Mario Tronti, Sul concetto di crisi

by gabriella

Una sintesi dei passaggi più significativi di Parola chiave, Crisi, tratto da Centro per la riforma dello stato.

Nel 1980, per il numero di aprile-maggio, La Rivista, diretta da Walter Pedullà, manda in stampa un numero monografico con il titolo “La crisi del concetto di crisi”. Marco d’Eramo invia un breve testo che istruisce ilTucidide tema. Le risposte sono di personaggi più che significativi: tra gli altri, Jacques Attali, Julien Freund, Emmanuel Le Roy Ladurie, Edgar Morin, René Thom. Molto gustoso un passaggio della proposta di d’Eramo:

“Mentre si apre il penultimo decennio di questo millennio, la ‘Crisi’ è uno strumento che basta a evocare l’Emergenza, l’Unità- Nazionale, l’Austerità, lo Sforzo-Collettivo. È il miraggio di una Nuova-Era, di una Società-Più-Umana. È il preludio della Catastrofe, la consorte del Riflusso. Una volta la lingua era più ricca. Spengler parlava di Declino o Tramonto (dell’Occidente), Horkheimer di Eclissi (della Ragione)”.

Si parla di noi, della nostra attuale crisi, come ne parlano gli interpreti, che sono poi, come si sa, i responsabili stessi della crisi. La prima preoccupazione dovrebbe essere quella di non parlarne in questi termini. Che la crisi sia di natura economico-finanziaria, non c’è dubbio. Che se ne possa dire nella sola lingua dell’economia e della finanza, questo è molto dubbio.

Riportiamo allora il concetto di crisi alla sua storia di lunga durata. Utilizziamo alcuni spunti del fascicolo sopra citato. Tucidide riprende la crisi sia da Ippocrate, nel senso medico, come improvviso cambiamento in un corpo, sia da Sofocle, nel senso teatrale, come rappresentazione del trauma.

SofocleSono le due facce della storia eterna, che stiamo sperimentando, anche oggi, magari più come cronaca contingente: la faccia della scienza e quella della retorica. La crisi, sì, è anche un elemento teatrale,

“ma solo come sipario che nasconde i trambusti sul palcoscenico quando si cambia il quadro”.

Roland-Barthes

Roland Barthes

Nel 1976, la rivista francese Communications, fondata da Barthes, presentava la crisi, con contributi di Friedmann e Morin, come Mito. Un evento che descrive e insieme spiega, con duplicità, con ambiguità.

Attraversando il discorso di Thomas Kuhn sulla crisi dei paradigmi, la crisi si presenta quando vengono a coesistere vecchi e nuovi paradigmi, che lottano fra loro. La crisi allora è ponte e cesura, collegamento e discontinuità. Foucault parla di discontinuità e non di crisi. Dice René Thom che, se la discontinuità è una catastrofe, la crisi è la sua condizione di esistenza. È quel momento di incertezza, da cui si può andare o verso il crollo o verso il rilancio. Nel mondo biologico, secondo lo schema di Lamarck, segna il passaggio da una specie a un’altra. In questo senso, è anche un momento di imprevedibilità. Perché è lo stato di un soggetto, non di un oggetto: da un lato, elemento di uno schema teorico, dall’altro rappresentazione di un vuoto di teoria, che marca un’incapacità di prevedere. Tutti segni, come si vede, e fatti, e intenti, che abbiamo davanti agli occhi.

Thomas Kuhn Harvard University, 1949

Thomas Khun

Il concetto di crisi, dunque, è antico e si evolve e si trasforma nel tempo e occupa spazi. Lo ritroviamo nella sociologia, nell’economia, nella storia, nella politica, nell’epistemologia. Nella lingua religiosa della Grecia classica, il termine krìsis accennava all’interpretazione, del volo degli uccelli per esempio, come molto più vicino a noi accennerà all’interpretazione dei sogni. Significava anche scelta, per esempio delle vittime sacrificali. Ma, guardate, la crisi secolarizzata di oggi, non fa la stessa cosa? Nel vocabolario giuridico esprimeva l’idea di un giudizio, di una decisione. Come sta tuttora accadendo. Riferito alla tragedia greca, risultava un evento che staccava, interrompeva, in coerenza o in contrasto con il Fato.

È solo dal Seicento, e soprattutto nel Settecento, che il concetto di crisi viene trasportato nella società. E nell’Ottocento, in economia politica, debitore del paradigma evoluzionista e commisurato a un aspetto ciclico. Poi dalla fine dell’Ottocento investe i grandi mutamenti culturali, crisi dei valori, crisi di civiltà, crisi spirituale. Il Novecento, dai suoi splendidi inizi assassinati dalla sua miserabile fine, si annuncerà come il secolo della Krisis. È la Kultur che entra in campo contro la Zivilisation e per un lungo momento la sconfigge. Crisi e critica si danno la mano e c’è un salto nella storia umana. Rivoluzione e Grande Crisi si susseguono, non più come le due facce, della scienza o della tecnica e del teatro o della rappresentazione, ma come politica del soggetto e realtà di sistema, sovvertimento e great crash.

Marx nel 1872Età mitica per il nostro presente. È in atto invece adesso una riduzione del concetto di crisi, riferita ormai al solo ambito economico-finanziario. E tuttavia, siccome questa figura della crisi non è virtuale ma ben reale, va indubbiamente attraversata anche in questo senso. Eppure questo senso stesso va a sua vota ampliato. Marx, per esempio, non ha ritenuto possibile elaborare una teoria della crisi in quanto tale, perché essa è e va vista come parte integrante di una teoria generale del capitalismo: manifestazione che descrive e insieme spiega le contraddizioni dell’economia capitalistica. Anzi, la spiegazione della crisi arriva a conclusione dell’intera analisi delle leggi di movimento del sistema capitalistico, del suo Gesamtprozess. È nel Libro Terzo di Das Kapital che soprattutto si descrive la forma classica della crisi capitalistica come crisi di sovrapproduzione:

“capitale inutilizzato da una parte e popolazione operaia inutilizzata dall’altra”.

Schumpeter

Joseph Schumpeter

Seguito in questo da Tugan-Baranovski, Rosa Luxemburg, Kalecki e altri (vedi Tadeusz Kowalik, nella voce “Crisi” dell’Enciclopedia Einaudi). Semmai Marx ci dà una teoria generale dello sviluppo, scandito dalla particolarità delle specifiche crisi. Lo aveva ben compreso Schumpeter, per cui la teoria delle crisi è la teoria delle fluttuazioni cicliche. Da Teorie der wirtschaftlichen Entwicklung (1911, rimaneggiato nell’edizione inglese del 1926) a Business Cycles (1939), c’è il ritorno a Marx, dopo la lunga egemonia delle teorie marginaliste. Tornano a intrecciarsi sviluppo e crisi, la crisi viene recuperata all’interno del sistema economico, il ciclo scandisce le fasi dell’economia capitalistica.

È arrivata sui giornali, nel nostro attuale passaggio di crisi, la formula schumpeteriana della “distruzione creatrice”:

“il quadro in cui la vita di ogni complesso capitalistico è destinata a svolgersi”.

In effetti, se apriamo il capitolo VII di Capitalismo socialismo e democrazia (1942), troviamo osservazioni illuminanti sul processo di trasformazione organica che, quando investe insieme produzione e mercati,

“rivoluziona incessantemente dall’interno le strutture economiche distruggendo senza tregua l’antica e creando senza tregua la nuova”.

Si studia comunemente il problema di come il capitalismo amministri le strutture esistenti, mentre il problema essenziale è come le crei e come le distrugga. E commenta Schumpeter in nota:

“Queste rivoluzioni non sono, in senso stretto, incessanti; scoppiano a sbalzi discontinui, separati da periodi di quiete relativa. Ma il processo visto nell’insieme si compie incessantemente, nel senso che vi è sempre o una rivoluzione o l’assorbimento dei risultati di una rivoluzione, costituenti insieme quello che si chiama il ciclo economico”.

Dunque, ne potremmo concludere: in una società capitalistica, non è permanente la rivoluzione distruttrice delle strutture esistenti, come non è permanente la restaurazione creatrice delle strutture innovative. È permanente il processo che ciclicamente alterna sviluppo e crisi, crisi e sviluppo. Come dirà eloquentemente in un altro luogo: i cicli non sono le tonsille, che si possono trattare separatamente dal resto del corpo, sono piuttosto il battito del cuore, che regola la vita dell’intero organismo.

Un terreno storico formidabile, quello di un capitalismo così scientificamente compreso, per una potenza politica di lotta. Il movimento operaio, con il pensiero di Marx, con il primo socialismo non utopistico, e poi con la rivoluzione dentro la guerra, e con i comunisti, aveva individuato questo terreno, lo aveva occupato ed era salito a proporsi come grande soggetto della storia contemporanea. Sulla crisi come collegamento e come discontinuità, come ponte e cesura, aveva impiantato tattica e strategia. Perché krìsis è kairòs. È l’occasione, l’opportunità, il tempo adatto. Se descrive e spiega, dice dunque ciò che è, e allora svela. Le contraddizioni, è vero solo transitoriamente, esplodono: ma prima che si ricompongano c’è lo spazio del conflitto. Da quando c’è il capitalismo moderno, la modernità è diventata l’età della crisi. Lo spirito d’Occidente ne è intriso. Il cuore dell’Europa, che è il cervello dell’Occidente, questo spirito lo ha pensato, lo ha narrato, lo ha espresso, in forme alte. La società armoniosa è un’utopia confuciana a uso di un potere assoluto. La coesione sociale una caritas cristiana a uso di un potere democratico. Lo so, c’è la controindicazione della crisi capitalistica che pesa sulle parti più deboli della società, e non le unifica, anzi le divide con il ricatto e la paura. Ma non è che lo sviluppo capitalistico avvia un processo di liberazione dal dominio, anzi integra indorando le catene. Quello che fa la differenza allora è sempre la presenza o meno in campo di un soggetto politico in grado di vedere, far vedere e organizzare, sia quando c’è l’equilibrio, sia quando c’è la frattura di sistema.

Thatcher

Margaret Thatcher

Crisi è una categoria del politico. Se la crisi non va vista da sola, ma considerata dentro il ciclo economico, e se il ciclo economico è una delle leggi di movimento della società capitalistica, allora la crisi economica, e anche quella finanziaria, è un fenomeno sociale. Ma se è un fenomeno sociale, va trattato con la politica. Qui non ci vuole Marx e Stalin, bastano Keynes e Roosevelt. L’attivismo finanziario, per quanto si autonomizzi, è sempre una forma dell’attività economica. E l’economia, nella modernità appunto, è economia politica. Il fondamentalismo neoliberista è sembrato a un certo punto che avesse dimenticato questo particolare essenziale. In realtà, con una ben congegnata operazione pratico-ideologica, non aveva abolito la politica, l’aveva sottomessa, aveva rovesciato il suo primato, aveva soppresso la sua autonomia. Motivo non ultimo della sua crisi di questi anni. La politica non sopporta di essere subalterna, di essere dipendente. Perdendo in queste condizioni la sua ragion d’essere, entra in crisi.

[…]

Ludwig-Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein

Nietzsche nel 1875 all'epoca delle Considerazioni Inattuali

Friedrich Nietzsche

Crisi e critica è un problema che viene da lontano. Si fa riferimento qui, di proposito, a testi che risalgono agli anni Settanta-Ottanta. Si vuole dire che bisogna ripartire almeno da lì. Come allora la crisi produsse un cambio di egemonia a favore del pensiero dominante, così dalla crisi di oggi bisognerebbe fare il percorso inverso, con un rovesciamento contrapposto di valori. Krisis, di Cacciari, 1976, descriveva un arco molto più lungo. Da Nietzsche a Wittgenstein, si era consumata una stagione di pensiero negativo. Dopo gli anni Trenta, la crisi non aveva più prodotto cultura della crisi. Per il pensiero e per la prassi della grande trasformazione è stata una tragedia.

Severino

Emanuele Severino

Quella degli anni Sessanta, adesso l’abbiamo capito, fu la ripetizione nella farsa. Il maggior pericolo, che non salva, si sposterà nel frattempo su un altro piano, anch’esso però non affrontato. Critica della crisi, recitava il titolo di un piccolo libro edito a Trento nei primi anni Ottanta, 1983. Emanuele Severino faceva questa diagnosi anticipata dei mali che tuttora ci affliggono:

“La crisi delle forme tradizionali della civiltà occidentale è la fase in cui viene rapidamente alla luce e rapidamente si diffonde il loro essere mortalmente malate. Tale fase è il nostro tempo, cioè la forma di civiltà dove l’atteggiamento scientifico-tecnologico domina su ogni altra forma di civiltà dell’Occidente, ossia ne mostra la malattia e la destinazione alla morte. La civiltà della tecnica è la critica, relativamente alla quale le forme della tradizione occidentale sono in crisi”.

La critica è rifiuto, “volontà di collocarsi al di fuori della malattia”, come la crisi è, nei suoi segni fondamentali, “distacco”, “separazione”. La crisi è già un’autocritica di sistema. Questa condizione rende culturalmente possibile e politicamente praticabile l’applicazione della critica alla crisi.



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