I milesii. Talete, Anassimandro, Anassimene

by gabriella

 

Talete

Mileto

L’acqua è il principio di tutte le cose perché è in tutto e senza di lei non c’è niente. L’acqua è senza forma, perciò può assumere tutte le forme: il divenire perciò si spiega con le trasformazioni dell’elemento originario, costitutivo di tutta la realtà.

Per Talete dì Mileto (626  a.C -548 ca) il principio (archè) di tutte le cose è l’acqua. Secondo Aristotele, Talete ricavò forse questa convinzione constatando che il nutrimento di tutte le cose è umido; che il caldo stesso vive dell’elemento umido; che i semi di tutte le cose hanno natura umida e che l’acqua è il principio naturale delle cose umide.

acqua

Acqua è l’arché

Talete sostenne anche – continua Aristotele – che la terra poggia sull’acqua. Quest’ultima quindi, stando sotto, fonda e sorregge tutte le cose. E’ probabile che Talete sia giunto alla conclusione che l’acqua è il principio della natura sulla base di prove elementari: senza acqua non c’è vita; dunque all’acqua, quell’acqua concreta che beviamo e che è nutrimento per la natura, sono riconducibili tutte le cose.

Con ogni probabilità Talete era mosso anche da considerazioni di ordine pratico: aveva studiato gli effetti delle piene del Nilo ed era influen­zato sia dalla tradizione marinara degli abitanti di Mileto, sia dalle culture fluviali egiziane e mesopotamiche, che lo spingevano a vedere nell’acqua l’elemento indispensabile per la sopravvivenza dell’uomo.

Di lui non ci è giunto alcuno scritto e tutto ciò che sappiamo intorno alla sua ricerca e alla sua fama di sapiente (sophos) è contenuto in poco più di un paio di aneddoti riferiti da Platone e Aristotele. Sappiamo per certo che nel 585 a. C., utilizzando forse le osservazioni e i calcoli degli astronomi caldei, predisse un’eclissi di sole. Studiò le proprietà della calamita e scoprì un sistema per calcolare la distanza delle navi dal porto. Calcolò l’altezza delle piramidi misurandone l’ombra.

Mileto, Agora

Mileto, Agorà

Il suo nome è citato con ammirazione da Eraclito e da Senofane, mentre Platone lo mette al primo posto nell’elenco dei sette sapienti della Grecia (Protagora, 343a). E’ ancora Platone, a raccontarci nel Teeteto la storia secondo la quale, mentre camminava con gli occhi fissi alle stelle, cadde in un pozzo, provocando il riso di una servetta tracia che lo dileggiò, osservando che si preoccupava di conoscere le cose del cielo e non si accorgeva di quelle che aveva tra i piedi.

Platone usa l’episodio per osservare che il filosofo, è

uno straniero sperduto nel mondo umano, troppo umano, che rischia come Talete di cadere in un pozzo. Il filosofo ignora la lotta per le magistrature, i dibattiti politici, i festini rallegrati dalle suonatrici di flauto. I più grandi averi gli paiono poca cosa, abituato com’è ad abbracciare con lo sguardo l’intera terra [P. Hadot, Che cos’è la filosofia, Einaudi, 1998, p. 67].

Forse Nietzsche aveva in mente questo episodio quando scriveva che «quelli che erano stati visti danzare, furono presi per pazzi da chi non poteva sentire la musica». 

Nella Politica, Aristotele riferisce invece che poiché i suoi concittadini ne criticavano la povertà, rinfacciandogli l’inutilità della filosofia, un inverno in cui, in base ai suoi calcoli astronomici, aveva previsto un abbondante raccolto di olive, affittò tutti i frantoi di Mileto e di Chio mentre erano ancora a basso prezzo per affittarli ad un prezzo maggiore quando tutti li chiedevano, mostrando che per un sapiente è facile arricchirsi anche se non è questo lo scopo della sua esistenza (A 11, 1259a).

taletevii-vi_a_c_-1

Anassimandro

L’archè non può essere uno dei contrari, perché la contrarietà e l’opposizione nascono con il mondo e perché da una cosa finita non può venire l’infinito. I contrari nascono con il distacco dall’infinito, ove è la verità, cioè che tutto è uno. Nel finito le cose sono quindi nella non verità e nell’ingiustizia e ciecamente combattono se stesse nell’altro.

Anaximander

Anaximandros (611-10 – 547) a. C.)

Forse fu Anassimandro (611-10 – 547 a.C.) e non Talete a usare per primo la parola archè nel suo libro Sulla natura di cui conserviamo un frammento. Amico e discepolo del matematico, scopritore dell’inclinazione dello zodiaco e dello gnomone – un orologio solare che realizzò a Sparta -, primo cartografo della terra, dei mari e del cielo – conoscenze legate alla città marinara e dedita ai commerci in cui visse -, ipotizzò che le prime forme di vita avessero preso forma in un ambiente umido. Anassimandro riprese e sviluppò il problema del principio delle cose posto da Talete, giungendo tuttavia a una soluzione diversa da quella del maestro.

Per lui l’arché non è né l’acqua, né un altro dei cosiddetti elementi fondamentali (aria, terra, fuoco). Nessuno di questi elementi può essere posto come principio di tutte le cose; tra di essi infatti vi è reciproca opposizione: essi non possono quindi derivare l’uno dall’altro (l’opposizione non è originaria, emerge con il venire al mondo). Inoltre, sono tutte cose finite, limitate, determinate.

Al contrario, per Anassimandro, l’archè deve essere infinita e illimitata, per poter essere in grado di dare origine a tutte le cose. Il principio di tutte le cose deve quindi essere qualcosa di diverso dagli elementi, qualcosa di non limitato, di non finito. Anassimandro lo definisce àpeiron che significa sia “infinito”, sia “indefinito”.

Làpeiron non è un elemento e non si identifica con nessuna cosa particolare. E’ una natura infinita, una sostanza primordiale e indeterminata, da cui ha origine l’intero universo: dall’àpeiron tutte le cose nascono e in esso di nuovo si dissolvono. La realtà viene a essere costituita in questo modo, per Anassimandro, da un dualismo di fattori: l’infinito (àpeiron) e il finito (i contrari). Il mondo concreto della nostra esperienza è formato infatti, per il filosofo, da un insieme di elementi contrari che tendono a sopraffarsi l’un l’altro, commettendo così una reciproca “ingiustizia’’ (per esempio il giorno giunge a dissolvere la notte, da cui sarà poi dissolto a sua volta, secondo un movimento ciclico perpetuo; così l’alternarsi delle stagioni, del caldo e del freddo ecc.).

Già Omero ed Esiodo avevano ritenuto che la dualità degli elementi e la lotta dei contrari governasse sia gli eventi della natura, sia le azioni umane. Per Anassimandro, la molteplicità degli elementi contrari, ognuno separato e diverso dall’altro, ha necessità tuttavia di trovare un principio unitario in un infinito che è al di là del mondo delle cose. Mentre dunque le cose particolari hanno necessariamente un limite (pèras) l’archè di Anassimandro è illimitata (àpeiron) in modo analogo al chaòs del mito greco.

Essa è infinita, sia in senso spaziale, sia in senso temporale: non ha perciò inizio, né fine; è eterna, immortale. E’ sempre, in quanto è fuori dal tempo. Solo all’interno del tempo infatti noi possiamo pensare alla nascita e alla morte. Nel tempo le cose esistono: nascono, vivono, muoiono. Opposto al tempo è l’eterno, ciò che è sempre, àpeiron. Essa è una mescolanza indeterminata in cui tutti gli elementi permangono ancora indistinti, analogamente al chaòs del mito.

La filosofia di Anassimandro spiega l’ordine del mondo postulando un “al di là” originario, del quale tuttavia egli cerca di dare una spiegazione non mitica, né religiosa, ma razionale. Per primo, Anassimandro si è posto il problema di come le cose derivino dall’archè. Cercando di fornire una spiegazione del divenire delle cose, cioè delle continue trasformazioni cui esse sono soggette in natura, il filosofo di Mileto ha formulato la prima cosmogonia filosofica (dal greco kòsmos, “ordine”, “mondo” e gonè, “generazione”) di cui siamo a conoscenza, cioè la prima teoria filosofica, anche se in parte ancora legata alle precedenti cosmogonie mitiche, circa la formazione dell’universo come sistema ordinato e retto da leggi.

Tra quanti affermano che [il principio] è uno, in movimento e infinito, Anassimandro, figlio di Prassiade, milesio, successore e discepolo di Talete, ha detto che principio ed elemento degli esseri è l’infinito, avendo introdotto per primo questo nome del principio. E dice che il principio non è né l’acqua, né un altro dei cosiddetti elementi, ma un’altra natura infinita, dalla quale tutti i cieli provengono e i mondi che in esso esistono […] E’ chiaro che, avendo osservato il reciproco mutamento dei quattro elementi, ritenne giusto di non porne nessuno come sostrato, ma qualcos’altro oltre questi. Secondo lui, quindi, la nascita delle cose avviene non in seguito ad alterazione dell’elemento, ma per distacco dei contrari (dall’infinito) a causa dell’eterno movimento.  Simplicio (neoplatonico vissuto nel VI° secolo d.C) su Anassimandro DK 12 A 9.

vortice

Apeiron, l’infinito, è l’arché

Per Anassimandro l’àpeiron è in movimento. Tale movimento è eterno e di natura vorticosa. A partire da esso, per separazione dall’infinito originario, vengono generati i contrari fondamentali, il caldo e il freddo, i quali a loro volta generano tutte le cose. Secondo questa teoria, il nostro sarebbe solo uno degli infiniti mondi esistenti, i quali compiono il loro ciclo vitale, fino a  dissolversi nell’àpeiron originario, da cui erano nati. Per ciascuno dei mondi, il tempo della vita e della morte è determinato da una legge cosmica che regola il divenire del tutto.

Grazie alla testimonianza di Simplicio, filosofo greco del VI secolo d.C., noi siamo in possesso di un frammento dell’opera di Anassimandro, che costituisce il più antico testo filosofico giunto fino a noi:

da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo.

Come si vede, nel frammento il termine àpeiron non compare. Esso ci è giunto infatti indirettamente, attraverso le testimo­nianze posteriori, in primo luogo quelle di Aristotele e di Simplicio.

rane

Isolati e separati lottiamo e dimentichiamo di essere la stessa realtà. Di fronte alla crudezza del clima queste due rane sembrano invece intuirlo

Il frammento affronta piuttosto il problema del nascere e del morire delle cose. Le cose – dice Anassimandro — si sviluppano e poi si dissolvono, vengono al mondo e poi finiscono, ritornando nel principio primordiale da cui hanno avuto origine. Il separarsi degli elementi dall‘àpeiron coincide con il loro entrare nel tempo. Il tempo è dunque ciò che caratterizza il divenire della natura. Esso regola il divenire degli elementi e assicura l’equilibrio del mondo e delle sue parti.

Alla base della vita dell’universo c’è quindi, per Anassimandro, un ordine, risultato dell’azione del tempo. Il mondo è così “cosmo”, cioè successione ordinata di eventi (non chaòs), il cui movimento (divenire) è spiegato dall’attività dei contrari, una lotta in cui i contrari commettono l’un l’altro ingiustizia (per esempio, nell’alternarsi delle stagioni, ciascun dell’àpeiron elemento si impone, per un certo tempo, sull’altro: il caldo dell’estate è sconfitto dal freddo dell’inverno ecc.). Con la separazione dei contrari dal principio, si rompe l’armonia originaria propria dell’infinito. Al suo posto, subentra la differenza, il contrasto. I contrari sono tuttavia destinati a espiare per la colpa commessa, venendo meno a loro volta e tornando all’infinito.

il_frammento_di_anassimandro_-2

Anassimene

Come l’anima nostra che è aria, ci tiene insieme,
così il soffio e l’aria abbracciano tutto il mondo.

DK fr. 13 b2

aria

Pneuma, il soffio vitale, è l’arché

La filosofìa di Anassimene (VI sec.), l’ultimo rappresentante della scuola di Mileto, è strettamente legata a quella dei suoi predecessori. Sulla base delle speculazioni di Talete e Anassimandro, Anassimene si chiede in cosa consista, effettivamente questo principio, l’identità delle cose molteplici, cioè l’arché.

Come ha mostrato Anassimandro, rispetto a Talete, l’arché non può essere qualcosa di limitato, una cosa determinata; ma allo stesso tempo, deve essere possibile dire cos’è e indicare come sia in grado, pur essendo l’origine, di divenire tutte le cose. Per questi motivi, principio di tutte le cose è per Anassimene l’aria, sostanza sempre mobile, infinitamente estesa e capace di espan­dersi ovunque.

Anassimene è il primo a porsi il problema della causa – ciò che Aristotele chiamerà causa efficiente – che trasforma l’archè in tutte le cose esistenti, estendendo il suo concetto di arché oltre l’idea di causa materiale. Ciò che spinge l’àpeiron a determinarsi sono i principi di rarefazione e condensazione a cui l’aria è soggetta.

Nell’unico frammento della sua opera giunto fino a noi, egli concepisce l’universo come un grande organismo vivente che respira l’aria in cui è immerso. Il soffio vitale (pneuma) è il principio vivificatore che anima il mondo. L’aria — dice Anassimene – è il segno della presenza in noi di un’anima (psychè). Nell’uomo agisce dunque lo stesso principio che governa le cose del mondo; tutto è aria: essa sorregge la terra, muove gli elementi del cosmo, anima il mondo e gli uomini.

Del pensiero del filosofo, che deve essere stato di immensa suggestione, restano però delle eco nei filosofi posteriori, tanto che Michel Montaigne – nel ‘500, cioè in un’epoca di riscoperta del greco e della filosofia antica – scriveva:

Come Anassimene scriveva a Pitagora: “con che coraggio posso perdere il mio tempo a conoscere il segreto delle stelle, quando davanti agli occhi ho sempre presente o la morte o la schiavitù?”, ognuno deve dire così: “Agitato dall’ambizione, dalla cupidigia, dalla temerarietà, dalla superstizione, e avendo dentro di me altri simili nemici della vita, mi metterò a pensare al moto del mondo?” [Michel de Montaigne, Essays, 26].

Ciò mostra quanto unitaria, concreta e legata all’esistenza, fosse la riflessione dei greci antichi.

 

Esercitazione

1. Spiega il significato dei due aneddoti, platonico e aristotelico, sulla figura di Talete.

2. Spiega il significato del frammento di Anassimandro «da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo».

3. Illustra la critica di Anassimandro all’individuazione dell’arché fatta da Talete.

4.   Spiega perché Anassimene non accoglie la tesi di Anassimandro e individua l’arché nell’aria (pneuma).

 


Leave a Reply


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: