La paideia filosofica, i sofisti

by gabriella

Audiolezione: La rivoluzione pedagogica sofista

Il sophistés

Anticamente il termine sophistés era sinonimo di sophós (saggio) ed era riferito a chi possedeva attivamente una vasta e poliedrica conoscenza. Sophistés erano detti ad esempio i Sette Savi che Platone elenca nel Protagora. Nel V secolo a. C. si chiamarono invece “sofisti” quegli intellettuali stranieri che della sapienza facevano una professione, insegnandola scandalosamente dietro compenso, così che Senofonte poteva definirli «prostituti del sapere».

Ciò che caratterizza i sofisti è appunto sofistiil loro proporsi come maestri di virtù, che essi intendono nel modo dei poeti della tradizione greca, da Omero a Solone, nei termini della formazione politica del cittadino.

Solone aveva dedicato a se stesso, quale costruttore di giustizia (eunomie, vita civile), la lode del poeta. Sulla stessa linea di continuità si porranno dunque i sofisti, per i quali, somma areté é il sapere, cioè quel particolare tipo di formazione spirituale che è richiesta al cittadino nella polis del V secolo. In questo momento, infatti, la città-stato non si regge più su norme divine e principi immutabili, ma su leggi e decisioni prese nell’agorà e nella boulé, in base al prevalere di una fazione sull’altra e di un’opinione su un’altra. E’ quindi diventato indispensabile per l’uomo libero che partecipa alla vita pubblica, il possesso di tecniche retoriche e dialettiche capaci di rendere persuasiva la parola.

Emblematica di questo nuovo clima culturale è la figura di Protagora.

 

Protagora

La prima tesi importante per capire il ruolo di Protagora (Abdera, 490 a.C.) ad Atene é quella contenuta nel famoso frammento che tratta dell’esistenza e conoscibilità degli dèi. Si legge in Eusebio:

Si dice che Protagora abbia iniziato in questo modo il suo scritto Sugli dèi: «Degli dèi non so né che sono, né che non sono, né quale sia il loro aspetto: molte sono infatti le difficoltà che si oppongono, la grande oscurità della cosa e la pochezza della vita umana».

protagora-di-abderaLa posizione di Protagora sembra chiara: egli non nega l’esistenza degli dèi, ma si limita a dichiarare inconoscibile la loro esistenza (agnosticismo), con conseguenze rilevanti per la riflessione sulla vita civile dell’uomo. Dichiarare inconoscibili gli dèi significa, infatti, per Protagora, mettere in discussione il fondamento sacro, o divino, delle leggi e della stessa giustizia, evidenziando il carattere convenzionale e provvisorio delle norme, dei valori, e delle credenze (una posizione, come si vede, diametralmente opposta a quella di Esiodo). La divinizzazione dei legislatori del passato, da Licurgo a Solone, è quindi una pura mistificazione: sono infatti gli uomini che fanno le leggi (come evidenziato da Solone) sulla base dei loro interessi e dei rapporti di forza nelle assemblee.

Ecco quindi che Protagora può presentarsi ad Atene come maestro di virtù, in grado di insegnare dietro compenso come condurre al meglio gli affari politici. Offrendo i suoi servizi a chiunque potesse pagarlo, Protagora offre ai membri dei nuovi ceti emergenti, privi di retaggio familiare aristocratico e dunque di cultura, gli strumenti per promuoversi socialmente, partecipando attivamente alla vita pubblica.

La tesi sugli dèi costò a Protagora una condanna per empietà, comminatagli nel 411 per volontà del partito oligarchico, in seguito alla quale muore nel naufragio della nave che lo porta lontano da Atene. Ventun anni prima (432 a.C.), lo stesso Anassagora, sapiente amico di Pericle, aveva subito la stessa condanna per volontà del partito democratico – condanna a morte, poi commutata in esilio -, per aver sostenuto che il sole è una pietra infuocata e non un Dio.

In questo modo, i sofisti trasferiscono l’areté agonale del passato dal campo di battaglia all’agorà, dove si fa sempre più aspro lo scontro tra il partito oligarchico e quello democratico.

 

La rivoluzione pedagogica sofista

Ad Atene, gli uomini liberi – cioè i proprietari maschi – ricevevono l’educazione che competeva al loro rango nella casa paterna, attraverso la trasmissione diretta del padre stesso o degli schiavi formati come pedagoghi. Il sapere era dunque un privilegio di casta e consisteva essenzialmente in una formazione psico-fisica ed etica ottenuta attraverso la poesia, la musica e la giDiscobulusnnastica. Si trattava di una formazione unitaria basata sull’idea che lo sforzo di perfezionamento dell’atleta rendesse bello il corpo temprando, allo stesso tempo, lo spirito. È questa la concezione della cosiddetta kalogathìa (καλὸς καὶ ἀγαθός, kalòs kai agathòs), l’idea che il bello è (anche) buono, cioè che la perfezione fisica e la bellezza morale siano inseparabili.

Nel V secolo a. C., l’educazione fisica si era però estesa a un numero crescente di cittadini che prendevano parte alle Olimpiadi (nate nel 776 a.C.) [qui Eva Cantarella spiega il rapporto tra la kalogathìa e le Olimpiadi e il legame antico tra sport e politica]. Di qui l’intuizione dei sofisti che se era possibile insegnare l’areté fisica anche a coloro che non erano eccellenti per nascita (aristos significa eccellente), doveva essere possibile farlo anche con l’areté intellettuale, cioè con quel tipo di sapere spendibile nella vita pubblica per conquistare il riconoscimento sociale della propria saggezza nel contribuire alle decisioni politiche della polis. Con questa tesi, i sofisti si fanno, dunque, sostenitori dell’educabilità (o emancipazione) di tutti gli uomini attraverso il sapere.

I sofisti si prefiggono quindi di fornire le tecniche e il sapere che rendono eccellenti, convinti appunto che la partecipazione democratica alla gestione del potere possa diventare accessibile ai più, a condizione che i cittadini liberi siano in grado di primeggiare nell’agorà, mediante un abile uso della parola e di argomenti persuasivi (retorica) e la capacità di prevalere nello scontro verbale (dialettica), tecniche insegnabili attraverso il patrimonio complessivo della sapienza greca.

Il concetto greco di paideia (παιδεία) viene così completamente ridefinito – nel V secolo significava ancora “allevamento e cura dei fanciulli” – riferendosi in modo esplicito all’educazione attraverso la cultura greca classica – poesia, musica, aritmetica, geometria, educazione fisica; un sapere enciclopedico, vasto ma non approfondito, vale a dire una polymàtheia, come base valida per un discorso efficace – nel quadro di una precisa teorizzazione pedagogica ricca, come vedremo, di una teoria dell’educabilità universale e di precisi obiettivi educativi.

Si assiste quindi ad una democratizzazione del sapere e della politica a causa della quale i sofisti entrano in conflitto con l’ordine della polis, negando il valore della sua tradizione e di un’educazione concepita come privilegio aristocratico: d’ora in poi, l’areté non è più la nobilità dello spirito di una parte sola della società – come dice il termine, i nobili sono spontaneamente aristoi, salvo tradire il valore della stirpe, come spiega Mentore-Athena a Telemaco: se sei davvero figlio di Ulisse e Penelope farai cose eccellenti, emergerà il tuo valore – e nemmeno la sfera morale o un sistema di valori assoluto: l’areté è sapere; la paideia, la formazione spirituale dell’individuo attraverso la cultura.

L'areté sofista

Esercitazione

1. Spiega il legame tra la nuova areté sofista e l’idea di eccellenza maturata nell’opera di Solone e ben viva nell’Atene del V secolo.

2. Di quale virtù i sofisti si definivano maestri e a chi rivolgevano il loro insegnamento? Perché i loro allievi erano disposti a pagare per riceverlo?

3. Spiega in cosa consiste e quali sono le conseguenze politiche della riflessione di Protagora sugli deì.

4. Spiega in dieci righe in cosa consiste la rivoluzione pedagogica sofista e come pervengono i sofisti alla sua elaborazione.

5. Confronta la nuova idea di eccellenza con quella omerica e spiega in dieci righe perché con la loro attività i sofisti democratizzano l’areté e il sapere.


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