattro amici di Roma, due di Parma –
      che mi capiranno, in questa nostalgia
      idealmente tradotta dal tedesco, in questa calma

      archeologica, che contempla un’Italia solatia
      e spopolata, sede di partigiani barbari,
      che scendono Alpi o Appennini, per la Vecchia Via…

      Non è la mia che frenesia dell’alba.
      A mezzogiorno sarò coi miei connazionali
      alle opere, ai pasti, alla realtà che inalbera

      la bandiera, oggi bianca, dei Destini Generali.
      E voi, comunisti, miei compagni non compagni,
      ombre di compagni, straniati cugini carnali

      persi nei giorni presenti come in lontani,
      non immaginati giorni del futuro, voi, padri
      senza nome, che avete sentito richiami

      che io credevo simili ai miei, quelli che ardono
      oggi come dei fuochi abbandonati,
      sulle fredde pianure, lungo i margini

      dei fiumi dormienti, sui monti bombardati…

      ———————

      Prendo tutta su di me la colpa (vecchia
      mia vocazione, inconfessata, facile fatica)
      della disperata nostra debolezza

      per cui milioni di noi, con una vita
      in comune, non furono in grado
      di andare fino in fondo. È finita,

      trallallà, cantiamo, cadono
      le ultime foglie della Guerra
      e della martire vittoria, sempre più rade,

      distrutte a poco a poco da quella
      che sarebbe stata la realtà,
      non solo della cara Reazione, ma della bella

      Socialdemocrazia nascente, trallallà.

      Prendo (con piacere) su di me la colpa
      di aver lasciato tutto com’era:
      della sconfitta, della sfiducia, della sporca

      speranza degli Anni Amari, trallallera.
      E prendo su di me lo straziante
      dolore della nostalgia più nera,

      quella che si rappresenta le cose rimpiante
      con tanta verità, che spera
      quasi di ricrearle, o ricostruirne le infrante

      condizioni che le necessitavano, trallallera…

      ———————

      Dove sono sparite le armi, pacifica
      produttiva Italia che non importi al mondo?
      Nella schiava bonaccia che giustifica

      oggi la ristrettezza come ieri il benessere – dal profondo
      al ridicolo – e nella più perfetta solitudine –
      j’accuse! No, calma, non il Governo, o il Latifondo,

      o i Monopoli – ma solo i loro drudi,
      gl’intellettuali italiani, tutti,
      anche coloro che giustamente si giudicano

      miei forti amici. Saranno stati questi i più brutti
      anni della loro vita: PER AVERE ACCETTATO
      UNA REALTA CHE NON C’ERA. I frutti

      di questa connivenza, di questo ideale peculato,
      sono che la realtà reale ora non ha poeti.
      (Io? Io sono inaridito e superato.)

      Ora che Togliatti se ne va con gli echi
      degli ultimi scioperi di sangue,
      vecchio, nel numero dei profeti

      che, ahi, hanno avuto ragione – sogno nel fango
      armi nascoste, nel fango elegiaco
      tra piccoli che giocano, vecchi padri che vangano,

      mentre dalle lapidi cade la malinconia,
      le liste dei nomi si incrinano,
      i coperchi delle tombe saltano via,

      e i giovani cadaveri con la spolverina
      che usava in quegli anni, i calzoni
      larghi, e sulla chioma partigiana la bustina

      militare, scendono lungo i muraglioni
      dove stanno i mercati, giù dai viottoli
      che uniscono i primi orti ai costoni

      delle colline: scendono dai cimiteri. Giovanotti
      con negli occhi qualcos’altro che amore:
      una follia segreta, di uomini che lottano

      come chiamati da un destino diverso dal loro.
      Con quel segreto che non è più segreto,
      scendono giù, muti, nel primo sole,

      e, pur così vicino alla morte, il loro è il passo lieto
      di chi ha tanto cammino da fare nel mondo.
      Ma essi sono abitanti del monte, del greto

      selvaggio del fiume padano, del fondo
      della fredda pianura. Cosa fanno fra noi?
      Tornano, e nessuno li ferma. Non nascondono

      le armi – che stringono senza dolore né gioia –
      e nessuno li guarda, come accecato dal pudore
      per quell’osceno brillare di mitra, quel passo d’avvoltoi,

      che scendono al loro oscuro dovere, nella luce del sole.

      ———————

      Vorrei vedere chi ha il coraggio di dirgli
      che l’ideale che arde segreto nei loro occhi
      è finito, appartiene ad altro tempo, che i figli

      dei loro fratelli da anni ormai non lottano
      più, e la storia crudelmente nuova,
      ha dato altri ideali, li ha quietamente corrotti…

      Toccheranno, rozzi come barbari poveri,
      le nuove cose che in questi due decenni l’uomo
      crudele si è dato, cose inette a commuovere

      chi cerca giustizia…

      Ma facciamo festa, prendiamo le bottiglie
      del buon vino della Cooperativa…
      A sempre nuove vittorie, e nuove Bastiglie!

      Il Refosco, il Bacò… Evviva, Evviva!
      Salute, vecchio! Forza, compagno!
      E tanti auguri alla bella comitiva!

      Viene da oltre le vigne, da oltre lo stagno
      delle Fonde, il sole: dalle tombe vuote,
      dalle lapidi bianche, dal tempo lontano.

      Ma adesso che violenti, assurdi, con ignote
      voci di emigranti, sono qua,
      impiccati a lampioni, straziati da garrote,

      chi, alla nuova lotta, li guiderà?
      Togliatti, lui, è finalmente vecchio
      come per tutta la vita egli ha

      voluto, e si tiene allarmato nel petto
      come un pontefice, il bene che gli vogliamo,
      sia pur fissato in epico affetto,

      lealtà che accetta anche il più disumano
      frutto di lucidità arsa e tenace come scabbia.
      «Ogni politica è una realpolitica», anima

      guerriera, con la tua delicata rabbia!
      Non riconosci un’altra anima, eh? Questa
      dove c’è tutta la prosa dell’uomo abile,

      del rivoluzionario attaccato all’onesta
      media dell’uomo (anche la complicità
      con gli assassinii degli Anni Amari s’innesta

      nel classicismo protettore, che fa
      il comunista perbene): non riconosci il cuore
      che diventa schiavo del suo nemico, e va

      dove il nemico va, condotto dalla storia
      ch’è storia di tutti due, e li fa, nel profondo,
      stranamente fratelli; non riconosci i timori

      d’una coscienza che, lottando col mondo,
      ne condivide le norme della lotta nei secoli,
      come per un pessimismo in cui affondano,

      per farsi più virili, le speranze. Lieto
      d’una lietezza che non sa retroscena
      è questo esercito – cieco nel cieco

      sole – di giovani morti, che viene
      ed aspetta. Se il suo padre, il suo capo,
      lo lascia solo nei bianchi monti, nelle serene

      pianure – assorbito in un misterioso dibattito
      con il Potere, legato alla sua dialettica
      che la storia rinnova senza pace –

      piano piano dentro i barbarici petti
      dei figli, l’odio si fa amore per l’odio,
      ardendo solo in essi, i pochi, i benedetti.

      Ah, Disperazione che non conosci codici!
      Ah, Anarchia, libero amore
      di Santità, con i tuoi canti prodi!

      ———————

      Prendo, anche, su di me la colpa del tentare
      tradendo, del lottare arrendendosi,
      dell’accettare il bene come il minor male,

      antinomie simmetriche che io tengo
      in pugno come vecchie abitudini…
      Tutti i problemi dell’uomo, col loro tremendo

      volerci ambigui (il nodo delle solitudini
      dell’io che si sente morire
      e non vuol presentarsi davanti a Dio nudo):

      tutto prendo su me, onde poter capire,
      da dentro, il frutto di quell’ambiguità:
      un uomo adorabile, da cui in questo aprile

      incalcolato, mille giovani scesi dall’Aldilà,
      aspettano fiduciosi un segno che abbia
      la forza della fede senza pietà,

      a consacrare la loro umile rabbia.
      Struggente, è in lui, Nenni, l’incertezza
      con cui ha rimesso in gioco se stesso, e l’abile

      coerenza, l’accettata grandezza.
      Con cui ha rinunciato all’epico affetto
      che poteva anche a diritto avere avvezza

      la sua anima: e, uscendo dalla scena di Brecht,
      per ritirarsi nei bui retroscena,
      dove impara nuove parole reali l’eroe incerto,

      ha spezzato a sue spese la catena
      che lo legava al popolo come un vecchio idolo,
      dando alla sua vecchiezza nuova pena.

      I giovani Cervi, mio fratello Guido,
      i ragazzi caduti a Reggio nel Sessanta,
      col loro casto, il loro forte, il loro fido

      occhio, sede della luce santa,
      lo guardano, e aspettano le vecchie parole.
      Ma egli, eroe ormai diviso, manca

      ormai della voce che tocca il cuore:
      si rivolge alla ragione non ragione,
      alla sorella triste della ragione, che vuole

      capire la realtà nella realtà, con passione
      che rifiuta ogni estremismo, ogni temerità.
      Che cosa dirgli? Che la realtà ha una nuova tensione

      che è quella che è, e ormai non ha
      più senso altro che accettarla…
      CHE LA RIVOLUZIONE DIVENTA ARIDITÀ

      S’È SENZA MAI VITTORIA… che forse non è tardi
      per chi vuol vincere, ma non con la violenza
      delle vecchie, disperate armi…

      Che bisogna sacrificare la coerenza
      all’incoerenza della vita, tentare un dialogo
      creatore, anche contro la nostra coscienza.

      Che la realtà, anche di questo piccolo, avaro
      Stato, è più di noi, è sempre un’immensa cosa:
      e bisogna rientrarne, se pure è così amaro…

      Ma che ragione volete che ascolti questa ansiosa
      masnada di uomini, che hanno lasciato – come
      dicono i canti – la casa, la sposa,

      la vita stessa, proprio nel nome della Ragione?

      ———————

      Ma c’è forse, una parte dell’anima dí Nenni, che vuole
      dire a questi compagni – venuti da laggiù,
      con vesti militari, i buchi nelle suole

      delle scarpe borghesi, e la loro gioventù
      innocentemente assetata di sangue –
      «Dove sono le armi? Avanti, su,

      prendetele, dalla paglia, dal fango,
      non vedete che non è cambiato niente?
      Coloro che piangevano ancora piangono.

      Quelli di voi che hanno cuore puro e innocente
      vadano a parlare in mezzo ai tuguri,
      ai caseggiati della povera gente,

      che dietro i suoi vicoli e i suoi muri
      nasconde la peste vergognosa, la passività
      di chi si sa tagliato fuori dai giorni futuri.

      Quelli di voi che possiedono un cuore
      votato alla maledetta lucidità,
      vadano nei laboratori, nelle scuole,

      a ricordare che nulla in questi anni ha
      mutato la qualità del conoscere, eterno pretesto,
      forma utile e dolce del Potere, NON MAI VERITÀ.

      Quelli di voi che obbediscono a un onesto
      vecchio imperativo di religione
      vadano tra i figli che crescono

      col cuore vuoto di ogni reale passione,
      a ricordare che il loro nuovo male
      è SEMPRE, ANCORA la divisione del mondo. Quelli

      infine tra voi a cui una triste nascita casuale
      in famiglie senza speranza, ha dato spalle dure, capelli
      ricci di criminale, oscuri zigomi, occhi senza pietà,

      vadano, tanto per cominciare, dai Crespi, dagli Agnelli,
      dai Valletta, dai potenti delle Società
      che hanno portato l’Europa sulle rive del Po:

      è giunta per ognuno di loro l’ora che non ha
      proporzione con quanto ebbe e quanto odiò.
      Coloro poi che hanno sottratto al bene comune

      capitale prezioso, e che nessuna legge può
      punire, ebbene, andate, legateli con la fune
      dei massacri. In fondo a Piazzale Loreto

      ci sono ancora, riverniciate, alcune
      pompe di benzina, rosse nel quieto
      solicello della primavera che riviene

      col suo destino: è ora di rifarne un sepolcreto.»

      ———————

      Se ne vanno… Aiuto, ci voltano le schiene,
      le loro schiene sotto le eroiche giacche
      di mendicanti, di disertori… Sono così serene

      le montagne verso cui ritornano, batte
      così leggero il mitra sul loro fianco, al passo
      ch’è quello di quando cala il sole, sulle intatte

      forme della vita – tornata uguale nel basso
      e nel profondo! Aiuto, se ne vanno! Tornano ai loro
      silenti giorni di Marzabotto o di Via Tasso…

      Con la testa spaccata, la nostra testa, tesoro
      umile della famiglia, grossa testa di secondogenito,
      mio fratello riprende il sanguinoso sonno, solo

      tra le foglie secche, i caldi fieni
      di un bosco delle prealpi – nel dolore
      e la pace d’una interminabile Domenica…

      Eppure, questo è un giorno di vittoria!

      [In Poesia in forma di rosa (1964), Appendice 1964, in Pasolini. Tutte le poesie, Meridiani Mondadori, Milano 2003]

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