Gli studi umanistici sono strategici nel lavoro contemporaneo?

by gabriella

Tre articoli, due usciti sul Sole 24Ore, il terzo su Doppiozero, intorno all’utilità del pensiero divergente coltivabile dalla filosofia e dalle scienze umane e alla parallela inutilità del loro studio manualistico e pedante.

Indice

1. Il Sole24Ore, Per le professioni del futuro bisogna studiare filosofia
2. Alberto Magnani, Le inutili lauree umanistiche danno sempre più lavoro
3. Riccardo Manzotti, Humanities si, cultura umanistica no

 

 

1. Il Sole24Ore, Per le professioni del futuro bisogna studiare filosofia

Ci sono domande a cui Google non può rispondere. Ma la capacità di saper ragionare adeguatamente e rispondere a quelle domande potrebbe essere una delle chiavi per preparare i ragazzi di oggi alle professioni di domani. Perché se molte delle professioni attuali saranno sostituite dalla tecnologia e dalla robotica (secondo la previsione che nel 2013 è stata effettuata da un gruppo di economisti della Oxford University più della metà dei lavori nei prossimi 20 anni), quello che distingue l’uomo dai computer sarà il vero valore aggiunto, anche nelle professioni del futuro. Per questo, ai lavori di domani, sarà richiesto di spaziare su più campi, di riuscire a mettere insieme più competenze e saperi. E, a sorpresa, un aiuto potrebbe arrivare, già nelle scuole, dalla filosofia. Come hanno deciso di fare in Irlanda.

La domanda da porsi è quindi come deve cambiare l’istruzione in previsione futura e cosa serve davvero ai ragazzi e alle ragazze di oggi, per diventare gli uomini e le donne di domani. In Irlanda il presidente della Repubblica, Michael Higgins, ha risposto decidendo di introdurre la filosofia come materia di studio già dai dodici anni d’età. Pare che l’iniziativa sia nata dopo un dibattito sul tema della perdita di posti di lavoro e dei cambiamenti in atto nella società irlandese. Così, dallo scorso settembre, la filosofia, in Irlanda, entra a far parte dell’elenco delle materie “irrinunciabili”. E già è in discussione la sua introduzione nelle scuole elementari. Dunque, la filosofia può fornire agli studenti gli strumenti utili al ragionamento e alla risoluzione dei problemi?

“Cosa sono i sogni?” “Chi sono io?” “Cosa è il destino?”: non è mai troppo presto per porsi domande importanti e con lo studio della filosofia i bambini possono essere invitati a riflettere e a confrontarsi, in maniera diretta, su questioni tipiche della discussione filosofica. Concetti come la vita, la gioia, l’amore, la tristezza, la diversità, la pace, la speranza, il tempo, lo spazio, il futuro possono diventare tema di dibattito e confronto e, grazie alla mediazione dell’esperto, diverranno parte del bagaglio di esperienza di ciascun alunno. Insomma, la filosofia, per anni considerata materia “inutile” o relegata esclusivamente nei licei a indirizzo umanistico, riacquista uno spazio importante, diventando una disciplina indispensabile per l’acquisizione del problem solving, alla stessa stregua della matematica.

In Italia dal 2015 è nata un’associazione culturale “FilosofiaCoiBambini”, che si occupa di diffondere e custodire il metodo educativo originale di approccio “filosofico” all’istruzione, sin dalla scuola dell’infanzia. L’idea arriva da Pesaro da Carlo Maria Cirino e Cecilia Giampaoli, che hanno creato dei laboratori esperienziali, dapprima privati, poi aperti al pubblico. “FilosofiaCoiBambini” è oggi una realtà nazionale che vanta 
un numero crescente di scuole dell’infanzia e primaria 
che già adottano la sperimentazione (più di 30 
Istituti Scolastici in Italia ed Europa
 solo alla fine del 2015).

L’immaginazione è alla base del metodo. Senza immaginazione, non andremmo lontano. E’ l’immaginazione che ci spinge a creare le cose, a capirne le funzioni, ad approfondire la curiosità innata, a sperimentare. Immaginare è la base del fare e del saper creare e allenare i bambini all’immaginazione, significa potenziare la loro area cognitiva ed emotiva. Il metodo filosofico è, dunque, entrato in molte scuole italiane, attraverso progetti sviluppati da docenti “filosofi”, formati attraverso training, corsi e laboratori. La filosofia, secondo gli sviluppatori di questo metodo, insegna ai bambini ad utilizzare il controfattuale, allenando così, la loro capacità di immaginare mondi possibili e di trovare soluzioni a problemi concreti e astratti.

 

 

2. Alberto Magnani, Le inutili lauree umanistiche danno sempre più lavoro

L’occupabilità, il reddito e la soddisfazione dei laureati nelle humanities, secondo il report dell’American academy of arts and sciences. Pubblicato da IlSole24Ore del 16 febbraio 2018.

Trovano lavoro, guadagnano tanto da «permettersi tutto quello che vogliono», soffrono di tassi di disoccupazione simili a quello degli altri dipartimenti. I luoghi comuni sui laureati in discipline umanistiche, diffusi anche al di fuori dell’Italia, rischiano di essere contraddetti dalla loro stessa argomentazione: le prospettive economiche.

Mentre a Milano i licei classici sono assediati da un numero di iscrizioni superiori alle proprie disponibilità, negli Stati Uniti un report dell’American academy of arts and sciences rivela che gli studi nelle «arti liberali» garantiscono margini di entrate e soddisfazione in linea agli altri corsi di studio.

I laureati nelle humanities percepiscono un reddito “mediano” (il valore al centro della curva di distribuzione) di 52mila dollari l’anno dopo il titolo triennale, per salire a 72mila dollari dopo l’equivalente della laurea magistrale. Meno rispetto ai picchi di classi come ingegneria, dove si arriva a 82mila dollari, ma comunque sopra agli standard necessari per la stabilità economica e soprattutto di chi si è fermato alla formazione superiore: i colleghi che hanno intascato un solo diploma non vanno oltre i 34mila dollari.

Quanto alla financial satisfaction, la soddisfazione finanziaria, i laureati nel settore mostrano conquiste e disagi simili a quelli degli altri corsi di studio. Ad esempio la quota di chi dichiara di «guadagnare abbastanza per fare tutto quello che si desidera» supera quella registrata tra i laureati nell’ambito del business, giudicato di norma più «professionalizzante» rispetto a filosofia, letteratura antica o storia. Un ritratto non dissimile da quello che emerge in Italia, secondo i dati del consorzio Almalaurea. A fronte di stipendi comunque più bassi rispetto ai laureati in ingegneria o del gruppo economico-statistico, i professionisti di estrazione umanistica registrano un tasso di soddisfazione identico: 7,5 su 10.

Il futuro tra Ict, intelligenza artificiale ed…etica 
Il valore aggiunto delle lauree umanistiche potrebbe essere proprio l’assenza di una traiettoria univoca tra studi e lavoro. E in questo senso, il parametro della «efficacia della laurea» valutato da Almalaurea finisce per essere secondario. Nella ricerca dell’American academy of arts and sciences emerge che l’11% dei laureati nel settore fa carriera nel management, accanto a quote interessanti di professionisti riconvertiti in ambiti come Ict, finanza, vendite, servizi. Le industrie del digitale e del tech si stanno rivelando come due tra le più «affamate» di laureati in possesso delle competenze intellettive fornite da studi umanistici. Nella Silicon Valley spopolano precedenti illustri come il fondatore della software company Slack Stewart Butterfield (laureato in filosofia) o della Ceo di Youtube Susan Wojcicki, laureata in storia e letteratura ad Harvard prima di virare sull’economia con un dottorato. Ma non è necessario capitanare colossi del settore per ambire a un’occupazione nella digital economy, anche partendo da una base minima di conoscenze delle tecnicalità.Ad esempio studi in linguistica e semiotica possono essere decisivi quando si tratta di “istruire” robot con le tecniche del machine learning, mentre una base in filosofia etica e morale è necessaria per un automation ethicist: gli specialisti chiamati a valutare gli impatti economici e sociali dell’automazione, «dando un senso» a macchinari concepiti per dialogare con i dipendenti umani.

Un ponte tra uomo e macchina 
«I laureati in ambito umanistico hanno un approccio teorico che si applica anche in ambiti che sembrano distantissimi – spiega Lorenzo Tomasin, ordinario di storia della Lingua italiana all’Università di Losanna – Prendiamo il machine learning o lo speech recognition: chi li può analizzare meglio di un umanista?». Oltre alle contingenze della tecnologia, però, la versatilità dei laureati del settore nasce da una «predisposizione psicologica»: chi si iscrive a lettere antiche o filosofia della scienza è già abituato all’idea che potrà o dovrà reinventarsi in un ambito diverso da quello di studi, applicando altrove la duttilità di pensiero acquisita: «Chi entra in una facoltà umanistica sa dal primo giorno che non andrà a ‘professionalizzarsi’ – dice Tomasin – E questo predispone dal punto di vista della reazione psicologica: devi essere versatile perché sai che i problemi che affronterai saranno diversi da quelli studiati».

 

3. Riccardo Manzotti, Humanities si, cultura umanistica no

Durante i primi mesi del 2018, sia sul web che sui social, una serie di articoli hanno annunciato con entusiasmo la rivincita della cultura umanistica. A quanto pare i colossi della tecnologia, Google in primis, si sarebbero ricreduti dalla loro hybris tecnologica.

Persino i grandi investitori, gente notoriamente senza velleità culturali, guarderebbero con maggior favore alla filosofia che non alla matematica. Secondo il Sole 24, le lauree umanistiche, a torto considerate inutili, “darebbero sempre più lavoro”. Basta con ingegneri e informatici e basta con le decantate competenze hard, le STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica)! Tutti cercherebbero le cosiddette soft skills. Una rivincita della nostra cultura umanistica! Purtroppo no!

Questo clamore, ahimè, è l’effetto dell’infausto equivoco tra humanities (quando non addirittura liberal art) e cultura umanistica, che sono cose ben distinte con prospettive occupazionali e significato molto diversi. Se è vero che humanities e liberal art sono oggetto di grande interesse, soprattutto in aree tecnologicamente molto sviluppate, la cultura umanistica, intesa in modo tradizionale, lo è molto meno.

Le humanities sono discipline che studiano la cultura, l’esistenza e le manifestazioni dell’uomo nella storia, ma non solo nel passato, anzi soprattutto nel loro essere attuale e contemporaneo; mettono al centro della loro indagine l’umano anziché la storia, o peggio, una particolare storia che coincide con il nostro particolare passato.

A loro volta, le arti liberali affondano le radici nelle università medievali, laddove con arte si intendeva il fatto di esercitare una professione intellettuale invece che manuale. Fin dalle origini e a maggior ragione oggi, queste discipline hanno come obiettivo l’umano e sono spesso declinate in senso performativo e attivo; per esempio, saper scrivere piuttosto che sapere che cosa è stato scritto. 

Da noi invece, la cultura umanistica è frequentemente interpretata soprattutto come lo studio della produzione artistico-letteraria in Italia. Questo approccio non si traduce necessariamente in know how. Sapere tutto di Michelangelo non trasforma in buoni pittori. Leggere il Manzoni non è un corso di scrittura. L’equivoco consiste nel pensare che l’umanesimo coincida con lo studio agiografico delle opere artistiche e letterarie del passato nazionale (tra l’altro con la frequente esclusione di fatto di forme d’arte quali la musica o il teatro); uno studio quasi sempre basato sulla contemplazione passiva e sulla ricostruzione e interpretazione, più o meno erudita, dei giganti del passato.

Gli studi umanistici, nel modo in cui vengono praticati da noi, non incoraggiano alla creazione di nuovo materiale, ma alla conservazione. Questa passività è il risultato di due fattori. Primo, i giganti del passato, proprio perché giganti, non possono essere eguagliati e quindi tanto vale rinunciare a emularli. Chi studia Caravaggio non si armerà certo di pennelli e tavolozza! Il confronto è, per definizione, impari. I santi vanno venerati, non sfidati. Secondo, i giganti del passato, proprio perché operarono nel passato, non possono essere imitati perché le condizioni esterne sono completamente cambiate. Chi studia Dante, non comporrà rime satiriche per analizzare il suo presente.

Le humanities o le liberal art, al contrario, sono sì un momento di studio, ma anche di produzione e creatività. Sono diverse dal sapere scientifico in quanto materia e metodo, ma non in quanto spirito e a volte si declinano nelle scienze umane, sociali e psicologiche. Il motto oraziano della Royal Society nullius in verba (“non bisogna fidarsi delle parole dei maestri”) suona proprio come la negazione del conformismo estetico che ha spesso animato le belle lettere del nostro stivale. Paradossalmente, la nostra tradizionale formazione umanistica venera i grandi innovatori del passato (coloro che crearono, produssero, cambiarono, fecero, rivoluzionarono), ma scoraggia l’innovazione e induce alla ripetizione.

Se risolvessimo questo equivoco tra umano e umanistico, potremmo ripensare quello che, soprattutto in Italia, è un vulnus che trascina nell’abisso innocenti e colpevoli. Parlo dell’identificazione tra cultura e cultura umanistico-storico-artistico-letteraria. Vuoi per inerzia, vuoi per spirito conservatore, vuoi per difesa di gerarchie sociali, vuoi per semplice incompetenza, siamo rimasti prigionieri della confusione tra materie umanistiche e sapere.

Giovanni Gentile (1875 – 1944)

Abbiamo confuso la storia dei prodotti culturali e dei loro autori, con la cultura che invece è produzione attiva, dinamica, innovativa. Sappiamo tutti come l’imposizione storicistico-letteraria prevista dagli ordinamenti scolastici (da Casati a Gentile) avesse soprattutto lo scopo di confermare una suddivisione per classi della società: la cultura umanistica all’élite, la conoscenza scientifica allo strato intermedio e la competenza tecnica-operativa alle classi meno fortunate. L’inutilità concreta della cultura umanistica, in questo contesto, non era ovviamente un difetto, ma un requisito, un lusso che solo che si trovava già in una posizione privilegiata poteva permettersi.

Non voglio dire che non abbia senso studiare e conservare il passato. Né voglio contestare il valore delle facoltà umanistiche. Non mi fraintendete.

Il punto è se la cultura umanistica sia adatta per essere il fulcro del sistema culturale di un paese. Credo proprio di no. Quello che è positivo a livello di competenza specializzata oppure a livello di arricchimento, può avere conseguenze negative se suggerito come fulcro del sistema culturale nel suo complesso. Un conto è avere esperti o appassionati, per dire, del barocco siciliano, un conto è proporre la conoscenza del barocco siciliano come base della formazione.

Il problema non è la cultura umanistica in sé, ma pensare che tale corpo di conoscenze sia la base della cultura con la C maiuscola. Questo fa un cattivo servizio alla cultura, agli italiani e al barocco siciliano. La cattiva cultura umanistica è quella che contrappone cultura e know how. Questo non è vero né oggi né al tempo di Brunelleschi per il quale non vi era soluzione di continuità tra i suoi studi e le leve, le pulegge, le carrucole, i progetti scritti sui cartoni ai piedi della cupola, i mattoni da far seccare.

La cattiva cultura umanistica non sarebbe piaciuta neppure agli umanisti del Rinascimento. In fondo già Cartesio si lamentava del fatto che gli studi classici al più gli erano serviti per sapere di non sapere nulla.

Quando si traduce il successo delle humanities nel mondo anglosassone con il rilancio della cultura umanistica in Italia, si confondono pere e mele. La riscoperta delle soft skills, delle liberal art e delle humanities non è la rinascita della cultura umanistica tradizionale. Qualche ulteriore considerazione aiuterà a capire meglio.

Prima di tutto, è significativo che le humanities prosperino proprio in quei paesi dove esiste un tessuto tecnologico sviluppato così come avvenne in Italia nel Rinascimento.

In tali contesti le humanities possono esercitare la propria forza creativa (dai videogiochi alla robotica, dalla intelligenza artificiale al design). Steve Jobs mise a frutto la sua conoscenza dell’arte tipografica rinascimentale perché alle spalle aveva una società informatica tra le più avanzate al mondo.

In paesi come l’Italia, dove la cultura è concepita come conservazione ed esposizione turistico-museale, queste possibilità non esistono. Secondariamente, per quanto importanti, le competenze umane (più che umanistiche) servono a gestire e indirizzare il progresso tecnologico laddove esiste; non servono a celebrare il passato. Infine, c’è bisogno di dirlo? La analogia tra i licei classici italiani e le humanities – come vengono pensate, diciamo, a Harvard – è parecchio azzardata, per non dire altro.

L’articolo del Sole 24 Ore non tiene conto che in Italia esiste un enorme problema di disoccupazione giovanile da parte dei laureati in discipline umanistiche, guarda caso in una nazione che ha una grossa sproporzione tra laureati in materie umanistiche e materie scientifiche e, riguarda caso!, in forma più drammatica in quelle regioni dove tale sproporzione è maggiore, o vedi articolo o, infine, vedi articolo.

Il tasso di occupazione nel periodo immediatamente successivo alla fine degli studi è al 91% per i laureati in ingegneria mentre è un 15% per i laureati in lettere (fonte Repubblica 20.10.2017). Questi dati italiani, purtroppo, non sono compatibili con l’entusiasmo, mal riposto, per il successo per le humanities negli Stati Uniti.

Se leggiamo altri articoli che annunciano il rilancio della cultura umanistica, troviamo lo stesso equivoco. L’interesse per chi si occupa dell’umano non equivale all’interesse per chi si occupa di cultura umanistica; l’uomo di oggi non è l’uomo del Rinascimento. Le scienze dell’uomo non sono solo lo studio del nostro passato. Filosofia non è filosofologia. Le nuove realtà produttive cercano chi esercita pensiero critico e creatività, non chi conosce coloro che esercitarono, con innegabile perizia, queste capacità al tempo delle città-stato della antica Grecia. Conoscere il greco o il latino, ammettiamolo, non è una competenza utile né a Shangai né a Dubai né a Londra né a New York, a meno che uno non si proponga come direttore dell’ala di storia antica del museo locale; ma quante persone possono sperare di trovare occupazione nei musei? La cultura non è un museo. La cultura è fare; non conservare il già fatto. Cultura è prima scrivere, poi leggere.

Humanities e liberal art, tanto nel Rinascimento quanto oggi, sono soprattutto momenti performativi – creare, scrivere, disegnare, inventare, immaginare, comporre, fare – in tutti quei settori dove la precisione del metodo scientifico non consente di cogliere la complessità dell’uomo.

Il solito Steve Jobs diceva che oggi c’è bisogno di ingegneri rinascimentali, ma appunto!, ingegneri piuttosto che eruditi manieristi. E qui, per ingegnere, si intende ovviamente qualcuno capace di mettere a frutto il proprio ingegno e non un laureato in ingegneria. Cioè proprio il contrario di quello che la cultura umanistica ha indotto a fare, per via della sua imposizione storico-passatista-conservatrice. La nostra cultura, nella tradizione che va da Croce al liceo classico, non incoraggia a creare, magari male, ma piuttosto ad ammirare e riconoscere il genio dei grandi del passato.

L’identificazione della cultura con il sapere umanistico declinato in senso storico-conformistico ha trovato la sua consacrazione plastica e formale nella familiare e tradizionale contrapposizione tra liceo classico e scientifico che ne è diventata la sua incarnazione più iconica e tangibile; un lascito gentiliano ancora lontano dal trovare una riformulazione al passo con i tempi (e oggetto invariabilmente di attacchi o difese di parte, come sul Sole nel 2016).

Giunti all’università, molti miei studenti rabbrividiscono al minimo accenno di termini matematico-scientifici. Una formula matematica viene invariabilmente accolta come una sadica imposizione priva di reale utilità. Evidentemente molti ritengono ancora che si possa lasciare la matematica e la fisica ai tecnici, a coloro che sanno – come celiava con disprezzo Lorenzo il Magnifico – far di conto.

Poco male se il Rinascimento Italiano poté avvenire grazie al progresso matematico, scientifico, tecnologico, finanziario e commerciale che, in quegli anni, fiorì nella nostra penisola. Le arti fioriscono, guarda caso, laddove è più abbondante il denaro prodotto dall’ingegno. Il classico, non me se ne voglia, è stato in Italia soprattutto una concezione negativa, è stato più il rifiuto di comprendere scienza e matematica che non un vero sapere.

Anche le argomentazioni in favore del classico sono spesso curiose. Sostenere che le materie classiche facciano pensare meglio perché non hanno una utilità precisa è difficile da capire. A me fa venire in mente Forrest Gump, che a forza di correre con protesi pesantissime, una volta liberatosene era in grado di andare più forte degli altri. Ma si trattava di una favola, una versione moderna del brutto anatroccolo. Quanti sportivi diventano tali perché hanno portato protesi?

L’idea che la cultura umanistica sia preziosa perché trova il mondo di parlare al cuore delle persone è opinabile per almeno due motivi.

Primo, non è la critica letteraria e quindi gli studi umanistici, ma l’arte che parla alle persone, e quindi, ancora una volta si tratta di una abilità, un fare più che un sapere.

Secondo, l’idea che la narrazione di una vicenda umana sia più efficace per smuovere gli spiriti di una ragionata statistica è frutto proprio di quella cultura umanistica che qui si mette in discussione. Per molti lettori, capaci di valutare la realtà in modo oggettivo, può essere molto più convincente una tabella di numeri che non il diario di Anna Frank. Ci si lamenta spesso che il pubblico è vittima di fattori emotivi che impediscono la comprensione reale dei fenomeni contemporanei (immigrazione, disoccupazione, prospettive future, cambiamento climatico, nuove tecnologie). Se, come dice l’autore, la cultura umanistica induce a preferire delle narrazioni emotive di casi particolari, forse è meglio non abusarne.

Confesso che pensare agli studenti che escono armati di cultura umanistica contro gli studenti preparati in altri contesti mi fa venire in mente la tragica carica a cavallo degli ussari polacchi contro i panzer di von Guderian. Una grande tradizione ormai fuori tempo. C’è un momento in cui bisogna rendersi conto di essere sconfitti per non essere annientati. Viene in mente la scena del Gladiatore. Oppure finire come gli indiani con le loro frecce inutili contro i winchester.

E poi, ammettiamolo, la forza della cultura classica era la forza del suo sistema economico basato su una struttura rigidamente classista della società e della forza lavoro; la cultura umanistica classica era sorretta non dai versi di Catullo o dalla prosa di Cesare, ma dagli schiavi di Crasso e dalle legioni di Cesare.

L’aneddoto dell’imperatore Tiberio che paga un inventore per distruggere la sua invenzione, non sarà vero ma è sicuramente verosimile e ben esprime l’avversione per l’innovazione tecnologica della cultura classica che con il suo antropocentrismo era fortemente antitecnologica e antiscientifica. Proponendo l’uomo come ideale perfetto, la cultura umanistica si oppone, nel suo cuore, a ogni cambiamento radicale, perché l’uomo non può essere spodestato. Questa forma di umanesimo, che fa leva sul nostro narcisismo, si traduce in pratica in una mentalità socialmente e politicamente conservatrice, da cui il suo successo nelle varie incarnazioni della borghesia.

Il declino della cultura umanistica si completa proprio oggi a causa dello sviluppo di una società sostanzialmente tecno- e scientifico- centrica. La cultura umanistica non muore con l’IPhone, la sua fine era stata segnata da Copernico. Ma è proprio con l’esponenziale accelerazione degli ultimi anni che la cultura umanistica (in versione storicistica non in quanto studio dell’umano) rimane completamente tagliata fuori perché, per sua natura, antiscientifica.

Il successo delle humanities in contesti tecnologicamente avanzati è, ingenuamente ed erroneamente, interpretato come un segno della rivincita della cultura classica sulla tecnologia arida e grigia; una vittoria che qualche giornalista ha persino colorato di un certo orgoglio italico perché, si sa, noi siamo sempre stati il faro della vera cultura (umanistica) mentre tedeschi, americani e inglesi sarebbero incapaci di coltivare certe sensibilità! Vuoi mettere Ponte vecchio in confronto con i ponti di ferro nero di Isambard Brunel? Poco importa se su quei ponti, così brutti, transitarono i treni a vapore che crearono un impero mondiale mentre sul nostro si appollaiarono, come gufi impagliati, generazioni di orafi.

Si dice tanto che lo studio di latino e greco e della storia connessa sia utile per imparare a ragionare, si dice persino che sia utile perché abitua gli studenti a pensare che quello che studiano poi non servirebbe (Il Sole 24 Ore)! Ma questo è evidentemente falso, perché il ranking dei risultati scolastici più prestigiosi non vede, nel mondo, i sistemi scolastici che hanno la cultura umanistica tra i primi posti. Evidentemente esistono altre sorgenti, magari più contemporanee, per insegnare senso critico e capacità di ragionamento!

Qualcuno ha scritto che la cultura classica va difesa perché è l’unico baluardo contro una eccessiva semplificazione della formazione scolastica, come se solo latino e greco mettessero alla prova le giovani menti, mentre matematica, relatività, fisica, meccanica quantistica e filosofia siano soltanto passeggiate. Evidentemente, chi scrive così, ha una concezione molto particolare delle discipline non letterarie.

Infine, dobbiamo ammetterlo, ed è il motivo per cui mi spendo in queste righe, ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale, che è già avvenuto ma ci costa una ferita nell’orgoglio, il mondo è cambiato e la nostra cultura nazionale non ha più il valore che aveva nell’Ottocento. Ha perso forza intrinseca. E corrispondentemente il suo studio è diventato superfluo. Affondare con essa o cambiare e sopravvivere?

In questo senso colpisce il senso coraggioso dell’articolo di Claudio Giunta:

“La soluzione potrebbe arrivare, sta già arrivando forse, da tutt’altra direzione, il nodo potrebbe essere tagliato anziché sciolto”: lo studio tradizionale delle lettere forse non serve più. Il progresso ha spostato il bersaglio, l’uomo e la sua comunicazione non sono più quelle di un tempo. Come si è abbandonato l’esametro, così si dovrà ripensare la scrittura e la comunicazione in genere. Genetica, intelligenza artificiale, globalizzazione e mille altre spinte hanno prodotto un uomo nuovo che non è più quello dell’umanismo tradizionale. Lo studio dell’uomo, quando l’uomo è nuovo, deve cambiare a sua volta.

Ripensiamo le discipline umanistiche in un senso più contemporaneo e attivo, più umano e meno umanistico, riscoprendone il naturale lato creativo e produttivo. Le humanities hanno al centro l’uomo, la cattiva cultura umanistica solo i prodotti dall’uomo nel passato. Le prime servono, le seconde sono un lusso. Umano sì, umanistico no grazie!

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