Las Casas e Montaigne: il ‘500 e la (ri)scoperta dell’alterità

by gabriella

L’incontro con le popolazioni americane e le civiltà precolombiane del Messico e del Perù nel ‘500 agì da autentico choc culturale sulla mentalità europea. Ai resoconti di viaggio e ai trattati etnografici dei primi esploratori e missionari seguirono le riflessioni di giurisiti, teologi, filosofi e moralisti tese a inquadrare in categorie politico-religiose, l’incontro-scontro con quelle popolazioni diverse da noi. Le posizioni iniziali, motivate da consistenti interessi economici, furono decisamente eurocentriche: gli europei si considerarono cioè i rappresentanti dell’unica civiltà e religione universale, quella cristiana, di fornte a un’umanità guardata come inferiore e barbara.

Hans Staden, Cannibalismo in Brasile (1557)

Alla formazione di questo giudizio (o, più propriamente, pregiudizio), contribuirono le descrizioni dei costumi e delle pratiche delle popolazioni caraibiche, più arretrate di quelle poi incontrate dai conquistadores sul territorio americano. Il nome stesso, Caraibi, significa infatti in spagnolo “cannibali“, e dipinge in modo inconfondibile il senso di disprezzo e di estraneità degli europei verso le popolazioni autoctone. Gli indigeni americani non furono dunque riconosciuti come portatori di una cultura, per quanto diversa dalla nostra, ma giudicati, sul metro della civiltà europea, come “selvaggi”, esseri semi-ferini da trattare senza scrupoli eccessivi.

In questo panorama, caratterizzato dal netto prevalere di atteggiamenti eurocentrici, Michel de Montaigne si segnala per una posizione di assoluta novità. Il filosofo è il primo infatti ad utilizzare consapevolmente gli argomenti del relativismo culturale per denunciare il pregiudizio eurocentrico ed opporvi l’idea dell’universalità del fenomeno dell’etnocentrismo: cioè della tendenza di ciascun popolo a proiettare sul diverso la propria immagine culturale e a dipingere come «barbarie quello che non è nei suoi usi»  (Essays, I, XXXI). All’assimilazione forzata egli oppone l’argomento dell’infinità varietà riscontrabile tra i popoli, frutto degli usi e delle consuetudini, e uno sguardo su se stessi rivolto dall’esterno. Si tratta, di uno sguardo che ci restituisca cioè il modo in cui ci vede l’altro, non più considerato inferiore, ma semplicemente diverso e proprio per questo capace di rivelare a noi stessi il nostro eventuale grado di barbarie. 

Uno sguardo altrettanto lucido era emerso nella Grecia del V secolo, quando alla crisi della polis che evidenzia il carattere convenzionale della legge e dei costumi (nomos) si accompagnano i racconti degli storici e dei viaggiatori, come Erodoto ed Ecateo di Mileto, che riferiscono della pluralità dei nomoi. Osserva infatti Erodoto che

se uno facesse  a tutti gli uomini una proposta invitandoli a scegliere le usanze migliori di tutte, dopo aver ben considerato ognuno sceglierebbe le proprie: a tal punto ciascuno è convinto che le sue proprie usanze siano di gran lunga le migliori di tutte (Storie).

brevissima relacion

Brevissima relaciòn

Opposto all’atteggiamento relativista è quello identitario che tende invece a ribadire e a sottolineare la propria specificità culturale, in primo luogo come reazione di difesa a una troppo rapida assimilazione del diverso, in secondo luogo come processo di accettazione che passi però da un processo di integrazione del “diverso” e dell'”inferiore” negli usi e costumi del paese d’accoglienza. In questo ambito la religione svolge, naturalmente, un ruolo decisivo. Gonzalo Hernandez de Oviedo, autore del Sumario de la natural y general historia de las Indias (1555-57), sostenitore della servitù degli indiani, li dipinge come

«genti selvagge e bestiali» dedite a «peccati grandi, enormi et abominevoli»,

quali il cannibalismo e l’incesto. Opposta è la visione di Bartolomé de Las Casas, autore della Brevissima relaciòn de la destruciòn de las Indias, un impressionante atto d’accusa delle crudeltà compiute dai conquistatori. Las Casas nega che si possa parlare degli indios come di “barbari”, ossia di uomini

che sono come fiere silvestri, che vivono per i campi senza cittadi né case, senza politia, senza leggi, renza riti né creanze.

Nella controversia che lo oppose a Juan Ginés de Sepulveda, sostenitore del buon diritto della corona ad assoggettare quelle popolazioni, Las Casas li descrive al contraio come

gente pratichevole et civile, c’hanno popolazioni grandi, case, leggi, arti, signori et governi.

Nel saggio Dei cannibali, Montaigne paragona le pratiche sociali degli europei a quelle degli americani, giungendo a rovesciare addirittura sui primi il giudizio di barbarie. Ostile al colonialismo spagnolo e portoghese, dei quali denuncia la ferocia, il filosofo delinea per contrasto un quadro idealizzato di quelle popolazioni “selvagge” (nel senso di particolarmente vicine alla natura, incontaminate, non corrotte dalla civiltà).  Anch’egli non riesce a parlare di quelle culture se non attraverso il filtro culturale dell’antichità, ma ciò che è rilevante è l’attribuzione di pari dignità culturale, oltre che umana al selvaggio, non ancora definito “buono“, come farà Rousseau, anzi riconosciuto come feroce, crudele al pari di noi “civilizzati”, ma non per questo definito “barbaro”. Se si confronta la pratica dell’antropofagia con gli orrori delle guerre civili e dell’intolleranza religiosa, con i roghi degli auto da fé o con i metodi dell’Inquisizione, si deve infatti convenire:

«che ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto, nel lacerare con supplizi e martiri un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo mordere e dilaniare da’ cani e da’ porci (come abbiamo non solo letto, ma visto recentemente, non fra antichi e nemici, ma tra vicini e concittadini e, quel che è peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa»Essays, I, XXI


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