Giacomo Destro, Perché c’è ancora bisogno del voto degli ignoranti

by gabriella

(foto: Getty Images)Wired del 17 giugno 2016 ha pubblicato questa utile introduzione al problema della scelta nella democrazia rappresentativa dal punto di vista liberale. Attraverso ottime infografiche, l’autore mostra l’incidenza dell’alfabetismo funzionale in Italia e le conseguenze dell’esclusione di una base elettorale (il 70% del totale) che, mancando dei requisiti culturali dovrebbe essere privata del diritto di voto. Interessante il riferimento dell’autore alla prassi greco-antica dell’estrazione a sorte [qui l’approfondimento] [nessun richiamo, invece alle riflessioni classiche di Platone e Aristotele].

Nonostante il grande dibattito, a oggi non c’è ancora un meccanismo efficace contro la “dittatura dell’ignoranza” durante le elezioni

Non è certo un dibattito nuovo, ma si è aperto in un momento delicato per le democrazie occidentali, che sembrano sempre più stanche di se stesse: analfabetismo, populismo, bufale rampanti e complottismi d’ogni tipo sembrano far presa su un elettorato chiamato invece a decidere questioni fondamentali, a partire dal governo dei territori per finire al futuro dell’Unione europea (come per il referendum sulla Brexit), passando dall’assetto costituzionale italiano.

“Se non hai la minima idea di ciò che ti sta intorno, hai anche il dovere civile di non soggiogare il resto di noi alla tua ignoranza“.

harsanyicon queste parole, David Harsanyi, un noto polemista americano, ha aperto un enorme dibattito sulla compatibilità tra democrazia e ignoranza. Chi di noi, infatti, non si è mai chiesto “davvero il mio voto vale quanto il suo”?

Sembra, infatti, di assistere all’affermazione di una discreta fetta d’elettorato che, come gli hooligan, non è interessata al dibattito, ma piuttosto a far casino, per nulla disposta ad approfondire o informarsi. Solo far casino. I social network sono la cartina di tornasole di questi fenomeni.

Da qui, di nuovo, la domanda: è giusto dare anche a loro il diritto di voto? Harsanyi afferma che forse no, non è giusto. O meglio: è necessario ripensare al metodo con cui si attribuisce il diritto di voto. Il suffragio universale ha imposto sostanzialmente due soli requisiti: uno anagrafico (devi raggiungere una certa età, generalmente 18 anni, per votare) e uno cognitivo (devi essere capace di intendere e di volere).

Harsanyi ritiene che questi due parametri non bastino più, ma ce ne vada aggiunto un terzo: l’informazione. Per poter fidarci di un elettore, sostiene, serve un meccanismo semplice, chiaro e valido per tutti: il test di educazione civica cui vengono sottoposti tutti gli immigrati che richiedono la cittadinanza americana. Sembrerebbe una soluzione semplice e valida, ma ha scatenato aspre critiche. I più, forse non a torto, lo accusano di elitismo, un pensiero politico che vede solo nell’affidare la cosa pubblica a pochi illuminati la possibilità di governare masse incapaci di organizzarsi. Al di là dei toni usati dal polemista, il problema che pone è sicuramente vero e concreto, ma la soluzione meno facile di quanto afferma. Vediamo perché.

 

Un problema reale

Avete presente quei commenti squinternati, in cui l’uso corretto dell’acca è un miraggio e la punteggiatura un vezzo radical chic? È innegabile che ci sia un problema nella base elettorale. Effettivamente tutti i torti non li ha chi sostiene che

“se sai a malapena leggere e scrivere, come puoi capire cos’è un Def o come funziona il Regolamento di Dublino?“.

Il problema si chiama analfabetismo funzionale ed è un fenomeno molto grave. A differenza dell’analfabeta classico, l’analfabeta funzionale sa leggere e scrivere, ma non riesce ad applicare questa tecnica per comprendere il significato di ciò che sta leggendo o scrivendo. Quantificare l’analfabetismo funzionale è molto complicato e costoso e l’ultimo tentativo di una qualche rilevanza lo ha fatto l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) nel 2013. Forse qualcuno se lo ricorda, perché da quel rilevamento uscì un dato pesantissimo per l’Italia: siamo il paese con più analfabeti funzionali tra quelli europei analizzati dall’Ocse (ma ci arriviamo tra poco).

Secondo questa organizzazione internazionale una persona che è un analfabeta funzionale

“non riesce ad impegnarsi in tutte quelle attività in cui è richiesto un certo grado di alfabetizzazione per il funzionamento effettivo del proprio gruppo o comunità e, inoltre,[l’analfabetismo funzionale] non gli permette di continuare a utilizzare la lettura, scrittura e il calcolo per il proprio sviluppo o quello della comunità“.

L’Ocse, quindi, definisce 5 livelli di competenze, corrispondenti a 5 gradi di analfabetismo funzionale (1 è il livello più grave):

Livello 1: si è in grado di completare questionari semplici, capire un vocabolario di base, determinare il significato delle frasi e leggere testi continui (per esempio un breve testo per bambini) con una certa scioltezza.

Livello 2: si è in grado di integrare due o più pezzi di informazioni (per esempio delle news brevi su un giornale) sulla base di alcuni criteri, compararli e sviluppare un dibattito a livello semplice.

Livello 3: si è in grado di comprendere testi densi o lunghi (per esempio leggere un libro) e selezionare le informazioni rilevanti.

Livello 4: si è in grado di eseguire operazioni a più stadi, di integrare, di interpretare, sintetizzare le informazioni da testi lunghi e complessi (per esempio confrontando un saggio e un articolo di giornale).

Livello 5: si è in grado di eseguire compiti che coinvolgono la ricerca e l’integrazione delle informazioni su più testi densi (per esempio fare una ricerca), costruendo sintesi di idee simili e contrastanti o punti di vista diversi o di valutare delle prove.

Il 70% degli adulti italiani non riusciva ad andare oltre il livello 2, mentre il 5% non riusciva nemmeno ad arrivare al livello 1. Percentuali simili, in Italia, si riscontrano anche per quanto riguarda le capacità matematiche (numeracy):

L’Italia non ha partecipato integralmente al test sulle capacità di risoluzione dei problemi in ambienti tecnologici (ossia la capacità di usare adeguatamente la tecnologia), ma l’unico dato disponibile è che il 24% degli adulti italiani nel 2013 non aveva mai usato un pc (con buona pace di tutti i dibattiti sulla digitalizzazione dell’amministrazione pubblica).

L’analfabetismo funzionale è sicuramente il cuore, ma da solo non spiega tutto il problema. Perché, se è vero che se non riesci a capire un breve testo difficilmente riuscirai a capire un programma elettorale, è anche vero che storicamente le elezioni a suffragio universale si sono tenute anche in periodi storici in cui l’analfabetismo (quello primario, non quello funzionale) era estremamente diffuso.

Per esempio, in una delle prime elezioni a suffragio universale italiane, quella per la Costituente, non vi furono risultati particolarmente dirompenti o comunque di bassa qualità, eppure eravamo in un paese uscito dalla guerra e con un grandissimo tasso di analfabeti.

All’analfabetismo funzionale, quindi, va aggiunto un altro parametro, che alcuni vedono nella fine delle ideologie e la crisi dei partiti. In particolare, i partiti (e tutte le varie forme di associazionismo ad essi collegati, come le sezioni locali e giovanili, le scuole di partito) e le organizzazioni politiche non partitiche (come i sindacati) funzionavano da filtro, da perimetro entro cui circoscrivere le informazioni. Servivano insomma a dare una chiave di lettura al mondo.

Chi, tra noi, è stato in tempi recenti a un comizio elettorale? Sapete dove si trova la sede di partito più vicina a voi? Ormai queste realtà non esistono più, e la maggior parte delle informazioni ci arrivano da internet, dove il filtro siamo noi stessi: leggiamo ciò che vogliamo leggere, ci convinciamo di qualcosa senza confrontarci con qualcuno.

 

Perché il test non è praticabile

Analfabetismo funzionale, auto-selezione delle informazioni e distanza dalle istituzioni hanno creato da un lato i populismi e, specularmente, un senso diffuso di elitismo. Populismo ed elitismo sono a tutti gli effetti due facce di una stessa medaglia. Se il populismo vede nella volontà del popolo l’unica forma autentica di democrazia, l’elitismo fa un discorso altrettanto semplicistico: togliamo la parte bassa dell’elettorato, così le cose andranno sicuramente meglio.

Harsanyi, come detto, propone di introdurre un test di educazione civica per “tagliare la parte bassa” dell’elettorato, ma questo pone tre tipi di problemi. Innanzitutto una selezione avversa: al test parteciperebbe solo chi immagina di poterlo passare, mentre si potrebbe auto-escludere chi ha le nozioni ma pensa di non averle.

In secondo luogo, ci sarebbe il problema di chi decide cosa sta dentro e cosa sta fuori del test. Perché è evidente che se si tratta di acquisire la cittadinanza è un discorso, se si tratta di ampliare o abbassare il numero di elettori (e dunque i voti) le forze politiche spingerebbero per adattare il test al proprio elettorato di riferimento. In terza battuta creerebbe un problema di tipo economico.

In Italia, gli aventi diritto al voto (compresi i residenti all’estero) sono circa 50 milioni. Se solo il 60% degli aventi diritto (circa il numero di chi adesso va a votare) si presentassero a fare il test, questo significherebbe organizzare un test per 30 milioni di persone, con i relativi costi di gestione. Per tagliare questi costi si potrebbe fare online, ma si escluderebbe in maniera discriminatoria quel 24% di adulti (cioè ben 12 milioni di persone) che non hanno mai fatto uso di un computer. Insomma, il costo di un tale test si andrebbe ad aggiungere a quelli fissi per ogni tornata elettorale. Ad esempio, le ultime elezioni politiche (2013) hanno avuto un costo di 389 milioni di euro, così ripartiti:

Una alternativa possibile

Il test appare quindi una via ardua. In linea teorica c’è un’alternativa che gli esperti ritengono possibile, anche se difficilmente applicabile: l’estrazione a sorte. Non è l’invenzione di qualche intellettuale da salotto. Fu uno dei punti caldi del dibattito durante la scrittura della Costituzione americana, e tuttora esiste come forma d’elezione in qualche località, soprattutto negli Stati Uniti. Era la forma prediletta nella democrazia ateniese in epoca classica (le cariche elette erano davvero poche).

L’estrazione a sorte ha alcuni vantaggi immediati, ma anche molti svantaggi. Sicuramente è un sistema di elezione molto più democratico rispetto a quello rappresentativo: chiunque può essere eletto, senza bisogno di grandi quantità di denaro per la campagna elettorale. In via teorica, inoltre, l’elezione a sorte, data la sua casualità, nel medio periodo annullerebbe la possibilità (molto concreta) della dittatura di pochi (gli estratti) sui molti (i non estratti).

Tuttavia, il metodo dell’estrazione non si adatta ad entità politiche più grandi di una città. Innanzitutto perché diventerebbe molto macchinoso farla per alcuni tipi di decisione pubblica, ad esempio i referendum, ma soprattutto non toglierebbe il problema che stiamo affrontando: se il 70% degli italiani non riesce ad andare oltre una semplice discussione (livello 2 Oecd), come può valutare e approvare una manovra economica anche se estratto a sorte?

Un problema (al momento) irrisolvibile

Sembra quindi che sia abbastanza difficile impedire a “chi non ha la minima idea di cosa gli succeda intorno” di “soggiogarci alla sua ignoranza“. La democrazia di massa è una forma politica relativamente giovane, piena di contraddizioni e sostanzialmente fragile: è molto più facile uscire da una democrazia per entrare nell’autoritarismo che fare il contrario, come la storia ci insegna.

A ben vedere, quindi, l’elitismo elettorale ci spingerebbe verso forme poco democratiche. Questo perché non si può imporre le tasse senza dare a chi le tasse le paga il potere di avere voce in capitolo. Quindi, per accettare la tesi di Harsanyi ma non abbandonare il principio del no taxation without representation, dovremmo rinunciare ad una grossa fetta di introiti per le già malmesse casse dello stato. Al di fuori di legittime battute da bar e in assenza di alternative valide, siamo razionalmente pronti a rinunciare a scuola e ospedali per qualche frase sconclusionata?


2 Comments to “Giacomo Destro, Perché c’è ancora bisogno del voto degli ignoranti”

  1. Ci sono due definizioni di ignorante. C’è chi definisce l’ignorante come colui che non sa ANCORA e c’è, come l’autore americano di cui si parla qui, che definisce l’ignorante come colui che non saprà MAI. Quindi anziché spendere energie per far sapere chi non sa (compito giudicato impossibile ma, se è così, tanto varrebbe eliminare completamente la scuola e i rilevanti investimenti che in essa vengono convogliati) si preferisce cominciare a toglierli ogni sorta di diritto per una specie di “punizione” in quanto, secondo questo modo di vedere, l’ignoranza è ovviamente auto-inflitta.
    Chi ha un po’ di anni alle spalle sa che tempo addietro questo modo di vedere sarebbe stato considerato, semplificando, puro e semplice fascismo. Oggi vedo invece che viene preso sul serio e “discusso”.
    Anche il concetto di ignoranza cui si fa riferimento qui, comunque, è del tutto inadeguato in quanto considera l’ignoranza come un attributo morale anziché un dato di fatto. Si tratta di una fallacia logica pura e semplice. Non esiste ignoranza tout court ma ignoranza di qualcosa. Se odiamo i commenti su internet non è perché essi manifestano ignoranza (ignoranza di cosa?) ma perché esprimono aggressività, odio del prossimo, insensibilità, istinto di branco scatenato eccetera.
    Certo, è comodo far finta che l’ignoranza sia un tratto morale per poi arrivare a delle conseguenze punitive. Ma questo modo “popolare” di considerare l’ignoranza come se fosse una tara etica, sicuramente diffusissimo e utilizzabile anche da ciascuno di noi come arma dialettica nel calore di una discussione, si scontra con il fatto che non si può ragionare fattualmente con i tratti morali visto che essi possono essere solo condivisi o rigettati, ma mai dichiarati “veri” o “falsi”. Quando Gesù Cristo dice “io sono la verità e la vita” sta utilizzando la stessa fallacia. Nessuno può “essere” la verità o la vita.
    Ora, mi chiedo a cosa serva esibire tutte queste statistiche scolastiche. La scuola è nata per trasmettere sapere o per insegnare comportamenti etici? Chi ha dei risultati scolastici negativi è per ciò stesso un bruto? Non l’ho mai sentito dire da nessuno in vita mia e se la scuola dovesse solo produrre cittadini “decenti” (altra caratterizzazione morale e non fattuale) non ci sarebbe alcun bisogno di insegnare la matematica, la fisica, la storia, la filosofia e la geografia. Infatti, se ci si fa caso, solo un matematico sarebbe capace di affermare il valore salvifico della matematica, solo uno storico il valore salvifico della storia e un filosofo il valore salvifico della filosofia. Per tutti gli altri queste materie non hanno alcun valore salvifico ma sono un insieme di concetti, ragionamenti, dati e informazioni che hanno una loro innegabile utilità o fascino ma che non sono l’equivalente dei dieci comandamenti, del Vangelo o della Bhagavad Gita. Le due sfere sono separate, il libro dell’americano è pertanto completamente fuori bersaglio già solo per aver usato metodi “scientifici” applicati a un concetto di ignoranza considerato nella sua valenza da stadio anziché nella sua valenza conoscitiva.

    • “Chi ha un po’ di anni alle spalle sa che tempo addietro questo modo di vedere sarebbe stato considerato, semplificando, puro e semplice fascismo. Oggi vedo invece che viene preso sul serio e “discusso”. Condivido sicuramente (forse perché faccio parte anch’io di quelli che hanno un po’ di anni sulle spalle 😉 e mi convince anche completamente la tua osservazione che gli argomenti di questi autori legano uno stigma morale a una condizione di fatto (di svantaggio). Il meccanismo ideologico è noto: si pretende che un fatto umano, storico e transitorio, sia invece naturale ed eterno, poi si condanna ogni forma di divergenza… Non è comunque il momento di rigettare senza discutere questi argomenti: stanno formando il nuovo senso comune, vanno confutati.

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