Alberto Burgio, Tutto il resto é spreco

by gabriella

Alberto Burgio suggerisce di guardare al degrado dei nostri monumenti, all’abbandono della cultura, al tradimento della scuola, non come a meri “accidenti” delle politiche di destra, ma come effetti necessari e coerenti dell’economia di mercato o società borghese che dir si voglia.

Quando Tremonti pensò di trasformare gli atenei pubblici in Fondazioni, che notoriamente non sono enti filantropici, e poi la Gelmini portò a compimento il processo di aziendalizzazione dell’Università, ci scandalizzammo. Quando vediamo Pompei e le mura del Pincio crollare, rimaniamo attoniti. Quando leggiamo di un’intera biblioteca – quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – costretta a sloggiare dalla sua sede naturale per trasferirsi in un capannone, protestiamo. Abbiamo tutte le ragioni per farlo. Ma forse commettiamo un errore in qualche modo analogo a quello in cui perseveriamo pensando che certi politici si ingannino sul senso delle proprie azioni e della devastazione che ne consegue.

Siamo sicuri che le cose stiano proprio così?

E se invece in questa incuria storica (quanti, per esempio, conoscono lo stato cronico di abbandono delle biblioteche pubbliche, a cominciare dalle nazionali, tenute in vita, contro il sadismo ministeriale, dall’amore eroico del personale?) se invece in questo degrado si manifestasse né più né meno, anzi nel modo più diretto e limpido, il modo di essere proprio della borghesia»?

Se avesse ragione Marx quando, sin nel Manifesto, descrive il ruolo rivoluzionario della borghesia osservando che essa tutto traduce in termini economici? Come dire che, nella modernità borghese, il denaro è finalmente e in senso pieno l’«equivalente generale», la misura di ogni valore. Se avesse ragione Marx quando poi analizza il rapporto sociale come né più né meno che la coerente e organica manifestazione del processo di accumulazione del capitale? E avesse ragione Debord, che, sulla scia di Marx, descrive la società contemporanea (il capitalismo maturo) come teatro della merce, nel quale lo spirito della merce – che è poi lo spirito del valore monetario – domina incontrastato e ridefinisce tutti i valori a partire da sé?Se Marx ha visto giusto, e con lui quanti hanno provato a leggerlo seriamente, tenendo affilata la lama della critica, allora quei comportamenti – che rimangono scandalosi – cessano di essere sorprendenti [ma vanno semplicemente combattuti, NDR]. Quelle scelte e quelle omissioni – che rimangono vergognose – appaiono tuttavia coerenti. Perché questo è il punto: non c’è, nella mente della borghesia degna di questo nome, spazio per la cultura. Non c’è, nel suo orizzonte di senso, un lessico capace di scoprirne il valore. Nella mente borghese soltanto la logica dell’utile funziona. Il suo mondo è il mondo dell’economia e del mercato. La borghesia – si badi: quella migliore, quella proba e operosa – esiste e pensa e lavora e produce soltanto a questo fine: per accrescere il capitale, unico sovrano legittimo. Il resto è spreco.

La vera «cultura» borghese è questo: una teoria del calcolo in vista del dominio sulla natura e sull’uomo. La razionalità borghese – da Cartesio a Popper passando per Bacone, Locke e il positivismo – è questo: uno strumento tecnico in vista del potere e del profitto. Si obietterà: ma Rousseau, la sua religione civile, la sua volontà generale ispirata al bene comune, la sua coscienza innamorata dell’ordine naturale delle cose? Ma Kant col suo imperativo categorico, la sua legge morale, il suo cielo stellato? Col suo dolore per la scissione tra ragione morale e ragione tecnica? Ma Hegel, con la sua ragione universale, fatta di diritti (il riconoscimento dell’altro) e non di puro raziocinio? Ma Husserl, che vide la crisi nel dominio dell’intelletto tecnico? Ma De Martino, che rilesse la storia dello spirito moderno come dispersione del mondo del sogno e del sacro, e come disintegrazione dell’uomo sociale? Si obietterà.

Ma che cosa c’è di borghese nell’intellettualità borghese che pensa contro il mondo borghese? Che cosa rimane di borghese in chi si rivolta e tradisce le radici rifiutando la grettezza mercantile? In chi legge il precipizio nell’atomismo sociale e nel trionfo del particolare? In chi denuncia il disastro nell’apoteosi del potere di dominazione sulle cose e sul vivente?

E difatti sull’intellettualità borghese la vera borghesia stende uno sguardo diffidente, ostile, sprezzante. Chi parlò di culturale? Chi di fannulloni? Chi, prima di por mano alla pistola, di sovversivi?

Per la vera e buona borghesia, la cultura è altro. È la scienza capace di tradursi in brevetti, di dialogare col mercato, di produrre risultati misurabili. Lo sono certo anche i concerti, i romanzi, i dipinti: purché, s’intende, fruttino miliardi sul mercato dell’arte. Il resto è minus quam merda, con rispetto per quest’ultima. Qualcuno ricorderà il manifesto confindustriale per la «valorizzazione della cultura». Chi l’abbia dimenticato lo rilegga. La cultura come «risorsa». Capace di generare attivi. Nessuna idea del fatto che la cultura sia invece e debba essere inutile, fine a se stessa. Senza valore né prezzo. Un lusso, uno spreco, un debito.

Uno scandalo.

E difatti l’intellettualità che rimane boccheggia. Tace o al più balbetta, ristretta ai margini. Derisa e annichilita. Alla macchia o in esilio. La voce le è negata in un discorso pubblico monopolizzato dai mercanti. Vendi? Esisti. Non esisti se non vendi.

Non sappiamo come finirà questa partita, che oggi ci vede duramente sconfitti. Oggi così le cose stanno. E le mura crollano, le biblioteche languono, le università appassiscono tra crediti formativi e debiti finanziari, le librerie soffocano sotto pile di futili successi preconfezionati. Dopodiché la battaglia va combattuta e sarà combattuta ancora e con più forte determinazione. Sapendo tuttavia questo sì – chi siano e da parte stiano i nuovi vandali nostrani, con giacca, cravatta e serioso cipiglio di tecnici.

Già, i tecnici. Meglio di così non si saprebbe definirli.

Alfabeta2, n. 23, ottobre 2012


No Comments to “Alberto Burgio, Tutto il resto é spreco”

  1. Sono io che ringrazio te per la tua gentilezza!

  2. le virgolette su ” rigida visione ideologica ” avrei dovuto metterle io,
    oppure e chiedo scusa, avrei dovuto sviluppare il discorso in maniera decente.
    Il fatto è che sto verniciando le persiane di casa in vista del prossimo
    inverno e il tempo di luce solare, in questo periodo, si riduce giorno in giorno.
    Forse il seguente articolo puo venire in soccorso alle mie lacune e appassionare
    alcuni tuoi lettori sia a Sereni che a Fortini.
    http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/09/01/un-profondo-turbamento-la-poesia-di-vittorio-sereni-nelle-pagine-di-franco-fortini-2/

    • le virgolette le ho messe io per citarti, non per bacchettarti (prof. si, ma con misura :-)). Ora poi che ti so alle prese con le vernici (lavoro fatto due anni fa che ancora mi fa venire gli incubi) ti invio la mia solidarietà a prescindere. Ho scorso il testo che hai inviato: è molto ricco e credo mi mostrerà il versante che non ho mai considerato di Fortini. Leggendo le prime righe mi è venuto in mente che forse ciò che mi infastidisce di lui è semplicemente il critico letterario, l’ermeneuta, cioè l’antidialettico, il perfetto opposto di ciò a cui mi sono formata. Per questo comincio a credere che mi farà benissimo studiarlo. Grazie per avermelo spedito.

  3. E’ uno stimolo anche per me, soprattutto perchè attraverso lui
    sono riuscito a comprendere meglio ed apprezzare maggiormente
    la poesia di Vittorio Sereni. Confesso di aver avuto, leggendolo,
    la tua stessa sgradevole sensazione:gioco perverso e coercitivo
    tra menti. La tua analisi sulle fonti di ispirazione di Fortini è perfetta
    ed illuminante e come giustamente osservi il suo intervento culturale
    potrebbe aver intorbidito, per certi versi, le acque delle sorgenti stesse,
    nel tentativo di sostenere la sua rigida visione ideologica.
    Grazie per la competente e liberatoria analisi.
    Un caro saluto
    Pietro

  4. Cara Gabriella,
    invio a commento uno scritto di Franco Fortini da usare come tessera
    da ricucire insieme ad altre, spesso smarrite o dimenticate, per ricomporre
    un puzzle infernale che dia traccia della disgregazione culturale in atto, in
    accelerazione crescente nel corso degli ultimi quaranta-cinquant’anni.
    Grazie per lo spazio .
    Pietro

    Franco Fortini 1983

    Naturalmente non bisogna pensare che non sia più necessario un disegno dell’uomo: accettare questa idea significa accettare il disegno del mondo per il quale non esistono progetti del mondo. L’ideologia della non ideologia.

    Ad un primo sguardo, questo vorrebbe dire che bisogna rifiutare determinati strumenti; tuttavia, ragionando e analizzando, uno si accorge che il problema è quello di individuare quali spazi di libertà (correnti d’aria) è possibile stabilire negli strumenti a disposizione. Nel primo ventennio della televisione si è pensato ad una sorta di prevalenza del mezzo sul messaggio, ma con il passare del tempo quello che noi abbiamo vissuto come mezzo è passato, per così dire, in modo che ormai noi non lo avvertiamo più come mezzo; in una sorta di memoria genetica, la sua nocività ideologica è diventata al contempo più profonda e meno profonda, più grave e meno grave; più grave perché non è più percepita come nociva, ma come parte del bagaglio linguistico allo stesso livello di quello materno, nello stesso tempo meno grave poiché, in un certo senso, ne siamo relativamente i padroni.

    La vera differenza è che con le strumentazioni si vendono le istruzioni per l’uso: leggere le istruzioni è diventato molto più pericoloso che non usare quelle pillole o quel determinato apparecchio, perché l’ideologia ci viene venduta con l’apparecchio stesso; ci viene data non soltanto la televisione, ma l’ideologia della televisione, non soltanto l’elettronica, ma l’ideologia dell’elettronica (nei giochi la cosa è evidente e trasparente). Si tratta di imporre a tutto il mondo un sistema binario, del sì e del no, e cioè una filosofia positivistica e di tipo non dialettico. Una volta ho detto, scherzando, che Gesù Cristo, quando invitava ad una scelta tra sì e no, è stato il padre dell’elettronica; in realtà tutto viene convogliato in una ideologia precisa. I movimenti dialettici vengono respinti nell’inconscio, dove, per definizione, ciò che è sì è contempora-neamente no: questo io intendo per surrealismo di massa. Viviamo contemporaneamente nell’universo della razionalità scientifico-tecnologica e nella non razionalità, che è quella, direbbe Matte Blanco, della logica simmetrica, secondo la quale una cosa è se stessa e l’inverso di se stessa, l’una e l’altra, eliminando il processo dialettico. Tutto è dominato o dall’identificazione (la vita è la morte, la morte è la vita) o dall’universo della logica formale di tipo cibernetico o elettronico per la quale gli impulsi sono 0 e 1, sì e no.

    L’unica cosa da fare in questi casi, se si deve indicare un che fare, è chiaramente quella di servirsi delle strumentazioni e di piegarle ad altre intenzioni. La vecchia frase di Sartre: “a me non interessa quello che è stato fatto all’uomo ma quello che l’uomo è capace di fare con quello che è stato fatto di lui”, è una regola ottima per vivere sotto le dittature o in campo di concentramento, e tuttora valida nel mondo contemporaneo. A me non interessa l’ideologia che mi viene venduta insieme con la tecnologia, ma quello che io posso fare con questi mezzi che ho a disposizione: nel ’68 ci fu un momento in cui Enzensberger scrisse e lanciò la parola d’ordine – qui ripresa dagli amici dei “Quaderni piacentini” – incentrata sulla necessità di impadronirsi degli strumenti della comunicazione e di usarli in tutte le loro possibilità. Invitava a ricorrere ad un uso del telefono diverso dal consueto, ad esempio come strumento di collegamento politico, e questo vale per il ciclostilato in proprio o per le radio indipendenti. Tutte queste cose sono passate velocemente nelle mani dei vecchi padroni che le hanno sapute usare meglio. Ma la cosa non ha avuto solo questo aspetto, ha anche lasciato un certo fall out possibile, e oggi si tratta proprio di usare strumenti per piegarli contro quelli che ce li hanno venduti. Quando sento dire che non è necessaria una visione complessiva del mondo, io penso il perfetto opposto, in quanto il rifiuto di una visione complessiva, e non naturalmente di una interpretazione scientifica complessiva, è il problema della scelta di ciò che si ritiene importante: è la legge della necessità.

    [da: Franco Fortini, Il dolore della verità. Maggiani incontra Fortini, a c. di E. Risso, Manni, Lecce 2000, pp. 41-43]

    • Ti ringrazio dello stimolo, anche se ti confesso che ogni volta che leggo Fortini provo la sgradevole impressione di essere davanti a una mente intelligente che sta giocando con la mia, cercando di farmi credere di star dicendo di più di quello che i suoi riferimenti hanno già detto.

      Esempio (non per criticare, giusto per spiegarmi): Fortini parla di ideologia, quell’inconsapevole visione del mondo che ci si impone attravero i costrutti culturali (cioè gli oggetti), ma se mettiamo insieme Marx+scuola di Francoforte+cultural studies troviamo lo stesso concetto dimostrato, oltre che adombrato. Allude senza citarlo al détournement, cioè di uso imprevisto e antiideologico degli stessi costrutti culturali (i soliti oggetti), ma anche qui, prima e meglio il situazionismo. Cita Enzensberger, ma lui ha a sua volta preso dai teorici dei cultural studies britannici, a lui precedenti, l’idea che si possano far emergere usi e pratiche alternativi a quelli suggeriti dai libretti di istruzione, dando vita a nuove prassi autonome …

      Detto questo, continuo a leggerlo ma, come si vede, a non apprezzarlo e/o a non capirlo abbastanza. Un giorno forse capirò perché le menti più dotate che mi circondano (dello spazio italofono), prima o poi mi citano Fortini 😉

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