David Hume, La critica alla nozione di causa

by gabriella
David Hume (1711 - 1776)

David Hume (1711 – 1776)

Nel Trattato sulla natura umana (1739/1740) [trad. it. Bari, Laterza, 1982, I, pp. 22-24 e 87-90], la critica alla nozione di causa, affine a quella svolta da Sesto Empirico nell’ambito dello scetticismo antico, ha un ruolo centrale. Secondo Hume, la causa e l’effetto non sono proprietà delle cose, ma idee prodotte dall’attitudine ­associativa della nostra immaginazione. Di conseguenza, al di fuori della rappresentazione immaginativa, la relazione causale risulta indefinibile, dato che nei fatti non si può trovare nulla che basti a stabilirne il significato oggettivo. La causalità è, quindi, senza dubbio una relazione indispensabile per la nostra conoscenza, ma è impossibile cercare di verificare se le “cose” stanno veramente così.

1. Se le idee fossero interamente slegate e sconnesse, soltanto il caso potrebbe congiungerle; ma è impossibile che le stesse idee semplici si raccolgano regolarmente in idee complesse (come di solito accade) senza un legame che le unisca tra loro, sen­za una proprietà associativa, sì che un’idea ne introduca un’altra naturalmente. […]

2. Le proprietà che danno origine a quest’associazione e fan sì che la mente venga trasportata da un’idea all’altra sono tre: ras­somiglianza, contiguità nel tempo e nello spazio, causa ed effetto. Io non credo necessario attardarmi a dimostrare che le suddette proprietà producono un’associazione fra le idee, sì che, all’atto in cui se ne presenta una, ne fanno sorgere naturalmente un’altra. E ovvio, infatti, che nel corso del nostro pensiero e nel costante giro delle idee, la nostra immaginazione passa facilmente da un’i­dea ad altre che le rassomigliano: questa proprietà, da sola, è già un legame e u n’associazione sufficiente per l’immaginazione. […]

3. Delle tre relazioni sopra citate, la più estensiva è quella di causalità. Due oggetti possono considerarsi in questa relazione sia che l’uno sia la causa di un ’azione o di un movimento dell’altro, sia che il primo sia la causa dell’esistenza del secondo. Poiché, es­sendo quest’azione o movimento nient’altro che l’oggetto stesso considerato sotto un certo aspetto, e siccome l’oggetto continua a rimanere lo stesso in tutte le sue differenti situazioni, è facile immaginare come una tale influenza di un oggetto sull’altro possa unirli nell’immaginazione. […]

4. Diamo, dunque, uno sguardo a due di quegli oggetti che chia­mo causa ed effetto, e rivolgiamoli da tutti i lati, al fine di trovare quell’impressione che produce un idea d’importanza così prodigiosa. Vedo subito che non devo cercarla in nessuna delle particolari qualità degli oggetti, poiché, qualunque di queste io scelga, trovo oggetti che non la possiedono, e tuttavia sono chiamati cause o effetti. Ed invero non esiste nulla nell’oggetto né esternamente, né internamente, che non si possa considerare o come causa o come effetto, sebbene sia evidente che non c’è nessuna qualità che appartenga universalmente a tutte le cose e dia loro diritto a questa denominazione.

5. L’idea, dunque, di causalità deve derivare da qualche relazione esistente tra gli oggetti, e questa relazione dobbiamo cercar di scoprire. In primo luogo, trovo che gli oggetti considerati come causa ed effetto sono contigui; e che niente potrebbe agire sull’altro se tra essi ci fosse il minimo intervallo di tempo o di spazio.  Benché, infatti, oggetti distanti possano talora sembrar produttivi l’uno dell’altro, di solito, esaminando bene, si trova che sono uniti da una catena di cause contigue sia tra loro sia con gli oggetti distanti; e anche quando quest’unione non la possiamo scoprire, presumiamo sempre che esista. Dobbiamo, quindi, considerare il rapporto di contiguità come essenziale a quello di causalità, o, per lo meno, supporre che sia tale, come è anche opinione generale, finché non troveremo occasione più propizia per chiarire la questione, esaminando quali oggetti sono e quali non sono capaci di giustapposizione e di congiungimento.

6. La seconda relazione che io considero come essenziale a quella causalità non è universalmente riconosciuta, anzi è controversa e consiste nella priorità di tempo della causa sull’effetto. Alcuni opinano che non sia assolutamente necessario che una causa preceda l’effetto, e che un oggetto, o un’azione, possa, nell’atto stesso della sua esistenza, esercitare la sua proprietà produttiva e dar origine a un altro oggetto, o a un’altra azione perfettamente contemporanea ad esso. Ma, oltre al fatto che l’esperienza nella maggior parte dei casi sembra contraddire quest’opinione, noi possiamo stabilire la relazione di priorità con una specie di ragionamento o un’inferenza. Una massima confermata tanto nella filosofia naturale quanto in quella morale è che un oggetto il quale, per un tem­po qualsivoglia, esiste in tutta la sua perfezione senza produrne un altro, non è la sua sola causa, ma è assistito da qualche altro principio che lo spinge a uscire dal suo stato d’inerzia e a far uso di quella energia di cui era segretamente in possesso.

7. Orbene, se una causa potesse esser perfettamente contempo­ranea all’effetto, secondo questa massima tutte lo dovrebbero es­sere: poiché, se una ritardasse per un sol momento il suo operare, non agendo in quell’istante in cui potrebbe agire, non sarebbe più una vera causa. La conseguenza sarebbe, nientemeno, la distru­zione di quella successione di cause che osserviamo nel mondo, e, addirittura, il totale annientamento del tempo. Se una causa, infatti, fosse contemporanea al suo effetto, e questo all’altro effet­to, e così via, non ci sarebbe più quella cosa che la successione, e tutti gli oggetti dovrebbero esser coesistenti. Se quest’argomento sembrerà soddisfacente, bene; in caso contrario, prego il lettore di concedermi, come in casi precedenti, la libertà di ritenerlo tale: egli vedrà che la cosa non ha, poi, grande importanza.

8. Avendo così scoperto, o supposto, che le due relazioni di con­tiguità e di successione sono essenziali a quella di causalità, mi accorgo che sono costretto a fermarmi e che, quale che sia il caso particolare di causalità, non posso aggiungere altro. Il movimen­to di un corpo è considerato come la causa, in seguito a un urto, del movimento d’un altro corpo. Considerati questi oggetti con la massima attenzione, trovo che l’uno si avvicina all’altro, e che il suo movimento precede quello dell’altro, sebbene senza un sensi­bile intervallo. È inutile torturarsi con ulteriori pensieri e riflessio­ni: qui è tutto quello che si può osservare in questo caso.

9. Se uno vuol lasciar da parte questo caso concreto, e definire la causa in generale dicendo ch’essa è qualcosa che ne produce un’altra, evidentemente non dice niente. Poiché, che cosa intende per produrre? Può darne una definizione che non sia quella stessa di causare? Si provi a darla: se ci riesce, mi dica qual è; altrimen­ti s’aggira in un circolo vizioso e dà un sinonimo invece di una definizione.


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