Pierre Clastres, Economia primitiva, economia dell’abbondanza

by gabriella
Pierre Clastres

Pierre Clastres (1934 – 1977)

Uscito negli Stati Uniti nel 1972, Stone Age Economics, il classico della ricerca antropologica sulle forme economiche delle società native di Marshall Sahlins, fu tradotto in francese nello stesso anno e pubblicato da Gallimard con il titolo Âge de la pierre âge d’abondance. 

Nella prefazione, affidata a Pierre Clastres, l’antropologo fece risaltare la creazione dell’abbondanza in società che ignorano povertà e diseguaglianza e lasciano la maggior parte del tempo libero ai propri membri. È in questo contesto che Clastres analizza il legame tra potere e debito, fornendo una memorabile lettura del Big Man, il capo senza potere dei selvaggi.

In sintesi, la prefazione di Clastres distrugge il luogo comune dell’economia dei selvaggi come economia della penuria. Sahlins e Clastres mostrano invece come le economie “acquistive” siano economie dell’abbondanza, strettamente regolate perché non appaia surplus e con esso la diseguaglianza e il potere politico.

Sotto la prefazione integrale in pdf e il testo dell’esercitazione di Antropologia economica in una quarta liceo di Scienze umane, ridotto e con facilitatori di lettura.

«Gli dèi si trattengono infatti, dopo averli nascosti, i beni necessari alla nostra esistenza,
ché altrimenti con facilità potresti lavorare in un giorno,
così da possedere per un anno, stando ozioso;
ben tosto potresti porre al fumo del focolare il timone della nave,
e sparirebbe il lavoro dei buoi e dei muli pazienti alla fatica». 

Esiodo, Le opere e i giorni [integrazione mia].

 

Prefazione integrale

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Testo dell’esercitazione

Qualche chiarimento lessicale e alcune piste di lettura del testo di Clastres.

1. In primo luogo, un chiarimento sui termini usati da Clastres per riferirsi alle società acquisitive che l’antropologo indica come primitive o “selvagge”: si tratta di definizioni comuni solo nell’antropologia francofona nella quale, però, non significano “arretrate”, come si comprende chiaramente leggendo il testo. L’equivoco può aumentare considerando che sia Clastres che Sahlins usano anche i termini “paleolitico” ed “età della pietra”, per sottolineare che queste società non hanno conosciuto la rivoluzione neolitica, cioè il passaggio all’agricoltura e alla sedentarietà.

2 e 3. Nella parte di critica (pars destruens), Clastres evidenzia che prima delle ricerche di Sahlins, le economie delle società acquisitive erano ritenute “economie di sussistenza” cioè, economie incapaci di garantire il necessario ai propri componenti, costretti a lottare quotidianamente con la scarsità di cibo, la fame, l’insicurezza. Sahlins ha capovolto questa credenza, mostrando come al contrario, le società acquisitive scelgono la “sottoproduzione”, cioè di lavorare, “produrre” cibo per poche ore alla giornata, gran parte della quale è dedicata invece ai piaceri della vita, alle relazioni, alla conversazione, al gioco. Si diventa produttori tardi, quando l’infanzia è terminata da tempo e anche gli anziani non producono, cosa che non esisterebbe se ci fosse necessità impellente di procurarsi cibo. In altre parole, se volessero, i cacciatori-raccoglitori potrebbero procurarsi di più del necessario, cioè il surplus, cosa che però sarebbe ai loro occhi senza senso: presso i Kung San, del deserto del Kalahari, ad esempio, l’accumulazione di cibo non dà vantaggi dopo che ci si è sfamati, i frutti raccolti o gli animali uccisi si degradano in fretta e diventano inservibili.
4. nella parte quarta Clastres accenna agli studi su economie “neolitiche”, riferendosi agli agricoltori “primitivi” che praticano l’orticoltura. Qui sottolinea che ci sono forti differenze con le economie di caccia e raccolta ma, un elemento in comune: la volontà di non “produrre” niente più del necessario e di fare da sé, cioè di essere autonomi dai vicini.
5. In conclusione, le economie di caccia e raccolta e MDP (basate sull’orticoltura), sono economie di sottoproduzione, i cui membri producono per vivere, non vivono per produrre, cioè rifiutano l’economia, l’accumulazione, l’arricchimento. 
6. Il big man non è un capo: in lui l’autorità è prestigio, non comando. Rappresenta la volontà complessiva del suo popolo e lo serve: produce il surplus per gli altri, sfruttando se stesso e la propria famiglia. Le società di caccia-raccolta sono società in cui il potere politico non è separato dalla società.

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1. Il contributo alla comprensione dell’economia delle società acquisitive de L’economia nell’età della pietra

Una fascinazione di vecchia data per le società primitive assicura al lettore francese un’abbondante e regolare disponibilità di opere et­nografiche, purtroppo ben lontane dall’essere tutte di pari inte­resse. Di tanto in tanto, un libro si staglia sul grigio orizzonte di tale produzione: l’avvenimento è troppo raro per astenersi dal segna­larlo. Iconoclasta e rigoroso, ironico ed erudito, molti si rallegre­ranno nel veder pubblicato il lavoro di Marshall Sahlins, L’econo­mia dell’età della pietra [Bompiani, Milano, 1980].

Sahlins, antropologo americano di grande reputazione, è un profondo conoscitore delle società melanesiane, ma il suo progetto scientifico non si riduce all’etnografia di una determinata area cul­turale. Non solo travalica abbondantemente i confini di un punti­glioso studio monografico, come attesta la varietà planetaria dei suoi riferimenti, ma intraprende l’esplorazione sistematica di una dimensione del sociale da lungo tempo osservata dagli etnologi, affrontando in modo radicalmente nuovo l’ambito economico e ponendo in modo malizioso la domanda fondamentale: come si configura l’economia nelle società primitive.

[…] Ma sbaglieremmo a supporre che le sue cono­scenze etnografiche siano superiori a quelle dei suoi predecessori: anche se ha fiuto nelle sue ricerche sul campo, questo autore non ri­porta alcun dato sconvolgente la cui novità costringerebbe a ricon­siderare l’idea tradizionale dell’economia primitiva. Semplicemente si accontenta, ma con grande vigore, di ricondurre alla verità i dati da lungo tempo raccolti e conosciuti, scegliendo di interrogare di­rettamente il materiale disponibile e scartare senza pietà le idee pre­concette. Il compito che si assegna Sahlins poteva essere intrapreso anche prima di lui: il dossier, insomma, era già là, accessibile e completo. Sahlins, però, è il primo ad averlo riaperto, e dunque bisogna salutare in lui un pioniere.

 

2. Pars destruens

Di che cosa si tratta? Gli etno-economisti hanno insistito a svi­luppare l’idea secondo la quale l’economia delle società primitive sa­rebbe un’economia di sussistenza.

Si dice che una macchina funziona bene quando soddisfa in modo appropriato lo scopo per la quale è stata concepita. Con lo stesso criterio bisogna ora valutare il funzionamento della mac­china produttiva nelle società primitive: questa macchina funziona conformemente ai fini che le sono stati assegnati dalla società? As­sicura in modo conveniente la soddisfazione dei bisogni materiali del gruppo? Ecco le vere domande che ci si deve porre a proposito dell’economia primitiva.

A queste domande l’antropologia econo­mica «classica» risponde ricorrendo all’idea di economia di sussi­stenza: l’economia primitiva è un’economia di sussistenza in quanto riesce appena ad assicurare la sopravvivenza della società. Il sistema economico permette ai primitivi, al prezzo di un lavoro in­cessante, di non morire di fame e di freddo. L’economia primitiva è un’economia di sopravvivenza in quanto la sua arretratezza tec­nica impedisce la produzione del surplus e l’accantonamento di scorte in grado di garantire quanto meno l’avvenire immediato del gruppo.

Tale è, nella sua poco gloriosa convergenza con le più fru­ste [cioè banali, nota mia] elementari convinzioni del senso comune, l’immagine dell’uomo primi­tivo veicolata dagli «scienziati»: un selvaggio schiacciato dal suo ambiente ecologico, perseguitato senza tregua dalla scarsità, osses­sionato dall’angoscia permanente di procurarsi il necessario per non perire. In breve, l’economia primitiva è un’economia di sussi­stenza perché è un’economia della miseria.

Arnhem

Arnhem australiani

localizzazione del deserto in cui vivono gli aborigeni

A questo concetto di economia primitiva Sahlins contrappone non un’altra concezione ma i semplici fatti etnografici. Procede tra l’altro a un esame attento dei lavori dedicati a quei primitivi che si ritiene siano i più svantaggiati di tutti, in quanto condannati dal destino a vivere in un ambiente fortemente ostile, dove la scarsità di risorse si somma all’inefficienza tecnologica: i cacciatori-raccoglitori nomadi dei deserti dell’Australia e dell’Africa australe sono quelli che illustrano alla perfezione, agli occhi degli etno-economisti come Herskovits, la miseria primitiva. Ma qual è la realtà?

 

3. La ricerca di Sahlins sul modo di produzione delle società acquisitive

Kung San del Kalahari

Le monografie in cui vengono rispettivamente studiati gli aborigeni australiani della Terra di Arnhem e i Boscimani del Kalahari hanno la particolarità di offrire dati numerici: vi sono misurati i tempi dedicati alle attività economiche.

Scorrendoli ci si accorge che, in­vece di passare tutta la vita alla ricerca febbrile di un cibo aleatorio, questi supposti miserabili dedicano al lavoro al massimo cinque ore al giorno come media, e spesso tra le tre e le quattro ore. Ne ri­sulta, dunque, che in un lasso di tempo relativamente breve abori­geni australiani e Boscimani si assicurano in modo conveniente la propria sussistenza.

Bisogna inoltre osservare che questo impegno quotidiano non è intenso, se non raramente, bensì inframmezzato da frequenti soste per riposarsi, e che non coinvolge mai la totalità del gruppo: oltre al fatto che bambini e giovani partecipano poco o nulla alle attività economiche, non è neanche l’insieme degli adulti che si dedica simultaneamente alla ricerca del cibo. E Sahlins nota che questi dati quantitativi, raccolti recentemente, confer­mano in toto le precedenti testimonianze dei viaggiatori del di­ciannovesimo secolo.

È dunque in spregio a queste informazioni serie e note che al­cuni dei padri fondatori dell’antropologia economica hanno in­ventato di sana pianta il mito di un uomo selvaggio condannato a una condizione quasi animale dalla sua incapacità di sfruttare effi­cacemente l’ambiente naturale.

La realtà è ben diversa e il gran me­rito di Sahlins è di riabilitare il cacciatore primitivo ristabilendo la verità dei fatti contro la distorsione teorica (teorica!). Dalla sua analisi risulta infatti che non soltanto l’economia primitiva non è un’economia della miseria, ma che permette, al contrario, di defi­nire la società primitiva come la prima società dell’abbondanza.

Una definizione provocatoria, che disturba il torpore dogmatico degli pseudo-scienziati dell’antropologia, ma una definizione al con­tempo corretta: se in tempi brevi e a intensità debole la macchina produttiva primitiva assicura la soddisfazione dei bisogni materiali delle persone, significa, come scrive Sahlins, che funziona al di sotto delle sue possibilità oggettive, significa che potrebbe, se lo volesse, funzionare più a lungo e a maggiore intensità, produrre surplus, costituire scorte. Di conseguenza si capisce che se le società primitive non lo fanno, anche potendolo, vuol dire che non vo­gliono farlo.

Aborigeni australiani e Boscimani, quando stimano di avere raccolto sufficienti risorse alimentari, smettono di cacciare e di raccogliere. Perché stancarsi a raccogliere quello che non si può consumare? Perché degli individui nomadi dovrebbero affaticarsi per trasportare inutilmente da un luogo all’altro pesanti provviste quando, come dice Sahlins, «le scorte sono nella natura stessa»?

Ma i selvaggi non sono sprovveduti come gli economisti formali­sti che, non trovando nell’uomo primitivo la tipica psicologia di un manager, preoccupato di aumentare senza posa la produzione per incrementare il suo profitto, ne deducono stoltamente l’inferiorità intrinseca dell’economia primitiva. È quindi salutare la ricerca di Sahlins, che con grande pacatezza smaschera questa «filosofia» che fa del capitalista contemporaneo l’ideale e la misura di tutte le cose. Ma che sforzi, nondimeno, per dimostrare che se l’uomo primitivo non si comporta un manager è perché non gli interessa il profitto; che se non «fa rendere» la sua attività, come amano dire i pedanti, non è perché non sa farlo, ma perché non vuole farlo.

 

4. La ricerca di Sahlins sull’economia delle società neolitiche: il modo di produzione domestico mpd (orticoltura) 

Sahlins non si limita al caso dei cacciatori. Sotto la definizione modo di produzione domestico (mpd) esamina l’economia delle so­cietà «neolitiche», di quegli agricoltori primitivi che si possono an­cora osservare in Africa o in Melanesia, in Vietnam o in America del Sud. Non vi è niente in comune, apparentemente, tra i nomadi del deserto o della foresta e i sedentari che, senza trascurare la caccia, la pesca o la raccolta, dipendono essenzialmente dai prodotti dei loro orti. Anzi, in considerazione del notevole cambiamento rappresen­tato dalla conversione di un’economia di caccia in un’economia agraria, ci si potrebbe aspettare la comparsa di abitudini economi­che del tutto nuove, senza parlare, beninteso, delle trasformazioni nell’organizzazione stessa della società.

Basandosi su una massiccia quantità di studi effettuati in diverse aree del globo, Sahlins sottopone a un esame dettagliato le configu­razioni locali del MPD (melanesiane, africane, sudamericane ecc.), mettendone in luce le caratteristiche ricorrenti: predominio della divisione sessuale del lavoro, produzione segmentata finalizzata al consumo, accesso autonomo ai mezzi di produzione; relazioni cen­trifughe tra le unità produttive. Nel dar conto di una realtà econo­mica (il MPD), Sahlins, a ragione, ricorre a categorie propriamente politiche alla base dell’organizzazione sociale primitiva: segmenta­zione, autonomia, relazioni centrifughe. E infatti è sostanzialmente impossibile pensare l’economico primitivo al di fuori del politico.

debbio

Per il momento manteniamo l’attenzione sul fatto che i tratti principali che descrivono il modo di produzione dell’agricoltura a debbio [concimatura con bruciatura delle stoppie, nota mia] permettono al contempo di individuare l’organizzazione sociale dei popoli cacciatori. Da questo punto di vista, un gruppo nomade, al pari di una tribù sedentaria, è composto da unità di produzione e di consumo — i «focolari» o «unità domestiche» — al­l’interno delle quali prevale di fatto la divisione sessuale del lavoro. Ciascuna unità funziona conte un segmento autonomo dell’in­sieme, e anche se la regola dello scambio struttura saldamente il gruppo nomade, il gioco delle forze centrifughe non è comunque assente.

Al di là delle differenze nello stile di vita, delle rappresentazioni religiose o dell’attività rituale, la struttura della società non varia tra la comunità nomade e il villaggio sedentario. Che mezzi di produ­zione cosi diversi come la caccia nomade e l’agricoltura a debbio siano compatibili con formazioni sociali identiche, è un tema che conviene misurare in tutta la sua portata.

Tutte le comunità primitive aspirano, dal punto di vista della produzione e del consumo, alla completa autonomia; aspirano a escludere ogni relazione di dipendenza con i gruppi vicini. Per dirlo in modo sintetico, è l’ideale autarchico della società primitiva: si produce il minimo necessario per soddisfare tutte le necessità, ma ci si organizza per produrre la totalità di questo minimo.

Se il MPD è «un sistema fondamentalmente avverso alla forma­zione di surplus», è altrettanto avverso a lasciare che la produzione cali al di sotto della soglia che garantisce la soddisfazione dei bisogni. L’ideale di autarchia economica è infatti un ideale di indipendenza politica, la quale è assicurata fintanto che non si ha bisogno degli altri.

Questo ideale, naturalmente, non si realizza né dappertutto né sempre. Le differenze ecologiche, le variazioni climatiche, i con­tatti o le influenze possono condurre una società ad avvertire il bi­sogno di una tale derrata, di una tale materia o di un tale oggetto che altri sanno fabbricare, senza poterlo soddisfare. Ed è appunto questo il motivo, come dimostra Sahlins, per cui taluni gruppi vi­cini, o anche lontani, si trovano impegnati in relazioni più o meno intense di scambio di beni. Tuttavia, precisa nella sua minuziosa analisi del «commercio» melanesiano,

«le società melanesiane non conoscevano il ‘mercato’ e senza dubbio non lo conoscevano nep­pure le società arcaiche».

[…]

Il MPD assicura così alla società primitiva un’abbondanza misu­rata in base all’adeguamento della produzione ai bisogni, in cui la prima è funzionale alla totale soddisfazione dei secondi, rifiutandosi di andare oltre. I selvaggi producono per vivere, non vivono per produrre:

«Il MPD è una produzione finalizzata al consumo la cui attività tende a frenare i rendimenti e a bloccarli a un livello re­lativamente basso».

Una tale «strategia» implica evidentemente una scommessa sul futuro: che sarà caratterizzato dalla reiterazione e non dal cambia­mento; che la terra, il cielo e gli dèi veglieranno perché si compia questo eterno ritorno del medesimo. E in generale è appunto ciò che accade: eccezionale è il cambiamento che, come la catastrofe naturale di cui furono vittime i Tikopia, viene a deformare le linee di forza della società.

 

 

La teoria generale dell’economia primitiva: sottoproduzione e abbondanza

Attraverso l’analisi del MPD, Sahlins ci propone una teoria gene­rale dell’economia primitiva. Dal fatto che la produzione sia perfet­tamente adattata ai bisogni immediati dell’unità domestica, de­duce con grande chiarezza la legge che governa il sistema:

«II MPD racchiude un principio anti-surplus; adattato alla produzione di beni di sussistenza, tende a bloccarsi quando raggiunge quel punto».

La constatazione, etnograficamente fondata, che le eco­nomie primitive sono, da una parte, sottoproduttive (lavoro solo di una parte della società in tempi brevi e a debole intensità) e, dall’altra, in grado di soddisfare sempre i bisogni della società (bisogni de­finiti dalla società stessa e non da un’istanza esterna) impone dun­que, nella sua paradossale verità, l’idea che la società primitiva sia in effetti una società dell’abbondanza (sicuramente la prima e forse anche l’ultima) dato che vi sono soddisfatti tutti i bisogni.

Ma bi­sogna al contempo far affiorare la logica che sta alla base di questo sistema sociale: dal punto di vista strutturale, scrive Sahlins, in quel sistema l’«economia» non esiste.Nel senso che l’economico, come settore che si sviluppa in maniera autonoma nel campo sociale, nel MPD è assente; quest’ultimo funziona come produzione per il con­sumo (per assicurare la soddisfazione dei bisogni) e non come pro­duzione di beni di scambio (per ricavare un profitto commercializ­zando il surplus). In definitiva, ciò che si impone — ciò che impone lo straordinario lavoro di Sahlins — è la scoperta che le società pri­mitive sono società che rifiutano l’economia.

Gli economisti formalisti si meravigliano del fatto che l’uomo primitivo non sia animato dal gusto per il profitto come il capita­lista: ed è appunto di questo, in un certo senso, che si tratta. La so­cietà primitiva assegna alla sua produzione un limite che si impone di non varcare, perché altrimenti l’economia sfuggirebbe al sociale e si rivolterebbe contro la società aprendovi la breccia dell’eteroge­neità, della divisione tra ricchi e poveri, dell’alienazione degli uni verso gli altri.

Società senza economia, dunque, o meglio società contro l’economia: è questa l’eclatante verità cui ci conduce la rifles­sione di Sahlins sulla società primitiva. Una riflessione rigorosa che ci fa apprendere sui selvaggi più cose di qualsiasi altra opera dello stesso genere. Libera da ogni dogmatismo, essa pone le domande essenziali: a quali condizioni una società è primitiva? A quali condizioni la società primitiva può preservare il suo essere indivisa? [cioè il suo essere un tutt’uno, senza differenziazioni e gerarchie, nota mia]

Società senza Stato, società senza classi: così l’antropologia defi­nisce le configurazioni che permettono di definire primitiva una so­cietà. Società dunque senza un organo separato del potere politico, società che impedisce, in modo deliberato, la divisione del corpo sociale in gruppi diseguali e opposti:

«La società primitiva ammette la penuria per tutti, ma non l’accumulo per qualcuno».

 

 

Il capo tribu (la chefferie, il Big Man)

big man

Big Man polinesiano

Si capisce così l’importanza del problema che pone l’istituzione della chefferie (del capo tribù) in una società indivisa: che fine farebbe la volontà egualitaria al centro del MPD di fronte all’instaurazione di relazioni gerarchiche? Il rifiuto della divisione del corpo sociale che regola l’ordine economico cesserebbe di operare in campo politico? Come si potrebbe articolare lo status che si suppone superiore del capo con l’essere indiviso della società? Come si tessono le relazioni di potere tra la tribù e il suo leader? Questa problematica attraversa il lavoro di Sahlins, che l’affronta di petto nella sua minuziosa analisi dei sistemi melanesiani del big man, dove si congiungono, nella persona del capo, la politica e l’economia.

Nella maggior parte delle società primitive sono due le qualità essenziali che si esigono in un capo: il talento oratorio e la genero­sità. Non si riconoscerà come leader un uomo incapace di parlare o avaro. Non si tratta, beninteso, di tratti psicologici personali, ma di proprietà formali dell’istituzione: è compito del leader evitare l’accumulazione di beni.

Sahlins analizza con grande perspicacia l’origine e gli effetti di questo autentico obbligo di generosità. Il punto di partenza di una carriera da big man è certamente «un’am­bizione sfrenata»: gusto strategico per il prestigio, senso tattico dei mezzi per acquisirlo. E inoltre evidente che, per essere prodigo di beni, il capo deve prima detenerli. Come se li procura? Se si esclude il caso, non pertinente dal punto di vista del problema in que­stione, di manufatti che il leader riceve, per esempio, dai missionari o dagli etnologi, per poi ridistribuirli ai membri della comunità; se si tiene conto, d’altra parte, che in queste società è costantemente all’opera il principio secondo il quale «la libertà di guadagnare a spese altrui non è inscritta nelle relazioni e nelle modalità dello scambio», al big man, per compiere i suoi obblighi di generosità, non resta che produrre da solo i beni di cui ha bisogno: non può contare sugli altri. Gli forniranno aiuto e assistenza solo coloro che, per diverse ragioni, ritengono utile lavorare con lui: persone della cerchia parentale che già intrattengono con lui una relazione clien­telare.

La contraddizione tra la solitudine del capo e la necessità di es­sere generoso si risolve anche grazie alla poligamia: se, in un gran numero di società primitive, la regola monogamica prevale larga­mente, la pluralità delle mogli è invece quasi sempre un «privilegio» degli uomini importanti, cioè dei capi. Ma ben più che un privile­gio, la poligamia dei capi si rivela una necessità, in quanto costitui­sce il principale mezzo per agire da leader: la forza-lavoro delle mogli supplementari è utilizzata dal leader per la produzione del surplus di beni di consumo che distribuirà alla comunità. […]

Consideriamo le cose da più vicino. Come dice Sahlins, il big man accede al potere «con il sudore della fronte»; non potendo sfruttare gli altri per la produzione di surplus, sfrutta se stesso, le sue mogli e i parenti-clienti: autosfruttamento del big man e non sfruttamento della società da parte del big man, che evidentemente non dispone del potere per costringere gli altri a lavorare per lui, tant’è che è esattamente questo potere che cerca di conquistare.

E fuori questione dunque, in tali società, una divisione del corpo so­ciale secondo l’asse verticale del potere politico: nessuna divisione in una minoranza di dominanti (il capo e i suoi clienti) che co­manderebbe e una maggioranza di dominati (il resto della comu­nità) che obbedirebbe. Le società melanesiane ci offrono piuttosto lo scenario opposto. Per quanto si possa parlare di divisione, ci si accorge in effetti che, se ce n’è una, è quella che separa una mino­ranza di lavoratori ricchi da una maggioranza di fannulloni poveri: ma, e qui si toccano i fondamenti stessi della società primitiva, i ric­chi sono tali solo grazie al loro lavoro, i cui prodotti sono consu­mati dalla massa oziosa dei poveri.

In altri termini, la società nel suo insieme sfrutta il lavoro della minoranza che circonda il big man. Come si può parlare allora di potere a proposito del capo se questi è sfruttato dalla sua società? In questa paradossale separa­zione di forze che ogni società divisa mantiene unite, si avrebbe così il capo che esercita il proprio potere sulla società da un lato e dall’altro la società che sottopone quello stesso capo a un intenso sfruttamento? Qual è dunque la natura di questo strano potere di cui si cerca invano la forza? Cos’è in fin dei conti questo potere che non ha la minima presa sulla società primitiva? Si può ancora par­lare di potere? È appunto questo il problema: perché Sahlins chiama potere quello che, evidentemente, potere non è?

Qui viene alla luce la confusione, quasi generale nella lettera­tura etnologica, tra prestigio e potere. Che cosa spinge il big man? In vista di cosa si impegna? Non certo in vista di un potere che se si sognasse di esercitare la gente della tribù rifiuterebbe di subire, bensì in vista di un prestigio, di quell’immagine positiva che gli restituisce una società pronta a celebrare in coro la gloria di un capo cosi prodigo e lavoratore. Ed è proprio questa incapacità a pensare il prestigio senza il potere che pesa su molte analisi di an­tropologia politica, rivelandosi particolarmente erronea nel caso delle società primitive.

A confondere prestigio e potere si sottovaluta prima di tutto l’es­senza politica del potere e delle relazioni che instaura nella società, e poi si introduce nella società primitiva una contraddizione che non le è propria. Come potrebbe la volontà di eguaglianza di que­sta società adattarsi al desiderio di potere che vuole esattamente creare la diseguaglianza tra chi comanda e chi obbedisce? Porre la questione del potere politico nelle società primitive ci obbliga a considerare la chefferie all’esterno del potere e a riflettere su questo dato immediato della sociologia primitiva: si è leader pur non avendo potere. Cosa ottiene il big man in cambio della sua genero­sità? Non certo la realizzazione del suo desiderio di potere, ma la soddisfazione del suo orgoglio; non la capacità di comandare, ma l’innocente godimento di una gloria che si sforza di alimentare. Il big man lavora, letteralmente, per la gloria, e la società gliela con­cede volentieri occupata com’è ad assaporare i frutti del lavoro del capo. Gli adulatori vivono a spese degli adulati.

Dal fatto che il prestigio non procura al big man nessuna auto­rità, ne consegue che non può essere visto come il primo gradino nella scala del potere politico perché, contrariamente a quanto si credeva, non lo si può identificare come un luogo di potere reale […].

Bisogna quindi rinunciare a una concezione evoluzionista delle formazioni sociali e accettare di riconoscere la radicale rottura che separa le società primitive, dove i capi sono senza potere, dalle so­cietà dove si manifesta la relazione di potere: discontinuità essen­ziale tra le società senza Stato e le società dello Stato.

 

 

Laboratorio

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