Posts tagged ‘suicidio’

aprile 14th, 2015

Majakovskji

by gabriella

Valdimir Majakovskij (1893 – 1930)

vladimir-majakovskijA tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio. […] Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici.

Vladimir Majakovskji, Lettera d’addio, 1930

 


Fahrenheit, Intervista all’autrice de Il defunto odiava i pettegolezzi

 

I versi In morte di Vladimir Majakovskij furono dedicati da Boris Pasternak al poeta, morto il 14 aprile 1930, ottantacinque anni fa. Nell’interpretazione di Carmelo Bene.


 

maggio 24th, 2014

Carlo Formenti, Fenomenologia del suicidio economico

by gabriella
durkheim

Emile Durkheim (1858 – 1917)

Traggo dal suo blog su Micromega, questa recensione di Formenti a Suicidi, di Anna Simone, che è anche una ripresa del dibattito sul suicidio anomico di Durkheim.

Pur essendo stato un cavallo di battaglia di uno dei padri fondatori della sociologia, Émile Durkheim, il tema del suicidio non è fra quelli affrontati più di frequente dai suoi colleghi e successori. A occuparsene, ricorda infatti Anna Simone nella raccolta di saggi intitolata “Suicidi. Studio della condizione umana nella crisi”, che ha curato per l’editrice Mimesis, sono soprattutto psichiatri e psicologi, come se il problema potesse essere trattato solo scandagliando la psiche individuale e collettiva.

Per allargare, se non per rovesciare, tale prospettiva, Anna Simone – ricercatrice di sociologia giuridica presso l’università di Roma 3 – prende le mosse proprio dalla lezione di Durkheim, il quale proponeva di assumere il tasso suicidario di una società come indicatore della sua capacità o meno di generare integrazione sociale (quanto più debole il legame sociale tanto più elevato il numero dei suicidi). Analizzando il suicidio come fatto sociale, Durkheim ne classificava diverse tipologie, fra cui quella che definiva “suicidio anomico”, mettendola in relazione con il venir meno di un complesso di norme e valori condivisi, fenomeno tipico dei periodi di transizione e di crisi.

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settembre 21st, 2013

Volontà di vita, morte e suicidio in Arthur Schopenhauer

by gabriella

Arthur_Schopenhauer_Portrait_by_Ludwig_Sigismund_Ruhl_1815

Il mondo come volontà e rappresentazione, IV

Affermazione e negazione della volontà di vita una volta raggiunta la consapevolezza di sé.

Ma, come sulla sfera terrestre ogni dove sta di sopra, così pure è presente la forma d’ogni vita; e il temer la morte, perché questa ci strappa il presente, non è più saggio che temere si possa scivolare giù dal globo della Terra, sul quale per fortuna ci si trova ora proprio al punto superiore. All’oggettivazione della volontà è essenziale la forma del presente, che quale punto senza estensione divide il tempo di qua e di là infinito, e immobilmente sta fermo, pari a un eterno meriggio, senza la rinfrescante sera; così come il sole in realtà arde senza interruzione, mentre in apparenza cade nel seno della notte.

Perciò, quando un uomo teme la morte come annientamento di sé, é come se si pensasse il sole alla sera lamentarsi: «Ahimè! io sprofondo nell’eterna notte». E viceversa: chi è oppresso dai pesi della vita, chi la vita bensì vorrebbe, e la vita afferma, ma ne ha in orrore i tormenti, e soprattutto non sa più tollerare il duro destino, che proprio a lui è toccato, questi non ha da sperare liberazione nella morte, né si può salvare col suicidio: solo con falsa illusione lo trae a sé l’oscuro, freddo Orco quale porto di riposo.

Arthur Schopenhauer

I tre primi libri avranno fatto veder chiaramente e sicuramente, spero, che nel mondo quale rappresentazione la volontà ha il proprio specchio, in cui se stessa conosce, per gradi progressivi di limpidità e di compiutezza; dei quali il più alto è l’uomo. Ma l’essere dell’uomo raggiunge la sua piena espressione solo mediante la serie coerente delle sue azioni. E il conscio nesso delle azioni è reso possibile dalla ragione, che da mezzo all’uomo di dominarne con lo sguardo il complesso in abstracto.

l’individuo è soltanto fenomeno, non esiste se non per la conoscenza irretita nel principio di ragione […]: in virtù di questo invero riceve la propria vita come un dono, vien fuori dal nulla, soffre poi per morte la perdita di quel dono, e al nulla fa ritorno.

Arthur Schopenhauer

La volontà considerata in se stessa è inconsciente: è un cieco, irresistibile impeto, quale noi già vediamo apparire nella natura inorganica e vegetale, com’anche nella parte vegetativa della nostra propria vita. Sopravvenendo il mondo della rappresentazione, sviluppato per il suo servigio, ella acquista conoscenza del proprio volere e di ciò ch’ella vuole, che altro non è se non il mondo, la vita, così come si presenta. Perciò il mondo fenomenico l’abbiam chiamato specchio della volontà, e sua oggettità: e ciò che la volontà sempre vuole è la vita, appunto perché questa non è altro che il manifestarsi di quel volere per la rappresentazione; perciò è tutt’uno, e semplice pleonasmo, quando invece di «volontà» senz’altro diciamo «volontà di vivere».

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dicembre 17th, 2011

Nique-la-police, Il significato sociale del suicidio in un omicida di massa

by gabriella

La mattina del 20 agosto 1986 Patrick Sherrill, postino a tempo determinato di Edmond (Oklahoma), si recava al lavoro come sempre. Con la divisa da lavoratore delle poste del luogo, con ancorextreme killinga viva nella memoria la reprimenda che il capo gli aveva fatto il giorno precedente, e con un arsenale di armi e munizioni dentro la borsa al posto delle lettere. Entrò, come d’abitudine, in ufficio alle 6,45 del mattino e prima dell’orario dell’apertura al pubblico tirò fuori l’arsenale uccidendo in un quarto d’ora 14 colleghi e ferendone gravemente sette. Prima dell’apertura al pubblico, e dell’arrivo dei colleghi con il quali non aveva litigato, si suicidò. Balza agli occhi il fatto che nonostante questo tragico episodio, che fece più morti della strage di Piazza Fontana, la televisione americana via cavo Cnbc, che si occupa di notizie finanziarie, definisce Edmond come uno dei “dieci perfetti sobborghi d’America”. Bisogna dire che televisione italiana, che non è seconda a nessuno in materia di orrori giornalistici, non riuscirebbe a mettere in una traduzione italiana di questa speciale classifica né Cogne né Garlasco.

Questo caso, noto alla stampa americana e riportato da un testo di Jack Levin e James Fox (Extreme Killing, Understanding Serial and Mass Murder, Sage 2011), serve nei testi scientifici per spiegare che l’omicidio di massa da parte di un singolo individuo manifesta quasi esclusivamente caratteristiche selettive. L’omicida seleziona, secondo il proprio vissuto e la propria cultura di riferimento, la tipologia di vittime da colpire. Certo in una sparatoria ci sono drammatici effetti collaterali, l’uccisione di passanti o di qualche poliziotto intervenuto, ma l’esplosione omicida avviene quasi sempre grazie ad un criterio di selezione della vittima.

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