Max Weber, L’ascesi intramondana e lo spirito del capitalismo

by gabriella
Max Weber

Max Weber (1864- 1920)

In questo brano dell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo, Weber prende in esame gli scritti del predicatore puritano Richard Baxter, autore in cui si trova, a suo giudizio, la forma più compiuta ed influente del particolare tipo di ascesi intramondana proprio dell’ethos capitalistico. A differenza dell’etica protocristiana e paolina, la morale puritana non condanna la ricchezza, ma l’adagiarsi nel possesso e nell’ozio improduttivo, eticamente smidollato e odioso agli occhi di Dio che prescrive invece il lavoro a sua lode e gloria. E’ di qui che nasce anche la caratteristica condanna della povertà e la colpevolizzazione di chi resta ai margini tipica del sentire tory.

Per individuare i nessi che collegano le rappresentazioni religiose fondamentali del protestantesimo ascetico con le massime della vita economica quotidiana, occorre in primo luogo menzionare quegli scritti teologici che sono sicuramente nati dalla prassi della cura delle anime. Poiché in un’epoca in cui l’aldilà era tutto, dall’ammissione all’eucaristia dipendeva la posizione sociale del cristiano, l’opera dei religiosi, con la cura delle anime, la disciplina ecclesiastica e la predica, esercitava un’influenza che noi moderni non possiamo neanche più immaginare […] le forze religiose che si affermano in tale praxis hanno plasmato il «carattere popolare» in maniera decisiva e determinante.

Richard Baxter

Richard Baxter (1615 – 1691)

[…] Ora, se prendiamo in mano l’Eterna quiete dei santi di [Richard] Baxter e il suo Christian Directory, o anche lavori affini di altri, i giudizi sulla ricchezza e sulla sua acquisizione colpiscono immediatamente […]. La ricchezza in quanto tale è un grande pericolo, le sue tentazioni sono continue, il suo desiderio e la sua ricerca non sono solo assurdi, rispetto al valore incomparabilmente superiore del Regno di Dio, sono anche moralmente incresciosi.

Jean Calvin (Calvino) 1509 - 1564)

Jean Calvin (Calvino) 1509 – 1564)

Molto più nettamente rispetto a Calvino, che non riteneva affatto che la ricchezza degli ecclesiastici fosse di ostacolo alla loro attività, ma anzi vi vedeva un auspicabile aumento del loro prestigio, (e) permetteva loro di investire fruttuosamente il loro patrimonio, alla sola condizione di evitare lo scandalo, qui l’ascesi pare contraria a ogni tendenza all’acquisizione di beni terreni. È possibile moltiplicare a piacere gli esempi di condanna della ricerca di denaro e ricchezza da parte di scrittori puritani, e contrapporli alla letteratura etica del tardo Medioevo, che su questo punto è molto più spregiudicata. E tale diffidenza è assai seria -, ma occorre un esame un po’ attento, per notare il suo senso e contesto etico decisivo. Infatti ciò che la morale veramente condanna è l’adagiarsi nel possesso, il godimento della ricchezza con la sua conseguenza di ozio e concupiscenza e, soprattutto, con la conseguenza di deviare dal faticoso cammino verso la vita «santa». E il possesso è increscioso solo perché comporta il pericolo di questa specie di riposo. Poiché l’«eterna quiete dei santi» sta nell’aldilà, mentre, sulla terra, per accertarsi del proprio stato di grazia, l’uomo deve «compiere le opere di colui che lo ha inviato, finché è giorno» [Giovanni, 9, 4]. Non già l’ozio e il godimento, ma solo l’agire serve ad accrescere la gloria di Dio, secondo la sua volontà inequivocabilmente rivelata.

Benjamin-Franklin

Benjamin Franklin (1706 – 1790)

E quindi perdere tempo è, di tutti i peccati, il primo e quello per principio più grave. La durata della vita è infinitamente breve e preziosa per «fissare» la propria vocazione. Perdere tempo in società, i «discorsi oziosi», il lusso, persino dormire più di quanto sia necessario alla salute (da 6 ore a 8 al massimo), sono gravi colpe morali. Non si dice ancora «Il tempo è denaro», come farà Benjamin Franklin, però la massima vale in certo qual modo in un senso spirituale: il tempo è infinitamente prezioso perché ogni ora persa è sottratta al lavoro al servizio della gloria di Dio. E quindi non ha alcun valore, ed eventualmente è direttamente riprovevole, anche la contemplazione inattiva, almeno se ha luogo a scapito del lavoro professionale. Poiché è gradita a Dio meno dell’esecuzione attiva della sua volontà nella professione. Inoltre le è destinata la domenica, e secondo Baxter sono sempre quelli che sono oziosi nella loro professione, a non avere neanche tempo per Dio, quando è ora.

E quindi nel capolavoro di Baxter si predica continuamente, talvolta in maniera quasi appassionata, il lavoro fisico o mentale duro, continuo. Due motivi operano qui congiuntamente. In primo luogo il lavoro è quello sperimentato mezzo ascetico che è stato sempre apprezzato nella Chiesa occidentale, in netto contrasto non solo con l’Oriente, ma quasi con tutte le regole monastiche del mondo intero. […] Come è un rimedio contro i dubbi religiosi e il tormento degli scrupoli, è anche un rimedio contro tutte le tentazioni sessuali (con una dieta sobria e vegetariana, e bagni freddi) quello così prescritto: «Lavora duramente nella tua professione».

Paolo di Tarso

Paolo di Tarso (5-10 – 64-67)

Ma inoltre, e soprattutto, il lavoro è lo scopo stesso della vita che è prescritto da Dio. La massima paolina «Chi non lavora non deve mangiare» vale incondzionatamente e per ciascuno. L’avversione al lavoro è sintomo dell’assenza dello stato di grazia.

Appare qui chiaramente la divergenza dall’atteggiamento medievale. Anche Tommaso d’Aquino aveva interpretato quella massima. Ma secondo lui il lavoro è solo necessario «naturali ratione» per conservare la vita del singolo e della collettività. […] in Baxter [invece] non vengono solo a cadere […] eccezioni al dovere etico di lavorare, ma egli impone anche con la massima energia il principio secondo cui neanche la ricchezza esonera da quell’obbligo incondizionato. Anche il possidente non deve mangiare senza lavorare; infatti, sebbene non sia costretto a lavorare per soddisfare i suoi bisogni, esiste tuttavia il comando di Dio, a cui deve ubbidire proprio come il povero. Poiché per ciascuno, indistintamente, la Provvidenza di Dio tiene pronto un calling, quello che in tedesco si dice «Beruf», che ciascuno deve riconoscere e dove deve lavorare e, diversamente dal luteranesimo, questa vocazione-professione non è un destino a cui ci si debba adattare e di cui ci si debba accontentare, è invece un comando rivolto da Dio al singolo affinché operi per la sua gloria.

[…] Dall’ambito dei pensieri di Lutero – che non cancellò mai del tutto l’indifferenza paolina per il mondo – era impossibile trarre principi etici con cui dare forma al mondo, e quindi lo si doveva prendere così com’era, e si poteva solo erigere a dovere religioso questo atteggiamento. – Ancora una volta, il carattere provvidenziale dell’interconnessione e interdipendenza degli interessi economici privati assume, nella visione puritana, una sfumatura diversa […] secondo l’etica quacchera la vita professionale dell’uomo deve essere un coerente esercizio ascetico di virtù, una comprova del suo stato di grazia data dalla coscienziosità, che si esprime nella cura e nel metodo con cui attende alla sua professione. Dio non pretende il lavoro in sé, ma il lavoro professionale razionale, per l’appunto. Nell’idea puritana di professione l’accento cade sempre su questo carattere metodico dell’ascesi professionale, e non sul dovere di accontentarsi della sorte ormai assegnata da Dio, che sottolinea invece Lutero. […] E, soprattutto: l’utilità di una professione, con la corrispondente approvazione da parte di Dio, si giudica sì in primo luogo secondo criteri etici e in secondo luogo secondo l’importanza per la «collettività» dei beni che vi si producono; ma poi segue il terzo criterio, che naturalmente è quello praticamente più importante: il «profitto» economico privato.

Poiché se quel Dio che il puritano vede all’opera in tutte le circostanze della vita indica a uno dei suoi un’opportunità di guadagno, ha certamente uno scopo per farlo. E quindi il credente cristiano deve rispondere a questa chiamata, approfittandone.

«Se Dio vi indica una via dove voi, senza pregiudizio per la vostra anima o per altri, secondo la legge, potete guadagnare di più che seguendo un’altra strada, e se voi la rifiutate e seguite il cammino che apporta un guadagno minore, allora voi contrastate uno degli scopi della vostra chiamata» («calling»), «voi rifiutate di essere amministratori» («stewarts») di Dio e di ricevere i suoi doni per poterli usare per lui, se lo dovesse chiedere. Certamente non per scopi della concupiscenza e del peccato, bensì per Dio, voi avete il diritto di lavorare al fine di essere ricchi».

La colpevolizzazione della povertà

La colpevolizzazione della povertà

La ricchezza è pericolosa solo e precisamente come tentazione di adagiarsi nell’ozio e di godersi peccaminosamente la vita, e la sua ricerca lo è solo quando ha luogo per poter vivere, più tardi, senza preoccupazioni e allegramente. Ma in quanto esercizio del dovere professionale non è solo moralmente lecita, è addirittura obbligatoria. E la parabola di quel servo che veniva scacciato perché non aveva fatto fruttare il talento affidatogli pareva anche esprimere direttamente questo. Voler essere povero equivarrebbe a voler essere malato – si argomentava spesso; si tratterebbe di santificazione di opera, riprovevole e nociva alla gloria di Dio. E, soprattutto, chi chiede l’elemosina mentre è in grado di lavorare non solo commette il peccato della pigrizia, ma si comporta anche contro l’amore del prossimo, secondo le parole dell’apostolo.

 


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